Non credo nelle otto del mattino. Però esistono. Le otto del mattino
sono l'incontrovertibile prova della presenza del male nel mondoGli ultimi giorni
, Andrew Masterson
2 Dec
È uscito qualche giorno fa per i tipi di Ponte Alle Grazie l’ultimo libro del giornalista Ferruccio Pinotti intitolato Finanza cattolica – La storia più completa e sconvolgente degli intrecci tra fede, denaro e potere:
Che il mondo laico cerchi il profitto a ogni costo potrà non piacerci. Ma che finanzieri osservanti, pii banchieri, uomini di Chiesa, esponenti politici che fanno pubblica professione di fede pratichino comportamenti economici che di caritatevole non hanno nulla, suscita forte repulsione in un’epoca in cui molte famiglie e individui non arrivano alla fine del mese. Sulla base di una rigorosa documentazione, “Finanza cattolica” racconta le vicende – clamorose e spesso inedite – di banche grandi e piccole, società, personaggi molto in luce o molto in ombra: tutti riconducibili al potere dei cattolici, cardine del nostro Paese.
Dai casi scabrosi di molte casse rurali alle tante gestioni deviate di opere assistenziali, fondazioni e istituzioni religiose; dalla bancarotta Sindona alle vicende del Banco Ambrosiano, dallo IOR fino agli ultimi sviluppi della Popolare di Lodi; dai successi del grande patron della finanza cattolica Giovanni Bazoli ai disastri del governatore Antonio Fazio; dai depositi vaticani offshore, creati da Pacelli, Montini, Wojtyla e Ratzinger fino alla nascita di Berlusconi, vero miracolo delle banche cattoliche; dalle «guerre di religione» con la finanza laica al cinismo con cui sono state finanziate imprese decotte o venduti titoli spazzatura: un panorama completo, di grande leggibilità, che per la prima volta mostra un fatto di enorme gravità: ampi settori della finanza e dell’imprenditoria cattolica agiscono tradendo l’etica, in nome di una fede ogni giorno vilipesa.
Ulteriori dettagli sul libro sono disponibili qui, dove è pubblicata la scheda descrittiva.
11 Jul
Nell’anniversario dell’omicidio di Giorgio Ambrosoli, avvenuto l’11 luglio 1979 (e nel compleanno – il 12 luglio – del suo braccio destro, il maresciallo della guardia di finanza Silvio Novembre), Current manda in onda questa sera due speciali di Enzo Biagi. Alle 21.10 “C’era una volta Licio Gelli” e alle 21.40 “C’era una volta Sindona”, il banchiere che sarà condannato per aver commissionato al killer William Joseph Aricò il delitto dell’avvocato Ambrosoli, incaricato nel 1974 di liquidare l’impero finanziario del banchiere siciliano.
4 May
Ha più i connotati del documento storico che quelli della ricostruzione il libro uscito poche settimane fa per i tipi di Chiarelettere. Si tratta del volume La P2 nei diari segreti di Tina Anselmi, curato dalla saggista e scrittrice Anna Vinci, 576 pagine in cui si cerca di rispondere a una domanda che formulò Giuliano Turone, il magistrato che il 17 marzo 1981 scoprì insieme a Gherardo Colombo gli elenchi della loggia massonica di Licio Gelli: «Perché questa volontà pertinace di sottovalutare, di ignorare, persino di scacciare dalla mente il fenomeno P2 e tutte le allarmanti vicende connesse che sono emerse negli ultimi trent’anni?»
Il libro curato da Vinci riunisce più di tre anni e mezzo di appunti presi dal dicembre 1981 al luglio del 1984 dalla presidentessa della commissione parlamentare che indagò sulla P2. Fogli, in alcuni casi, pagine più organiche in altri, per tenere a mente informazioni che riguardano moltissime delle persone che, per un motivo o per un altro, erano entrati in contatto con il sistema gelliano. Tra queste Flavio Carboni, grande “protagonista” di quegli anni e attualmente sotto indagine per la cosiddetta P3, Roberto Calvi, Fabrizio Cicchitto, Giulio Andreotti, Giancarlo Elia Valori. In coda al libro, poi, ci sono lettere scritte da Francesco Cossiga, Michele Sindona e dallo stesso Gelli.
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29 Jul
Tornando alle lettere, riportate nella sentenza di assoluzione del giugno 2007 per il delitto dei Frati Neri, occorre fare una premessa. Lo scrivente – avvertono i giudici – descrive se stesso come una vittima della cupidigia altrui, un esecutore di volontà che gli erano superiori. Si sa che ciò non è vero, ma lo scenario ricostruito è stato ritenuto autentico, in sede giudiziaria. Scrive dunque Calvi il 30 maggio 1982 al cardinale Pietro Palazzini:
Eminenza Reverendissima, sento il dovere di rivolgermi ancora una volta alla Sua illuminata e degnissima persona per informarLa degli ultimi spaventosi sviluppi delle mie vicissitudini con lo IOR che stanno pericolosamente conducendo i miei interessi e quelli ben più importanti della Chiesa verso un sicuro disastro. Vani si sono dimostrati sino a oggi tutti i tentativi di trovare un’equa soluzione alla vertenza della quale Le ho parlato tempo fa durante l’incontro da Lei benevolmente concessomi. Monsignor Marcinkus e il dottor Mennini [Luigi Mennini, ai tempi amministratore delegato dello IOR, N.D.A.] continuano a rifiutarmi ogni possibile contatto [...] manifestando così una inconcepibile insensibilità ai reali interessi della Chiesa stessa.
[...] La credibilità morale ed economica del Vaticano è già gravemente compromessa; come mai nessuno vuole intervenire? Ma a cosa mirano costoro? Del resto molti finanziamenti e tangenti concessi dal Banco Ambrosiano a partiti e uomini politici hanno avuto origine su indicazione [di personalità interne alla Santa Sede stessa]. Eppure costoro sanno che io so! Non è quindi possibile spiegare l’atteggiamento che hanno verso di me e il mio gruppo bancario, unicamente in termini di sleale comportamento e di ottusità mentale [...]. In siffatte condizioni cosa posso sperare io, responsabile come sono di aver svolto un’opera di banchiere nell’interesse della politica vaticana in tutta l’America Latina, in Polonia e in altri Paesi dell’Est?
8 Jul
Il processo di primo grado contro gli imputati dell’omicidio Calvi, dopo novanta udienze succedutesi nell’arco di due anni e al termine di una giornata di camera di consiglio, non è stato in grado di chiarire una serie di punti. Primo tra tutti, il nome di mandanti ed esecutori. Se sembra provato – come è scritto nelle motivazioni – che «l’uccisione di Roberto Calvi è stata deliberata dalla mafia per punirlo e per evitare che rendesse pubblica la sua attività di riciclaggio e rivelasse i suoi rapporti con le persone che fungevano da canale di collegamento con l’organizzazione criminale», non si è andati oltre un’idea verosimile degli ultimi giorni di vita del banchiere.
Ma non l’esatta ricostruzione di quanto accaduto. E nemmeno è stata data una descrizione di quanto Roberto Calvi minacciava di rivelare proprio alla vigilia della sua morte attraverso una ridda di lettere e di colloqui con il suo fido braccio destro di allora, Flavio Carboni. A tanti anni di distanza, in attesa delle sentenze d’appello e di Cassazione, quello del banchiere di Dio continua a essere uno dei fantasmi più frequenti, misteriosi e forse comodi della recente storia italiana.
Il presidente del Banco Ambrosiano è infatti ancora una presenza concreta nella vita italiana. Si pensi che non sono trascorsi che alcuni mesi da quando si discuteva dell’inclusione di Roberto Calvi e di Michele Sindona nel dizionario biografico degli imprenditori della Treccani, almeno nell’opera generale (poi però la crisi dell’editoria e quella più in generale dell’economia hanno fatto mettere in discussione la vita stessa del dizionario, sotto lo spauracchio di un drastico taglio del suo budget). E – nota a margine – nessuno gli ha mai revocato l’onorificenza di cavaliere del lavoro e medaglia d’oro ai benemeriti della scuola della cultura e dell’arte.
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24 Jun
In questa scia di morti e delitti, ognuno con contatti più o meno stretti con il delitto Calvi, va poi aggiunto il già citato Vincenzo Casillo, l’altro nome indicato da Francesco Di Carlo e altri collaboratori di giustizia come uno degli esecutori materiali dell’omicidio del banchiere. Conosciuto anche con il soprannome di «’o Nirone» per via della carnagione scura e della stazza imponente, fu tra i primi ad aderire negli anni Settanta alla Nuova Camorra Organizzata (NCO) di Raffaele Cutolo e lo sostituì quando «’o professore» finì in galera rappresentandolo in occasioni rilevanti.
Tra queste, gli affari legati alla ricostruzione dopo il terremoto del 1980 in Irpinia, le trattative con cosa nostra per gestire gli affari dei clan e il tentativo di mediazione per interrompere la guerra di camorra combattuta contro la Nuova Famiglia dei Nuvoletta, dei Bardellino e di altri clan emergenti. Ebbe inoltre un ruolo nella liberazione di Ciro Cirillo, l’assessore ai lavori pubblici della Regione Campania sequestrato il 27 aprile 1981 dalle Brigate Rosse e liberato ottantanove giorni più tardi, dopo che della faccenda si occuparono prima i servizi civili e poi l’intelligence militare avvalendosi di mediatori come Francesco Pazienza e di camorristi, come quelli legati a Cutolo. Casillo, secondo l’istruttoria e i processi degli anni Ottanta e Novanta, da latitante accompagnò agenti dei servizi in carcere per parlare con Cutolo e per evitare la cattura gli venne fornito a titolo di copertura un lasciapassare del Sismi.
Il collegamento tra «’o Nirone» e Calvi sarebbe stato ancora una volta l’assolto Pippo Calò, secondo quanto dissero i pentiti, che avrebbe dato a Casillo un incarico molto delicato: doveva portare il banchiere sull’imbarcazione ormeggiata lungo le rive del Tamigi. Il boss lo fece, aggiunsero, e una volta arrivati qui gli fece segno di andare a poppa e di accomodarsi. Quando Calvi eseguì, Casillo lo raggiunge, gli si mise alle spalle e lo strangolò con la corda arancione utilizzata poi per simulare il suicidio per impiccagione. Vero o falso? Verissimo, dissero i collaboratori di giustizia. Falso invece secondo la Corte che ha sentenziato al processo di primo grado per l’omicidio Calvi. Falso perché non si sarebbero trovati riscontri e perché chi parlava non lo faceva per conoscenza diretta, ma riferiva informazioni ricevute da altri. Uno di questi era l’avvocato Enrico Madonna, il legale di Cutolo a cui Casillo avrebbe confidato la sua impresa da killer.
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19 May
Esce oggi in libreria il libro E rimasero impuniti – Dal delitto Calvi ai nodi irrisolti di due Repubbliche, pubblicato da Socialmente Editore come Il programma di Licio Gelli – Una profezia avverata?, che è una sorta di prima puntata del nuovo. Con prefazione di Paolo Bolognesi, il testo è scaricabile anche dalla Rete perché rilasciato con licenza Creative Commons. E da oggi inizia anche la pubblicazione a puntate del racconto in esso contenuto.
A Voi della Corte è offerta l’occasione
di emettere un verdetto di responsabilità
nei confronti di imputati, signori di impunità,
alcuni dei quali sono stati abituati a considerare
la giustizia un affare domestico.
Requisitoria del pubblico ministero Luca Tescaroli,
Corte d’Assise di Roma, marzo 2007
Il giudice pronuncia sentenza di assoluzione anche quando manca,
è insufficiente o è contraddittoria la prova che il fatto sussiste,
che l’imputato lo ha commesso, che il fatto costituisce reato
o che il reato è stato commesso da persona imputabile
Articolo 530 del Codice di Procedura Penale, Comma 2
Siamo di fronte a un giallo veramente degno di un film di Hitchcock
Sandro Paternostro, Tg2 del 18 giugno 1982
Un cappio arancione
Il battesimo del palco per i Distretto 51, rock band dell’alta Lombardia che nel proprio repertorio ci metteva anche qualche pezzo soul, era fissato per il primo dicembre 1983 in una palestra di Malnate, provincia di Varese. E fu l’inizio di una carriera, per quanto amatoriale, sopravvissuta ai decenni, all’età che incalzava e al progredire delle attività professionali, non sempre conciliabili con prove e fine settimana a suonare nei locali della zona. Eppure i Distretto 51 ci avevano già provato un anno e mezzo prima, con le esibizioni dal vivo. Era tutto pronto. Era stato fissato il giorno, venerdì 18 giugno 1982, e trovato l’ingaggio, una festa di fine naja in una villa di campagna. Ma la formazione non era al completo. Mancava il tastierista, che non c’era quando gli altri montavano gli strumenti e che non si presentò nemmeno più tardi, quando si attaccò a suonare.
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9 May
Rispetto ad altri personaggi, divenuti vere e proprie icone come se fossero dei califfi dello star system criminale, il suo per anni è stato un nome meno conosciuto al grande pubblico dei media. Nemmeno dopo essere diventato il Secco nel “Romanzo criminale” di Giancarlo De Cataldo, Enrico Nicoletti, nato nel 1936 a Monte San Giovanni Campano, in provincia di Frosinone, aveva abbandonato del tutto il ruolo defilato che si era scelto, per quanto tutt’altro che defilato fosse il ruolo che gli riconoscevano anni di indagini, processi e richieste di condanna (alcune arrivate e passate anche in giudicato). L’uomo che oggi lotta attraverso i suoi avvocati perché gli vengano restituiti gli oltre cento milioni di euro confiscatigli, colui che è passato agli annali della cronaca giudiziaria italiana come il cassiere della banda della Magliana, nelle ultime settimane ha accettato di rispondere alle domande dei giornalisti in due occasioni.
La prima ha coinciso con un colloquio con Gianluca di Feo e Gianni Perrelli, colloquio riportato dall’Espresso dell’8 aprile 2010, e la seconda invece un’intervista del 16 aprile che l’inviato Pino Scaccia ha realizzato per Tv7, la rubrica di approfondimento del Tg1. E sul blog del giornalista Rai, dove segnalava la messa in onda della “verità di Enrico Nicoletti” (si veda questo indirizzo: http://latorredibabele.blog.rai.it/2010/04/16/la-verita-di-enrico-nicoletti/), colpiscono un paio di commenti, entrambi firmati solo “Raffaella” e “Marco”, senza cognome o altro segno di identificazione. Se il primo esprime riprovazione contro la «misera gente senza cognizioni a giudicare», tutti e due calcano su un punto: la magnanimità con cui l’ex re dei palazzinari romani ha sempre trattato chi aveva bisogno di aiuto.
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1 Sep
Di Vaticano Spa di Gianluigi Nuzzi (Chiarelettere, 2009) si parlerà a breve, non appena conclusa la lettura. Di certo si può anticipare che il testo è interessante, considerando la documentazione che postuma Renato Dardozzi ha fatto emergere. E a maggior ragione interessante è avere accesso alla documentazione che è stata resa disponibile (previa registrazione) in rete. Sempre in rete si possono seguire gli aggiornamenti che via via vengono pubblicati e un’idea del libro di Nuzzi ce la si può fare intanto dando un’occhiata all’articolo-intervista Gli scandali finanziari e politici della Chiesa. Una vicenda per cui di recente Massimo Teodori ha detto:
Lo Ior è stato uno dei grandi centri di criminalità finanziaria d’Italia certamente dagli anni settanta agli anni novanta. Lì si sono mescolate risorse finanziarie ingentissime provenienti dell’8 per mille, da donazioni, da opere di bene con soldi della mafia (Vito Ciancimino), dalle grandi tangenti e delle grandi speculazioni. Lo Ior è l’unica banca al mondo non soggetta ad alcun controllo nazionale né internazionale.
Questo in forza della extraterritorialità, dei patti lateranensi e in particolare del loro articolo 11, che si traduce in “immunità per tutti i dipendenti degli organi centrali della Santa Sede”. E alcune vicende che si raccontano toccano la maxi-tangente Enimont, Giulio Andreotti, le vicende che dalla P2 passando per Michele Sindona, Roberto Calvi e arrivano ai giorni nostri. E qualcos’altro se ne può ascoltare qui, registrazione di un recente dibattito.