Xaaraan – Il blog di Antonella Beccaria

Non credo nelle otto del mattino. Però esistono. Le otto del mattino
sono l'incontrovertibile prova della presenza del male nel mondo
Gli ultimi giorni, Andrew Masterson

Ancora su argomento già trattato varie volte da queste parti. Riprendendo questa volta una notizia di Peacereporter, Bosnia, le Donne di Srebrenica contro Carla Del Ponte:

Le Donne di Srebrenica hanno avviato una raccolta di firme per mettere sotto accusa Carla Del Ponte, il magistrato svizzero ex procuratore capo del Tribunale penale dell’Aja (Tpi), che avrebbe autorizzato la distruzione di documenti ed effetti personali appartenenti alle vittime del massacro di Srebrenica compiuto nel luglio del 1995 ad opera dei militari guidati da Ratko Mladic e Radovan Karadzic. Secondo quanto riferito dai media a Sarajevo, Carla Del Ponte avrebbe firmato un decreto che autorizzava la distruzione di più di mille documenti e oggetti personali delle vittime di Srebrenica. Con un comunicato ufficiale le Donne di Srebrenica hanno annunciato l’iniziativa affinché Del Ponte venga messa alla sbarra: “Hanno distrutto i nostri ricordi e la nostra memoria, e Carla Del Ponte deve rispondere per questo”, si legge nel comunicato rilanciato dai media di Sarajevo e di Belgrado.

Peacereporter ricorda anche dell’ex procuratore capo del Tpi si era parlato anche di recente.

Peacereporter ricorda la storia dell’uomo che le aveva suonate ai nazisti: muore il cornamusiere del D-day:

Era l’uomo della cornamusa, quello che suonava imperterrito tra proiettili ed esplosioni. È morto a 88 anni Bill Millin, leggendario “piper Bill” che con il suo strumento accompagnò lo sbarco delle truppe britanniche in Normandia, durante le sanguinose ore del D-day. Millin, scozzese, era una leggenda tra i reduci e gli appassionati di Seconda guerra mondiale: mentre i suoi commilitoni tentavano di stabilire una testa di ponte sulla Sword Beach, lui suonava tra le cannonate e le pallottole, armato solo di un pugnale infilato nel calzino. Viveva da tempo in una casa di riposo, ed è morto in un ospedale di Torbay in Devon. Il 6 giugno del 1944 suonò la sua cornamusa circondato dalla battaglia, su ordine del comandante della 1st Commando Brigade, Lord Lovat.

Per chi volesse qualche informazione ulteriorei su Bill Millin, può dare una prima occhiata qui. Inoltre a lui è stato dedicato un blog in francese.

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  • La home page di Peacereporter nei giorni dell’oscurantismo è così.

    Gramsci - Home page di Peacereporter

    Peacereporter parla di cyber war e di cyber command per la guerra informatica scrivendo che:

    Venerdì scorso il segretario alla Difesa, Robert Gates, ha nominato il direttore della Nsa, generale Keith Alexander, a capo del nascente Cyber Command, che sarà operativo da ottobre a Fort Meade, Maryland (dove ha sede la stessa Nsa) e coordinerà circa 90 mila “soldati digitali”. Obiettivo [...] sarà quello di dare agli Stati Uniti una capacità di combattimento, difensiva e offensiva, [...] anche sul nuovo e ancor più strategico terreno delle reti informatiche, del “cyberspazio” [conducendo] “operazioni militari ad ampio spettro” per interdire la “libertà di azione nel cyberspazio” degli avversari.

    Se già qualche mese fa si era tornati sul discorso wiretap risks, ora – prosegue l’articolo – il fronte della protesta contro il nuovo strumento militare è più ampio e si rifà a precedenti episodi di abusi. Un paio di link a titolo di esempio riportati nel pezzo: Total information awareness lives on inside the national security agency e Information operations roadmap (pdf, 2,3 MB). Una storia non nuova (seppur la novità stia nella prossima attivazione delle squadre statunitensi), certo, ma che merita di essere tenuta d’occhio fin dai tempi del Farewell dossier, dove la tecnologia giocò un ruolo fondamentale.

    Wikileaks è un luogo virtuale che raccoglie documentazione riservata “che porti alla luce comportamenti non etici di governi e aziende” (si veda qui la relativa scheda su Wikipedia). Com’è evidente aspettarsi, ha subito negli ultimi due anni vari tentativi di oscuramento. Peareporter pubblica il video intitolato Il Pentagono lo voleva chiudere. Parlano i fondatori.

    Liberty - Foto di KamshotsPeacereporter ha iniziato a pubblicare a puntate il diario del ritorno a Teheran di Nardana Talachian. Un paio di giorni fa è stata messa online la prima “pagina” e si proseguirà con le successive nelle settimane a seguire. L’arrivo, l’atterraggio e l’incontro con la città in questo post, che esordisce raccontando:

    Teheran. Una volta era la mia città, anzi, la mia casa, la mia identità, il primo amore, il primo giro notturno in macchina da sola, insomma un po’ tutte le prime volte. E l’Iran? Forse il mio cuore. Dico ‘era’ e uso tempi al passato perché quella dolce sensazione di orgoglio non esiste più, e il cuore non mi batte più così’ forte quando dal finestrino dell’aereo vedo le luci della mia immensa città.

    Da due anni e mezzo la scrittrice iraniana fa reportage dal e sul suo Paese. Per leggere i passati articoli si può andare qui.

    Un fatto del genere fa pensare alla Somalia e alle opere si sciolgono sotto il sole. In questo caso, invece di sciogliersi al sole, Peacereporter racconta la storia di 220 milioni di euro in fumo. E il luogo è poco lontano, l’Etiopia.

    È crollato dopo due settimane esatte dall’inaugurazione del 13 gennaio scorso, avvenuta alla presenza del ministro degli Esteri italiano, Franco Frattini, che suggellava con la sua presenza l’ingente impegno italiano in questo mega progetto. Si tratta del Gilgel Gibe II, il tunnel di 26 chilometri costruito per generare energia sfruttando la differenza di altitudine fra il bacino della Gilgel Gibe I e il fiume Gibe. Siamo nel cuore dell’Etiopia, nella valle del fiume Omo, un paradiso che sta per sparire, ingoiato dalla rapacità di governi e grandi interessi, che nelle acque cristalline dell’importante fiume ci vedono solo energia e tanti soldi. Dietro a questo misero flop, infatti, c’è un intreccio di interessi e business a nove cifre, che occorre analizzare passo passo, per arrivarne a capo.

    Pubblicato un paio di giorni fa da Human Rights Watch (Hrw) il documento Bloody Monday: The September 28 Massacre and Rapes by Security Forces (si può scaricare da qui in versione elettronica; formato pdf, 160,5KB). Un lungo testo per ribadire a chiare lettere che i fatti accaduti tra il 28 e il 30 settembre scorsi (cronaca di Global Voices) in Guinea sono un crimine contro l’umanità. Scrive in proposito Peacereporter:

    “Gli abusi perpetrati in Guinea non sono stati l’azione di alcuni gruppi fuori controllo, come sostiene il governo. Erano premeditati, e sicuramente i leader del Paese erano consapevoli di quello che si stava pianificando” ha dichiarato il responsabile di Hrw per le emergenze, Peter Bouckaert. Secondo l’associazione umanitaria, le violenze sono state commesse dalla Guardia personale del presidente Camara, che avrebbe anche provveduto a nascondere i cadaveri delle vittime e bruciarli in diverse fosse comuni. Il rapporto descrive anche le fasi più cruente della repressione nello stadio della capitale Conakry, dove i militari della giunta hanno sparato sulla folla. Durante le indagini, Human Rights Watch ha intervistato più di 240 persone, stilando un bilancio di morti compreso tra le 150 e le 200 persone.

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  • Juna ciganino - Foto di Dimitrije JanicicSe ne parla sulla versione italiana del sito di una radio serbia e la notizia viene ampliata su Peacereporter. Ed è una bella notizia, di quelle che si vorrebbe leggere in relazione anche al proprio, di Paese:

    Otto diverse traduzioni rom della Bibbia, il primo libro sui rom dal 1803, i primi scritti trovati in lingua rom ed altri interessanti pezzi della cultura rom saranno esposti nei prossimi sei mesi nell’ambito della mostra “Alave e Romengo” (”Parola dei rom”), nel primo museo di cultura rom inaugurato solennemente a Belgrado alla fine di ottobre.

    L’autore della mostra e al contempo fondatore del museo è Dragoljub Ackovic, vicepresidente del parlamento mondiale dei rom. Il quale, in tema canali d’espressione del suo popolo, dice a Francesca Rolandi di Peacereporter:

    Purtroppo i media sono pochi. Esiste una trasmissione radiofonica bilingue, in serbo e in lingua rom, di cui io sono redattore e che viene trasmessa da Radio Belgrado e una trasmissione televisiva a Novi Sad. Abbiamo una casa editrice a Belgrado che si chiama Rominterpress e che ha stampato diverse monografie, tra le quali l’opera in più volumi “I rom a Belgrado” [di cui Acković è autore]. Fino a qualche anno fa esisteva un’altra casa editrice a Novi Sad, che si è spenta con la morte del suo animatore Trifun Dimić. Direi che la maggior parte dei media sono dipesi dall’iniziativa personale di alcuni singoli. In ogni caso sono felice del fatto che abbiamo una nostra casa editrice, unica nel suo genere, e ci lavoreremo molto in futuro. I rom a Belgrado avevano due televisioni e una stazione radio, ma sono state oscurate due anni fa. La motivazione addotta era che mancava un’autorizzazione necessaria ma lo stato non si è neppure sforzato di fare in modo che ricevessero questa autorizzazione. Perché non si vuole sentire la voce dei rom, si vuole sentire solo quello che altri dicono di loro.

    Per vedere qualche immagine del museo dedicato alla cultura rom di Belgrado si veda qui (gli scatti sono di Dimitrije Janicic).

    Dieci storie, 23 paesi, un confine di 6800 chilometri. Sono i contenuti di The Iron Curtain Diaries:

    Il 9 novembre 1989 crollava il muro di Berlino. Com’è cambiata la vita delle persone cresciute lungo la Cortina di Ferro? Che fine hanno fatto i loro sogni? “The Iron Curtain Diaries” è un progetto multimediale sulla caduta del Muro, prodotto da PeaceReporter, Prospekt, On/off e Becco Giallo, media partner Bonsai TV.

    Da lunedì prossimo, 9 novembre, sarà attivo anche un sito dedicato a questo progetto, inaugurato in contemporanea con le presentazioni a Milano alla Galleria Wannabee e a Berlino al Festival of Freedom. Per intanto si può leggere un articolo su PeaceReporter e visitare il relativo canale Youtube.

    La situazione delle zone minate al confine tra Serbia e Croazia mi era capitato di vederla, con colonne di auto che progressivamente si formavano all’approssimarsi della frontiera perché occorreva rimuoverne alcune troppe vicine alla sede stradale. In argomento, Peacereporter racconta questa storia: Italia-Serbia, via le mine ma la ruggine resta. E il sottotitolo all’articolo aggiunge che sarebbero in arrivo «aiuti per lo sminamento, sponsor per l’Europa e accordo Fiat Zastava. Ma per alcuni non basta per cancellare i ricordi dei bombardamenti». E infatti, in merito al disinteressato gesto tricolore, si legge:

    La parternship serba rappresenta un’occasione da non perdere, soprattutto per l’Italia. L’avvio della produzione di automobili in Serbia “è un tassello fondamentale per lo sviluppo collettivo del gruppo Fiat e il più significativo in termini di potenziale: abbiamo aspettato un bel po’ di tempo per trovare un paese che ci avrebbe ospitato”, ha ammesso il manager italiano. Si tratta di investimenti di “circa 940 milioni di euro”. Per l’Italia, “un’irripetibile opportunità, con particolare riferimento al settore industriale e commerciale ed alla presenza italiana in settori strategici (telecomunicazioni, infrastrutture, banche)”. Di più, raccogliendo investimenti, la Serbia offre all’Italia un’area franca, con tasse al minimo o nulle (si va dal 10 percento a scendere a seconda degli investimenti fino allo zero per gli utili reinvestiti), terreni gratis per le aziende, ma soprattutto la possibilità di esportare dalla Serbia senza alcun dazio doganale su un mercato da 800 milioni di clienti, Ue compresa. Da 4 a 5 mila euro per chi investe in zone svantaggiate da Kraguievac a Nis fino al Sud, tassazione al minimo, costo del lavoro molto basso e alta specializzazione dei lavoratori. Una grande occasione per l’Italia, che ora prova a ricambiare il favore donando a Belgrado materiale e apparecchiature militari destinate all’individuazione, alla rimozione e alla distruzione delle mine, eredità dei bombardamenti Nato, per un valore complessivo di 600 mila euro.

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  • Dicesi operazione piombo fuso e qualcosa s’era già scritto poco tempo fa. Ora Peacereporter, attraverso la firma di Christian Elia, racconta perché si sta aspettando Goldstone:

    L’inchiesta, in realtà, denuncia in egual misura le violazioni dei diritti umani sia dell’esercito israeliano che dei miliziani islamisti di Hamas, ma aggrava la posizione d’Israele denunciando la scarsa collaborazione delle istituzioni di Tel Aviv al lavoro del pool di giuristi dell’Onu. La polemica è scoppiata subito, con gli stati arabi inferociti, sia con gli Usa che con l’Autorità Nazionale palestinese. Il presidente dell’Anp Mahmoud Abbas, infatti, ha accettato il rinvio, tutto preso dalle trattative con Israele per la ripresa dei negoziati di pace e dall’accordo di pacificazione inter palestinese che Hamas e Fatah dovevano firmare al Cairo il 18 ottobre prossimo. E che ora è in forte dubbio.

    E si ipotizzano eventuali sviluppi, legato a una fantomatica registrazione video di una riunione con tre partecipanti durante la quale accadrebbe quanto segue:

    Barack esprime tutta la sua perplessità nel continuare un attacco che ha già causato la morte di tanti civili e l’indignazione dell’opinione pubblica internazionale, mentre Abbas lo sprona a non fermare le truppe israeliane fino a quando Hamas non fosse stata distrutta. Che il video sia veritiero è davvero improbabile, ma rende l’idea dell’opinione pubblica araba rispetto al presidente dell’Anp che, mentre Israele metteva a ferro e fuoco la Striscia, non trovava niente di meglio da fare che mandare i suoi uomini ad arrestare i militanti di Hamas in Cisgiordania.

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  • Dalla Somalia allo Yemen, lasciandosi alle spalle un paese sempre più sprofondato nei conflitti dei signori della guerra (e probabilmente anche di altri). La storia la racconta Christian Elia (qui le sue corrispondenze per Carta) su Peacereporter. E intanto la comunità internazionale guarda (il che, considerando i risultati di Restore Hope, potrebbe essere il meno peggio, almeno se si vuole intervenire in quei termini):

    L’Unione europea attende, gli Usa si dicono vigili rispetto alla situazione, l’Unione africana manda truppe di pace ma è divisa al suo interno. Nel mentre la Somalia è un inferno, dal quale migliaia di civili tentano la fuga attraverso il golfo di Aden. Le sue acque sono infestati dai pirati, ma sono questi ultimi che gestiscono il racket dei viaggi dei disperati verso la penisola arabica e non li fermeranno certo loro.

    La crisi, i migranti e vecchie rotte verso il continente americano. Questa storia la racconta Sara Chiodaroli su Peacereporter. Le carrette dell’oceano atlantico puntano sia a nord che a sud e i viaggi – che si interrompono e che vengono pagati dai 2.500 ai 7 mila dollari – generano bilanci drammatici.

    Dal mese di marzo a oggi sono state intercettate cinque imbarcazioni che portavano a bordo migranti provenienti da Eritrea, Etiopia, Ghana, Somalia, Nigeria, Cina, Bangladesh e Nepal, successivamente messi in stato di detenzione in attesa di rimpatrio o di richiesta di asilo. Il 13 marzo cinquanta migranti sono stati soccorsi dal Servizio Marittimo al largo delle coste del Nicaragua, dopo essere stati abbandonati in alto mare dai ‘coyotes’ colombiani che li avevano condotti a bordo di un peschereccio salpato dalle coste della Colombia, promettendo di lasciarli in Honduras. Tuttavia il viaggio via mare era cominciato ben quaranta giorni prima, dalle coste africane, dopo aver pagato circa 2.500 dollari ai trafficanti locali. Secondo i dati statistici della Direzione Generale per l’Immigrazione del Nicaragua, negli ultimi quattro anni erano stati rimpatriati dal paese centro americano solo nove cittadini di origine africana; questo sbarco ha rappresento quindi un evento straordinario, considerando anche le difficoltà diplomatiche con i rispettivi consolati, per lo più assenti sul territorio nicaraguense per disporre le operazioni di rimpatrio.

    E questa è solo una delle storie raccontate nel reportage di Sara Chiodaroli.

    Del documentario G8/2001 – Fare un golpe e farla franca si era parlato varie volte da queste parti. E anche di uno dei suoi autori, Beppe Cremagnani, che, stroncato da un infarto, se n’è andato. Su Peacereporter il ricordo del giornalista e scrittore:

    Nato a Milano nel 1951, Giuseppe Cremagnani, da tutti conosciuto come Beppe, si è laureato in Giurisprudenza all’Università Statale di Milano. Ben presto ha intrapreso la carriera di giornalista passando attraverso innumerovoli esperienze. Giornalista e autore televisivo, ha lavorato a la Repubblica e a l’Unità ed è stato autore di numerose trasmissione televisive: Milano, Italia; Il laureato; Inviato speciale; La nostra Storia; Ragazzi del 99; Vento del Nord; L’elmo di Scipio. E’ stato consulente della trasmissione «Che tempo che fa» e collaboratore con «Diario». Con la Luben Production, una delle sue ultime passioni, ha realizzato importanti film-documentari sulle cronache, tristi, delle vicende italiane degli ultimi anni: oltre a “G8/2001 fare un golpe e farla franca”, “Quando c’era Silvio”, “Uccidete la Democrazia”, “L’Ultima Crociata” e “Gli imbroglioni”.

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