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Xaaraan – Il blog di Antonella Beccaria

Non credo nelle otto del mattino. Però esistono. Le otto del mattino
sono l'incontrovertibile prova della presenza del male nel mondo
Gli ultimi giorni, Andrew Masterson


Domani sarà il giorno della memoria dedicato alle vittime del terrorismo. Qui se ne fa rapidamente la storia, iniziata nel 2007, e il giorno corrisponde simbolicamente all’anniversario dell’omicidio di Aldo Moro, ucciso nel 1978. Ma quello stesso giorno, sempre il 9 maggio 1978, veniva assassinato anche un altro uomo, molto più giovane, Peppino Impastato. Aveva trent’anni, buona parte dei quali trascorsi a combattere contro la mafia. Alcune delle sue parole, pronunciate ai microfoni di Radio Aut, si possono sentire sopra. La vicenda di Impastato rappresenta anche l’anatomia di un depistaggio.

Decennio rossoQualche personaggio ne riassume in sé più d’uno e altri, come Sofia e il capitano dei carabinieri che scorta Elio da un carcere all’altro, non esistono. Ma la sostanza del romanzo Decennio rosso (Edizioni Paginauno, 2013) viene presentata come autentica. Quella che viene ricostruita è la storia di Prima Linea e delle Fcc, le Formazioni comuniste combattenti, attraverso i due autori, Paolo Margini e Massimo Battisaldo, che delle sue organizzazioni di estrema sinistra fecero parte.

Si parte nel 1974 da una Sesto San Giovanni ancora Stalingrado d’Italia, dove tra manifestazioni sindacali, proteste operaie e movimenti studenteschi un gruppo di giovani si muove cavalcando la contestazione alle istituzioni e ai partiti e la voglia di cambiare la società. Non tutti sembrano consapevoli della piega che di lì a un paio d’anni prenderanno gli eventi con lo scivolamento verso la lotta più radicale. Le armi e i primi colpi, in certi punti, sembrano accolti da alcuni dei protagonisti quasi con sorpresa, accompagnata da un timore reverenziale e militare per chi, invece, vede già una strada tracciata verso la violenza.
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Antologia di un ventennioGli anni Settanta. Sono quelli la chiave per comprendere gli ultimi lustri della storia repubblicana. Se ne ha conferma a leggere Antologia di un ventennio (1992-2012) del giornalista Beppe Lopez. Tangentopoli, la discesa in campo di Silvio Berlusconi o le fregole presidenziali in vista di un’agognata (e scellerata) modifica istituzionale non nascono negli anni Novanta, con l’arresto di Mario Chiesa o con un messaggio televisivo studiato come neanche un film di Hollywood.

Ricostruire la trasposizione contemporanea delle bibliche piaghe d’Egitto – trasposizione di fatti che hanno portato alla devastazione del Paese fino ai livelli oggi – non può prescindere da ciò che è avvenuto prima. Che siano il delitto Moro, l’occupazione della cosa pubblica da parte della P2, il tramonto dell’ipotesi della solidarietà nazionale con il Pci o, ancora, l’ascesa di Bettino Craxi e del craxismo, nulla dei fatti degli ultimi vent’anni appare casuale. Non lo può essere la più volte tentata riforma della giustizia così come non lo sono tanti altri aspetti, dalla frattura del fronte sindacale al progressivo superamento di concetti politici che facevano la differenza tra uno schieramento e l’altro.

Scrive Beppe Lopez anticipando altri passaggi dell’introduzione del suo libro elettronico:

Negli anni Settanta si giocò una partita mortale: da un parte, istanze insieme di democratizzazione e modernizzazione; dall’altra, istanze di mera “modernizzazione” [...] senza democratizzazione (e senza vero sviluppo), inaugurando negli anni Ottanta una pratica politica e un costume che raggiunsero la massima potenza negli anni Novanta e che Mani Pulite mise a nudo in tutta la sua mediocrità etica, morale e politica.

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La variante Moro - Tra via Fani e il Plan Condòr

La variante Moro – Tra via Fani e il Plan Condòr è il libro appena uscito per Round Robin e firmato dalla brava scrittrice Elena Invernizzi, già comparsa su queste pagine. La sinossi anticipa i seguenti passaggi:

Due giocatori si contendono, con una partita a scacchi, il loro segreto. Ogni volta che uno dei due mangia un pezzo all’avversario, l’altro deve raccontare una storia. Il Bianco è un avventuriero, un reduce della Legione straniera con un passato al servizio delle dittature del Sud America. Il Nero è un uomo dai modi sfuggenti e dai trascorsi oscuri. Se il Bianco ripercorre gli anni del Plan Cóndor, l’operazione voluta dagli Stati Uniti in Sud America tra gli anni settanta e i primi anni ottanta per contrastare l’avanzata della sinistra nel Cono Sur, il Nero ritorna quasi ossessivamente alla mattina del 16 marzo 1978, ai momenti precedenti all’agguato di via Fani in cui venne rapito l’onorevole Aldo Moro e sterminata la sua scorta dalle Brigate rosse. Due narrazioni che procedono parallele fino a trovare il loro punto di convergenza e cominciare a diradare la fitta nebbia che avvolge i due protagonisti e l’intera vicenda di via Fani.

Il libro sarà presentato il 16 febbraio a Milano, presso la libreria Shake Interno 4 (vicolo Calusca 10/f), e parteciperà con Elena anche Alessandro Braga di Radio Popolare Network. Se intanto se ne vuole leggere di più, si dia un’occhiata qui e qui.

Dio GiulioScritto a quattro mani con Giacomo Pacini, uscirà a marzo per i tipi di Nutrimenti il libro Divo Giulio, che racconta “vita e potere di Giulio Andreotti in una biografia senza filtri. Tutte le ombre dell’uomo che ha dominato la politica italiana del dopoguerra”. La presentazione viene affidata a queste parole:

“È inimmaginabile per chiunque la quantità di Male che bisogna accettare per ottenere il Bene”, dice il Divo ritratto nel film di Paolo Sorrentino. E Giulio Andreotti, l’uomo in carne e ossa, di male ne ha attraversato tanto – o quanto meno di realtà opache. Fin dai tempi della Seconda guerra mondiale e dei suoi rapporti con i servizi segreti alleati, proseguendo con la stagione dei dossier, l’esplosione del terrorismo, le coperture degli stragisti neofascisti, il delitto Moro, l’allestimento di apparati non ortodossi, come Gladio e l’Anello, fino alle clientele necessarie per raccogliere consenso e ai rapporti ambigui con la mafia. Ma Andreotti è stato il maggiore statista italiano del Novecento o il grande Belzebù che si è nutrito della parte più oscura della storia nazionale? Quello che è certo è che ripercorrere la sua vicenda politica, senza pregiudizi ma anche senza timori, significa attraversare tutti i maggiori scandali italiani dal dopoguerra a oggi. Questo libro ricostruisce per la prima volta l’intera storia politica, quella ufficiale e quella inconfessabile, del ‘grande vecchio’ dell’Italia del Novecento, tracciando un percorso inquietante dentro le ombre più dense della Prima Repubblica.

Nelle prossime settimane ulteriori novità.

L'urlo di maggio - Foto di Antonella BeccariaDomani, il giornale online diretto da Maurizio Chierici, ha chiuso lo scorso 30 dicembre, quando è stato pubblicato l’ultimo numero. Questo è l’articolo con cui si è chiusa quell’avventura.

Sulle pagine di Domani qualche segreto di Stato rimasto irrisolto lo si è raccontato. È accaduto con la rubrica con cui ho iniziato la collaborazione, nel dicembre 2009, I peggiori protagonisti della nostra vita, e si è continuato anche altrove. C’è una pagina, di questa storia e di queste storie recenti, che rimane aperta e che ha quasi trentaquattro anni. Li compirà il prossimo 16 marzo, anniversario del sequestro di Aldo Moro, il presidente della Dc ucciso cinquantacinque giorni dopo, della strage di via Fani.

A riaprire le pagine di una vicenda rimasta in parte irrisolta è stata nel 2008 una testimonianza di un militare che sostenne di essere stato in via Montalcini 8 tra il 23 aprile e l’8 maggio 1978. Con lui ci sarebbe stato un contingente pronto a fare irruzione nel covo brigatista dove Aldo Moro era tenuto prigioniero, ma – ha raccontato il testimone – alla vigilia dell’eliminazione dello statista sarebbe giunto l’ordine di smobilitare. Quello stesso anno la procura di Roma aprì un fascicolo d’indagine destinato però a non vedere un nuovo processo.

Domani di Maurizio ChiericiDi fronte al gip di Roma, infatti, a novembre si è discusso della sua archiviazione. Anzi, dell’opposizione presentata a metà dell’estate 2011 da Ferdinando Imposimato, presidente onorario della Cassazione e già giudice che seguì dal 1978 al 1984 l’istruttoria sul caso Moro. Oggi è l’avvocato che rappresenta Maria Fida Moro, che ha firmato a sua volta l’opposizione, e nel documento di 26 pagine c’è una richiesta specifica: che si continui a indagare su quello che accadde in via Montalcini. E soprattutto su ciò che non accadde.
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Assassinato Aldo MoroTrentatré anni dopo il sequestro e l’omicidio di Aldo Moro, si è in attesa della decisione del gip di Roma sull’opposizione all’archiviazione di un’indagine aperta nel 2008 dalla procura di Roma. Indagine partita dalla testimonianza di un militare che sostenne di essere stato in via Montalcini 8 tra il 23 aprile e l’8 maggio 1978. Con lui ci sarebbe stato un contingente pronto a fare irruzione nel covo brigatista dove Aldo Moro era tenuto prigioniero, ma – ha raccontato il testimone – alla vigilia dell’eliminazione dello statista sarebbe giunto l’ordine di smobilitare.

L’opposizione è stata presentata a metà dell’estate scorsa da Ferdinando Imposimato, presidente onorario della Cassazione e già giudice che seguì dal 1978 al 1984 l’istruttoria sul caso Moro. Oggi è l’avvocato che rappresenta Maria Fida Moro, che ha firmato a sua volta l’opposizione, e nel documento di 26 pagine c’è una richiesta specifica: che si continui a indagare su quello che accadde in via Montalcini. E soprattutto su ciò che non accadde.

Nell’aula dove è iniziata la discussione Imposimato ha compiuto due azioni. La prima sollevare un difetto di giurisdizione ordinaria chiedendo che il fascicolo sia preso in carico dalla magistratura penale militare, dato che parte del suo lavoro comprende anche la strage di via Fani del 16 marzo 1978, quando per rapire il politico Dc venne sterminata la sua scorta, composta dai carabinieri Domenico Ricci e Oreste Leonardi e dai poliziotti Raffaele Jozzino, Giulio Rivera e Francesco Zizzi. La seconda invece è un annuncio: se la sua opposizione dovesse essere rigettata, ha già pronto un ricorso in Cassazione. Ricorso che comprende anche la richiesta di rimozione di segreto militare da alcuni dei documenti che riguardano via Fani. Inoltre, oltre alla Suprema Corte, si rivolgerà anche alla giustizia europea, portando la questione a Strasburgo.

Continua su Notte criminale

Mario FerraroC’è chi ha detto che i misteri non esistono se non negli ambiti religiosi. Il resto va rubricato sotto la dicitura “segreti”. Quello raccontato da Fabrizio Colarieti su Notte Criminale è da ascrivere alla categoria di cui sopra. È la strana morte di Mario Ferraro, agente del Sismi:

Roma, via della Grande Muraglia Cinese 46, 16 luglio 1995. È domenica e a Roma è una giornata molto calda. Il tenente colonnello dell’Esercito, Mario Ferraro, 46 anni, calabrese, distaccato al Sismi, esperto in informatica, traffici di armi e terrorismo internazionale, è in casa insieme alla sua compagna, Maria Antonietta Viali, per gli amici Antonella. Sono al quinto piano, in un attico nel quartiere Torrino, accanto all’Eur. La coppia è in assoluto relax dopo aver trascorso una giornata serena e scandita da poche e semplici azioni, ignari che quella sia la loro ultima domenica insieme.

Il post, piuttosto corposo, prosegue qui e si addentra in altri segreti. Tra questi il delitto Alpi-Hrovatin, Gladio e le sue missioni, il sequestro Moro, i traffici d’armi passati per la procura di Torre Annunziata e finiti nell’inchiesta Cheque to cheque. Un interessante spaccato di avvenimenti recenti, metodi e “soluzioni”.

Accademia Aldo Moro

Aldo Moro: frammenti della memoria è un blog in cui vengono raccolti “testi e testimonianze sull’unità nazionale e il senso dell’essere italiani”. Nato all’inizio dello scorso agosto, fa parte del programma “L’intelligenza e gli avvenimenti” dell’Accademia di studi storici Aldo Moro e deve essere calato nelle celebrazioni dei 150 anni dell’Unità d’Italia. Dal post di presentazione:

È vero che il Paese corre più veloce, in un mondo in rapido e completo mutamento, che non riescano a fare governo, parlamento ed istituzioni politiche e ciò mentre sentiamo lo stimolo di una vita internazionale aperta e di una comunità europea senza frontiere. È vero che l’Italia cresce e mal si adatta agli schemi angusti del passato. (…) La mia richiesta non è di mettere in stato di accusa il nostro Paese, che amo nella sua intensa bellezza e nella sua straordinaria vitalità, ma di impegnarsi, tutti, in modo che in un’armonia feconda sia scongiurata la decadenza, siano affrontate le sfide del nostro tempo, sia assicurato al nostro popolo, nella concordia di intenti propria delle ore difficili, il suo avvenire di libertà, di benessere, di pace.”

Lo scrisse il 5 dicembre 1974 lo il politico Dc che fu assassinato dopo 55 giorni di prigionia il 9 maggio 1978.

Il noto servizio, Giulio Andreotti e il caso Moro di Aldo GiannuliPer lungo tempo sembrò poco più di un parto di fantasia. Eppure oggi si può dire non solo che è esistito davvero, ma che i suoi uomini hanno avuto ruoli in alcune vicende di primo piano nella storia della prima Repubblica. Si parla del libro di Aldo Giannuli Il noto servizio, Giulio Andreotti e il caso Moro (Marco Tropea Editore) e di un apparato conosciuto anche con il nome di Anello, un servizio segreto “ufficioso” fondato nella fase calante della seconda guerra mondiale dal potente generale Mario Roatta e poi sopravvissuto ai riassetti – talvolta solo di facciata – degli apparati dello Stato dopo la fine del fascismo.

Notizie – o frammenti di esse – che ne parlano si rintracciano nelle indagini del giudice Guido Salvini su Piazza Fontana e in qualche commissione parlamentare. E poi ci sono i faldoni del Viminale, quelli scoperti nel 1996, oltre inchieste che hanno portato a processi come quelli per la strage di piazza della Loggia, a Brescia, del 28 maggio 1974. In tutto questo materiale documentale – disponibile anche negli archivi di Stato maggiore, dei ministeri o dei servizi segreti – ecco che emerge una struttura d’intelligence che avrà una proposta “testa”: quella di Giulio Andreotti, che condivideva l’informazione con uno sparuto gruppo di politici nazionali, tra cui Aldo Moro e Bettino Craxi.
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Retour sur une lutte armeeSi intitola Retour sur une lutte armée ed è stato realizzato da Mosco Lévi Boucault il documentario in DVD e diffuso sul piccolo schermo dall’emittente francese Arte dedicato alla storia delle Brigate Rosse. Nella presentazione scritta da Rémi Douat per Regards.fr, si legge:

Sono quattro appartenenti alle Br ancora in libertà condizionale o che stanno scontando pene da che vanno dai 15 ai 32 anni. Nell’Italia degli anni di piombo, fecero tutti parte del commando che rapì, tenne prigioniero e uccise il leader democristiano Aldo Moro dopo 55 giorni. Oltre trent’anni dopo, davanti alla telecamera di Mosco Lévi Boucault, si raccontano. Questo documentario [...] rievoca la genesi, l’effervescenza della fine degli anni Sessanta, la necessità di rinnovamento a fronte di una “politica ristretta nei suoi doppiopetti”. Certo, c’è il movimento studentesco, ma ci sono anche quelli sociali nei quartieri… È in corso un processo di rottura, ma quale strada imboccare? Si approfondisce il fossato scavato tra un partito comunista impantanato nell’adattamento e nella mediazione e i gruppi in corso di formazione che concepiscono come inevitabili il conflitto [...]. I quattro uomini non si giustificano, chiariscono, coscienti di aver “nuotato nel sangue”, il bisogno di un cambiamento generazionale. Nel film ci sono anche altre interviste a Daniel Cohn-Bendit, Serge July, Alain Krivine.

(Via Celestissima su Twitter)

Il noto servizio, Giulio Andreotti e il caso Moro di Aldo GiannuliAldo Giannuli lo annuncia sul blog: è in uscita per i tipi di Marco Tropea Editore il volume Il noto servizio, Giulio Andreotti e il caso Moro. Che così si presenta:

Questo libro è il risultato di un lavoro di ricerca durato quasi 15 anni che l’autore ha svolto – per conto dell’autorità giudiziaria di Brescia, di Milano e di Palermo – presso gli archivi della presidenza del consiglio, del ministero dell’interno, della guardia di finanza, del Sismi, del Sisde, dell’ufficio storico dello stato maggiore dell’esercito, dei tribunali e delle questure di Roma e Milano e molti altri. Ne è scaturita la storia, completamente sconosciuta, di un servizio segreto clandestino, nato negli ultimi anni della guerra e poi sopravvissuto, con molte trasformazioni, sino agli anni ottanta.

Questo servizio ebbe come suo referente politico il senatore Giulio Andreotti, con la cui parabola politica si intreccia strettamente, e al quale è riservata una parte ragguardevole del testo. Una vicenda fra politica, finanza, spionaggio che permette di rileggere in una luce completamente nuova molte pagine della storia più recente d’Italia: dal colpo di stato di Junio Valerio Borghese alle principali vicende della strategia della tensione, per culminare nel caso Moro di cui si offre una lettura originale, distante da tutte le ricostruzioni fatte sinora.

Fra le “scoperte” del libro ricordiamo il ruolo delle associazioni imprenditoriali e dei loro servizi segreti, lo scontro interno alla Chiesa e la partecipazione di diversi religiosi alla lotta politica e all’intelligence del tempo, un lontano tentativo di colpo di stato (1947) mai emerso sinora, le pressioni delle gerarchie militari sulla classe politica per una svolta autoritaria, gli intrecci fra istituzioni e mafia. Una massa di centinaia di carte e di decine di testimoni offre un solido supporto documentale alle affermazioni e – talvolta – alle ipotesi avanzate dall’autore.

Qui a breve si potrà leggere il primo capitolo del testo.

Stefania Limiti, l’autrice del libro L’anello della Repubblica sul Noto Servizio di cui si era parlato qui, pubblica sul blog Cado in piedi il post-intervista Caso Moro: le verità nascoste. A rispondere alle domande della giornalista è un ex carabiniere a cui fu ordinato di tenere sotto sorveglianza il covo brigatista di via Montalcini durante i cinquantacinque giorni del sequestro del presidente della Democrazia Cristiana. E commenta in coda Limiti:

L’esperienza del signor Mario può suggerire tante cose ma tutte andrebbero verificate. E’ certo che lascia di stucco: durante i 55 giorni del sequestro di Aldo Moro nessuno sapeva dell’esistenza di un covo-prigione in via Montalcini. Il generale Dalla Chiesa suggerì una sua ipotesi durante un’audizione in parlamento: cioè che da via Montalcini fosse uscita una Renault 4 quella mattina, ma vuota. Ciò che Moro non fosse lì. Comunque, qualcuno sapeva che in quell’appartamento non c’era solo una normale coppia di giovani sposi. Così come era sotto osservazione, da lontano, il covo di via Gradoli: lo ha detto un uomo dell’Anello, spiegando che fu impedito un blitz per liberare Moro.

Continua qui.

Misteri d'Italia: retrospettiva a Roma dal 16 al 26 novembre

Crimeblog ha pubblicato un post in cui annuncia Misteri d’Italia: retrospettiva a Roma dal 16 al 26 novembre che si terrà presso il cinema Trevi. Da qui è possibile scaricare il programma della manifestazione [pdf, 507 KB], che si presenta in questi termini:

Nel manifesto di un piccolo film del 1994, Strane storie di Sandro Baldoni, campeggia un’immagine tanto surreale quanto inquietante: quella di un enorme squalo che, come piombato dal cielo, ha la testa conficcata nella carcassa di un vagone dell’Italicus, il tristemente famoso “espresso” Roma-Monaco di Baviera devastato da una bomba il 4 agosto 1974. Per questa come per altre oscure vicende degli ultimi sessant’anni non sono mai stati trovati i responsabili. Una strana storia, dunque, al pari dei fatti relativi a Portella della Ginestra, piazza Fontana, Brescia, Ustica, Bologna o, ancora, ai tentati Golpe De Lorenzo e Borghese, ai “casi” Mattei, Moro, Ambrosoli e all’omicidio di Pier Paolo Pasolini fino alle stragi di mafia degli anni Novanta e al G8 di Genova. Tutte quelle storie, insomma, che appartengono al contesto dei cosiddetti “Misteri d’Italia”; nodi apparentemente inestricabili di un passato/presente che la rassegna intende ripercorrere proiettandone la rappresentazione e una possibile interpretazione nella cornice del grande schermo. Riprendendo il testimone lasciato dalla fortunata retrospettiva Schermi di piombo. Il terrorismo nel cinema italiano, tenutasi [...] nella primavera del 2008 [...], ancora una volta si è voluto adottare uno sguardo ad ampio raggio, capace di rendere conto del cinema d’autore così come dei casi più rilevanti di quella produzione documentaria e indipendente che, parimenti, ha tentato di fronteggiare, spesso “a caldo”, questioni cruciali all’interno di tale scenario.

Il dettaglio delle proiezioni è disponibile qui e tra di esse Salvatore Giuliano (1961) e Il caso Mattei (1972) di Francesco Rosi, Il sasso in bocca (1970) di Giuseppe Ferrara, Segreti di Stato (2003) di Paolo Benvenuti, Giuseppe Pinelli (1970) di Nelo Risi, Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto (1970) di Elio Petri, Colpo di Stato (1968) di Luciano Salce, La pista nera (1972) di Giuseppe Ferrara, I giorni di Brescia (1974) di Luigi Perelli e La polizia accusa: il servizio segreto uccide (1975) di Sergio Martino.

Piccone di StatoEsce il prossimo 16 novembre Piccone di Stato – Francesco Cossiga e i segreti della Repubblica (collana Igloo, Nutrimenti Editore) ed ecco dunque di seguito le righe che introducono la narrazione.

Doveva succedere. Perché è sempre così che accade, dopo. Dopo il cordoglio, dopo la tumulazione, dopo l’esaurimento dello spazio sulle prime pagine dei quotidiani. Doveva succedere che gli irriducibili, coloro che non dimenticavano gli anni bui della strategia della tensione, ricorressero alla rodata arte del tazebao e lo scrivessero sui muri che, per loro, Francesco Cossiga era stato e rimaneva il ‘Kossiga’ in versione nazistoide dei tempi di Francesco Lorusso e Giorgiana Masi. Così, in barba a qualsiasi buonismo post mortem – e anche all’imposta comunale sulle pubbliche affissioni – gli animatori di un centro sociale di Cremona erano stati denunciati per “vari reati, amministrativi come penali” dai lavoratori pensionati europei. Che ci pensasse l’autorità giudiziaria a trovare la punizione adatta e, se non lo avesse fatto, sarebbe stata a propria volta accusata di omissione d’atti d’ufficio.

Ma c’era anche chi, più celebrativo, non dimenticava nemmeno che il trofeo ‘Presidente della Repubblica di Vela Latina’, giunto a fine estate 2010 alla ventottesima edizione, venne assegnato per la prima volta nel 1982 sempre da lui, l’allora dimissionato presidente del Consiglio dei ministri, in panchina dopo la strage alla stazione di Bologna del 2 agosto 1980 e il caso Donat Cattin e in attesa del soglio senatoriale, seguito a ruota da quello quirinalizio. E così, dunque, che non si perdesse tempo e alla cerimonia di premiazione si dedicasse al suo celebre padrino – il Francesco Cossiga compito e istituzionale – l’edizione corrente.

Due estremi, questi, per iniziare a raccontare un uomo e un politico di non facile decifrazione. Un personaggio che tra i suoi soprammobili teneva una cazzuolina d’argento a ribadire le mai celate simpatie massoniche. E che nella vita, se non avesse scelto la carriera nelle stanze dei bottoni, avrebbe voluto fare il direttore d’orchestra (“ma dopo tutto devo dire [che] tra fare musica a certi livelli e governare un paese, cosa che ho fatto, non c’è poi tutta questa gran differenza”). Oppure il gesuita, se non fosse stato per il padre Giuseppe, anticlericale, che lo richiamò in Sardegna nel periodo in cui il giovane Francesco studiava a Milano, all’Università cattolica del Sacro Cuore.
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