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Xaaraan – Il blog di Antonella Beccaria

Non credo nelle otto del mattino. Però esistono. Le otto del mattino
sono l'incontrovertibile prova della presenza del male nel mondo
Gli ultimi giorni, Andrew Masterson


Lsdi

E Lsdi – Libertà di stampa. Diritto all’informazione rilancia con il nuovo sito. Visitandolo, si dia un’occhiata a un paio di articoli, firmati entrambi da Pino Rea. Il primo, pubblicato oggi, si intitola Una professione sempre più frammentata e si parla del lavoro del giornalista. Il secondo racconta questa storia: Londra: poliziotti, niente flirt con i giornalisti e basta bicchierini.

I giornalisti che ribaltarono il mondo di Roberto SavioRoberto Savio è stato uno dei fondatori di Media Watch Global e con il mondo dell’informazione ha parecchio a che fare. In proposito ecco che esce in questi giorni il suo I giornalisti che ribaltarono il mondo (Nuovi Mondi). Partendo dalla constatazione della potenza delle agenzie di stampa nell’indirizzare l’attenzione su determinate notizie e dunque la visione di quello che accade nel pianeta, si racconta questo:

Negli anni ’60, lanciandosi in un’avventura da molti considerata utopistica, un gruppo di giornalisti decise di creare un’agenzia internazionale che desse voce a chi non l’aveva – dai Paesi del Terzo Mondo ad attori marginalizzati, come le donne – privilegiando temi globali come l’ambiente, i diritti umani e la giustizia internazionale. Il loro intento era focalizzarsi non tanto sull’analisi dei singoli avvenimenti, quanto sui processi di fondo che costituiscono l’unica vera chiave di lettura di uno scenario politico internazionale in perenne e rapida evoluzione.

Nacque così la Inter Press Service, che oggi vanta 50 milioni di pagine Internet lette ogni mese, in 27 lingue, ed è considerata la principale fonte d’informazione indipendente sui Paesi in via di sviluppo, a cui attingono oltre 5000 mezzi di comunicazione in tutto il mondo. Ma raggiungere questo traguardo è stato possibile solo dopo una lotta aspra e su più fronti con il giornalismo “istituzionale”. Il Dipartimento di Stato americano inviò istruzioni a tutte le ambasciate affinché si adoperassero per la chiusura degli uffici IPS nei loro Paesi. Anche la TASS, l’agenzia di stampa ufficiale dell’Unione Sovietica, mise in piedi una feroce campagna ai danni dell’agenzia. Le agenzie tradizionali, europee e americane, fecero la loro parte.

Il testo a introduzione del volume prosegue qui.

Paradisi della censura

Welcome to censorship paradise è un’iniziativa di Reporter senza frontiere:

Non siamo per il boicottaggio di queste destinazioni, ma vogliamo far capire ai viaggiatori cosa c’è dietro le quinte. Abbiamo scelto tre Paesi che sono un paradiso per i turisti in vacanza e un inferno per i giornalisti: Messico, Vietnam e Thailandia.

Continua qui.

Come i giornalisti usano Internet

Più di 3 ore al giorno su internet per la gran maggioranza dei giornalisti Usa tra lettura di notizie (98%), ricerche (91%), reti sociali (69%), blogging (53%) e webcast (48%). Ma non solo. Se ne parla su Lsdi.

Non solo carta stampata, ma anche l’informazione in rete sui narcos sembra piacere così poco in Messico da arrivare a conseguenze drammatiche. Scrive in proposito il giornalista Mario Tedeschini Lalli su Giornalismo d’altri:

I cadaveri di due persone sono stati trovati martedì appesi sotto un cavalcavia della città messicana Nuevo Laredo, accanto ai corpi sventrati e orrendamente mutilati c’era un cartello: “Ecco che succede a chi pubblica roba strana su Internet. State attenti, vi pigliamo”. Sono stati uccisi dalla mafia locale, dai narcos, perché cercavano di superare l’autocensura dei media locali, segnalando via Twitter e altri social network scontri a fuoco o altri atti violenti nella regione al confine con gli Stati Uniti.

La stampa locale – come le autorità pubbliche – è da tempo sotto schiaffo, almeno cinque giornalisti sono stati uccisi solo quest’anno, senza contare gli innumerevoli casi di violenza e minaccia. Per questo i cittadini cercano di utilizzare gli strumenti di internet e, specialmente, i social network. Un altro caso, drammatico, di come l’universo digitale, cioè l’universo disintermediato sia elemento di libertà dove la libertà è conculcata. Vale in Messico quello che vale altrove: se la mafia è contro, i bravi cittadini sanno da che parte stare – e in questo caso, non c’è dubbio, la mafia è contro Twitter, è contro la rete. E per questo uccide.

E cita, tra gli articoli che raccontano la vicenda, Knight Center for Journalism in the Americas, Christian Science Monitor e Cnn.

Inoltre, sull’argomento minacce ai giornalisti nel Paese dell’America Centrale, si può leggere anche l’intervista che Peacereporter ha pubblicato lo scorso 21 giugno a Homero Aridjis, ex presidente del Pen Club International.

Gran bel post di Fabrizio Colarieti su Segreti duri a morire, pubblicato sul blog Cado in piedi. Argomento: accesso agli archivi dei servizi segreti richiesto dal giornalista Claudio Gatti del Sole24Ore. Negato, ovviamente. E con successivo ricorso al Tar che ha rigettato l’istanza del cronista. Ecco perché:

Sostanzialmente nella sentenza di cinque pagine (n. 5638/11), depositata lo scorso 24 giugno, il Tar ha definito la sua richiesta di accesso ai documenti classificati troppo vaga e «meramente esplorativa». E per capire meglio in che Paese viviamo, e che valore ha il segreto di Stato, bisogna leggerla tutta, fino in fondo. Il Tar specifica che Gatti nella sua istanza «non ha semplicemente richiesto di consultare gli archivi del Dis, al fine di ricercare ed estrarre il materiale di proprio interesse, bensì ha domandato l’accesso a documenti determinati, a suo dire facilmente individuabili in ragione dell’indicazione dei fatti e delle persone a cui gli stessi si riferiscono, con l’ulteriore elemento rappresentato dalla circostanza che, in ordine agli stessi, sia venuta meno ogni classifica di segretezza».

Cioè, chiedendo di applicare la legge, ha indicato alla Presidenza del Consiglio la lista dei documenti di cui aveva bisogno per svolgere il suo lavoro. Circostanze precise, nomi e fatti. Nulla di più. Un sistema che negli Stati Uniti funziona, ed è per giunta regolato dal Freedom of Information Act che autorizza i giornalisti a consultare i documenti declassificati. In Italia, a leggere l’articolo 39 della legge 124, potrebbe sembrare altrettanto agevole, ma così non è. Tuttavia per il tribunale amministrativo la richiesta del giornalista è «meramente esplorativa avendo egli fornito, in realtà, solo elementi di carattere generale (in pratica la sola cornice storico-fattuale) per l’individuazione dei documenti di proprio interesse». Un esempio: conoscere, essendo passati giusto 32 anni, ulteriori elementi, sotto forma di documenti in possesso dei Servizi, sull’omicidio del giornalista Carmine Pecorelli. Di meramente esplorativo c’è ben poco, si tratta di rintracciare i fascicoli, applicare la legge e consentire a Gatti di consultarli. È troppo faticoso.

Anche il resto del post è interessante. Per leggerlo tutto, si clicchi qui. Rimpiangendo l’assenza di un Foia italiano che sia degno di un nome che suona tipo Freedom of Information Act.

Fabrizio Colarieti, sul Fatto Quotidiano e sul suo blog, racconta che “Il Campanile” di Mastella [va] verso l’ultimo rintocco:

C’era una volta il Campanile. Fino al 2009, il fu quotidiano dell’Udeur di Mastella suonava puntuale come un orologio svizzero a colpi di contributi pubblici. Ma da marzo dell’anno scorso ha smesso di scampanare e ora l’ultimo rintocco (a morto) potrebbe essere davvero molto vicino. Una settimana fa, su mandato di un gruppo di ex dipendenti della cooperativa Il Campanile Nuovo, editrice dell’omonima testata, che sperano di recuperare stipendi arretrati e tfr, gli avvocati Giorgia Loreti e Raffaele Nardoianni hanno depositato al Tribunale civile di Roma l’istanza di fallimento (R.G. 1487/2011) della società. E adesso una sentenza potrebbe scrivere la parola fine su una vicenda iniziata nel 2000 con la fondazione del giornale del partito di Mastella, passata per la cessione, nove anni dopo, a una cordata che aveva il proprio riferimento nell’imprenditore Fabio Caso, e poi avviata verso l’inglorioso finale da gennaio 2010 con l’assunzione di nuove vesti sotto il nome de Il Clandestino.

Continua qui.

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  • Taliban and Army in Swat era uno dei reportage di Syed Saleem Shahzad, capo della redazione pachistana di Asia Times e corrispondente di Adnkronos Internazional. Qui viene raccontato ciò che gli è accaduto.

    Chernobyl. La tragedia del XX secoloPavel Nică è un giornalista moldavo nato nel 1942 e scomparso nel 2009. Come inviato, nel 1987 seguì l’incidente di Chernobyl e le sue conseguenze. Quell’esperienza professionale e umana è diventata un libro uscito postumo in questi giorni per i tipi di Stampa Alternativa. Si intitola Chernobyl. La tragedia del XX secolo:

    Solo nel 2003 è riuscito finalmente a raccontare quello che ha visto, che ha vissuto e quello che ha scoperto sulla tragedia atomica più grave mai successa da quando esistono le centrali nucleari. Ventisei anni di silenzio, di censura, di bugie. Silenzio e censura sulle conseguenze della catastrofe, bugie sulle cause dell’incidente… questo coraggioso giornalista si è messo in gioco interamente, pagando il prezzo più alto possibile, quello della vita”.

    Queste parole, usate come quarta di copertina, sono di Riccardo Iacona, che firma la prefazione del libro, inserito nella collana Eretica.

    Voci globali e informazione condivisa

    I dati dell’appuntamento sono riportati nell’immagine sopra. Questo l’argomento di cui si parlerà:

    Dalle recenti rivolte nei Paesi arabi al disastroso terremoto in Giappone, sono i cittadini a battere sul tempo i mass-media, innescando nuove dinamiche comunicative e dando linfa all’attivismo e alla partecipazione sul campo. Global Voices, community che rilancia e traduce le produzioni dei cittadini-reporter in tutto il mondo, e la sua estensione italiana, Voci Globali, insieme agli esperimenti di editoria sociale digitale di Quintadicopertina.com, puntano ad aggregare e amplificare le voci dei netizen e dei social media. Un passaggio fondamentale nell’odierno panorama informativo e culturale, per riaffermare la partecipazione e il diretto coinvolgimento dei singoli al divenire della società civile anche in Italia.

    In questo nuovo contesto esiste, e in che misura, una forma di collaborazione e di scambio tra citizen journalism e informazione mainstream? Quali i contributi reciproci, e come rilanciarli per favorire la partecipazione diretta dei cittadini al “fare informazione” nell’era digitale? Gli organizzatori propongono un momento di riflessione su tali questioni in un incontro aperto al pubblico, gentilmente ospitato dall Ordine dei Giornalisti dell’Emilia Romagna nella propria sede.

    Per chi non li conoscesse e volesse iniziare a vedere che tipo di informazione fanno i tre progetti organizzatori, questi sono i siti: Global Voices, Voci Globali e Quintadicopertina.com. Qui invece l’invito all’evento del 1 aprile (pdf, 138KB, scaricabile anche cliccando sull’immagine ad apertura del post).

    Poco tempo un giovane giornalista è scomparso e a breve la sua memoria verrà ricordata nel modo migliore. Scrive a questo proposito l’Agenzia Dire:

    Giornalismo, nasce la borsa di studio “Simone Rochira”. Mercoledì l’ordine ricorda il collega della Dire morto a 33 anni

    (DIRE) Bologna, 26 feb. – L’idea era stata lanciata dal presidente dell’Ordine dei giornalisti dell’Emilia Romagna, Gerardo Bombonato, nelle ore immediatamente successive alla morte del nostro collega Simone Rochira, il 15 dicembre scorso, a 33 anni, per un male incurabile. Un’idea che mercoledì prossimo, 2 marzo, troverà compimento, permettendoci di ricordare Simone proiettando il mestiere che amava in un altro giovane appassionato com’era lui.

    Alle 15, nella sede dell’Ordine a Bologna (Strada Maggiore 6) sarà assegnata la borsa di studio “Simone Rochira”. Il premio (6.000 euro, la retta di iscrizione annuale, deliberato dal consiglio dell’Ordine il 7 febbraio scorso) andrà al migliore studente della scuola di Giornalismo “Ilaria Alpi”, istituita da Ordine e Università. La stessa che il nostro Simone aveva frequentato con profitto prima di essere assunto alla “Dire” nel 2007.

    Alla consegna del premio, oltre a Bombonato, al direttore della Scuola di Giornalismo, Angelo Varni e al direttore della “Dire”, Giuseppe Pace, parteciperanno i famigliari di Simone. L’invito è naturalmente esteso a tutti coloro che l’hanno conosciuto e apprezzato. Lunedì prossimo sarà reso noto il nome dello studente vincitore.

    Archivio Corriere della SeraSul numero uscito oggi del bisettimanale online Domani di Arcoiris Tv viene pubblicato un articolo di Filippo Senatore, bibliotecario del quotidiano di via Solferino. Il pezzo si intitola Cento anni fa è nato l’archivio del “Corriere della Sera”. Lo volle Albertini, direttore epurato dal fascismo:

    L’ha costruito e diretto il cognato di Giacomo Matteotti, assassinato per ordine di Mussolini. Da un secolo raccoglie giorno per giorno le memorie destinate a documentare chi scrive la nostra storia: studiosi italiani e stranieri come Denis Mc Smith. Ripeteva Albertini: d’ora in avanti i giornalisti non hanno scuse e se incorrono in errori di precisione verranno licenziati. Ma erano altri tempi…

    L’articolo continua qui.

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  • Per riprendere ed estendere il discorso avviato da Rita Guma, presidentessa nazionale della onlus Osservatorio sulla legalità e sui diritti, sull’accesso alla professione giornalistica, Christian Diemoz nei giorni scorsi ha pubblicato il post Dopo Bono, Siddi Vox e Natale Jagger (ripreso anche dal Barbiere della Sera). Il tono si evince già dal sottotitolo (“nell’estate del rock la Fnsi supera gli U2 in quanto a dar spettacolo”) e, per quanto il post meriti di essere letto per intero, eccone un passaggio particolarmente significativo:

    Non è paradossale sostenere che se un giorno gli autonomi si fermassero, tre quarti dei quotidiani e molti settimanali, che li utilizzano come collaboratori, non riuscirebbero ad uscire. Perché? Per il semplice fatto che i giornalisti assunti, vantando le tutele contrattuali del loro status, non possono essere spremuti come dei collaboratori (pagati quando va bene con co.co.co, oppure in “natura” – telefonini o sim – o a “peso”, come rivela l’ultima drammatica ricerca della LSDI) senza nessun tipo di diritto e ai quali avanzare le richieste più disparate, perché “se non va bene a te, andrà bene a un altro al tuo posto”. Indovinate un po’, pertanto, chi è che scrive i tre-quarti degli articoli che leggete ogni giorno?

    È un peccato che i rappresentanti della Fnsi non abbiano affrontato un tema del genere con il sottosegretario Bonaiuti. Eppure, un argomento – e nemmeno debole – lo avevano, rappresentato dal recente insediamento della Commissione Nazionale per il Lavoro autonomo (di cui, a scanso di equivoci, chi scrive fa parte), che ha cercato peraltro di divenire il più operativa possibile da subito, organizzandosi in gruppi di lavoro tematici. Non lo hanno fatto e, da autonomi, non si può che essere dispiaciuti, e ogni giorno più arrabbiati, per il fatto che il Sindacato continui a vivere ancorato ad un’immagine della categoria che ha abbandonato da tempo la realtà, per transitare nelle accoglienti fila della mitologia.

    Al momento, da parte della federazione, pare non sia giunta ancora nessuna risposta. Forse perché si guarda troppo un singolo bavaglio a discapito di altri, non meno insidiosi. Anzi, forse più subdoli. Come quello segnalato poco tempo fa dalla rivista Mamma.

    Rita Guma, presidentessa nazionale della onlus Osservatorio sulla legalità e sui diritti, poco tempo fa ha scritto alcune considerazioni sugli aspiranti giornalisti: strada sempre più in salita. Se alla situazione tracciata si aggiungono le note di Lsdi a proposito del giornalismo digitale, forse non si tratta ancora del “colpo di grazia” di cui si parlava con Christian Diemoz in uno scambio di mail in proposito, ma ci si avvicina. Ecco di seguito cosa scrive Rita Guma.

    Oggi non è indispensabile laurearsi in materia o passare l’esame di professionista per accedere alla professione di giornalista, ma basta un diploma qualsiasi (legge 69/1963) e operare due anni presso una redazione con rapporto di collaborazione retribuito producendo nei due anni precedenti alla richiesta d’iscrizione un certo numero di articoli (da 24 fino a 90, a seconda della periodicità della testata e a seconda dell’Ordine regionale di competenza) (NOTA 1).

    Certo è un metodo che espone a molti problemi, per il fatto che in quel periodo si è totalmente in balia della testata, che se non paga si perdono non solo i compensi, ma anche la validità della documentazione (ma non ci si può ribellare altrimenti si perde la collaborazione e – perdendo la continuità – si perde tutto il pregresso ai fini dell’iscrizione all’Ordine).

    Ma il vero grave problema sono gli alti importi della retribuzione richiesta da molti Ordini per la validità del periodo di “tirocinio”, il che comporta il fatto che le redazioni tendano a rifiutare la collaborazione a persone che non siano parenti di un VIP. Prova ne sia una ricerca dell’Ordine dei giornalisti del 18 maggio 2010 dal titolo “Smascheriamo gli editori”, che presenta un quadro nero della retribuzione media dei giornalisti sulle grandi e medie testate italiane: le retribuzioni (lorde) dei giornalisti in genere si aggirano sui 2,5-10 euro a notizia oppure ad articolo (eccetto che per alcune testate nazionali, con 30-50 euro), mentre per l’accesso alla professione gli Ordini regionali dei giornalisti impongono una retribuzione minima di 25 euro per la notizia, 60 per l’articolo (NOTA 2), cioè quanto stabilito dal tariffario nazionale dei giornalisti già iscritti all’Ordine.
    (more…)

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  • Il ReportageBooksblog annuncia che questo mese inizieranno le pubblicazioni di una nuova rivista, Il Reportage, trimestrale di scrittura, giornalismo e fotografia. Citando un lancio dell’Agi:

    Questa rivista (direttore è Riccardo De Gennaro, photo-editor Mauro Guglielminotti) ha una concezione molto flessibile del reportage, che può essere anche un’inchiesta-denuncia, un’intervista, un viaggio letterario, un diario. Anche la fiction non è trascurata: ogni numero di Reportage, che si avvarrà anche di un sito internet (www.ilreportage.com), ospiterò un racconto. Il primo è di Dario Voltolini. Tema del primo numero sono le periferie: Catania strangolata dalla mafia nel racconto di Riccardo Orioles e Pippo Scatà con le foto sulle mafie di Alberto Giuliani; i quartieri periferici di New York e Detroit, svuotati dal boom dei mutui, raccontati da Eleonora Bianchini e Mauro Guglielminotti: quel pezzo tragico di storia della “periferica” Argentina nell’intervista di Alejandro Brittos a uno dei guerriglieri superstiti al massacro di Trelew nel 1972 con i ritratti di Simone Perolari; la borgata di Ostia, dove fu ucciso Pasolini, descritta da Beppe Sebaste e dalla fotografa Maria Andreozzi. Ma anche Hong Kong, come in un “viaggio fino alla fine del mondo”, con lo scrittore Carlo Grande e il fotoreporter Francesco Acerbis, il “viaggio senza viaggio” di Fabio Sebastiani (le foto sono di Stefano Snaidero) nella metropolitana di Roma, il “trip” del drogato di eroina raccontato anche in chiave saggistica dal poeta Lello Voce con le foto di Jessica Dimmocks. Ci sono poi i fotoreportage sull’Africa di Ron Haviv e sui campi di concentramentio di Auschwitz e Birkenau di Ivo Saglietti.

    Al momento sul sito della rivista, pubblicata da Edizioni Centouno, c’è solo una pagina di annuncio mentre per leggere qualcosa di Riccardo De Gennaro, che proviene da Repubblica, si può andare qui. Del photo-editor invece c’è un sito personale.

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