E rimasero impuniti: “In questo disgraziato Paese la politica si mescola alla criminalità”

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E rimasero impunitiTornando alle lettere, riportate nella sentenza di assoluzione del giugno 2007 per il delitto dei Frati Neri, occorre fare una premessa. Lo scrivente – avvertono i giudici – descrive se stesso come una vittima della cupidigia altrui, un esecutore di volontà che gli erano superiori. Si sa che ciò non è vero, ma lo scenario ricostruito è stato ritenuto autentico, in sede giudiziaria. Scrive dunque Calvi il 30 maggio 1982 al cardinale Pietro Palazzini:

Eminenza Reverendissima, sento il dovere di rivolgermi ancora una volta alla Sua illuminata e degnissima persona per informarLa degli ultimi spaventosi sviluppi delle mie vicissitudini con lo IOR che stanno pericolosamente conducendo i miei interessi e quelli ben più importanti della Chiesa verso un sicuro disastro. Vani si sono dimostrati sino a oggi tutti i tentativi di trovare un’equa soluzione alla vertenza della quale Le ho parlato tempo fa durante l’incontro da Lei benevolmente concessomi. Monsignor Marcinkus e il dottor Mennini [Luigi Mennini, ai tempi amministratore delegato dello IOR, N.D.A.] continuano a rifiutarmi ogni possibile contatto […] manifestando così una inconcepibile insensibilità ai reali interessi della Chiesa stessa.

[…] La credibilità morale ed economica del Vaticano è già gravemente compromessa; come mai nessuno vuole intervenire? Ma a cosa mirano costoro? Del resto molti finanziamenti e tangenti concessi dal Banco Ambrosiano a partiti e uomini politici hanno avuto origine su indicazione [di personalità interne alla Santa Sede stessa]. Eppure costoro sanno che io so! Non è quindi possibile spiegare l’atteggiamento che hanno verso di me e il mio gruppo bancario, unicamente in termini di sleale comportamento e di ottusità mentale […]. In siffatte condizioni cosa posso sperare io, responsabile come sono di aver svolto un’opera di banchiere nell’interesse della politica vaticana in tutta l’America Latina, in Polonia e in altri Paesi dell’Est?

Eminenza Reverendissima, perché non mi procura l’opportunità di poter parlare di un fatto così importante, così storicamente importante con il Santo Padre? È questo un fatto, una storia anzi, una storia tanto grande che va trattata nella sua dimensione integrale soprattutto al fine di impedire che si realizzino i progetti dei nemici della Chiesa e dell’intera cristianità. Soltanto attraverso un tempestivo ed energico intervento la Santa Sede potrà difendere i suoi legittimi interessi ed evitare quindi di favorire il gioco dei nemici.

E ancora, in una lettera indirizzata direttamente a Giovanni Paolo II il 5 giugno 1982, Calvi torna a parlare di «cospicui finanziamenti in favore di molti Paesi e associazioni politico-religiose dell’Ovest e dell’Est», di avere «di concerto con autorità vaticane, coordinato in tutto il Centro-Sud America la creazione di numerose entità bancarie, soprattutto allo scopo di contrastare la penetrazione e l’espandersi di ideologie filo-marxiste» e di essere stato infine lasciato al proprio destino. Per quanto Calvi scriva di non voler ricattare nessuno senza tuttavia riuscire a essere convincente, sottolinea che:

Un eventuale crollo del Banco Ambrosiano provocherebbe una catastrofe di inimmaginabili proporzioni per cui la Chiesa ne subirebbe i danni più gravi […]. Molti sono coloro che mi fanno allettanti promesse di aiuto a condizione che io parli delle attività da me svolte nell’interesse della Chiesa; sono proprio molti coloro che vorrebbero sapere da me se ho fornito armi o altri mezzi ad alcuni regimi di Paesi del Sud America per aiutarli a combattere i nostri comuni nemici e se ho fornito mezzi economici a Solidarność o anche armi e finanziamenti ad altre organizzazioni dei Paesi dell’Est […]. Santità, a Lei mi rivolgo perché solo attraverso il Suo alto intervento è ancora possibile raggiungere un accordo tra le parti interessate e respingere il terribile spettro di una immane sciagura.

Infine, rivolgendosi a un parlamentare mai identificato, questo diceva Calvi del mondo politico che lo circondava.

Molti furono i travagli, le estorsioni, le minacce, i ricatti, le umiliazioni che io e la mia famiglia abbiamo subito e continuiamo a subire […]. In questo disgraziato Paese nel quale la politica si mescola alla criminalità, siamo costretti ogni giorno ad assistere alla più vergognosa corruzione di tutti i centri di potere; anche la persona più onesta, se non vuole essere travolta, deve cedere alle estorsioni da parte delle mafie di ogni colore […]. Molte delle cause che hanno determinato la tragica fine dell’impero di Sindona sono le stesse che oggi potrebbero provocare il mio crollo. Come per Sindona anche per me agiscono le stesse persone avide di denaro: ora amiche, se paghi; ora nemiche se non paghi. [A fronte di tutto questo, chiedo] che mi siano restituite tutte le somme da me devolute per i progetti riguardanti l’espansione politica ed economica della Chiesa; che mi siano restituiti quindi i mille milioni di dollari che, per espressa volontà del Vaticano ho devoluto in favore di Solidarność; che mi siano restituite le somme che ho impegnato per organizzare centri finanziari e di potere politico in 5 Paesi dell’America del Sud, somme che ammontano a oltre 175 milioni di dollari; che mi sia riconosciuta in termini economici ancora da quantificare l’efficace opera da me svolta in favore di molti Paesi dell’Est e dell’America Latina; che mi sia restituita la serenità… Che sia lasciato in pace.

Così non avvenne negli ultimi giorni della sua vita. E nemmeno dopo il suo omicidio. Impunito, allora come oggi e come molte delle vicende dipanatesi sulla scia di quei fatti.

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