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Xaaraan – Il blog di Antonella Beccaria

Non credo nelle otto del mattino. Però esistono. Le otto del mattino
sono l'incontrovertibile prova della presenza del male nel mondo
Gli ultimi giorni, Andrew Masterson


Archiviato per ‘guerra’ Categoria

The PhotographerFotografia e fumetto, una accanto all’altro, per raccontare la guerra. Accade nel volume uscito in questi giorni per i tipi di First Second Books dal titolo The Photographer: Into war-torn Afghanistan with Doctors Without Borders. Realizzato con le illustrazioni di Emmanuel Guibert su ispirazione delle fotografie di Didier Lefèvre, il volume viene presentato con queste parole:

Nel 1986 il fotoreporter francese accompagnò un gruppo di Medici Senza Frontiere (MSF) in un viaggio nell’Afghanistan della guerra contro l’Unione Sovietica. [Lefèvre] era al suo primo incarico e documentò con i suoi scatti il loro percorso da Peshawar, in Pakistan, attraverso la catena montuosa dell’Hindu Kush. La carovana si componeva di centoventi muli, venti cavalli e quaranta guardie armate. Un mulo cadde nel ghiaccio e venne salvato; uno stalliere fu più sfortunato e si perse durante una marcia notturna. Quando arrivarono a destinazione, nella valle di Yaftal, nell’Afghanistan settentrionale, MSF insediò qui un ospedale con un porticato antistante che serviva come moschea e pronto soccorso. Il primo paziente fu un ragazzino con un’ustione al piede causata dal forno per il pane con cui lavorava, una ferita comune in Afghanistan.

Online è possibile trovare un estratto di sedici pagine del libro mentre qui il sito ufficiale del reportage (in francese) e qui invece l’evento realizzato con la collaborazione di Medici Senza Frontiere.

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  • Scritto per fumetti, guerra
  • Adotta una crisi dimenticataPer tornare alle crisi dimenticate. Si intitola From Horror to Hopelessness: Kenya’s Forgotten Somali Refugee Crisis (file pdf) ed è datato 30 marzo 2009 il rapporto con cui l’ONG Human Rights Watch fa il punto sulla situazione della popolazione civile in Somalia e sulla fuga dei profughi verso il confinante stato dell’Africa orientale. Lo segnala Peacereporter appena sotto una serie di aggiornamenti dall’Aquila.

    Venendo al documento sulla Somalia, si tratta di una serie di interviste fatte nei campi dei rifugiati a Dadaab (dove la popolazione accolta aumenta del 15 per cento all’anno circa), nel nord est del Kenya, con l’ausilio di interpreti, operatori sociali e di organizzazioni non governative del luogo e internazionali. Vi si fa poi un punto sui flussi dei profughi (260 mila solo lungo le linee di confine), che danno luogo a estese emergenze umanitarie, sulle richieste di asilo politico (80 mila dal gennaio 2007, quando il Kenya ha chiuso le frontiere) e sui conflitti che nascono nel momento in cui si tenta di entrare nel paese (dall’inizio dell’anno a oggi ci sono stati vari conflitti a fuoco con la polizia keniota, senza contare le infami condizioni di detenzione per chi viene accusato di immigrazione illegale). Malgrado la lontananza geografica da queste aree, fa notare Peacereporter per quanto riguarda l’Italia:

    È stato pubblicato nei giorni scorsi dal Unhcr un report sulle richieste di asilo politico in cui si nota che nel 2008 i richiedenti [...] sono più che raddoppiati rispetto all’anno precendente. Un altro dato che emerge [...] è che i somali sono al secondo posto [...], secondi solo agli iracheni. Circa il 75 per cento delle persone che attraversano il Mediterraneo e arrivano sulle coste italiane chiedono l’asilo politico. La vigente normativa europea prevede che il primo paese raggiunto dal richiedente di asilo ne assuma la responsabilità.

    Per ulteriori informazioni si veda ciò che pubblica su CrisiDimenticate.it di Medici senza frontiere e i vari aggiornamenti sul sito istituzionale.

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  • Scritto per guerra
  • NATO bombing during the War in 1999 - Photo by Jaime SilvaJasmina Tešanović, l’autrice (tra l’altro) dello splendido Processo agli scorpioni, racconto tra il giornalistico e il militante sul massacro di Srebrenica del 1995, viene ospitata da BoingBoing.net con il suo 10 years after Nato bombings of Serbia. Che inizia il 26 marzo 1995, alle cinque del pomeriggio, scrivendo:

    Spero che sopravviveremo tutti a questa guerra, a queste bombe: i serbi, gli albanesi, i ragazzi cattivi e quelli buoni, coloro che imbracciarono le armi e coloro che invece disertarono, i rifugiati che si aggirano per le foreste del Kosovo e i rifugiati di Belgrado che se ne vanno per le strade tenendo in braccio i loro figli, alla ricerca di ripari che non esistono quando iniziano a suonare gli allarmi antiaerei. Spero che i piloti della Nato non abbandonino mogli e bambini che vedo piangere alla Cnn mentre i loro mariti e padri decollano verso gli obiettivi militari serbi. Spero che sopravviveremo tutti ma non in un mondo del genere. Spero che riusciremo a rompere il muro delle parole che lo chiamano democrazia e dittatura. Quando i membri del Congresso americano stimano 20 mila morti civili tra i serbi dicendo che si tratta di un piccolo prezzo da pagare per la pace in Kosovo o il presidente Clinton dichiara di mirare a un’Europa liberata [...] o il presidente serbo Milutinovic annuncia una guerra senza quartiere, penso sempre che tutti questi individui stanno parlando del mio sangue e non del loro.

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  • Scritto per guerra
  • Zone of the DeadRispetto a quanto scritto spesso e con l’eccezione del film La Polveriera di Goran Paskaljevic, una notizia giunge via Horror – Riflessi di paura a proposito della produzione di Zone of the Dead (“Zona mrtvih” il titolo originale), pellicola in sapore di creature che tornano realizzata da due registi balcanici, Milan Konjevic e Milan Todorovic. Nelle sale ci sarà a partire dal prossimo 22 febbraio e da qualche giorno su Youtube in forma di trailer, questa la presentazione del film:

    Nella cittadina industriale di Pancevo, dopo un incidente alla stazione ferroviaria, una pericolosissima tossina biochimica si disperde nell’aria nel mezzo della notte, avvelenando gli abitanti del posto e ricoprendo presto l’intera città. Nel frattempo gli agenti dell’Interpol Mortimer Reyes e Mina Milius stanno supervisionando il trasporto armato di un pericoloso criminale insieme a Dragan Vukovic, un esperto detective diretto a Belgrado per ricoprire un innocuo incarico d’ufficio. Il loro convoglio si ritrova a passare per Pancevo, dove incontrerà un disastro ecologico di enormi dimensioni e decine di migliaia di abitanti infetti ormai tramutati in zombie affamati di carne umana. Sopraffatti dal numero dei loro aggressori e disperatamente alla ricerca di un modo per fuggire ancora vivi dalla città, a Mortimer Mina e Dragan non resterà che allearsi col criminale che stanno scortando, l’unico che sembra poterli aiutare.

    Sarà interessante mettere a confronto la città a pochi chilometri da Belgrado ritratta in questo film con quella raccontata per esempio da Aleksandar Zograf, giornalista e fumettista serbo che Pancevo e la Serbia l’ha narrata spesso nei suoi libri, dalle colonne di Vreme o sulle strisce tradotte e pubblicate da Osservatorio Balcani. Una città, Pancevo, che il disastro ecologico – e non per finta – lo conosce bene così come diverse altre località della ex Jugoslavia (si veda per esempio il caso della Zastava a Kragujevac). Tornando al film, sono stati pubblicati tre video con il backstage: qui 1, 2 e 3.

    Il problema è questo: nessuno ricorda niente. Mi pare chiaro che avete bisogno di un’altra guerra.

    Da La polveriera (titolo originale Bure baruta) di Goran Paskaljevic:

    La polveriera è una delle poche pellicole che si siano occupate della situazione della Serbia di questi anni. Il film acquista un significato ulteriore alla luce dei recenti avvenimenti, possiede una carica molto forte che lascia il segno negli spettatori. Si tratta di brevi storie, più o meno violente e concatenate fra loro, tutte di scena a Belgrado, in una sola metaforica notte che non accenna ancora a terminare. Secchi, taglienti, esplosivi sono gli incroci furenti de La polveriera, che celebra sarcasticamente il vuoto pneumatico di una Belgrado satura di profughi, prosciugata dal regime di Milosevic, dall’embargo, dalle tensioni etniche e politiche, dalla Bosnia e dal Kosovo e dagli effetti della guerra e dei suoi profittatori. Paskaljevic, mette in scena le eccentriche traiettorie di personaggi sfuggiti ad ogni controllo: volti ghignanti, ringhiosi o tristi che brindano alla violenza crudele dell’instabilità a colpi di humour nero. Pensare che Belgrado, una volta, era la città più attiva culturalmente, tra quelle della ex Jugoslavia.

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  • Scritto per guerra, visioni
    • Sheera Frenkel e Michael Evans su Carmilla, Il Times: Israele bombarda Gaza con fosforo bianco. La BBC: lo fece già in Libano:

      Riportiamo due articoli e un video. Il primo articolo è la traduzione della notizia data oggi dal Times, secondo cui bombe al fosforo bianco sono state utilizzate a Gaza City. L’ipotesi, basata su un’analisi di immagini dell’attuale guerra mossa da Israele su Gaza, appare in queste ore sui media di tutto il mondo. Non si tratta di un’ipotesi peregrina, se consideriamo il secondo articolo che pubblichiamo in traduzione: si tratta della notizia data dalla BBC sull’ammissione da parte di Israele, la prima nella sua storia, di avere utilizzato fosforo bianco nella guerra in Libano (qui la versione video della notizia data da “Democracy Now!”). La notizia, che ebbe risalto internazionale, non sortì il medesimo clamore in Italia. Il video proposto in calce, infine, surrogherebbe l’ipotesi dell’utilizzo di fosforo bianco a Gaza. Il fosforo bianco è bandito come arma in luoghi popolati dal Trattato di Ginevra. Qui, una descrizione dei suoi devastanti effetti.

    Global Voices OnlineDel ruolo che Global Voices si sta sempre più guadagnando ne ha parlato a più riprese Bernardo Parrella. E se di ulteriore conferma ce ne fosse bisogno, è sufficiente dare un’occhiata alla copertura del progetto di giornalismo partecipativo a proposto dei recenti accadimenti che hanno riguardato Palestina e Israele. Lo stesso dicasi per la versione localizzata in italiano di GV, di cui Bernardo è coordinatore. Per rimanere aggiornato con (anche) ciò che viene scritto da voci al di fuori dei grandi network o dalle testate d’informazione, dunque, si può seguire la sezione Medioriente e Nord Africa e i feed del progetto.

    Mentre in Medioriente la sproporzione è la misura e la Somalia precipita ancora, e mentre a fine gennaio sarà in libreria e in rete un libro in tema a cui tengo moltissimo – Processo agli scorpioni di Jasmina Tesanovic -, PeaceReporter pubblica un reportage di Christian Elia sul grande malato d’Europa. Sarebbe a dire la Serbia, un paese del quale si cerca di comprenderne il presente e intuirne il futuro in un momento in cui l’attenzione verso i Balcani è più focalizzata sul processo di indipendenza del Kosovo.

    Le foglie cadono, nel gelo che c’è fuori. “A mio avviso gli anni di Tito possono essere paragonati a un film di Fellini”, osserva Blaz, che veglia sulla tomba del maresciallo. “Se uno non ha gli strumenti culturali per leggere l’aspetto più profondo del film del grande maestro italiano, ne coglierà solo l’aspetto esteriore, a tratti incomprensibile. Ma è nel senso profondo che bisogna perdersi, se si vuole cogliere davvero l’idea del maresciallo: eliminare le divisioni lavorando tutti verso uno stesso progetto. Costruire una società nuova e un uomo nuovo. Non è andata così, anche per colpe dello stesso Tito. Ma quando arriva il 4 maggio, anniversario della sua morte, qui vengono tanti ragazzi, alcuni ancora a piedi, come si usava un tempo. Rendono omaggio a un uomo che, con tutte le sue contraddizioni, è riuscito a tenere assieme quello che è andato distrutto”.
    (more…)

    Decolonizing ArchitectureDecolonizing Architecture è una mostra che si tiene fino al prossimo 4 aprile a Bruxelles presso il Bozar Expo, ma è anche un progetto multidisciplinare che, partendo da teatri di guerra, come i territori occupati, si pone una domanda: come convertire le strutture create a fini bellici per scopi sociali e di utilizzo civile? Wordchanging ne fa un panoramica approfondita mentre qui c’è la guida della mostra (attenzione: file pdf da 19 MB) con fotografie, progetti, plastici e attività operative in loco.

    Shooting WarQualche mese fa si era parlato dell’uscita negli Stati Uniti del romanzo a fumetti Shooting War, nato in rete (guadagnandosi in questa veste una nomination all’Eisner Award) dalla penna di Anthony Lappé e Dan Goldman e diventato un libro per i tipi della Grand Central Publishing.

    Poche settimane più tardi (in ottobre), nella traduzione di Massimo Gardella, la graphic novel è diventata anche un volume in italiano edito da ISBN Edizioni. Qui la scheda del libro, che racconta di conflitti, estremismi su tutti i fronti in lotta e web:

    Agosto 2011, Stati Uniti: l’America di McCain è sotto assedio, gli attacchi terroristici si moltiplicano, la guerra in Iraq non accenna a finire. I media sono assetati di sangue, la caccia all’esclusiva è sempre più brutale. Un blogger di sinistra viene arruolato da un’emittente tv e diventa corrispondente embedded a Bagdhad, dove sta emergendo una nuova formazione terroristica riformista: anticapitalista, antiamericana ma anche contraria al terrorismo islamico tradizionale, considerato “reazionario”. Un suo filmato di una spietata esecuzione di una donna inerme finirà su youtube e cambierà il corso della storia americana. La guerra ti risucchia, la morte ti insegue e non capisci più se sei tu a cercare la notizia o è lei a perseguitarti. Un reportage a fumetti dal prossimissimo futuro che non vorremmo mai vedere.

    Efficace nelle immagini (che mescolano illustrazioni con scatti fotografici), incalzante nel ritmo, è sicuramente una lettura che aiuta a guardare da un’ulteriore prospettiva gli scontri armati che si consumano in Medio Oriente e le conseguenti manipolazioni delle informazioni.

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  • Scritto per fumetti, guerra
  • AestOvestAestOvest – Storia, memoria e attualità di un’area di confine è un progetto didattico (online e su DVD) ideato dal laboratorio culturale e informativo Osservatorio Balcani per presentare quanto avvenuto lungo una linea divisoria che nel tempo si è spostata. Tre i moduli su cui si struttura questo lavoro: storico, che va dal XIX secolo ai giorni nostri; geografico, che comprende anche i luoghi della memoria dell’alto Adriatico; demografico, che ricostruisce il mosaico umano e linguistico di una zona più che eterogenea, da questo punto di vista. Accanto al progetto didattico, poi, è stata creata un’omonima sezione del sito in quattro lingue (oltre che italiano, si trovano le traduzioni in inglese, sloveno e croato) che si presenta in questi termini:

    Promuovere una memoria condivisa sui drammatici eventi avvenuti lungo il precedente confine italo-jugoslavo significa stabilire insieme ai nuovi e ai futuri stati membri dell’UE uno spazio culturale e politico comune, basato su una cittadinanza europea inclusiva preparata a un futuro transnazionale comune.

    How to Break a TerroristHow to Break a Terrorist: The U.S. Interrogators Who Used Brains, Not Brutality, to Take Down the Deadliest Man in Iraq è un libro segnatato da Democracy now (ripreso poi da BoingBoing) e scritto da Matthew Alexander, pseudonimo sotto cui si firma un ex “addetto” agli interrogatori dell’esercito statunitense, e dallo studioso di storia militare John Bruning per raccontare la caccia e l’eliminazione di Abu Musab Al Zarqawi. Definita una “stranger-than-fiction story of the intelligence operation”, la vicenda, uscita all’inizio di questo mese per Free Press di Simon & Schuster, viene presentata in questi termini dal Time:

    It’s a claustrophobic read. Alexander didn’t do anything for months but eat, sleep and interrogate prisoners. Many of the book’s scenes take place in interview booths—Alexander, his partner, an interpreter and the bad guy. It’s often gripping, as the participants volley back and forth with verbal attacks, strategies and approaches, making for a surprisingly cerebral war book. That tight focus does, however, leave large gaps. Alexander scarcely discusses the theories behind his interrogation strategy, its derivation or whether the U.S. military continues to use it. Such things are forgotten as the book winds down into a tense one-on-one with the man who can potentially hand over al-Zarqawi, but a fuller epilogue could have broadened the story beyond this single set of circumstances.

    Oltre all’intervista di Democracy now, qui si può ascoltare l’mp3 con l’intervista ad Alexander messa online da Antiwar Radio.

    • Peacereporter, Aperta inchiesta su ‘patto’ tra Aznar e Cia sui voli segreti:

      Il governo socialista spagnolo e l’Audiencia Nacional (tribunale speciale antiterrorismo) apriranno un’inchiesta sul patto segreto raggiunto nel 2002 dall’ex premier José María Aznar con il presidente uscente degli Stati Uniti, George Bush, per il trasferimento di presunti terroristi nella base militare Usa di Guantanamo, a Cuba. Lo ha annunciato ieri il ministro degli Esteri spagnolo, Miguel Angel Moratinos, in seguito alla pubblicazione sul quotidiano “El Pais” dei documenti relativi all’accordo tra Aznar e Bush. “Stiamo indagando sull’intera vicenda”, ha affermato Moratinos, negando di essere a conoscenza dei documenti pubblicati ieri, “e al termine dell’inchiesta offriremo alla giustizia e all’Audiencia nacional tutta la nostra collaborazione”. Un portavoce degli Esteri, nel frattempo, ha segnalato che ancora non sarebbe stato individuato il rapporto incriminato in cui il direttore generale della Politica estera per l’America del Nord, Miguel Aguirre de Carcer, racconta dell’incontro avvenuto nel gennaio 2002 tra l’allora ministro, Josep Piqué, e il consigliere politico-militare dell’ambasciata Usa. Durante quell’incontro, il funzionario statunitense aveva chiesto a Piqué l’autorizzazione ad utilizzare scali militari spagnoli per il trasferimento dei presunti terroristi dall’Afghanistan a Guantanamo. Il partito di estrema sinistra “Izquierda Unida”, da parte sua, ha chiesto invece che Moratinos e l’attuale ministra della Difesa, Carme Chacòn, rispondano dell’intera vicenda alla Camera dei deputati insieme al direttore dell’intelligence, Alberto Saiz.

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  • Scritto per guerra
  • Hiroshima: The Lost PhotographsLe foto perdute di Hiroshima che ritraggono gli effetti del dopo bombardamento atomico del 6 agosto 1945. Ne riferisce nel pezzo Hiroshima: The Lost Photographs lo scrittore e documentarista Adam Harrison Levy su DesignObserver.com (che riprende un precedente articolo più breve apparso su Guardian Weekend Magazine) raccontando in partenza del ritrovamento: stipate dentro valigie che erano state buttate via come roba vecchia e scoperte da un uomo che portava il cane a fare un giretto. Detta così, sembra una storia inventata. Eppure – sostiene l’autore dell’articolo – quell’uomo esiste, è quasi un suo omonimo (si chiama Don Levy, anche se – precisa – non ci sono parentele), gestisce con la moglie una tavola calda a Watertown, un sobborgo di Boston, e con lei si chiede che fare di quelle immagini, su cui era stato scritto a mano “Hiro”. All’inizio i due coniugi non fanno nulla, ma poi decidono di seguire il consiglio di una cliente: contattare un gallerista di New York che le trasforma in una mostra senza però destare quella volta alcuna attenzione.

    La storia delle immagini, prima e dopo il ritrovamento, prosegue come se fosse un’avventura che si conclude all’International Center of Photography dove sono riunite nella collezione “Hiroshima: The United States Strategic Bombing Survey Archive”. Qualunque sia, comunque, l’esatto percorso delle fotografie, scattate da un team di scienziati statunitensi nella seconda metà del settembre 1945, sei settimane dopo il bombardamento, commenta Levy (lo scrittore, non il ristoratore di Boston):

    Since the invention of the camera in 1839, photography has marched in lockstep with death, especially death experienced in war. Starting with Alexander Gardener‘s and Matthew Brady‘s images of the American dead at Gettysburg, through Robert Capa‘s visceral images of the Spanish Civil War (made more immediate as a result of the camera having been freed from the restraints of the tripod), images of death and destruction have served to document war’s brutality.

    Infine, sempre a proposito di immagini (questa volta di un documentario, visibile qui) sono segnalate da Luigi Milani nel post sui fatti del 18 novembre 1978 che posero fine alla confessione del Tempio del popolo, fondata dal pastore protestante James Warren Jones.

    A proposito di ciò che accadde a Srebrenica nel 1995 alla popolazione di religione musulmana, passata per le armi da militari e paramilitari serbo-bosniaci giudicati poi in quello che è diventato un libro intitolato Processo agli Scorpioni di Jasmina Tesanovic, Thirteen/Wnet New York ha realizzato un documentario. Si intitola Srebrenica: a cry from the grave (il video sopra è solo la prima parte), dura novanta minuti e racconta che:

    In July 1995, the world’s first UN Safe Area became the site of Europe’s worst massacre since World War II. That month, the Bosnian Serb army staged a brutal takeover of the village of Srebrenica and its surrounding region, while a Dutch peacekeeping battalion of United Nations forces helplessly looked on. In the course of the destruction, Bosnian Serb soldiers separated Muslim families and systematically slaughtered more than 7,000 Muslim men in the fields and factories around the town.

    As investigators continue to exhume the bodies from mass graves and the details of the tragedy continue to unfold, the killings lead us to urgent, fundamental questions. How can genocide occur, despite the presence of multiple diplomatic agencies intended to prevent such barbarity? How should the international justice system deal with this brutality? Can the horror of these despicable crimes ever be healed?

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