Xaaraan – Il blog di Antonella Beccaria

Non credo nelle otto del mattino. Però esistono. Le otto del mattino
sono l'incontrovertibile prova della presenza del male nel mondo
Gli ultimi giorni, Andrew Masterson

Per riprendere ed estendere il discorso avviato da Rita Guma, presidentessa nazionale della onlus Osservatorio sulla legalità e sui diritti, sull’accesso alla professione giornalistica, Christian Diemoz nei giorni scorsi ha pubblicato il post Dopo Bono, Siddi Vox e Natale Jagger (ripreso anche dal Barbiere della Sera). Il tono si evince già dal sottotitolo (”nell’estate del rock la Fnsi supera gli U2 in quanto a dar spettacolo”) e, per quanto il post meriti di essere letto per intero, eccone un passaggio particolarmente significativo:

Non è paradossale sostenere che se un giorno gli autonomi si fermassero, tre quarti dei quotidiani e molti settimanali, che li utilizzano come collaboratori, non riuscirebbero ad uscire. Perché? Per il semplice fatto che i giornalisti assunti, vantando le tutele contrattuali del loro status, non possono essere spremuti come dei collaboratori (pagati quando va bene con co.co.co, oppure in “natura” – telefonini o sim – o a “peso”, come rivela l’ultima drammatica ricerca della LSDI) senza nessun tipo di diritto e ai quali avanzare le richieste più disparate, perché “se non va bene a te, andrà bene a un altro al tuo posto”. Indovinate un po’, pertanto, chi è che scrive i tre-quarti degli articoli che leggete ogni giorno?

È un peccato che i rappresentanti della Fnsi non abbiano affrontato un tema del genere con il sottosegretario Bonaiuti. Eppure, un argomento – e nemmeno debole – lo avevano, rappresentato dal recente insediamento della Commissione Nazionale per il Lavoro autonomo (di cui, a scanso di equivoci, chi scrive fa parte), che ha cercato peraltro di divenire il più operativa possibile da subito, organizzandosi in gruppi di lavoro tematici. Non lo hanno fatto e, da autonomi, non si può che essere dispiaciuti, e ogni giorno più arrabbiati, per il fatto che il Sindacato continui a vivere ancorato ad un’immagine della categoria che ha abbandonato da tempo la realtà, per transitare nelle accoglienti fila della mitologia.

Al momento, da parte della federazione, pare non sia giunta ancora nessuna risposta. Forse perché si guarda troppo un singolo bavaglio a discapito di altri, non meno insidiosi. Anzi, forse più subdoli. Come quello segnalato poco tempo fa dalla rivista Mamma.

Rita Guma, presidentessa nazionale della onlus Osservatorio sulla legalità e sui diritti, poco tempo fa ha scritto alcune considerazioni sugli aspiranti giornalisti: strada sempre più in salita. Se alla situazione tracciata si aggiungono le note di Lsdi a proposito del giornalismo digitale, forse non si tratta ancora del “colpo di grazia” di cui si parlava con Christian Diemoz in uno scambio di mail in proposito, ma ci si avvicina. Ecco di seguito cosa scrive Rita Guma.

Oggi non è indispensabile laurearsi in materia o passare l’esame di professionista per accedere alla professione di giornalista, ma basta un diploma qualsiasi (legge 69/1963) e operare due anni presso una redazione con rapporto di collaborazione retribuito producendo nei due anni precedenti alla richiesta d’iscrizione un certo numero di articoli (da 24 fino a 90, a seconda della periodicità della testata e a seconda dell’Ordine regionale di competenza) (NOTA 1).

Certo è un metodo che espone a molti problemi, per il fatto che in quel periodo si è totalmente in balia della testata, che se non paga si perdono non solo i compensi, ma anche la validità della documentazione (ma non ci si può ribellare altrimenti si perde la collaborazione e – perdendo la continuità – si perde tutto il pregresso ai fini dell’iscrizione all’Ordine).

Ma il vero grave problema sono gli alti importi della retribuzione richiesta da molti Ordini per la validità del periodo di “tirocinio”, il che comporta il fatto che le redazioni tendano a rifiutare la collaborazione a persone che non siano parenti di un VIP. Prova ne sia una ricerca dell’Ordine dei giornalisti del 18 maggio 2010 dal titolo “Smascheriamo gli editori”, che presenta un quadro nero della retribuzione media dei giornalisti sulle grandi e medie testate italiane: le retribuzioni (lorde) dei giornalisti in genere si aggirano sui 2,5-10 euro a notizia oppure ad articolo (eccetto che per alcune testate nazionali, con 30-50 euro), mentre per l’accesso alla professione gli Ordini regionali dei giornalisti impongono una retribuzione minima di 25 euro per la notizia, 60 per l’articolo (NOTA 2), cioè quanto stabilito dal tariffario nazionale dei giornalisti già iscritti all’Ordine.
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  • Il ReportageBooksblog annuncia che questo mese inizieranno le pubblicazioni di una nuova rivista, Il Reportage, trimestrale di scrittura, giornalismo e fotografia. Citando un lancio dell’Agi:

    Questa rivista (direttore è Riccardo De Gennaro, photo-editor Mauro Guglielminotti) ha una concezione molto flessibile del reportage, che può essere anche un’inchiesta-denuncia, un’intervista, un viaggio letterario, un diario. Anche la fiction non è trascurata: ogni numero di Reportage, che si avvarrà anche di un sito internet (www.ilreportage.com), ospiterò un racconto. Il primo è di Dario Voltolini. Tema del primo numero sono le periferie: Catania strangolata dalla mafia nel racconto di Riccardo Orioles e Pippo Scatà con le foto sulle mafie di Alberto Giuliani; i quartieri periferici di New York e Detroit, svuotati dal boom dei mutui, raccontati da Eleonora Bianchini e Mauro Guglielminotti: quel pezzo tragico di storia della “periferica” Argentina nell’intervista di Alejandro Brittos a uno dei guerriglieri superstiti al massacro di Trelew nel 1972 con i ritratti di Simone Perolari; la borgata di Ostia, dove fu ucciso Pasolini, descritta da Beppe Sebaste e dalla fotografa Maria Andreozzi. Ma anche Hong Kong, come in un “viaggio fino alla fine del mondo”, con lo scrittore Carlo Grande e il fotoreporter Francesco Acerbis, il “viaggio senza viaggio” di Fabio Sebastiani (le foto sono di Stefano Snaidero) nella metropolitana di Roma, il “trip” del drogato di eroina raccontato anche in chiave saggistica dal poeta Lello Voce con le foto di Jessica Dimmocks. Ci sono poi i fotoreportage sull’Africa di Ron Haviv e sui campi di concentramentio di Auschwitz e Birkenau di Ivo Saglietti.

    Al momento sul sito della rivista, pubblicata da Edizioni Centouno, c’è solo una pagina di annuncio mentre per leggere qualcosa di Riccardo De Gennaro, che proviene da Repubblica, si può andare qui. Del photo-editor invece c’è un sito personale.

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  • L’intervento di Antonio Rossano al Working Capital di Napoli:

    Pulitzer, una piattaforma di community funded reporting e di crowdfunding grazie alla quale gli utenti potranno finanziare inchieste giornalistiche e progetti legati all’editoria.

    (Via Vittorio Pasteris)

    Attentato a Gianni Lannes

    Mettetevi comodi prima di iniziare a leggere questa intervista. E fatelo per due ragioni: la prima, preliminare, perché l’intervista è lunga. La seconda perché, proprio per il dettaglio delle risposte, vi racconterà un pezzo di storia che sui giornali leggete di rado. Dovete andare a cercarvela, questa informazione, tra le rare incursioni sui quotidiani nazionali o nelle colonne della stampa quasi di nicchia.

    Eppure Gianni Lannes, il giornalista che parla nelle righe che seguono, a qualcuno dà fastidio. Dà fastidio al punto che nei giorni scorsi ha subìto una nuova – e non di scarso rilievo – intimidazione. Come scrisse il giornalista Andrea Purgatori nella sceneggiatura del film Il muro di gomma, il racconto della sua indagine sull’abbattimento del DC9 dell’Itavia sui cieli di Ustica, «la notizia è finita a pagina 16, ma qualcuno l’ha letta». Non occorre conquistarsi le aperture delle prime pagine per dimostrare la propria professionalità. E non occorre conquistarsele nemmeno per vedersi minacciati di morte.

    Insomma, prendetevi il tempo che vi serve per leggere quanto vi viene raccontato. Fatelo “a puntate”, nel caso non possiate farlo in un fiato, ma arrivate fino in fondo. Perché ci sono aspetti della vostra vita che non vi vengono raccontati. Eppure qualcuno paga per tutti scontando la “colpa” di ricostruirli, quei fatti. Paga anche per voi.

    Un’auto incendiata a luglio, promesse di morte arrivata via mail e nei giorni scorsi l’esplosione della seconda vettura. Ma cosa stai scrivendo che dà così tanto fastidio?

    Non ho bisogno e non mi interessa fare pubblicità, ma ho appena pubblicato un libro intitolato Nato: colpito e affondato relativo a una quasi sconosciuta Ustica bis – anche se ne avevo anticipato in sintesi i contenuti esplosivi il 4 novembre 2008 sul quotidiano La Stampa – relativa ai trattati segreti fra il nostro Paese e gli Usa, ma soprattutto l’Alleanza atlantica. Il 2 luglio mi sarei dovuto recare a Napoli per intervistare il professor Giulio Russo Krauss, docente all’Accademia navale di Livorno, all’università Federico II, nonché consulente giudiziario. Ma qualcuno ha pensato bene di disintegrare l’autovettura di mia moglie sotto la mia abitazione sconosciuta ai più.
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    Letteratura e giornalismoUn libro che riprende un dibattito che ogni tanto si riaccende. Un dibattito che, insieme ad altri di recente emersi, risulta interessante per approfondire il termine del racconto tributato dalla realtà. Per questo segnalo la recensione di Giorgio Fontana pubblicata sul Sole 24 Ore dal titolo “Letteratura e giornalismo” di Clotilde Bertoni:

    Risultano di grande interesse i capitoli dedicati all’evoluzione narrativa del reportage. Partendo dal “non genere” dell’elzeviro, la storia dell’ibridazione trova una svolta nel new journalism di metà anni ‘50 — Tom Wolfe, Gay Talese, e il genio stralunato e folle di Hunter S. Thompson — si arriva fino al non fiction novel di Truman Capote o del nostro Roberto Saviano (uno dei pregi del libro, fra l’altro, è proprio quello di non tralasciare affatto il panorama contemporaneo italiano).

    L’autrice insegna letterature comparate alla facoltà di scienze della formazione dell’università di Palermo e in questi termini si presenta il volume:

    Letteratura e giornalismo presentano diverse antinomie: la letteratura ambisce alla durata, il giornalismo è per sua natura effimero, legato com’è alla contingenza del momento; la prima è basata sulla menzogna, intesa come rielaborazione della realtà, creazione di mondi alternativi, il secondo punta a descrivere puntigliosamente il reale. Eppure tra questi due mondi, all’apparenza antitetici, esistono contatti e contaminazioni. Il libro ne passa in rassegna alcuni: l’attività degli scrittori giornalisti e le forme sperimentali di cronaca o di narrativa che possono derivarne; le interferenze vere e proprie, create dalla contiguità materiale (il feuilleton, l’elzeviro) o dal ricorso a strategie e libertà letterarie (come nel caso del New Joumalism); la tematizzazione letteraria del giornalismo, dalle balzachiane “Illusioni perdute” fino al romanzo contemporaneo.

    Mamma.amPer chi non l’avesse notato, è arrivata Mamma che se la leggi è giornalismo e se la quereli è satira:

    Pratichiamo l’arte dello scritto e dell’immagine come creativita’ senza strategia, allergici alle strategie di marketing e desiderosi di costruire un nucleo di messaggi denso e significante come il cuore di una stella. Siamo un laboratorio creativo finalizzato alla comunicazione e alla crescita artistica (ma anche umana e professionale) di ognuno dei ragazzi di bottega che partecipano a questo progetto. In questo laboratorio il successo, comunque lo si intenda, e’ una conseguenza automatica di quello che faremo, e non un obiettivo angosciante e meschino da raggiungere a tutti i costi per salire su un piedistallo d’argilla a vincere medaglie di cartone [...]. Assieme a Riccardo Cocciante cantiamo che “né soldi né donne, né politica potranno dividerci” e ci impegnamo a rispettare, provare a capire e prendere per il culo quando necessario qualunque orientamento politico, ideologico, filosofico o religioso che non siano palesemente delle cazzate tipo Scientology, o tipo le varie forme di totalitarismo in stile Matrix colorate dalle ideologie piu’ varie, a cui siamo veramente allergici.

    Qui un po’ di penne e qui invece un po’ di matite. E occhio che mica ha finito di arrivare, tra un po’ tocca alla carta ripassata a sedici colori.

    A (s)proposito


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