Marocco: il martirio di Mouhcine Fikri e la storia di un Paese a cui continuare a guardare

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Khalid Moufid è ben più dell’interprete che ha dato un contributo fondamentale al libro Morire al Cairo. È un profondo conoscitore della situazione mediorientale e interviene con una replica agli articoli dello scorso 31 ottobre in cui si scrive della “nuova ondata della cosiddetta primavera araba in Marocco dopo la tragica morte del pescatore Mouhcine Fikri” (se ne parla anche qui). Ecco cosa scrive in proposito Khalid.

Dopo che in tutti i Paesi arabi si è spenta la candela della libertà, c’è ancora la Tunisia che ha proprio un autunno e stiamo tutti aspettando la fine della caduta delle foglie per capire se diventerà un altro amaro, rigido, freddo e agghiacciante inverno o no. Da semplice cittadino marocchino, vedo che da tante parti si soffia sul fuoco e altri strumentalizzano questa morte per colpire la stabilità geopolitica del Marocco o semplicemente per creare l’ennesima occasione per vendere armi e aprire la strada ai servizi segreti occidentali, oltre a mettere l’ultima zampa sul nord Africa, a pochi passi dello stretto di Gibilterra, dopo che hanno messo gli artigli su Egitto, Libia e Tunisia.

Ho visto tante volte il filmato in cui Mouhcine prova invano a impedire alla polizia di sequestrare la sua merce. Perché, per lui, morire significava difendere il suo secco pezzo di pane e buttarsi dentro la pressa del camion dell’immondizia. Da kamikaze, Mouhcine decide di farla finita scegliendo di sacrificarsi e far consumare il suo corpo mentre si sente una voce robusta affaticata e autoritaria: “Than mou, than mou” (“Pressalo, pressalo”).
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Caso Uva: “Perché è stato omicidio preterintenzionale”

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Il caso di Giuseppe Uva

“Le condizioni di Giuseppe Uva erano fin da subito tali da imporre la chiamata al 118 […] con il duplice risultato di fornire al paziente l’assistenza necessaria facendo cessare ogni turbativa della quiete pubblica”. Invece la richiesta di intervento fu annullata e “sproporzionato” è stato il dispiegamento di forze dell’ordine – una gazzella dei carabinieri e tre volanti della polizia – per avere ragione di due uomini che avevano alzato troppo il gomito.

Questi sono solo alcuni passaggi della durissima richiesta alla Corte d’assise d’appello da parte del sostituto procuratore generale di Milano Massimo Gaballo. La vicenda è quella di Giuseppe Uva, l’operaio di 43 anni morto all’ospedale di Varese la mattina del 15 giugno 2008 dopo essere stato fermato da due carabinieri e sei poliziotti, processati e assolti in primo grado dall’accusa di omicidio preterintenzionale e sequestro di persona.

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Le indagini di Nic, terzo episodio: “Il manipolatore”, un altro caso ispirato alle indagini di Eagle Keeper

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Il Manipolatore

Terzo episodio della collana Le indagini di Nic, i gialli scritti a quattro mani con Argia Granini ispirati ai casi reali dell’agenzia Eagle Keeper, fondata da Ugo Vittori e specializzata nell’antifrode assicurativa. Questa volta, nel libro Il manipolatore, si uccide per incassare denaro e questa è la presentazione del romanzo:

Un assassinio inspiegabile, quasi un’esecuzione, costringe una tranquilla cittadina di provincia a interrogarsi sui personaggi che entrano a vario titolo nella storia. Lucio Girone, il morto, è un essere mite e con problemi di salute, fisici e mentali. Andrea Carli, il presunto colpevole, è un personaggio ambiguo, con precedenti di scarsa rilevanza. E poi c’è Adele, una donna innamorata. Quale segreto lega i tre protagonisti?

Con il supporto di Giraldi Editore, il giallo viene distribuito in ebook mentre qui e qui si parla dei due episodi precedenti, “Di tutte le ipotesi” e “Il futuro non esiste”. E anche stavolta, come nel secondo, la prefazione è di Cinzia Gennarelli, marketing manager di Eagle Keeper.

Il massacro del Circeo: una storia di violenza politica e di genere (seconda parte)

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Il massacro del Circeo

Lo sguardo di Donatella Colasanti, dopo le ore trascorse nella villa del Circeo prigioniera di Angelo Izzo, Gianni Guido e Andrea Ghira, non sarà mai più quello di prima. La sua amica Rosaria Lopez è stata affogata dopo un’interminabile sequenza di sevizie e lei, sopravvissuta fingendosi morta, avrà davanti le immagini delle torture durate un giorno e mezzo fino a quando, a 47 anni, muore di cancro al seno. È il 30 dicembre 2005.

Nel 1976 il processo per i fatti del 29 settembre 1975 è di quelli che tengono l’opinione pubblica incollata alle cronache. In aula si batte come una leonessa l’avvocato Tina Lagostena Bassi, che rappresenta Donatella, e le udienze per la prima volta vengono filmate dalla Rai per quello che diventerà «Processo per stupro», il documentario di Loredana Rotondo. Alla difesa della ragazza contribuiscono anche le associazioni femministe.
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Il massacro del Circeo: una storia di violenza politica e di genere (prima parte)

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Il massacro del Circeo

È in pieno Agro Pontino, a un centinaio di chilometri da Roma. San Felice Circeo si affaccia sul mare e d’inverno è un paesone di poco più di 10 mila abitanti. D’estate, però, si riempie. I villeggianti arrivano dalla capitale, da Latina e anche da più lontano perché qui le spiagge sono sabbiose, le seconde case si aprono, la tranquillità sembra inscalfibile. Una tranquillità che a fine settembre, a maggior ragione, sembra più piena, tra riverberi della stagione estiva ormai tramontante e un’aria non ancora frizzante, ma fresca, che allontana di un altro po’ l’autunno già iniziato.

A maggior ragione chi guarda verso Villa Moresca, verso una strada isolata del promontorio, si immagina fine settimana con lo sguardo sul mare, non un massacro. Eppure è qui, dopo essere passati accanto a villette chiuse, che si consuma un fatto rimasto agli annali della cronaca. È il massacro del Circeo, quello che il 29 settembre 1975 trasforma una pace fatta di salsedine e fughe dalle città in una storia che si riverbererà negli anni diventando simbolo.
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Graziella De Palo e Italo Toni: 36 anni fa la scomparsa a Beirut dei due giornalisti mai ritrovati

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Italo Toni e Graziella De Palo

La scomparsa di Maria Grazia De Palo, per tutti Graziella, 24 anni, e di Italo Toni, 50, entrambi specializzati in Medioriente e in traffico di armi, venne denunciata dai genitori della ragazza il 4 ottobre 1980. Agli agenti della questura di Roma raccontarono che i giornalisti erano partiti il 22 agosto precedente per il Libano passando attraverso la Siria.

Per preparare il viaggio, si erano avvalsi dell’aiuto di Nemer Hammad, portavoce in Italia di Yasser Arafat, e avrebbero dovuto rientrare il 15 settembre. L’ultimo contatto avuto con la figlia risaliva al 23 agosto quando, da Damasco, Graziella aveva spedito un telegramma scrivendo solo «au revoir», arrivederci, per annunciare l’atterraggio. Dopodiché il silenzio.

Fino alla metà di settembre, tuttavia, non ci si era preoccupati, dato che era difficoltoso comunicare dal Libano, precipitato nel 1975 in una guerra civile che che durerà diciassette anni. Quando però i giornalisti non erano rientrati, la famiglia aveva tentato invano di avere informazioni dall’Olp di Roma e dalle ambasciate di Beirut e Damasco.
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Morire al Cairo: Giulio Regeni e i desaparecidos in Egitto, “carcere a cielo aperto”

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Morire al Cairo

Tante domande, alla ricerca di risposte. Questo è Morire al Cairo. I misteri dell’uccisione di Giulio Regeni che esce oggi, lunedì 29 agosto, per Castelvecchi editore (collana Stato di eccezione):

Quando Giulio Regeni viene trovato morto, in una mattina di inizio febbraio, è subito evidente che molti conti non tornano. Chi ha fatto scomparire il giovane studioso? Perché è stato torturato? Qual è il coinvolgimento dello Stato egiziano? Il passare dei giorni non contribuisce a creare chiarezza, anzi è fortissima la sensazione di trovarsi di fronte a spiegazioni di comodo. Dove sta la verità? Chi era Regeni, di che cosa si stava occupando in Egitto? Che rapporto ha la sua uccisione con altre violazioni dei diritti umani perpetrate nel Paese?

“Con il sangue dei partigiani ci laverem le mani”: l’eccidio dei martiri di Villamarzana

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L'eccidio dei martiri di Villamarzana

“Ricordo che alla sera si sentivano da lontano solo le loro voci che cantavano a squarciagola: ‘Con il sangue dei partigiani ci laverem le mani’. E così è stato”. Nazzarena Boaretto, il 15 ottobre 1944, aveva appena compiuto 16 anni, ma si ricorda nei dettagli gli anni della guerra, soprattutto quelli dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943. I repubblichini, i nazisti dentro casa, i rastrellamenti, le deportazioni in Germania, le violenze, il coprifuoco, la caccia a chi aveva deciso che avrebbe combattuto per la Resistenza.

Ma lei, nata in provincia di Rovigo, si ricorda in particolare dell’eccidio dei martiri di Villamarzana. A cercare notizie sulla fucilazione di 43 partigiani, passati per le armi come rappresaglia dopo la cattura e la sparizione di quattro collaborazionisti, tra cui il figlio di un colonnello a capo di una caserma locale, la Silvestri, se ne trovano. Ma Nazzarena Boaretto, che oggi ha 88 anni e vive a Cervesina, nell’Oltrepo pavese, ha deciso di andare oltre e di mettere in fila i ricordi della ragazzina che fu.

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Cesare Serviatti: viene da lontano la storia del Landru del Tevere

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«Pensionato, 450 mensile, conoscerebbe signorina con mezzi, preferibilmente conoscenza scopo matrimonio». È il 1931 quando esce questo annuncio. Chissà se l’autore si è ispirato a quanto accadeva in Francia più di quindici anni prima, quando un uomo, Henri Landru, si faceva passare con lo stesso sistema per un vedovo benestante in cerca di moglie. Dieci donne riuscì a irretire o almeno dieci furono le sue vittime, a cui si aggiunse un bambino di 10 anni. Si appropriava dei loro beni e le strangolava facendone a pezzi i corpi per bruciarli infine nel forno della sua villa.

Tutto questo, all’inizio degli anni Trenta, di certo non lo sa Paola Gorietti, Paolina, che ha 39 anni e che il 4 novembre 1931 lascia Roma, dove lavora come domestica, per andarsene con l’autore dell’annuncio a La Spezia senza più dare notizie di sé. L’uomo si chiama Cesare Serviatti e non è di bell’aspetto. Di corporatura robusta, è stempiato e ha baffi neri. Nato nella capitale da genitori ignoti, ha 59 anni ed è sposato, anche se Paolina non sa nemmeno questo. Niente figli e neanche una vera professione.
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Non solo Bologna: ‘ndrangheta, Licio Gelli e le stragi, schegge di destabilizzazione

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A quella riunione c’è un bell’uomo, sui 35 anni, aria distinta e occhiali griffati. Parla con accento anglosassone intercalando espressioni dialettali del sud e il suo ruolo è quello di “camera di passaggio della ‘ndrangheta e di cosa nostra a Milano“. È il 29 settembre 1991 e al santuario della Madonna di Polsi, comune di San Luca, si sta svolgendo l’annuale vertice della mafia calabrese allargato a boss siciliani, della sacra corona unita e a ospiti che arrivano da Stati Uniti e Australia.

I temi sono importanti perché è necessario porre fine alla guerra di ‘ndrangheta tra i De Stefano-Tegano-Libri e gli Imerti-Condello-Serraino. E non per una semplice opera di normalizzazione, ma perché in ballo c’è qualcosa di più importante, la destabilizzazione del sistema politico, all’epoca vigente, attraverso attività stragistiche.

L’ordinanza Mammasantissima, quella fa emergere i rapporti tra la criminalità organizzata e la politica locale fino a quella europea, contiene anche altre storie che scavano negli ultimi quarant’anni passando per la latitanza di Franco Freda in Calabria ai tempi del processo di Catanzaro per la strage di Piazza Fontana del 12 dicembre 1969. Ma anche attraverso il ruolo di Licio Gelli nelle leghe del sud degli anni Novanta già raccontato in inchieste come la palermitana Sistemi criminali.

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