Xaaraan – Il blog di Antonella Beccaria

Non credo nelle otto del mattino. Però esistono. Le otto del mattino
sono l'incontrovertibile prova della presenza del male nel mondo
Gli ultimi giorni, Andrew Masterson


Digit 2014

Salvate le date: torna Digit, la manifestazione nazionale interamente dedicata al giornalismo digitale e online che per l’edizione 2014 si tiene a Prato il 19 e il 20 settembre prossimi. Qui il programma, in continuo aggiornamento.

FactcheckeuLsdi scrive a proposito di elezioni europee: una piattaforma collaborativa in 6 lingue per la verifica delle dichiarazioni politiche. Si tratta di Factcheckeu e così viene descritta:

Le novità principali del progetto sono, appunto, il crowd checking, vale a dire la possibilità che siano i lettori stessi a sottoporre ad analisi o a segnalare dichiarazioni da verificare, e l’offerta del sito in sei lingue, il tutto nell’ottica di raggiungere un pubblico il più ampio possibile e favorirne la partecipazione.

“Tra i membri della community – spiega Pietro Curatolo, uno degli animatori del progetto – inviteremo anche i centri di ricerca ad iscriversi come partner certificati, in modo da tenere alta la qualità delle analisi che pubblichiamo. In Italia, al momento, tra i partner contiamo l’Istituto per gli Affari Internazionali (IAI)”.

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Liberia, il quotidiano di strada scritto con il gessetto è il racconto che Redattore Sociale fa di Alfred J. Sirleaf e del suo The talk daily. Il video invece è di Al Jazeera.

(Via Lsdi)

Digit2013, attrezzi per giornalisti onlineI punti sotto riportati sono solo un assaggio di un altro evento da seguire. È quello in programma il 16 e il 17 settembre a Firenze, Digit2013, attrezzi per giornalisti online, l’evento giunto alla seconda edizione legato a Lsdi. Per quanto riguarda i punti sotto, si tratta dei 12 mini seminari da un’ora, per i quali sono a disposizione 40 posti gratuiti e prenotabili online:

Ma il programma non si esaurisce a questo. C’è ancora molto altro da vedere, ascoltare, apprendere e confrontare.

Lsdi pubblica un interessante pezzo che sposta il tema della tutela degli operatori dei media raccontando che occorre proteggere gli atti di giornalismo, non solo i mezzi di informazione. Si tratta dell’intervento di Marcy Wheel sul suo blog, intervento che si può riassumere così:

La protezione dell’atto di giornalismo – scrive in un articolo che vi proponiamo qui di seguito – potrebbe avere diversi vantaggi rispetto all’ipotesi di una protezione dei “mezzi di informazione” in generale. In primo luogo, puntando sulla protezione dell’atto di giornalismo, si includono quei giornalisti indipendenti che sono indiscutibilmente impegnati nel giornalismo (superando la questione dei blogger di cui ho parlato, ma anche di coloro che lavorano in modo indipendente su progetti di libri e potenzialmente – anche se questo sarebbe una questione su cui ci sarebbe ancora molto da discutere – a editori come WikiLeaks), ma nello stesso tempo si escludono quei personaggi dell’informazione che sono impegnati nel mondo dello spettacolo, della propaganda aziendale o della disinformazione governativa.

Ma proteggere l’atto di giornalismo piuttosto che i “mezzi di informazione” – aggiunge Wheel – dovrebbe anche servire ad escludere un altro gruppo che dovrebbe avere una protezione limitata. Nella definizione del DOJ infatti sono inclusi non solo i giornalisti che lavorano per i mezzi di informazione, ma anche i manager.

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Giornalisti digitali e dintorni

Appuntamento mercoledì 10 luglio, alle 18.30, nel capoluogo toscano. Dove, alle Murate caffè letterario, si parla di Anonymous con Carola Frediani (autrice di Dentro Anonymous. Viaggio nelle legioni dei cyberattivisti) e Marco Renzi. L’incontro avviene all’interno della rassegna Giornalisti digitali e dintorni organizzata da Comune di Firenze in collaborazione con Associazione Stampa Toscana, Lsdi (che pubblica un lungo articolo alla quasi vigilia dell’evento, Anonimi attivisti della rete) e Di.gi.ti.

L'Ora di PalermoLsdi nei giorni scorsi ha ripreso un articolo uscito sul mensile Narcomafie di Carlo Ruta a vent’anni dalla chiusura del glorioso quotidiano L’Ora di Palermo:

La fine de L’ORA era stata annunciata diverse volte lungo i decenni, perché i problemi, soprattutto economici, in questo piccolo giornale non erano mai mancati. Ma nel 1992 la storia del quotidiano di Palermo era all’ epilogo. In quei momenti i redattori speravano ancora che la loro «fenice» riuscisse a risorgere, prima che le rotative si fermassero. Falliti però tutti i tentativi di accordo tra la cooperativa dei giornalisti, il PDS, proprietario della testata e degli impianti, e il nuovo editore, la NEM, le possibilità erano nulle. L’8 maggio 1992, l’ultimo numero del quotidiano intitolava, in modo significativo, «Arrivederci», e aggiungeva: «Oggi il giornale sospende le pubblicazioni ma non vogliamo dire addio ai nostri lettori».

Nell’editoriale di quel giorno era Michele Perriera a spiegare cosa era stato e cosa aveva reso importante l’esperienza del giornale, ma anche i motivi che lo avevano costretto alla chiusura. Lo scrittore palermitano riteneva che l’errore principale fosse quello «di credere che sarebbe stato il Nord a salvare il Sud, e che quindi non convenisse investire troppo nel Sud caotico e corrotto». E questo errore, a nome di tutta la redazione, l’editorialista lo imputava alla proprietà, cioè al Partito Comunista, cui sarebbe sempre sfuggito che «il destino della democrazia italiana si può riqualificare solo a partire dal riscatto delle sue zone più martoriate e più malsane».

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Geography of Hate

Su Lsdi viene raccontata l’esperienza di data journalism che ha portato a una rappresentazione grafica della geografia dell’odio negli Stati Uniti. Per realizzarla, nel corso e dopo la campagna elettorale per le ultime presidenziali, sono stati utilizzati 150 mila tweet su omofobia, razzismo e disprezzo per la disabilità. Il progetto, seguito da studenti dell’Humboldt State University e non da sistemi automatizzati, è stato ideato da Monica Stephens, docente del dipartimento di geografia, e ne parla anche il Guardian, per quanto nutra dubbi “sull’accuratezza dell’analisi semantica” effettuata. A questo proposito scrive ancora Lsdi:

Gli Stati con la maggiore densità di tweet anti-Obama, Mississippi e Alabama – spiega la docente della Humboldt sul blog Floatingsheep.org – si sono distinti non solo per essere radicalmente contro il presidente, ma anche per il taglio fortemente razzista dei loro contenuti. In pratica, secondo la docente, anche un’analisi abbastanza grezza e superficiale può mostrare come le espressioni contemporanee di razzismo sui social media possono essere legati a un certo numero di fattori di contesto che spiegano la loro persistenza.

Il lavoro per la mappa ha confermato che – aggiunge Monica Stephens – “gli spazi virtuali dei social media sono intensamente legati a particolari contesti socio-spaziali nel mondo offline, e, come questo lavoro mostra, la geografia dei discorsi di odio online non è diversa”.

Legal aid per l'informazione liberaLegal aid per l’informazione libera è un’iniziativa dell’italiana Open Media Coalition, il cui esordio è stato affidato circa un anno fa alla richiesta di chiarezza e meritocrazia – la campagna si chiama infatti Vogliamo Trasparenza – nella nomina degli esponenti dell’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni e del Garante della privacy. Adesso si aggiunge il nuovo progetto che, ispirandosi a un analogo istituto statunitense, si presenta con queste parole:

Capita sempre più spesso che dinanzi a piccole e grandi minacce relative all’esercizio [della libertà di comunicazione di cui alla Dichiarazione Universale dei diritti dell'uomo e del cittadino] o di fronte ad autentiche aggressioni, specie i singoli cittadini e le imprese più piccole, si trovino dinanzi a un drammatico bivio: rinunciare a esercitare la propria libertà di informazione o imbarcarsi in lunghe e costose azioni giudiziarie dall’esito incerto. La campagna legal aid per la libertà di informazione lanciata da Open Media Coalition intende provare a sottrarre cittadini e imprese ad una simile inaccettabile decisione, garantendo loro supporto e assistenza legale contro ogni piccola e grande limitazione o violazione della propria libertà di informazione.

Per avviare l’iniziativa, attraverso il supporto di Justice Iniziative della Open Society Foundation e per affrontare gradualmente la questione a causa di una penuria di risorse, verranno scelte due vicende da seguire fino in fondo e da trasformare in casi di studio. E a questo proposito è disponibile in rete un form attraverso cui inviare le segnalazioni.

(Via Lsdi)

Irpi.eu

Nel mondo del giornalismo nazionale – per quanto abbia un’impostazione che guarda ben oltre i confini – è arrivato Irpi – Investigative Reporting Project Italy di cui scrive Lsdi:

Se il giornalismo investigativo, colpito da una grave crisi soprattutto nella carta stampata, ha ancora un futuro, sarà proprio nella sua veste transnazionale, il ‘credo di Irpi. “Vogliamo andare oltre ‘la porta di casa’, proponendo storie in due lingue, italiano e inglese, reportage dal respiro internazionale: nella scelta delle inchieste, negli argomenti da affrontare, nella costruzione di una fitta rete di contatti, dall’Europa agli Stati Uniti, dall’Africa all’Asia”, aggiungono gli animatori.

Tra le inchieste dei fondatori ci sono Requiem per il tonno rosso, Toxic Europe e Montenegro Connection.

La fabbrica dei giornalistiLsdi ha pubblicato nei giorni scorsi il rapporto La fabbrica dei giornalisti curato da Pino Rea:

Sono oltre 112.000 i giornalisti in Italia (103.000 se si escludono gli iscritti all’elenco speciale e gli stranieri): il triplo che in Francia, il doppio che in Uk. Ma solo il 45% sono attivi ufficialmente e solo 1 su 5 ha un contratto di lavoro dipendente, (guadagnando però 5 volte più di un freelance e 6,4 volte più di un Co.co.co). Intanto i rapporti di lavoro subordinato continuano inesorabilmente a calare (meno 5,1% dal 2008) e l’età media degli attivi a crescere.

Per continuare a leggere si veda qui mentre da qui si puà scaricare in formato pdf il lavoro di Pino.

Nera. Come la cronaca cambia i delittiFabio Dalmasso racconta su Lsdi di come la cronaca nera cambia la società. Partendo dal contenuto del libro Nera. Come la cronaca cambia i delitti firmato da Luca Steffenoni (San Paolo Edizioni), scrive:

L’indiscutibile legame tra costume sociale e cronaca nera ha fatto sì che ogni nuovo omicidio, ogni nuovo articolo su un fatto di sangue spostasse un po’ più avanti il comune senso del pudore, o meglio, del dolore che, secondo l’autore, “forse, oggigiorno, è arrivato al capolinea”. Ma ne siamo sicuri? O non è forse in atto una corsa a chi fa vedere e racconta di più? Sempre più particolari, sempre più “retroscena” e curiosità macabre, sempre più sulla notizia raccontata in modo morboso e voyeuristico. C’è da domandarsi fino a che punto possa spingersi questa sfrenata gara: fino a quando avremo l’omicidio in diretta, magari annunciato con un tam tam pubblicitario? Ma la cronaca nera non è sempre stata così.

E qui prosegue tracciando la storia della cronaca nera che parte dal Settecento, quando Henry Fielding iniziò a scrivere resoconti di processi e crimini per convincere la Camera dei lord britannica dell’importanza dei poliziotti di quartiere. A proposito invece di quanto avviene oggi, considera Steffenoni:

La cronaca nera ha, negli ultimi anni, subito così tante modifiche da risultare irriconoscibile. Basta pigiare su un qualsiasi tasto del telecomando per accorgersene. Tra esperti mescolati a uomini e donne dello spettacolo, politici che non sanno rinunciare alla visibilità mediatica, inquisiti che si scannano per un’inquadratura, avvocati che fanno la loro arringa in video, si è consolidato ormai un genere che mescola audacemente talk show e reality. È cambiata l’Italia e con essa i mezzi d’informazione, si è modificato il delitto e il modo di narrarlo

Emergency Journalism

Lsdi ha pubblicato un articolo che parla di strumenti digitali per il “giornalismo d’urgenza” segnalando la piattaforma sviluppata dall’Ejc:

Si stanno sviluppando velocemente iniziative e strumenti digitali per aiutare i giornalisti nelle situazioni di crisi, che si moltiplicano ai quattro angoli del pianeta. Ed è la cooperazione con i lettori e, spesso, con le ONG, consentite dalle nuove tecnologie, a dimostrarsi decisiva. Ne parla Metamedia.fr in un articolo in cui segnala, ultima in ordine di tempo (è stata annunciata in questi giorni ad Amsterdam al Festival Picnic), la piattaforma di giornalismo d’urgenza sviluppata dall’European journalism centre. Si tratta di una sorta di “borsa degli attrezzi” per i giornalisti inviati su terreni difficili: catastrofi naturali, conflitti, crisi umanitarie… Una attrezzatura di pronto soccorso che contiene fra le altre cose, applicazioni di cartografia e di gestione delle testimonianze dei cittadini, “best practices”, ecc.

Continua qui.

Carte BollateA inizio 2012 è iniziata l’esperienza di Carte Bollate, rivista nata all’interno del carcere di Bollate e diventato anche un giornale radio, in onda tutte le domeniche su Radio Popolare e ripreso da RaiUno. La giornalista Maria Itri, che coordina il progetto, racconta su Lsdi il quasi primo anno di esperienza:

Sapevo però che c’era un punto di forza in questo progetto: la radio è uno dei mezzi più entusiasmanti che esista­no e creare da zero una puntata intera può essere davvero divertente. E poi, una trasmissione radio permette di fare arrivare all’ascoltatore una delle cose più intime che abbiamo, la nostra voce, con le sue incertezze, le emozioni, le paure e la forza. Per raccontare un mondo come quello del carcere non c’è uno strumen­to migliore.

Ogni settimana decidevamo insieme l’ar­gomento della puntata. Abbiamo parlato di tanti temi: l’affettività, il rapporto con i figli, il lavoro, la quotidianità. Abbiamo raccontato le iniziative che in questi mesi sono nate a Bollate. Tutto con l’obiettivo di aprire un canale con l’esterno, per far conoscere quello che realmente succede dietro le sbarre al mondo “fuori”, sfatan­do pregiudizi e leggende, e parlando dei problemi reali e profondi dei detenuti. La parte più complicata era quella della costruzione della puntata: i detenuti non possono usare gli strumenti che i giorna­listi “fuori” hanno a disposizione, come il telefono e Internet.

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Murder in America

Ancora a proposito di crime mapping, Lsdi scrive a proposito della mappa interattiva del Wall Street Journal sugli delitti avvenuti negli Stati Uniti tra il 2000 e il 2010:

165.068 omicidi negli Stati Uniti fra il 2000 e il 2010: il Wall Street Journal ha pubblicato sul suo sito web una bellissima mappa interattiva di tutti i casi avvenuti in quell’arco di tempo nel Paese (tranne la Florida) raggiungibili per vari tipi di parametri: vittime, autori, luoghi, modalità, armi usate, ecc. Il sito presenta anche un breve video che spiega il funzionamento della mappa e un ‘ampia spiegazione sulla sua metodologia. La Florida usa parametri di classificazione diversi da quelli degli altri Stati, che si uniformano invece alle indicazioni del FBI.

Per approfondire, si veda dunque il progetto Murder in America.

Wikileaks affair


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