Xaaraan – Il blog di Antonella Beccaria

Non credo nelle otto del mattino. Però esistono. Le otto del mattino
sono l'incontrovertibile prova della presenza del male nel mondo
Gli ultimi giorni, Andrew Masterson


Oil for Nothing from Luca Tommasini on Vimeo.

Della situazione nel Delta del Niger e dello sfruttamento dei giacimenti locali (con relativa devastazione) si parlava poco meno di un mese fa. Ora, sempre su E – Il mensile di Emercengy, viene segnalato il documentario Oil for nothing di Luca Tommasini prodotto da Crbm. Ne scrive l’autore:

Una società sussidiaria dell’Eni, la Nigerian Agip Oil Corporation, ha iniziato la produzione nel 1970, e cosa ha lasciato dopo tanti anni? Niente scuole, niente ospedali, se non qualche Km di asfalto per raggiungere i propri impianti. Ma non solo. Il gas connesso al processo d’estrazione del greggio viene bruciato 24 ore al giorno, lingue di fuoco che sputano diossina, benzene, sulfuri, agenti cancerogeni, la cui emissione negli ultimi decenni va di pari passo con l’aumento nella regione di un ampio spettro di malattie respiratorie e forme tumorali, senza citare i danni causati dalle piogge acide. La Nigeria viene vista oggi dall’Unione Europea come un paese strategico per la sicurezza energetica dell’Europa, ma a quale prezzo? Petrolio e gas sono davvero la risposta ai bisogni energetici e alla necessaria sostenibilità ambientale del futuro?

Ulteriore materiale sull’argomento si può leggere qui.

Il delta dei veleni

Il delta dei veleni è un lavoro fotografico di Luca Tommasini con testi di Elena Gerebizza. Lo pubblica Peacereporter per raccontare, a cavallo del Niger, lo sfruttamento dei giacimenti locali di petrolio e gli effetti sulla popolazione locale.

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  • Occupy Wall Street reagisce agli sgomberi

    In un giorno non qualunque per la storia italiana, Occupy Wall Street reagisce agli sgomberi: il 12 dicembre occuperanno e bloccheranno tutti i porti commerciali della costa pacifica Usa. Il video è pubblicato nella relativa sezione su Peacereporter.

    Spese militari

    Ecco qua, l’economia che si vorrebbe perseguire in tempi di crisi dilagante. Se ne parla sul Fatto Quotidiano con l’articolo Armi e carri armati per 500 milioni. L’Italia in crisi oggi autorizza gli acquisti:

    In commissione Difesa della Camera, nel pomeriggio, atterrano i cinque programmi di acquisto per armamenti militari del valore di 500 milioni di euro per essere votati e passare in giudicato. Il capogruppo Idv Augusto Di Stanislao ha presentato una mozione per chiedere di fermare lo “shopping” militare e rivedere i programmi di spesa in scadenza: entro il prossimo 3 dicembre, infatti, quella partita di carri e veicoli leggeri, deve ricevere l’approvazione formale.

    Qualche altro elemento si legge anche su Peacereporter. Inoltre:

    Peacereporter - Ue, una tecnocrazia molto politica

    Peacereporter intervista Stefano Squarcina, funzionario europarlamentare della Sinistra Unita Europea, a proposito del funzionamento dell’Unione Europea e ne viene fuori un quadro in cui emerge che la Ue [è] una tecnocrazia molto politica. In particolare Squarcina, a domanda sull’assetto poco democratico di poteri centrali, risponde:

    Infatti non lo è [democratico, ndb]. L’Unione europea soffre di un gravissimo deficit democratico. Il Parlamento europeo, unico organo democratico in quanto eletto, ma dotato di poteri a dir poco limitati, sta lì a dare legittimità democratica a istituzioni che non ne hanno. Commissione, Consiglio e Bce sono istituzioni tecnocratiche, espressione di interessi economici privati o di singoli Paesi forti. La reazione isterica dell’Ue di fronte all’eventualità del referendum greco e il licenziamento dell’ex governo italiano, per quanto indifendibile, dimostrano che siamo di fronte a una situazione di sospensione della democrazia.

    Continua qui.

    Non ci resta che crescerePeacereporter, attraverso un pezzo di Enrico Piovesana, racconta di quella percentuale, l’1 per cento che controlla il mondo:

    La prestigiosa rivista New Scientist ha rivelato nei giorni scorsi i risultati di un complessa ricerca condotta da un team di economisti dell’Istituto Svizzero di Tecnologia, che rivela come una rete di poche decine di multinazionali, soprattutto banche, controlli di fatto l’economia mondiale.

    Gli studiosi di sistemi guidati dal professor James Glattfelder hanno analizzato le relazioni che intercorrono tra circa 43mila multinazionali, scoprendo che al centro della mappa della struttura del potere economico mondiale vi sono 1.318 multinazionali che detengono l’80 per cento della ricchezza economica globale.

    Tra queste, secondo la ricerca, ce ne sono 147 che controllano il 40 per cento del sistema. Le più potenti di queste super-entità sono quasi tutte banche (Barcalys, JP Morgan Chase, Ubs, Merryl Lynch, Deutsche Bank, Credit Suisse, Goldman Sachs, Bank of America, Unicredit, Bnp Paribas), più alcune grandi società finanziarie americane e compagnie assicurative.

    L’articolo di Piovesana fa parte di un dossier più ampio, Non ci resta che crescere, che parte dall’omonimo libro (la casa editrice è Egea e il sottotitolo si riferisce alle “riforme: chi perde, chi vince, come farle”) curato dal docente della Bocconi Tommaso Nannicini. Il quale parte da una domanda e da una risposta:

    Perché in Italia, da oltre un decennio, si fa un gran parlare di riforme finendo per fare poco o nulla? La risposta è apparentemente semplice: i potenziali vincitori non hanno voce presso partiti e parti sociali, mentre i potenziali sconfitti sanno bene come far pesare la loro influenza.

    Dal sito della casa editrice si possono scaricare in pdf l’introduzione (593KB), l’indice (51KB) e i profili dei singoli autori (112KB).

    Afghanistan, l'Abu Ghraib italiana

    Peacereporter racconta questa storia: Afghanistan, l’Abu Ghraib italiana affermando tra l’altro che:

    Belle parole, drammaticamente in contrasto con la realtà denunciata da un rapporto dell’Onu, che descrive le sistematiche torture inflitte ai detenuti da parte degli agenti dei servizi segreti afghani, il National directorate of security (Nds). Il rapporto parla di “un approccio alla tortura altamente organizzato”, secondo una procedura standard riferita da almeno dodici prigionieri.

    Continua qui.

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  • Scritto per guerra
  • Non solo carta stampata, ma anche l’informazione in rete sui narcos sembra piacere così poco in Messico da arrivare a conseguenze drammatiche. Scrive in proposito il giornalista Mario Tedeschini Lalli su Giornalismo d’altri:

    I cadaveri di due persone sono stati trovati martedì appesi sotto un cavalcavia della città messicana Nuevo Laredo, accanto ai corpi sventrati e orrendamente mutilati c’era un cartello: “Ecco che succede a chi pubblica roba strana su Internet. State attenti, vi pigliamo”. Sono stati uccisi dalla mafia locale, dai narcos, perché cercavano di superare l’autocensura dei media locali, segnalando via Twitter e altri social network scontri a fuoco o altri atti violenti nella regione al confine con gli Stati Uniti.

    La stampa locale – come le autorità pubbliche – è da tempo sotto schiaffo, almeno cinque giornalisti sono stati uccisi solo quest’anno, senza contare gli innumerevoli casi di violenza e minaccia. Per questo i cittadini cercano di utilizzare gli strumenti di internet e, specialmente, i social network. Un altro caso, drammatico, di come l’universo digitale, cioè l’universo disintermediato sia elemento di libertà dove la libertà è conculcata. Vale in Messico quello che vale altrove: se la mafia è contro, i bravi cittadini sanno da che parte stare – e in questo caso, non c’è dubbio, la mafia è contro Twitter, è contro la rete. E per questo uccide.

    E cita, tra gli articoli che raccontano la vicenda, Knight Center for Journalism in the Americas, Christian Science Monitor e Cnn.

    Inoltre, sull’argomento minacce ai giornalisti nel Paese dell’America Centrale, si può leggere anche l’intervista che Peacereporter ha pubblicato lo scorso 21 giugno a Homero Aridjis, ex presidente del Pen Club International.

    Blackwater

    Peacereporter racconta che negli Usa è stato lanciato videogioco ispirato ai contractor della Blackwater, la stessa di cui si parla qui e si cui viene tracciata su Wikipedia una scheda qui:

    La compagnia 505 Games lancerà prossimamente un vidogioco ispirato alla Blackwater, la compagnia militare privata accusata di violenze sui civili in Iraq. Il prodotto ha ottenuto il via libera di Erik Prince, fondatore della Blackwater ed ex membro della marina americana che ha abbandonato l’azienda due anni fa, dopo aver guadagnato 1 miliardo di dollari in contratti con l’amministrazione Bush.

    Nel gioco, gli utenti assumono il ruolo dei contractor privati e sono chiamati a proteggere funzionari Onu in un non precisato “territorio nord africano ostile”. Il lancio del videogioco sarebbe solo il primo tentativo per utilizzare il marchio della compagnia militare per fini commerciali. La Blackwater ha recentemente cambiato nome in Xe Service dopo una serie di scandali culminati nel 2007 con l’uccisione di 17 civili in piazza Nisoor, a Baghdad.

    Jan Schakowsky, membro del Congresso che ha criticato in passato la compagnia militare, ha dichiarato al quotidiano britannico The Independent che l’dea di “partecipare a un gioco in cui loro sono gli eroi è sbagliato sotto ogni punto di vista”. Susan Burke, legale che rappresenta le famiglie delle vittime della Blackwater, ha definito “terribilmente offensiva” la decisione di lanciare il videogioco.

    In effetti, sul sito della 505 Games, si legge una domanda: Hai la stoffa per essere un Blackwater? E si aggiunge:

    Proprio come nella reale vita operativa di un Blackwater, i giocatori dovranno usare tattiche militari e la gestualità del corpo intero per completare complessi incarichi in alcuni dei luoghi più pericolosi del pianeta.

    Libia, affari di guerra sporca

    Scrive Peacereporter a proposito di Libia, affari di guerra (sporca):

    Lunedì, dopo l’ingresso dei ribelli a Tripoli, precipita il prezzo dell’oro e schizzano i titoli di banche e aziende petrolifere che, come Unicredit e Eni, hanno interessi nel Paese e che hanno finanziato i ribelli. Sui quali pesa l’incognita di Al Qaeda.

    Il dossier continua qui. Inoltre, sempre in tema, Peacereporter segnala anche questi altri articoli correlati:

    Il giornalista Alberto Riva è appena uscito con il libro Sete (Mondadori), storia di attivisti, speculatori, predazione e acqua nel sud del nuovo continente. A questo proposito, Peacereporter ha pubblicato l’intervista video che si trova in apertura di questo post e un’altra, scritta, intitolata Un romanzo sull’acqua che nasce dalle facce degli anonimi

    Il romanzo è nato circa due anni e mezzo fa, da facce e luoghi. Dalla mia esperienza di giornalista in Brasile, dove al piacere di lavorare si è unito quello del viaggio in vari parti di un Paese così immenso. Soprattutto nel Nord Est, uno dei luoghi protagonisti, nella regione del Semiarido brasiliano. Nella zona Sud scorre il Sao Francisco, uno dei principali fiumi del Brasile. Lì, a parte la problematica legata al fiume, c’era un grande progetto del governo Lula che prosegue con Dilma Rousseff: prendere acqua e portarla in regioni più aride negli Stati del Pernambuco e altri. Il problema del Sao Francisco è che è uno dei grandi specchi d’acqua del mondo e vive una forte depredazione che ha portato alla fame una parte rilevante della popolazione.

    Continua qui. Qui invece, oltre alla scheda del romanzo, c’è il booktrailer.

    Tremonti non risparmia sulla guerra

    Peacereporter racconta che, malgrado la manovra da 47 milioni di euro, Tremonti non risparmia sulla guerra.

    Si tira la cinghia su tutto, dalla salute all’istruzione, ma non sulle guerre. La cifra di 700 milioni (che comprende la guerra in Afghanistan e le missioni in Libano, Kosovo, Bosnia, Iraq, Pakistan, Somalia, Sudan e Congo) è infatti in linea con i precedenti finanziamenti semestrali.

    Questo stanziamento militare, tra l’altro, non comprende le spese per la guerra in Libia, che nei primi tre mesi è costata da sola oltre un miliardo di euro (almeno 700 milioni di spese correnti per la Difesa per bombe, missili e carburante per aerei e navi, e altri 400 milioni di finanziamenti ai ribelli provenienti dal ministero degli Esteri).

    E l’articolo prosegue dettagliando qualche altra spesa in armamenti (con possibilità di risparmio eventuali).

    Il grido della Farfalla

    Terza edizione per il meeting dell’informazione libera Il grido della Farfalla (cliccando sul titolo e sull’immagine si può scaricare il programma completo in formato pdf, 1,9MB), organizzato dal Gruppo dello zuccherificio dal 7 al 9 luglio a Fusignano (Ravenna).

    • giovedì 7 luglio
      • ore 20.30 – “Dossier: le Mafie in Emilia Romagna”
      • ore 21.15 – “Segni particolari: antimafia” con Pino Maniaci (giornalista e fondatore di Telejato), Gaetano Saffioti (imprenditore calabrese, sotto scorta per essersi opposto alla ‘ndrangheta) e Gaetano Alessi (giornalista, vincitore del Premio Pippo Fava 2011)
    • venerdì 8 luglio
      • ore 20.30 – “Dudal Jam a scuola di pace” con Michele Dotti
      • ore 21.15 “Un Mondo di informazione” con Maso Notarianni (direttore di Peace Reporter e della rivista di Emergency E-il mensile), Michele Dotti (autore de “L’Anticasta, l’Italia che Funziona”) e Giorgio Fornoni (collaboratore di Report e autore di “Ai confini del mondo”)
    • sabato 9 luglio
      • ore 20.30 – “L’Aids non va più di moda”
      • ore 21.15 – “Potere e contropotere” con Anna Vinci (autrice di “La P2 nei diari segreti di Tina Anselmi”), Loris Mazzetti (capostruttura Rai3 e autore di “Che tempo che fa”) e Giuliano Turone (magistrato, ha scoperto gli elenchi della P2 insieme a Gherardo Colombo)
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  • Acqua bene comune - Foto di ateneinrivolta.org

    In una giornata in cui per la seconda volta va dritta (e probabilmente questa è più importante, visti i temi in ballo), sembra utile tornare su alcuni dei temi dei referendum. Per questo Peacereporter segnala qualche approfondimento:

    Inoltre adesso occorrerà vedere se alcune delle minacce portate avanti dal fronte del no al secondo quesito sull’acqua negli ultimi giorni della campagna referendaria verranno concretizzate. La minaccia in questione si trova nell’articolo Hera: “Se vince il sì smettiamo di investire”.

    L'Europa delle destre

    Peacereporter pubblica un dossier sull’Europa delle destre (qui la gif con l’ingrandimento della mappa). Curato da Luca Galassi, ecco su alcuni dei temi su cui si concentra:

    Sono solo due (riferito a Finlandia e Danimarca, ndb) delle spie, accese in tutta Europa, che segnalano l’aumento del consenso per i partiti populisti, conservatori e nazionalisti. I meccanismi ricalcano ormai modelli noti. Se il voto alle destre riflette condizioni diverse da Paese a Paese, ad accomunare tutti è l’identificazione dello stesso nemico, individuato nell’altro, nel diverso, nello straniero. Contro di esso, l’elettorato si chiude, rilanciando nazionalismo e protezionismo. Questo prende forme spesso xenofobe, e influenza l’azione di governo nell’elaborazione di misure anti-immigrati: dalla sospensione di Schengen al divieto di indossare il velo, al bando sulla costruzione di moschee e via dicendo. Dal 2009, anno delle europee, e in quasi tutte le consultazioni successive, le formazioni della destra populista hanno raggiunto e superato il dieci percento in undici Stati: Austria, Belgio, Bulgaria, Danimarca, Francia, Italia, Lituania, Norvegia, Olanda, Ungheria, Svizzera.

    Continua qui.

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