Non credo nelle otto del mattino. Però esistono. Le otto del mattino
sono l'incontrovertibile prova della presenza del male nel mondoGli ultimi giorni
, Andrew Masterson
2 Sep
Cominciamo dalla fine (questo non è un giallo e a ben guardare si sa già chi sono gli “assassini”): «Il mondo delle idee è un campo di battaglia nel quale, come in politica, il vuoto non esiste, e lo spazio se lo piglia chi mette in campo proposte e visioni (quanto maggiormente capaci di “conquistare” le masse, naturalmente). Si dovrebbe cominciare, allora, moltiplicando il più possibile gli anticorpi e, contestualmente, costruendo delle narrazioni alternative [...] secondo un sistema di valori che non si fondi sull’individualismo selvaggio e la dittatura del consumo».
È uno stralcio dell’«epilogo (quasi) ottimista» al libro «L’egemonia sottoculturale. L’Italia da Gramsci al gossip», uscito per Einaudi poche settimane fa e scritto da Massimiliano Panarari, saggista e docente di comunicazione pubblica e politica. In un periodo in cui tra scrittori e intellettuali rimbalza il dibattito o, meglio, l’appello ad abbandonare le case editrici afferenti al presidente del consiglio dei ministri – non che sia una novità, forse stavolta i toni sono solo più veementi visto il casus belli, la contrattazione fiscale favorita da una cosiddetta “legge ad aziendam” – Panarari parte in tromba dichiarando una défaillance: l’abbandono della tenzone culturale della sinistra. Una tenzone che a lungo è passata per i luoghi collettivi (a iniziare dai consigli di fabbrica) contribuendo a creare una coscienza condivisa del proprio “essere classe”.
Poi, però, sono arrivati gli anni Ottanta. Da cui – canta Manuel Agnelli con gli Afterhours – «non si esce vivi». Ed è vero. Intendiamoci, gli anni Ottanta non sono una punizione divina piovuta dal cielo su novelle Sodome e Gomorre dell’estremismo extraparlamentare, ma sono stati un effetto voluto e perseguito. E lo spiega bene Panarari quando attacca a raccontare della «controrivoluzione televisiva» e dell’«appuntamento al Drive In». Un drive in grottesco tanto quanto quello che dà il titolo al forse più famoso romanzo di Joe R. Lansdale, ma sicuramente ben più massivo, negli effetti e nella portata quantitativa. Perché, si badi bene, una cialtroneria che si rispetti, condivisa e assimilata a sufficienza da diventare life style, direbbero gli anglosassoni, non è cosa che si improvvisa.
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23 Aug
Paolo Bolognesi si dice sbalordito dalla quantità di parole incensanti pubblicate in questi giorni, dopo la morte di Francesco Cossiga, avvenuta il 18 agosto scorso. Il destino di questi due uomini si è intrecciato su una vicenda che ha segnato la recente storia italiana: la strage alla stazione di Bologna del 2 agosto 1980. L’ex notabile democristiano era capo del governo quando esplose l’ordigno che uccise 85 persone e ne ferì più di duecento e in trent’anni si è pronunciato molte volte a proposito del più grave tra gli attentati terroristici che hanno cadenzato gli ultimi decenni. Pronunciato fino a giungere ad affermazioni incompatibili con le risultanze scientifiche delle indagini.
Con la morte di Francesco Cossiga, quelle affermazioni infondate sulla strage alla stazione di Bologna (l’esplosivo, forse palestinese, saltato per caso, il trasporto lungo l’Italia che non avrebbe dovuto avere conseguenze), potranno essere sfatate una volta per sempre oppure rischiano di rimanere inchiodate nel “si dice” della storia del 2 agosto 1980?
Quelle affermazioni erano già sfatate in partenza. Non dimentichiamo che il primo a tirarle fuori è stato Licio Gelli. Poi, in seguito, quella tesi fu ripresa anche da altri, ma occorre sempre ricordarsi chi l’ha formulata per primo, quale fu l’origine. A sfatare quelle parole del resto è la perizia balistica sull’esplosivo, nella quale si afferma che era inerte e che non poteva saltare per aria senza un innesco. La tesi di Cossiga, di Gelli, della commissione Mitrokhin si basa sul nulla.
Ma perché un uomo politico come Cossiga, con alti incarichi istituzionali, all’indomani della strage punta il dito contro i neri, ma poi cambia idea in modo così drastico arrivando addirittura a “riabilitare” gli esecutori materiali?
Questo non lo so. Si noti però che quando uscì la sentenza d’appello, quella che assolveva i terroristi condannandoli per la banda armata e che la Cassazione cancellò, Cossiga disse che si trattava di una sentenza coraggiosa. Noi gli rispondemmo che ci voleva proprio un bel coraggio a esprimersi in quei termini. Ma al di là di questo, tutte le tesi di cui si parlava prima, quelle che portavano alla pista internazionale e che da lui veniva appoggiate, hanno avuto un grande risalto.
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10 Jul
Nei giorni scorsi sui giornali è iniziato il solito balletto delle polemiche che precede l’anniversario della strage alla stazione di Bologna, avvenuto il 2 agosto 1980. Invece di colpire a livello politico, come accaduto in passato, con tesi che tendono alla revisione dei fatti accertati in sede giudiziaria, questa volta invece si punta verso aspetti economici. Su questa scia, dunque, si accusa Paolo Bolognesi, presidente dell’Associazione tra i familiari delle vittime, di attaccare le istituzioni martellando sulla mancanza di fondi e di prendersela con i vertici del capoluogo emiliano, passati e presenti. Eppure lo stesso Bolognesi, dopo questi primi pezzi, ha dichiarato di non aver cavalcato una battaglia ad personam contro l’ex sindaco o contro l’attuale commissario, ma di aver voluto denunciare un dato di fatto.
Perché sarebbero imprecisi gli articoli usciti di recente?
Innanzitutto ci sono i titoli che sono stati scritti in modo pretestuoso e il contenuto degli articoli è molto diverso da quello che viene anticipato dai titoli stessi. Inoltre va detto semplicemente che quest’anno, con le varie problematiche di bilancio del Comune di Bologna, ci sono state difficoltà ad aumentare i fondi alle iniziative, che rimangono grosso modo quelle degli altri anni: il corteo, la commemorazione in piazza delle Medaglie d’Oro e poco altro. Poi ci sono altre iniziative che si svolgono in questi giorni, ma vanno al di là di quelle sostenute con i fondi istituzionali.
Allora da un lato ci fondi istituzionali che scarseggiano. Ma poi c’è un problema su un altro fronte, quello delle disponibilità proprie dell’associazione, non è vero?
Esatto, quelli sono i fondi per la vita dell’associazione e le mie preoccupazioni su questo fronte sono state travisate in maniera folle. In un recente dibattito, mi è stato chiesto qualcosa in merito e ho risposto che questo problema sarà notevole per i prossimi anni. Nel giro di uno o due, le nostre risorse saranno esaurite e con questo le manifestazioni istituzionali non c’entrano assolutamente niente. Quelle sono finanziate attraverso stanziamenti di Regione, Provincia e Comune e finiscono nelle casse del “Comitato di solidarietà”, all’interno del quale l’associazione non è nemmeno presente.
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15 May
Non che ci si aspettasse qualcosa di diverso. I (pochi, pochissimi) giornali che hanno coperto il processo d’appello per l’omicidio di Roberto Calvi lo avevano annunciato: dal dibattimento non sta emergendo alcun elemento nuovo rispetto al primo processo ed è dunque probabile che saranno di nuovo tutti assolti. Così è stato. Flavio Carboni (http://domani.arcoiris.tv/?p=3277), tornato a occupare le cronache giudiziarie insieme al pidiellino Denis Verdini per business poco chiari nell’eolico, Pippo Calò ed Ernesto Diotallevi – simboli rispettivamente di affarismo, mafia e banda della Magliana – non sono stati ritenuti responsabili né materialmente né moralmente della fine che fece il “banchiere di Dio”, impiccato il 18 giugno 1982 a Londra, sotto il ponte dei Frati Neri.
Rimane la chiazza, in forza della pur non più recentissima riforma del codice di procedura penale, del secondo comma all’articolo 530 del codice di procedura penale, quello secondo cui «il giudice pronuncia sentenza di assoluzione anche quando manca, è insufficiente o è contraddittoria la prova che il fatto sussiste, che l’imputato lo ha commesso, che il fatto costituisce reato o che il reato è stato commesso da persona imputabile». Una volta si chiamava insufficienza di prova, ma la rimozione formale di quest’espressione non toglie la sostanza di un’assoluzione a cui viene applicato questo sigillo: secondo la corte, manca l’elemento definitivo di colpevolezza e dunque non c’è margine per la condanna.
Se sul piano personale si tratta di una vittoria per gli imputati, a un livello più ampio è una sconfitta politica e storica. Non tanto per il bis assolutorio quanto perché questa sentenza pone di fatto la parola fine al percorso giudiziario che avrebbe di fatto dovuto stabilire chi e perché fece fuori uno dei banchieri più potenti d’Italia, secondo forse solo al suo più abile e cinico predecessore, Michele Sindona. Tempo un paio d’anni, infatti, e la parola prescrizione dichiarerà l’estinzione del reato. E se una qualsiasi ulteriore ricostruzione sarà possibile, ora tocca ai ricercatori e agli storici.
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9 May
Rispetto ad altri personaggi, divenuti vere e proprie icone come se fossero dei califfi dello star system criminale, il suo per anni è stato un nome meno conosciuto al grande pubblico dei media. Nemmeno dopo essere diventato il Secco nel “Romanzo criminale” di Giancarlo De Cataldo, Enrico Nicoletti, nato nel 1936 a Monte San Giovanni Campano, in provincia di Frosinone, aveva abbandonato del tutto il ruolo defilato che si era scelto, per quanto tutt’altro che defilato fosse il ruolo che gli riconoscevano anni di indagini, processi e richieste di condanna (alcune arrivate e passate anche in giudicato). L’uomo che oggi lotta attraverso i suoi avvocati perché gli vengano restituiti gli oltre cento milioni di euro confiscatigli, colui che è passato agli annali della cronaca giudiziaria italiana come il cassiere della banda della Magliana, nelle ultime settimane ha accettato di rispondere alle domande dei giornalisti in due occasioni.
La prima ha coinciso con un colloquio con Gianluca di Feo e Gianni Perrelli, colloquio riportato dall’Espresso dell’8 aprile 2010, e la seconda invece un’intervista del 16 aprile che l’inviato Pino Scaccia ha realizzato per Tv7, la rubrica di approfondimento del Tg1. E sul blog del giornalista Rai, dove segnalava la messa in onda della “verità di Enrico Nicoletti” (si veda questo indirizzo: http://latorredibabele.blog.rai.it/2010/04/16/la-verita-di-enrico-nicoletti/), colpiscono un paio di commenti, entrambi firmati solo “Raffaella” e “Marco”, senza cognome o altro segno di identificazione. Se il primo esprime riprovazione contro la «misera gente senza cognizioni a giudicare», tutti e due calcano su un punto: la magnanimità con cui l’ex re dei palazzinari romani ha sempre trattato chi aveva bisogno di aiuto.
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24 Apr
Si fece dell’ironia, quando nell’ottobre 2005 venne arrestato con l’accusa di aver truffato il ministero delle attività produttive. Ma come – si malignava -, dopo un “glorioso” passato ai più alti vertici della finanza nazionale e internazionale, camminando sempre sul crinale del lecito e dell’illecito, si faceva beccare per “soli” dieci milioni di euro? L’ironia, seppur qualche fastidio può averlo creato, non era così sorprendente, dato che si parlava di Leonardo Di Donna, nato a Cosenza il 28 ottobre 1932. Un nome, il suo, che faceva correre il pensiero dei meno smemorati allo scandalo Eni-Petronim, ma non solo.
Iscritto alla loggia massonica P2 (fascicolo 827), Di Donna, craxiano di ferro, entrò all’Ente Nazionale Idrocarburi, l’Eni, tre anni dopo la sua costituzione, nel 1957. Ai tempi di professione faceva il fiscalista e respirava l’aria di iperattivismo che contraddistingueva la società pubblica capitanata da Enrico Mattei. Seppur i giacimenti di Cortemaggiore, in provincia di Piacenza, e di Gela (Caltanissetta) non avessero corrisposto in pieno alle velleità della via italiana alle risorse energetiche, furono altri i settori del boom: dalla rete di distribuzione del metano sul suolo nazionale al fiorire di punti di rifornimento di carburante per i cittadini che, sempre più in massa, potevano permettersi automobili o motociclette. Ma c’era anche l’irruzione delle campagne pubblicitarie, in particolare per l’Agip, e la costruzione dei poli industriali della chimica tanto in Sicilia quanto in Romagna, come accadde a Ravenna.
E poi c’era la politica estera dell’energia, volta a sottrarsi al cartello delle Sette Sorelle del petrolio – tutte di estrazione statunitense, britannica e in parte olandese – che aveva fatto man bassa del mercato e dettava legge in fatto di compravendita del petrolio. Mentre le braccia dell’Eni arrivavano a comprendere anche la stampa, con la fondazione del quotidiano milanese Il Giorno, tentando così di rispondere agli attacchi mediatici di Confindustria provenienti dalle colonne del Sole 24 Ore, Mattei cercava l’indipendenza, nel ciclo italiano del petrolio, trattando direttamente con i Paesi produttori. Ma a Bascapé, in provincia di Pavia, il 27 ottobre 1962 il suo aereo privato atterrò a pezzi (per un incidente, si disse nell’immediato, ma si accertò 35 anni dopo a causa di 150 grammi di tritolo) e altrettanto a pezzi si conclusero vita e strategia del manager dell’Eni.
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10 Apr
Nato nel 1945 a Busto Arsizio, in provincia di Varese, su Giorgio Comerio, ingegnere e imprenditore di professione, alcune informazioni le forniscono i carabinieri che hanno a lungo indagato su di lui. E queste informazioni raccontano che «è persona di intelligenza spiccata, sicuramente massone, appartenente ai servizi segreti argentini e legato ai più grossi finanzieri mondiali, e in particolare europei [...]. Sarebbe stato espulso dal Principato di Monaco il 24 marzo 1983 e avrebbe avuto problemi con la giustizia belga per truffa e altro [oltre a essere stato] arrestato il 12 luglio 1984 a Lugano per truffa e frode, nonché per violazione delle leggi federali sugli stranieri».
Dall’anonimato alle indagini di Reggio Calabria
Di lui, però, si parlerà molto poco fino a un certo punto: progetterà e promuoverà sistemi per lo smaltimento di rifiuti in mare aperto nel sostanziale anonimato, al di fuori del circuito degli addetti ai lavori. Il suo nome però finisce sulle pagine dei giornali nel 1995 (e vi rimarrà fino a oggi), quando un pubblico ministero di Reggio Calabria, Francesco Neri (oggi sostituto procuratore generale), dispone una perquisizione a San Bovio di Garlasco, in provincia di Pavia, a casa di Comerio. Qui viene trovata un’agenda del 1987 che, nel giorno dell’affondamento della Rigel, una delle navi dei veleni, riporta un’annotazione, “lost ship” (”nave perduta”, anche se l’ingegnere sosterrà che si deve leggere come “nave affondata”). Inoltre furono rinvenute anche due cartellette.
In una di esse, su cui era stata scritta la parola “Somalia”, ci sarebbe stato il certificato di morte di Ilaria Alpi, la giornalista del Tg3 uccisa insieme al suo operatore, Miran Hrovatin, il 20 marzo 1994 a Mogadiscio. Il clamore del ritrovamento fu notevole e fu letto come una conferma della pista su cui l’inviata della Rai stava indagando: smaltimento illegale di rifiuti nel Corno d’Africa. E a far pensare che l’ingegnere lombardo fosse coinvolto nei traffici di scorie (non solo in Somalia) ci sarebbero stati altri documenti, tra cui alcune mappe, oltre l’agenda che ricordava l’affondamento della Rigel.
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3 Apr
Nel 1992, in un reportage sulla Somalia scivolata nella guerra civile solo da un anno, veniva chiamato «un piemontese con l’esercito privato». Giancarlo Marocchino, nato nel 1945 a Borgosesia, in provincia di Vercelli, ai tempi aveva reclutato 150 miliziani e aveva messo insieme un arsenale fatto di kashnikov, mitragliette Browning 050 e M16 per continuare a fare l’imprenditore nel settore dei trasporti con la sua Sitt. Muoveva carichi un po’ per tutto il paese via terra con i quindici su venticinque tir sopravvissuti allo scoppio del conflitto e, se necessario, poteva contare anche su due Cessna e un cargo Antonov. In Somalia Marocchino c’era arrivato nel 1984, in fuga dall’Italia dove – si scrisse – il fisco e una famiglia divenuta forse troppo stretta gli stavano addosso. Qui si era reinventato un’attività commerciale e aveva costruito un nuovo focolare con Fatima, una donna del luogo cugina di Ali Mahdi, il primo presidente ad interim dopo la caduta del dittatore Siad Barre e divenuto poi esponente del governo di transizione.
Nei primissimi anni Novanta c’era chi definiva Marocchino un benefattore venuto dall’Italia. Uno che scaricava quasi a gratis aiuti umanitari e vigilava perché derrate e farmaci non fossero saccheggiati dai predoni al soldo dei signori della guerra. Ma il 29 settembre 1993, quando già era in corso la prima missione Unosom, “Restore Hope” (”restituire la speranza”, conclusasi con un disastro), venne arrestato da uomini del contingente americano con l’accusa di trafficare in armi. Ne seguì l’espulsione da Mogadiscio, ma durò poco perché il provvedimento venne revocato nel gennaio 1994 e anche l’indagine italiana finì per essere archiviata nel luglio 1995.
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27 Mar
Il nome di Mario Scaramella, classe 1970, è tornato a spuntare di recente nelle cronache nazionali. A citarlo erano gli articoli che, a fine inverno, raccontavano lo sfortunato soggiorno italiano della famiglia di Aleksander Litvinenko, l’ex agente dell’intelligence russa assassinato a Londra nel novembre 2006 con una dose di polonio 210. I genitori e i fratelli del dissidente dell’Est, dopo aver aperto un ristorante a Rimini riparando poi a Senigallia, denunciavano a mezzo stampa il boicottaggio del loro tentativo di ricostruirsi una vita nel Bel Paese, dove si erano rifugiati dopo la morte di Aleksander. Ed en passant tornavano a rievocare i contatti che ebbe con Mario Scaramella, ai tempi consulente della commissione Mitrokhin, a caccia di (mai trovate) informazioni sui rapporti tra l’ex premier Romano Prodi, altri personaggi del centro-sinistra e i servizi di Mosca.
Quando Scaramella venne arrestato all’aeroporto napoletano di Capodichino era la vigilia del Natale 2006. Era appena rientrato da Londra dopo essere stato ricoverato e dimesso dall’University College Hospital perché – si disse – era stato avvelenato con lo stesso isotopo radioattivo che aveva stroncato Litvinenko. Paolo Guzzanti, presidente della commissione Mitrokhin, solo tre settimane prima delle manette aveva dichiarato che il suo consulente aveva in corpo una dose letale di polonio 210 e lo dava per prossimo al trapasso. Il 6 dicembre, però, il sedicente esperto italiano in cose sovietiche veniva dimesso: non solo non era in pericolo di vita, ma gli accertamenti clinici non avevano rivelato nulla di anomalo.
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20 Mar
Stefano Giovannone aveva 64 anni quando morì e mezzo secolo della sua vita l’aveva trascorso vestendo abiti militari. Ma alla metà del luglio 1985, quando si spense nella sua abitazione di Roma, la sua carriera – arrestatasi al grado di colonnello – era precipitata ben più in basso rispetto alla considerazione che si era guadagnato in tanti anni di attività sul campo e in particolare dal 1965 al 1981, quando aveva fatto parte dei servizi segreti militari.
Nelle settimane che precedettero la sua morte gli era stata concessa la libertà provvisoria. Per lui, infatti, era stato chiesto (e ottenuto) l’arresto – tramutato poi in domiciliari per ragioni di salute – nell’ambito di un’indagine veneziana e di un’altra romana. Ma non erano le uniche che lo chiamavano direttamente in causa. Andiamo con ordine.
Ai tempo d’oro, il colonnello era noto per un vezzeggiativo, il “Lawrence d’Arabia” italiano, e la sua conoscenza dello scacchiere mediorientale aveva fatto la differenza. Una differenza che ancora in tempi recenti è tornata a emergere. Si pensi per esempio che all’inizio dell’estate 2008, dal carcere parigino di Poissy, dell’ex ufficiale del Sismi parlò il terrorista filopalestinese Ilich Ramirez Sanchez, al secolo Carlos, il venezuelano a capo del gruppo Separat ribattezzato dalla stampa lo “sciacallo” perché, durante una perquisizione, tra i suoi effetti personali venne trovato il quasi omonimo romanzo di Frederick Forsyth.
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14 Mar
Qualcuno, all’interno delle Brigate Rosse, ha ammesso che contatti con il Mossad, il servizio segreto israeliano, ci furono. Ne parlò il brigatista Alfredo Bonavita al giudice Ferdinando Imposimato raccontando che, tra il 1971 e il 1973, “tramite un professionista appartenente al Psi e comunque all’area socialista di Milano, esponenti non clandestini delle Br ricevettero dall’Istituto l’offerta di armi e coperture anche all’interno di alcuni settori degli apparati statali, nonché addestramento militare, richiedendo in cambio un più accentuato impegno diretto alla destabilizzazione della situazione italiana”.
Perché? Perché gli Stati Uniti, sempre secondo Bonavita, erano troppo concentrati sul penisola. Occorreva dunque indurli ad ampliare i loro orizzonti, attribuendo a Israele un ruolo di maggior rilevanza sullo scacchiere del Mediterraneo. Le Brigate Rosse rifiutarono, stando ancora a quanto dice il terrorista, ma non per questo la benevolenza del Mossad nei loro confronti venne meno. Anzi, al sostegno alla lotta armata in Italia ci avrebbero pensato da Tel Aviv.
Tanto che in effetti servizi israeliani un favore ai terroristi italiani lo fecero. Era il 1973 e rivelarono ai brigatisti che tal Marco Pisetta, un presunto traditore sparito dalla circolazione, si nascondeva in Germania e, più precisamente, a Friburgo. Ma quando un commando delle Br andò a cercarlo, di quello già non c’era più traccia. Una versione leggermente diversa dei fatti la darà però un altro personaggio che passerà per pentito del terrorismo pur infarcendo le sue dichiarazioni di falsità.
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6 Mar
Il suo è un nome legato alla storia recente italiana che continua a tornare. Uno degli ultimi ad aver citato Giuseppe Santovito, direttore del Sismi dal gennaio 1978 all’estate 1981, è stato non molto tempo fa il pentito della ‘ndrangheta Francesco Fonti, il quale, divenuto collaboratore di giustizia nel 1994, ha raccontato rotte e affondamenti delle navi dei veleni nei mari italiani e in quelli dell’Africa orientale. Ma ci sarebbe anche un altro episodio cardine che, secondo le dichiarazioni del pentito, lo avrebbe visto in azione in prima persona.
Occorre tornare ai cinquantacinque giorni del sequestro di Aldo Moro, rapito in 16 marzo 1978 dalle Brigate Rosse e ucciso il 9 maggio successivo. Forni, dando la sua versione dai fatti, dice che «tutti sapevano di via Gradoli», inclusi i componenti della banda della Magliana. Lo avrebbe appreso quando fu inviato nella capitale per dare una mano ai democristiani. E sostiene che i servizi segreti non potevano ignorare l’indirizzo della prigione del leader democristiano. In una ricostruzione non difforme da quella di alcuni banditi romani, l’uomo della ‘ndrangheta ricorda di aver riferito al suo boss quanto aveva appreso, ma a quel punto gli fu risposto di lasciare stare, che «a Roma i politici hanno cambiato idea». In questo racconto tutto da verificare, Forni parla anche del defunto generale Santovito, in quel periodo da pochi mesi al vertice dell’intelligence militare, facendo chiaramente intendere che sapeva, ma che non fece nulla nonostante l’allora ministro degli interni Francesco Cossiga lo avesse incluso nel comitato di crisi nato a valle del sequestro.
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28 Feb
Possono essere intese come due aspetti complementari. Sono le centrali nucleari, tra operazioni di smantellamento di impianti dismessi e nuovi insediamenti da individuare, e tonnellate di scorie (per quanto non solo radioattive), mandate in giro su navi poi affondate, interrate nei fondali marini, o semplicemente buttate al largo con i fusti che le contengono. E sono due tematiche che, a cicli mai troppo fitti, tornano sui giornali, ma che – come se fossero una pratica di smaltimento abusivo delle notizie stesse, oltre che dei rifiuti – vengono ributtate presto nel silenzio.
Analisi dei fatti alla mano, questi argomenti finiscono per nutrire una categoria di personaggi che per varie ragioni si sarebbe preferito evitare. Si tratta di politici quanto meno superficiali, famiglie riconducibili alla criminalità organizzata impegnate nello smantellamento di impianti nucleari, “controllori” con trascorsi affaristici discutibili e vecchi nomi legati ai traffici con i Paesi in via di sviluppo. A parlarne è un giornalista, Gianni Lannes, direttore della rivista Italia Terra Nostra, che da anni indaga su catastrofi ambientali negate o taciute. E che, bersaglio di ripetute intimidazioni, dal 22 dicembre scorso vive protetto da una scorta della polizia.
Qual è il nesso tra lo smantellamento delle centrali nucleari, almeno nel caso di Caorso, e la criminalità organizzata, soprattutto la ‘ndrangheta?
Il contratto di appalto per lo smantellamento della centrale di Caorso intercorso tra la Sogin (società dello Stato nata nel 1999 con il compito precipuo) e la società Ecoge srl, di proprietà dei Mamone con sede a Genova. Già in un rapporto della Direzione investigativa antimafia risalente all’anno 2002, segnalava appunto i Mamone come perfettamente organici alla ‘ndrangheta. Da allora questa ‘ndrina ne ha fatta di strada a suon di appalti discutibili nel ramo ambientale delle bonifiche. Tra l’altro vantano attualmente una serie di pendenze giudiziarie di un certo spessore in Liguria.
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22 Feb
Storia interessante, quella che ha scritto Alessandro Verri per Domani raccontando un fatto accaduto a Ravenna. Si intitola Sansavini, ragioniere della sanità, denuncia chi fa troppe domande:
Piccolo mondo a Ravenna dove i giornalisti sono spacciati: proibito informare i lettori. Questa volta Berlusconi non c’entra. Il dominus ravennate della sanità privata, Ettore Sansavini, ha denunciato per diffamazione una signora, colpevole di volere sapere come funzionano le convenzioni tra sanità pubblica e sanità privata. Perché ha paura?
Questi i quesiti posti in merito a sanità e gruppo Sansavini formulati da Samantha Comizzoli dell’associazione L’occhio verde. Quesiti scaturiti dopo una puntata di Report in cui si parlava di strutture private e accreditamento con il pubblico:
Considerato che la nostra Regione non è esente da infiltrazioni delle mafie come anche la stampa ha recentemente confermato e memori degli scandali legati alla gestione del denaro pubblico in ambito sanitario che hanno recentemente interessato regioni come l’Abruzzo e la Puglia chiediamo, quindi, di far luce sulle convenzioni in essere e di volerci dare precise risposte fornendoci accurata garanzia che la convenzione con il Gruppo Villa Maria sia gestita nella più totale trasparenza e aderenza alle vigenti leggi antimafia (regolare certificato e verifiche sui subappalti) e che in tale rapporto non si intravede alcun tipo di reato.
La puntata di Report a cui si fa riferimento si intitola La convenzione, è dedicata ai “signori della sanità privata accreditata” e online si trova in versione integrale su Rai.tv. Qui invece il frammento della trasmissione che ha generato le domande a Ravenna e le conseguenze raccontare da Verri. Della vicenda se ne può leggere anche sul blog dell’associazione ravennate.
14 Feb
La Metro Goldwyn Mayer è un’istituzione del cinema non solo statunitense. Creata nel 1924 attraverso la fusione di due preesistenti case di produzione, nel corso dei decenni ha prodotto film passati alla storia come Via col vento, Il mago di Oz, Cantando sotto la pioggia, 2001: odissea nello spazio e alcune delle pellicole dedicate allo 007 per eccellenza, James Bond. Ma la sua è stata anche una vicenda che ha segnato i decenni per le traversie societarie, iniziate negli anni Settanta e arrivate, nel giro di un ventennio, alla soglia di fallimento. Erano i tempi in cui la Mgm aveva in gestione la United Artists e si era ancora ben lontani dall’arrivo di Sony, con cui oggi produce anche fiction per il piccolo schermo, e della Comcast Corporation.
Per il colosso del cinema americano sembrano però tornati i tempi duri. Tanto che alla fine dello scorso anno è stata annunciata la vendita dei propri studios, valutati un paio di miliardi di dollari. E un mese più tardi s’è fatto avanti un imprenditore indiano, Anil Ambani, che già aveva investito nella DreamWorks di Steven Spielberg. Ma questa è una vicenda in essere, non ancora conclusa, e che non fa parte del pezzo della storia che si vuole raccontare.
Una storia che ha uno scenario italiano e che vede comparire un personaggio il cui nome torna ancora oggi, quando si parla del crack della Parmalat e delle traversie giudiziarie di Callisto Tanzi. Si chiama Florio Fiorini e, sul finire degli anni Ottanta, si faceva chiamare il «corsaro della finanza» e il «lavandaio». Sopravvissuto agli anni della P2 e della bancarotta del Banco Ambrosiano di Roberto Calvi – erano anni in cui ricopriva la carica di direttore finanziario dell’Eni –, passò in seguito ad altra occupazione e ad altri interessi e per lui i guai economici e giudiziari videro anche come oggetto proprio la Metro Goldwin Mayer.
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