Piazza Fontana: l’uso politico e le vittime preventive di una strage

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Piazza Fontana

All’inizio furono 17 morti e 88 feriti. I numeri si riferiscono al bilancio della strage di Piazza Fontana, quella provocata da una bomba posizionata a Milano, nel salone della Banca Nazionale dell’Agricoltura, che esplose alle 16.37 del 12 dicembre 1969. L’inizio, invece, riguarda un periodo che ormai nei libri di storia va sotto l’espressione di “strategia della tensione”.

Piazza Fontana ne segna l’ingresso e apre un capitolo nel recente passato del Paese in cui il terrorismo indiscriminato – che si è avvalso della complicità operativa delle organizzazioni neofasciste (Ordine Nuovo, nell’episodio specifico) – è stato usato come strumento politico. Ma alcuni precedenti c’erano stati.
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“Depistaggi – Da piazza Fontana alla stazione di Bologna”: il libro che li racconta

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Depistaggi - Da piazza Fontana alla stazione di Bologna

Questo testo è l’introduzione al libro Depistaggi – Da piazza Fontana alla stazione di Bologna di Luna Beggi, Paolo Cianci, Maria Giovanna Drudi, Luca Palestini, Flavio Romani e Amalia Vergari, Castelvecchi Editore, Roma, 2018

A dicembre 2017, alla fine di un anno di lavoro, dissi loro: «Avete ormai quasi scritto un libro, perché non pensare di ultimarlo e pubblicarlo?». Tutto era nato dodici mesi prima, con la fine delle selezioni per accedere ai corsi dell’area non fiction della Bottega Finzioni, la scuola che forma autori per il cinema, la televisione e la radio fondata a Bologna da Carlo Lucarelli. Chi firma oggi il testo del volume faceva parte dei venti allievi che avevano superato le prove di accesso e il successivo gennaio erano iniziate le lezioni.

Per un anno ci siamo frequentati praticamente tutte le settimane, il venerdì e nei fine settimana intensivi. In aula li ho visti lavorare, affiancando i docenti in qualità di responsabile dell’area insieme al regista Francesco Merini, osservandoli mentre si cimentavano in vari aspetti del lavoro autoriale: la ristrutturazione di format tv sull’arte e sulla cultura, la stesura di sceneggiature per trasmissioni di approfondimento oppure l’individuazione di rubriche per l’intrattenimento sul piccolo schermo.
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Un giorno nella storia d’Italia – 2 agosto 1980: lo speciale di Rai Radio3

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Le vittime della strage alla stazione di Bologna

La lunga giornata del 2 agosto 1980 ripercorsa ora per ora, fin dal momento in cui, alle 10.25, una bomba di enorme potenza esplode nella sala d’aspetto di seconda classe della Stazione Centrale di Bologna, travolgendo tutti quelli che si trovavano nel locale, sul marciapiede del primo binario, nel bar-ristorante accanto e nel piazzale dei taxi. Le 10.25 sono un orario che difficilmente si dimentica e che l’orologio fuori dalla stazione ricorda ancora oggi. Le vittime della strage, alla fine, saranno 85 e i feriti oltre 200″.

È la presentazione dello speciale realizzato per Rai Radio3 Un giorno nella storia d’Italia – 2 agosto 1980, dieci cronache di dieci momenti diversi di quel sabato di trentotto anni fa. Per ascoltare tutte le cronache il link è questo.

Trattativa, le motivazioni della sentenza vanno lette ricordando stragi neofasciste, golpe e P2

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Giovanni Falcone e Paolo Borsellino

Durante il microfono aperto che Radio Popolare ha mandato in onda nella mattinata di giovedì 19 luglio, dedicato all’anniversario della strage di via D’Amelio, un ascoltatore ha chiamato esprimendo una sollecitazione a giornalisti e cittadini: non arroccarsi su singoli eventi o su singoli decenni, trattandoli come se fossero compartimenti stagni, ma ampliare l’ottica, dare una lettura organica al recente passato italiano.

L’ascoltatore ha ragione e le motivazioni della sentenza a conclusione del processo di primo grado sulla trattativa Stato-mafia vanno proprio in questo senso: non limitarsi a un periodo, ma allargare la lettura, raccogliere elementi in apparenza frutto di disegni criminali differenti – come quelli scaturiti dalla criminalità politica – per cogliere elementi di raccordo realmente esistenti.

In quest’ottica emerge un quadro che non è il risultato di un unico disegno delinquenziale, frutto di un potente burattinaio, ma che è il fronte più evidente di un’alleanza tra realtà eterogenee, come sembrano essere mafie, estremismo neofascista, apparati d’intelligence che, sulla base di interessi convergenti, “deviano” seguendo input politici ancora da inquadrare nel dettaglio, e massoneria che, al pari, dimentica i postulati della fratellanza in nome di qualcosa di diverso. Ecco alcuni aspetti.

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Nel nome di Luciana Alpi: la promessa di non fermarsi

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Luciana Alpi

Gli amici più stretti, addolorati, i vertici della Federazione nazionale della stampa, dirigenti e giornalisti Rai – non la presidente Monica Maggioni (pare che dove c’è il Dg Orfeo non ci sia lei) – si sono ritrovati a Roma nella chiesa di Santa Chiara per l’ultimo saluto a Luciana Alpi, mamma di Ilaria, la giornalista uccisa in Somalia il 20 marzo 1994, insieme al suo operatore Miran Hrovatin.

Non c’era lo Stato, a quel funerale, come avrebbe dovuto. Perché Luciana, madre coraggiosa e testimone di una battaglia di verità, meritava il rispetto e il tributo dello Stato e invece se ne è andata perdendo la sua battaglia, stremata dalla fatica, come l’abbiamo persa tutti noi che teniamo al senso della democrazia.

Già, perché il suo impegno e quello di suo marito Giorgio, scomparso nel 2010, non è stato onorato dalla chiusura definitiva del caso. “Volevano darmi un colpevole”, diceva Luciana a proposito del somalo Hashi Omar Hassan, accusato e poi dichiarato innocente dopo 17 anni di carcere, “ma io non volevo un colpevole, volevo la verità”, spiegando così gli oltre vent’anni di indagini sballate, sufficienti a creare quella distanza minima per allontanare la possibilità di ricostruire i fatti in modo certo e inchiodare i veri responsabili.

Luciana Alpi, dell’innocenza di Hassan, era convinta da sempre tanto che, quando arrivò la condanna per il somalo poi confermata in Cassazione, al telefono ripeteva ai giornalisti una frase: “Povero figlio”. Un’espressione curiosa, se si pensa che era rivolta a colui che era ritenuto l’assassino della sua figlia. Questa madre coraggio, come già accaduto a Carla Verbano, madre di Valerio, ucciso a Roma il 22 settembre 1980 senza che i suoi assassini abbiano mai avuto un nome, si è battuta come una leonessa fino all’ultimo. Ma tanti sono stati i colpi che ha dovuto incassare. L’ultimo era stato la richiesta di archiviazione della procura di Roma per le nuove indagini basate sulle intercettazioni giunte da Firenze nell’aprile scorso e dichiarate due mesi dopo sostanzialmente irrilevanti.

Articolo scritto a quattro mani con Stefania Limiti per Antimafia Duemila

“Educati alla violenza”: viaggio tra bulli, baby gang e vittime in un libro inchiesta

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Educati alla violenza

Bullismo, baby gang e criminalità minorile. Sono questi i tre cardini su cui si innesta il libro inchiesta del giornalista Antonio Murzio (nella foto sotto). “Educati alla violenza” (Imprimatur, 176 pagine, 15 euro) porta il lettore direttamente dentro al fenomeno con sei storie. Sono quelle di Arturo, Aurora, Andrea, Giovanni, Anna e Beatrice i quali, attraverso le loro esperienze, fanno vivere dall’interno l’incubo in cui cadono. Portando all’emersione di un aspetto trasversale: la solitudine, la paura di non essere creduti, l’intimidazione come claustrofobico dogma a cui sembra impossibile sottrarsi.

Ma nel lavoro di Murzio, che si è avvalso del supporto di Maura Manca, la psicologa e psicoterapeuta che presiede l’Osservatorio nazionale adolescenza, non c’è solo la parte dedicata alla testimonianza delle vittime. La sua inchiesta va oltre e imprescindibili sono i dati. “L’Osservatorio […] anno dopo anno tutte le problematiche degli adolescenti italiani”, scrive l’autore, “e l’indagine svolta nel corso del 2017 su un campione di ottomila ragazzi ha evidenziato come, nella fascia tra i 14 e i 18 anni, il 28 per cento sia stato vittima di bullismo tradizionale e l’8,5 per cento di cyberbullismo. Nella fascia tra gli 11 e i 13 anni i numeri sono più alti: il 30 per cento dei preadolescenti, infatti, è stato vittima di bullismo tradizionale e il 10 per cento di cyberbullismo”.

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Parla Fioravanti: “Nel Msi ci consideravano anarcoidi e noi iniziammo a sparare”

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Valerio Fioravanti

È stato l’esordio in aula dell’ex Nar Valerio Fioravanti, condannato in via definitiva per la bomba esplosa alla stazione di Bologna il 2 agosto 1980. Il processo è quello a carico di Gilberto Cavallini, il neofascista che fece parte dei Nuclei Armati Rivoluzionari e che oggi è accusato di concorso nella strage per la quale sono già stati condannati in via definitiva Fioravanti, sua moglie Francesca Mambro e Luigi Ciavardini. E se lei, sul banco dei testimoni nelle ultime tre udienze, ha respinto l’etichetta di estremista di destra, adesso anche la parola fascista diventa quasi di troppo, ad ascoltare suo marito.

Valerio Fioravanti, 60 anni, è stato riconosciuto colpevole di 93 omicidi, compresi gli 85 morti della stazione di Bologna, e gli sono stati comminati 8 ergastoli, oltre a 134 anni e 8 mesi di reclusione. In libertà vigilata dal gennaio 2007, il 18 aprile 2009 è tornato a essere un uomo libero, quarant’anni dopo i primi seri guai giudiziari. La sua carriera criminale, infatti, inizia alla fine degli anni Settanta dopo l’iniziale militanza nel Msi e nelle organizzazioni del Movimento sociale (è stato segretario giovanile a Monteverde). Di destra sì, dunque, ma il salto dalla destra parlamentare allo spontaneismo armato è avvenuto – secondo Fioravanti – non per una pulsione verso l’estremismo fascista, ma cogliendo e trasformando in pratica terroristica il malcelato disprezzo nei confronti di quei ragazzi terribili da parte dei vertici missini.

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Strage Bologna: Ciavardini (possibile) indagato per reticenza

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Strage alla stazione di Bologna, 2 agosto 1980

Rifiuta di dire chi lo ha ospitato a Villorba di Treviso e chi ha coperto la sua latitanza fornendogli documenti falsi e mezzi di trasporto, come un motorino con cui si spostava nella provincia veneta. Si dichiara innocente per omicidi eccellenti per i quali è stato condannato, come quello del giudice Mario Amato, assassinato a Roma il 23 giugno 1980, e disconosce qualsiasi suo ruolo nell’eccidio alla stazione di Bologna del 2 agosto, 85 morti e oltre 200 feriti.

Luigi Ciavardini, 56 anni il prossimo 29 settembre, si presenta in aula come testimone nel processo che vede unico imputato il neofascista Gilberto Cavallini, accusato di concorso in strage. In corridoio, poco prima, si era definito la ottantaseiesima vittima a cui vanno aggiunti gli altri due Nar condannati in via definitiva, Valerio Fioravanti e Francesca Mambro, che saranno sentiti tra il 23 e il 25 maggio prossimi. E finisce per accapigliarsi con il presidente della Corte d’Assise di Bologna, Michele Leoni, e con i pubblici ministeri che gli hanno ricordato l’obbligo di dire tutto ciò che sa.

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Corruzione, malaffare e storie di persone che resistono alle lusinghe dell’illegalità

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Onesti e disonesti - Le due Italie che si combattonoÈ uscito per i tipi di Castelvecchi il libro Onesti e disonesti – Le due Italie che si combattono. Una serie di storie che raccontare uno spaccato del Paese:

Sangue infetto, smaltimento illegale dei rifiuti, speculazioni edilizie, depredazione del territorio, corpi femminili usati come merce di scambio. Sono molteplici le forme che assume la corruzione, senza contare quello che accade all’interno dei partiti. Fiumi di denaro mangiati a scapito dei cittadini e della loro vita. Ma non tutti osservano immobili l’assalto alle risorse pubbliche e l’ingordigia di chi ha come unico scopo l’arricchimento personale. Esiste una nazione che non si vede, che si oppone e che per questo ha pagato e, a volte, continua a pagare per il proprio moto di onestà. Ma che non si è arresa al dilagare dell’illegalità.

5 maggio 1972, il disastro di Montagna Longa: una strage negli anni della strategia della tensione

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Il disastro di Montagna Longa

Sono trascorsi 46 anni da quando, alle 22.24 del 5 maggio 1972, un aereo, un Dc8 Alitalia AZ 112 partito da Roma con 30 minuti di ritardo, in fase di atterraggio all’aeroporto palermitano di Punta Raisi, si schiantò su un costone di roccia tra Cinisi e Carini. Questo evento viene ricordato come il disastro di Montagna Longa, dal nome delle alture a ridosso dello scalo siciliano, e 115 furono le vittime, tra passeggeri e membri dell’equipaggio.

Per la giustizia – che ci mise dodici anni per pronunciarsi – si tratta del bilancio di un errore umano commesso dal comandante Roberto Bartoli, che a Palermo era atterrato 57 volte, e dal primo ufficiale Bruno Dini. Secondo la versione della magistratura, scambiarono il radiofaro dell’aeroporto con quello posto dieci miglia più a sud, su Monte Gradara.

Non dissimile l’esito dell’inchiesta ministeriale, che arrivò a conclusione in tempi da record, dodici giorni: sciagura, in una serata mite e serena, e nessun evento esterno – come un ordigno esplosivo o una collisione in volo – a determinare il disastro, il più grave dell’aviazione civile nell’Italia del dopoguerra fino a quello di Linate, avvenuto l’8 ottobre 2001 e che costò la vita a 118 persone. Detto ciò, sulla strage di Montagna Longa i dubbi non si sono mai dissolti. Non è accaduto per i familiari delle vittime che, di recente, si sono rivolti alla procura generale di Catania perché avochi l’indagine. Rappresentati dall’avvocato Giovanni Di Benedetto, i parenti lo hanno fatto dopo l’ennesimo no alla riapertura con annessa richiesta di riesumazione dei corpi delle vittime.
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