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Xaaraan – Il blog di Antonella Beccaria

Non credo nelle otto del mattino. Però esistono. Le otto del mattino
sono l'incontrovertibile prova della presenza del male nel mondo
Gli ultimi giorni, Andrew Masterson


Trentaquattro anni fa, il 16 settembre 1970, scompare il giornalista Mauro De Mauro. Franca, sua figlia, è davanti all’ascensore del palazzo in cui vive con la famiglia. Attende che arrivi al piano terra e attende anche che il padre rientri. Lo ha visto parcheggiare appena un attimo prima e sarà questione di momenti, varcherà il portone e potranno salire a casa. Ma Franca non viene raggiunta da lui e allora la ragazza torna fuori e lo scorge mentre sta parlando con alcune persone che di cui non riesce a scorgere con chiarezza i lineamenti. Vede però il padre che risale in auto, una Bmw, e che si allontana per non tornare mai più.

Inizia così, il 16 settembre 1970, il segreto che avvolge la fine del giornalista Mauro De Mauro, firma del quotidiano palermitano L’Ora e una vita trascorsa in cronaca nonostante il recente passaggio allo sport. Che fine ha fatto? Perché? Chi lo ha fatto sparire? Tra i motivi emerge la vicenda di Enrico Mattei, fondatore e primo presidente dell’Eni, morto in un disastro aereo il 27 ottobre 1962 che si scoprirà anni dopo essere stato un attentato. Un attentato legato all’Ente Minerario Siciliano, l’Ems, lo stesso a cui si sarebbero legate, attraverso alcuni suoi funzionari, diverse storie nere della storia d’Italia. Ai tempi l’Ems era presieduto dal democristiano veneto Graziano Verzotto, inviato nel 1955 in Sicilia da Amintore Fanfani, e se l’esplosione del Saulnier 706 di fabbricazione francese fu una delle storiacce che lo lambirono, ci furono altri fatti, legati al bancarottiere siciliano Michele Sindona e al suo finto sequestro dell’agosto 1979, oltre a storie poi innestate su fondi neri.
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Infoaut Connection

Dal 17 al 20 settembre a Bologna c’è il festival Infoaut Connection all’interno degli spazi del Laboratorio Crash:

quattro giorni e quattro notti di discussione collettiva, workshop, approfondimenti, presentazioni di libri, concerti, djset, writing, reading, dal e per il nostro mondo ad alta tensione.

Il programma completo è qui.

San Basilio, 1974

Sul sito dell’associazione Il manifesto in rete, a 40 anni di distanza, vengono riportati i fatti di San Basilio, 8 settembre 1974: Fabrizio Ceruso e la lotta per il diritto alla casa:

Il contesto e la dinamica della battaglia determinatasi l’8 settembre 1974 a San Basilio non sono facili da spiegare. Alcuni testimoni di quegli eventi sono morti negli anni successivi, ad esempio il mio amico Roberto di cui parlerò qui; altri ricordano soprattutto la nebbia dei lacrimogeni o mettono in connessione lineare, se non addirittura mitologica, il passato col presente; certi sono diventati “pentiti” negli anni Ottanta e altri ancora hanno cercato di abiurare il proprio passato di militanza politica, ad esempio determinati ex dirigenti di Lotta Continua.

Pochi fra i testimoni rimasti in vita ricordano bene gli avvenimenti dell’8 settembre 1974 a San Basilio e i motivi che ne furono alla base. Esistono però alcuni fatti che, da soli, risultano sufficienti ad aprire o a riaprire le porte di una corretta ricostruzione storica. Il 20 febbraio 1973 l’Istituto Autonomo Case Popolari (Iacp) indisse il concorso per l’assegnazione di alloggi a San Basilio, Pietralata e Tiburtino III, tre borgate della periferia sud orientale di Roma, per un totale di 600 appartamenti, ma fra l’estate e l’autunno di quell’anno si capì meglio che le migliaia di famiglie bisognose di un alloggio non potevano farsi molte illusioni.

Come ha correttamente ricordato Massimo Sestili in “sotto un cielo di piombo. La lotta per la casa in una borgata romana. San Basilio settembre 1974″ (saggio pubblicato in Historia magistra, Rivista di storia critica, anno I, n. 1, Franco Angeli editore, 2009) la graduatoria stilata per quel bando pubblico subì una modifica rispetto alla normale prassi seguita in precedenza. A Villa Gordiani e a Tiburtino III dovevano essere demoliti alcuni alloggi dello Iacp e agli abitanti interessati furono assegnati fuori graduatoria più della metà degli appartamenti disponibili. Per concorso furono assegnati “200 alloggi su un totale di 600″.

Il testo lo firma Sandro Padula e per leggerlo in integrale il link è questo.

Digit 2014

Salvate le date: torna Digit, la manifestazione nazionale interamente dedicata al giornalismo digitale e online che per l’edizione 2014 si tiene a Prato il 19 e il 20 settembre prossimi. Qui il programma, in continuo aggiornamento.

Vita di un matematico napoletanoIl medico e scrittore Roberto Gramiccia esce per Editori Eir con la nuova edizione di un libro su un personaggio interessante. Il libro si intitola Vita di un matematico napoletano e il personaggio è Renato Caccioppoli:

Renato Caccioppoli è stato uno dei grandi personaggi del ’900 italiano. Matematico geniale e cattedratico anticonformista, amatissimo a Napoli, sua città natale, è stato anche un magnifico pianista e un cultore di tutte le arti. Nipote dell’anarchico Mikhail Bakunin, spirito libertario e inquieto, il ruolo politico svolto nella lotta antifascista prima e in quella per la pace poi, sarà la testimonianza di un impegno irriducibile liberato da ogni retorica. La sua sarà una vita eccentrica, in cui il disordine finirà per essere piegato agli scopi della ricerca del vero e del bello, fino ad assumere dignità di metodo. Vivere senza riprendere fiato sarà il suo modo di esistere anche nelle molte e importanti relazioni umane e sentimentali, sino al suicidio avvenuto l’8 maggio del 1959 e raccontato nel film di Mario Martone “Morte di un matematico napoletano”. Il libro non si occupa di acquisizioni scientifiche – a queste è dedicata l’appendice – ma di un’esistenza tormentata e affascinante dalla quale deriva la sintesi di un pensiero critico di irresistibile energia e attualità.

Italo Toni e Graziella De PaloSono trascorsi 34 anni da quando i giornalisti italiani Graziella De Palo e Italo Toni scomparvero da Beirut senza che fossero mai ritrovati (era il 2 settembre 1980). Eppure ancora oggi non si vuole far cadere quella cortina di silenzio che nel 1984 venne sancita con l’opposizione del segreto di Stato dall’allora presidente del consiglio Bettino Craxi.

Nel corso dell’autunno 2009 c’è stato un momento in cui sembrava che questa cappa di occultamenti fosse destinata a essere quanto meno scalfita. Durante la presidenza del Copasir di Francesco Rutelli, infatti, era stato declassificato un migliaio di documenti che avrebbe dovuto essere consegnato entro l’anno ai familiari dei giornalisti e ai loro avvocati. «Ci aspettavamo di essere convocati appena prima o appena dopo Natale», dice Giancarlo de Palo, fratello di Graziella. Invece non è accaduto.

Dopo trent’anni nuovi omissis

A giustificare un ritardo che ormai si protrae nei decenni è stata l’imminenza – annunciata almeno a parole – della rimozione del segreto di Stato da altri duecento documenti. E la conseguente volontà – anche questa dichiarata solo a livello di intenzione – di fornire il materiale in un unico blocco. «Abbiamo una lettera di Gianni Letta in cui si promette che i documenti declassificati saranno a nostra disposizione entro e non oltre il 31 dicembre 2010», prosegue il fratello della giornalista scomparsa. «Ma a noi questo non sta bene perché l’assicurazione di Rutelli era che le carte ci sarebbero state date entro l’autunno del 2009. Ci spieghino il motivo per cui dovremmo aspettare altri dieci mesi per avere documenti che saranno comunque incompleti, dato che ne mancherà almeno una trentina. In pratica vogliono imporci questo ulteriore rinvio per avere poi materiale incompleto e con nuovi omissis».
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Enzo BaldoniA 10 anni di distanza dell’omicidio di Enzo Baldoni, scrive Enzo Nucci su Articolo21.org

Baldoni poteva essere salvato? Giusi [Bonsignore, moglie del giornalista, nda] afferma che dopo lo scoppio di una mina sotto l’automobile su cui viaggiava (in testa alla colonna di automezzi) il marito ed il suo traduttore, il convoglio della Croce Rossa non si fermò a raccogliere i due uomini ancora vivi, consegnandoli nei fatti nelle mani dei terroristi. Abbandonati al loro destino. Secondo la pesante accusa di Giusi, la Croce Rossa avrebbe taciuto con la famiglia su questa circostanza.”Una omissione molto grave” per la signora Baldoni secondo cui le rassicurazioni fornite dalla Croce Rossa Italiana avrebbero addirittura ostacolato per oltre 3 anni il recupero della salma di Enzo, portato a termine 4 anni fa dai Ros dei Carabinieri. Circostanze (queste denunciare da Giusi Bonsignore) che richiederebbero un approfondimento da parte delle istituzioni, anche per capire se nell’intricata vicenda del recupero del cadavere siano entrati in gioco personaggi di dubbia moralità che magari hanno fatto di necessità virtù.

Continua qui. Inoltre su Radio Città del Capo c’è lo speciale con le cartoline da Baghdad di Baldoni.

Le stragi della vergognaOggi è un giorno particolare. Per scovarne il motivo, la memoria deve tornare indietro di 70 anni, al 12 agosto 1944, quando i tedeschi della 16ma SS-Panzergrenadier-Division Reichsführer SS e i loro italianissimi collaboratori fascisti fucilarono 560 persone – di cui 130 bambini – a Sant’Anna di Stazzema per emularsi nei giorni successivi via via che raggiungevano le località limitrofe. Moltissimo tempo dopo – correva già da qualche anno il primo secolo del nuovo millennio – uno scampato a un’altra strage disse a un avvocato: “Vedi quel fiore, senti il suo profumo? [...] Avevo sei anni quando vidi uccidere la mia famiglia. Spararono anche a me ma, non so come, sono sopravvissuto. Sono rimasto però dentro un rovo di spine ed è solo raccontandotelo che posso uscire dal ricordo”.

Alle vittime – 15 mila – degli eccidi nazi-fascisti del biennio 1943-1944 a lungo è stata negata la verità. Lo si è fatto addirittura inventando una formula giudiziaria che nell’ordinamento italiano – militare o civile che fosse – non esisteva, quella dell’”archiviazione provvisoria” che faceva il paio con la “secretazione” della verità su quanto accadde in quegli ultimi anni della seconda guerra mondiale. I fascicoli d’indagine che si sarebbe voluto soffocare, zittire forse per sempre, erano 695, nutriti da centinaia di faldoni e a loro volta composti da talmente tanti documenti da sembrare impossibili da contare. Tutti insieme – fascicoli, faldoni e documenti – sono stati chiusi nell’”armadio della vergogna”, le cui ante si sono dischiuse solo nel 1994 in una stanza del romano palazzo Cesi-Gaddi.

Continua a leggere sul FattoQuotidiano.it

In pochi ricordano che giusto 50 anni fa ci fu un piano – il Piano Solo (perché “solo” i carabinieri dovevano intervenire) – che non avrebbe mai dovuto dare vita a un vero e proprio ribaltamento istituzionale in Italia, ma che – con il supporto del Sifar e delle sue schedature, schizzate a 157 mila dopo 5 anni di spionaggio illegale – ebbe invece un altro scopo, in pieno raggiunto: il contenimento del riformismo portato avanti dai governi di centrosinistra dopo la crisi politica di quell’anno.

I fatti succedutisi tra la primavera e l’estate del 1964 e raccontati tre anni dopo dall’inchiesta di Eugenio Scalfari e Lino Jannuzzi sul settimanale l’Espresso furono ricostruiti attraverso le cause per diffamazione contro i giornalisti, il lavoro della commissione d’inchiesta del generale Luigi Lombardi e ricerche storiche. Ma non tutto sembra essere venuto alla luce. Infatti lo studioso Michele Metta, dedicandosi a ben altro tema, un saggio che sta scrivendo sulla morte di Kennedy, è riuscito a reperire i documenti societari del Cmc, sigla che sta per Centro Mondiale Commerciale. Documenti mai prima emersi e che, con stessa grande sorpresa di Metta, chiariscono anche diversi aspetti del generale Giovanni De Lorenzo, protagonista di quei fatti.

Fondato nel 1958 a Roma, il Cmc, una società per azioni, è la declinazione italiana della Permindex (Permanent industrial exhibition), ma si occupa di tutt’altro rispetto a ciò che il suo nome evoca, in base alla ricostruzione di Metta. Secondo il quale, “avere finalmente reperito questa documentazione è importantissimo: per il Cmc lavorava infatti Clay Shaw, il principale indiziato nell’inchiesta sul caso Kennedy curata dal procuratore distrettuale di New Orleans Jim Garrison. Inchiesta talmente lineare, potente e precisa che, quando grazie al celeberrima trasposizione cinematografica di Oliver Stone del 1991 arriva alle grandi masse, genera un movimento d’opinione pubblica tanto esteso ed efficace da obbligare le autorità Usa a emanare il cosiddetto Assassinations Disclosure Act, legge attraverso la quale scaturisce un organo, chiamato Assassination Records Review Board, il quale, per un verso mettendo assieme nuove prove, per un altro togliendo finalmente il segreto a molte già esistenti, dimostrerà ulteriormente la validità piena delle conclusioni dell’inchiesta di New Orleans”.

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Della storia di Luigi Leonardi, che denunciò 5 clan della camorra, se ne scriveva a fine 2013 sul FattoQuotidiano.it. I mesi sono passati e la sua situazione non è cambiata. Per questo nei giorni scorsi è stata presentata dal vicepresidente della Camera Luigi De Maio questa interrogazione a risposta scritta al ministro dell’Interno Angelino Alfano.

Luigi Leonardi: interrograzione a risposta scritta al ministro dell’Interno Angelino Alfano

È passato qualche giorno dall’anniversario, ma vale la pena di ricordarlo.

Venticinque anni fa l’omicidio dell’agente Antonino Agostino e della moglie Ida Castelluccio. Era il 5 agosto 1989 e ancora oggi, a distanza di così tanto tempo, non se ne conoscono le ragioni, per quanto si sappia che possano essere legate alla tentata strage dell’Addaura del 21 giugno 1989, poche settimane prima del duplice delitto. Inoltre su questa storia è calato il segreto di Stato, nonostante il movente dell’agguato fosse stato attribuito a ragioni passionali. Un movente altrettanto assurdo era stato appiccato anche alla scomparsa di Emanuele Piazza, ex il poliziotto e collaboratore del Sisde sparito pochi mesi dopo (il 16 marzo 1990). Qui, in queste due storie, sta un pezzo della verità sulle stragi degli anni Novanta, oltre che delle trattative con lo Stato.

Qui la puntata di Blunotte di Carlo Lucarelli che racconta per intero di Antonino Agostino ed Emanuele Piazza.

Italicus - 1974, l'anno delle quattro stragiChi se lo ricorda il nome di Silver Sirotti? In pochi, probabilmente, e non era un eroe, almeno non nel senso che in genere si attribuisce a un termine del genere. Eppure Silver, 25 anni e da dieci mesi impiegato nelle Ferrovie dello Stato con varie mansioni, il 4 agosto 1974, all’1 e 47 minuti del mattino, era sul treno Italicus per un caso, perché da controllore – mansione che svolgeva in quel periodo – doveva sostituire un collega, in attesa di prendere servizio di lì a poco alla stazione di Faenza, dove si sarebbe occupato della biglietteria. Ma quel giorno, a quell’ora, una bomba devastò la quinta carrozza del convoglio ferroviario partito da Roma alla volta del Brennero. L’ordigno, a base di termite, miscela incendiaria che raggiunge il punto di fusione dell’acciaio, esplose dentro la galleria della Direttissima, nel comune di San Benedetto Val di Sambro, verso Bologna.

E oltre alle dodici vittime che costituiscono il bilancio ufficiale della strage dell’Italicus, altre ce ne sarebbero state se il macchinista non avesse fatto scivolare il treno fuori dal lunghissimo tunnel, oltre 18 chilometri. E se Silver, finito nella conta dei morti, non avesse rinunciato a mettersi in salvo. Invece tornò indietro, in mezzo alle fiamme, afferrando un estintore e tentando di portar fuori chi ancora poteva essere vivo. Per risalire sul treno il ragazzo aveva dovuto addirittura divincolarsi dal placcaggio di un passeggero incolume, che ne aveva intuito le intenzioni e aveva provato a strapparlo a morte sicura. A quel punto, liberatosi, Silver si lanciò verso la quinta carrozza e nessuno lo rivive più vivo.
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Quarant’anni esatti dopo a raccontare questi fatti è il fratello del giovane ferroviere, Franco Sirotti, che oggi lavora alla stazione di Bologna. E con le sue parole si apre il libro Italicus – 1974, l’anno delle quattro stragi (Eir) scritto dal deputato e presidente dell’Associazione vittime del 2 agosto 1980 Paolo Bolognesi e dal giornalista Roberto Scardova.

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Mauro di VittorioNon che ci fossero dubbi. Sul suo conto c’erano solo insinuazioni. Reali, invece, le ingiustizie. Su Mauro Di Vittorio, 24 anni il giorno in cui morì nell’esplosione alla stazione di Bologna insieme ad altre 84 persone, oggi si può infatti dire che sia una vittima “oggettiva” di quella strage e che ciò che è stato detto di lui – indicato come possibile trasportatore dell’esplosivo usato nell’eccidio del 2 agosto 1980 – “è del tutto insufficiente” a collegarlo all’esecuzione dell’attentato. I virgolettati sono contenuti alla pagina 62 della richiesta di archiviazione che la procura del capoluogo emiliano ha inviato al gip per chiudere la cosiddetta “pista palestinese”. Siamo dunque al passo che precede la parola fine non solo alle incriminazioni dei tedeschi Thomas Kram e Margot Christa Frohlich, indagati nel 2011 per la bomba di 34 anni fa. Ma anche per coloro che, nolenti, furono chiamati in causa in un filone d’indagine che non ha retto al riscontro dei fatti.

È questo quindi il momento di restituire a Mauro Di Vittorio la sua identità. Non un militante dell’Autonomia di via dei Volsci, come già smentito anche dal leader di quel gruppo, Daniele Pifano. Ma un ragazzo che, per citare le parole della sorella Anna, “era un pezzo di pane”. Mauro era un fricchettone con idee di sinistra che leggeva, come tanti in quegli anni, Lotta Continua. Ma era un giovane che dopo la morte del padre si era trovato di fronte alla necessità di lavorare per contribuire al mantenimento per la famiglia. Pochi grilli politici, quindi, nessuna militanza estrema, ma una consapevolezza con cui fare i conti: la crisi c’era anche nel 1980. E c’era pure per un operaio specializzato, un tornitore, che aveva deciso di puntare verso Londra alla ricerca di uno stipendio e – perché no? – di un’esperienza lavorativa che gli facesse vivere un pezzo di vita al di fuori del suo mondo d’origine, il quartiere romano di Torpignattara.

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Strage di Ustica, è il momento della verità (anche se i giovani oggi non ne sanno nulla) è un mini documentario dell’Agenzia Dire (dura 21 minuti circa) che dell’abbattimento del Dc9 del 27 giugno 1980 (ma non solo) parla più diffusamente qui

Wikileaks affair


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