Xaaraan – Il blog di Antonella Beccaria

Non credo nelle otto del mattino. Però esistono. Le otto del mattino
sono l'incontrovertibile prova della presenza del male nel mondo
Gli ultimi giorni, Andrew Masterson


Il caso CalviQuesto testo è uscito nel giugno 2012 come postfazione al libro a fumetti Il caso Calvi (BeccoGiallo), sceneggiato da Luca Amerio e Luca Baino e illustrato da Matteo Valdameri. È la ricostruzione degli ultimi giorni e delle possibili ragioni della morte del banchiere Roberto Calvi, il presidente del Banco Ambrosiano ritrovato nelle ore del mattino del 18 gugno 1982 senza vita sotto un ponte londinese. Non un suicidio, come si cercò di accreditare quella morte, ma un delitto rimasto impunito. Gli anni, nel frattempo, sono diventati 32 mentre i nodi irrisolti sono rimasti sostanzialmente gli stessi.

Trent’anni. Tanti ne sono trascorsi da quel 18 giugno 1982 quando venne ritrovato un corpo issato sotto il ponte dei Frati Neri di Londra. Il cappio, una corda in fibra sintetica di colore arancione, diventò sbrigativo sinonimo di suicidio, suffragato nel giro di pochi giorni dal verdetto del coroner britannico. Ma oggi l’unica certezza è che si sbagliavano i giurati che, in cinque su sette, votarono per una morte provocata da un’impiccagione antoinferta.

Del resto non fu solo la famiglia Calvi a non credere fin da subito a quella provvidenziale (e spacciata come volontaria) uscita di scena. Il presidente del Banco Ambrosiano non era infatti un banchiere qualunque. Era così poco qualunque che a Londra, così come in qualsiasi altro Paese che non fosse l’Italia, non avrebbe dovuto trovarsi. Poco tempo prima, infatti, era stato condannato in primo grado a quattro anni di reclusione e a una multa da quindici milioni di lire per reati valutari e di lì a poco sarebbe iniziato l’appello. Un processo nel corso del quale, si temeva da più parti, Roberto Calvi avrebbe potuto raccontare inconfessabili retroscena della finanzia cattolica e laica, intrecciata al finanziamento di operazioni criminali per una classe politica fin troppo impastoiata con corruzione, coltivazione di posizioni personali e piduismo, utile camera di compensazione per interessi tanto eterogenei quanto convergenti.
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Il caso CalviNei prossimi giorni – il 20 giugno, per la precisione – uscirà per i tipi di BeccoGiallo il libro a fumetti Il caso Calvi, sceneggiato da Luca Amerio e Luca Baino e illustrato da Matteo Valdameri. È la ricostruzione degli ultimi giorni e delle possibili ragioni della morte del banchiere Roberto Calvi, il presidente del Banco Ambrosiano ritrovato il 18 gugno 1982 senza vita sotto un ponte londinese. Non un suicidio, come si cercò di accreditare quella morte, ma un delitto rimasto impunito. Quella che segue è la postfazione al volume, “Trent’anni dopo”.

Trent’anni. Tanti ne sono trascorsi da quel 18 giugno 1982 quando venne ritrovato un corpo issato sotto il ponte dei Frati Neri di Londra. Il cappio, una corda in fibra sintetica di colore arancione, diventò sbrigativo sinonimo di suicidio, suffragato nel giro di pochi giorni dal verdetto del coroner britannico. Ma oggi l’unica certezza è che si sbagliavano i giurati che, in cinque su sette, votarono per una morte provocata da un’impiccagione antoinferta.

Del resto non fu solo la famiglia Calvi a non credere fin da subito a quella provvidenziale (e spacciata come volontaria) uscita di scena. Il presidente del Banco Ambrosiano non era infatti un banchiere qualunque. Era così poco qualunque che a Londra, così come in qualsiasi altro Paese che non fosse l’Italia, non avrebbe dovuto trovarsi. Poco tempo prima, infatti, era stato condannato in primo grado a quattro anni di reclusione e a una multa da quindici milioni di lire per reati valutari e di lì a poco sarebbe iniziato l’appello. Un processo nel corso del quale, si temeva da più parti, Roberto Calvi avrebbe potuto raccontare inconfessabili retroscena della finanzia cattolica e laica, intrecciata al finanziamento di operazioni criminali per una classe politica fin troppo impastoiata con corruzione, coltivazione di posizioni personali e piduismo, utile camera di compensazione per interessi tanto eterogenei quanto convergenti.
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Notte criminaleMarina Angelo, direttrice di Notte Criminale, intervista Carlo Calvi, il figlio di Roberto, il banchiere di Dio, per dire che “in base alla mia esperienza esistevano sufficienti lacune nei due livelli di giudizio precedenti per giustificare un rinvio”:

L’Italia è un Paese ricco. Ricco di “perché”, l’unico dato in crescita all’interno di questa crisi. Molte storie rimangono un giallo dai contorni delineati ma dai colpevoli sfuggenti. Una di queste è, sicuramente, il caso della morte di Roberto Calvi [...], nato a Milano il 13 Aprile 1920 e trovato impiccato sotto il Ponte dei Frati Neri a Londra il 18 giugno 1982 con le tasche dei pantaloni pieni di pietre ( 5 chilogrammi) e un documento intestato a Gian Roberto Calvini. Una storia che spende molti di quei perché, e non sconta nemmeno se e ma. Abbiamo interpellato il figlio Carlo da sempre impegnato alla ricerca di quella verità che, ad oggi, pare non voler arrivare.

Sono passati quasi trent’anni da quel delitto, vestito inizialmente da suicidio. E vale la pena continuare nella lettura. Qui

Finanza cattolicaÈ uscito qualche giorno fa per i tipi di Ponte Alle Grazie l’ultimo libro del giornalista Ferruccio Pinotti intitolato Finanza cattolica – La storia più completa e sconvolgente degli intrecci tra fede, denaro e potere:

Che il mondo laico cerchi il profitto a ogni costo potrà non piacerci. Ma che finanzieri osservanti, pii banchieri, uomini di Chiesa, esponenti politici che fanno pubblica professione di fede pratichino comportamenti economici che di caritatevole non hanno nulla, suscita forte repulsione in un’epoca in cui molte famiglie e individui non arrivano alla fine del mese. Sulla base di una rigorosa documentazione, “Finanza cattolica” racconta le vicende – clamorose e spesso inedite – di banche grandi e piccole, società, personaggi molto in luce o molto in ombra: tutti riconducibili al potere dei cattolici, cardine del nostro Paese.

Dai casi scabrosi di molte casse rurali alle tante gestioni deviate di opere assistenziali, fondazioni e istituzioni religiose; dalla bancarotta Sindona alle vicende del Banco Ambrosiano, dallo IOR fino agli ultimi sviluppi della Popolare di Lodi; dai successi del grande patron della finanza cattolica Giovanni Bazoli ai disastri del governatore Antonio Fazio; dai depositi vaticani offshore, creati da Pacelli, Montini, Wojtyla e Ratzinger fino alla nascita di Berlusconi, vero miracolo delle banche cattoliche; dalle «guerre di religione» con la finanza laica al cinismo con cui sono state finanziate imprese decotte o venduti titoli spazzatura: un panorama completo, di grande leggibilità, che per la prima volta mostra un fatto di enorme gravità: ampi settori della finanza e dell’imprenditoria cattolica agiscono tradendo l’etica, in nome di una fede ogni giorno vilipesa.

Ulteriori dettagli sul libro sono disponibili qui, dove è pubblicata la scheda descrittiva.

Quarto tempo. Una storia di sesso e dopingClaudio Gavioli è un medico sportivo che dal 1984 frequenta il mondo del calcio, serie B soprattutto. Per ventiquattro anni ha lavorato per il Modena e da due anni fa il consulente anche per altre squadre emiliane, come il Sassuolo e il Carpi. “È un mondo che mi ha prosciugato, anche per questo me ne sono allontanato passando da organico a consulente”.

Per Gavioli un metodo per “esorcizzare” l’intossicazione da quella “strana fauna” che ruota intorno al pallone è stato scrivere un romanzo. Si intitola Quarto tempo. Una storia di sesso e doping, appena pubblicato da Aliberti Editore. “E dire che il mio libro voleva essere un esperimento letterario. Invece mi ritrovo ancora a parlare dei retroscena delle squadre”, scherza il medico che negli ultimi giorni, dopo l’esplosione dell’inchiesta di Cremona sul calcio scommesse, viene contattato non tanto per parlare della sua opera, ma di un ambiente che va molto oltre il semplice fatto sportivo.

Domani di Maurizio Chierici“La mia intenzione”, prosegue Gavioli, “era quella di usare il calcio come allegoria per parlare di discriminazione, sistemi illegali per aggirare le regole, sessismo, culto frenetico dell’immagine”. Tombola, insomma, a leggere le carte giudiziarie della procura lombarda, ma anche quelle di Napoli, dove c’è un fascicolo che racconta dei contatti di Mario Balotelli, classe 1990 e maglia della nazionale, con gente della camorra. Per quanto lui neghi di aver saputo che quelle persone appartenessero alla criminalità organizzata, sarebbero loro ad avergli organizzato un “tour turistico” nelle piazze di spaccio di Scampia.
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La voce delle vociUn asettico annuncio: «Data ultima per richieste di risarcimento: 31 marzo 2010». E da allora più nessun aggiornamento sul sito della Bank of Credit and Commerce International (Bcci), posta in liquidazione dopo i blitz che tra il 1991 e il 1992 vennero condotti, sulla scia di quanto già accaduto negli Stati Uniti, in diversi Paesi europei e che portarono alla chiusura di numerose filiali sparse nel Vecchio Continente.

Per quanto poco conosciuta, la storia di questa banca (bollata dai media come “Kriminal Bank”) è interessante perché tocca, spaziando per mezzo mondo, alcuni dei principali business criminali. E finisce per comprendere anche l’Italia, dove venne tentata la scalata alla Montedison. Fu fondata dal banchiere originario del sub-continente indiano Agha Hassan Abedi: era il 1971 e gli accordi definitivi vennero presi in un hotel di Beirut. Da allora l’ascesa fu vertiginosa: sedi che vengono inaugurate un po’ ovunque per arrivare a una presenza in una settantina di nazioni, 417 filiali (molte delle quali in Gran Bretagna), un milione e trecentomila clienti, oltre a un attivo di quasi 21 miliardi di dollari. Nel frattempo, in un’ottica di “ottimizzazione” delle attività, si diede vita a una serie di controllate distribuite tra il Lussemburgo, Dubai e le Cayman mentre i manager venivano “gratificati” con costosissime convention scandite dalla presenza di decine di ragazze non tutte maggiorenni. Inoltre l’estrema disinvoltura nella scelta dei partner in affari fu un fattore determinante per l’espansione della banca d’ispirazione islamica.

Tra questi, Pablo Escobar, il colombiano a capo di uno dei più potenti cartelli della droga, e il generale panamense Manuel Noriega. Ma Abedi, diventato celebre per una serie di attività filantropiche (sostegno alla minoranza linguistica urdu in Europa e alle relative attività letterarie, creazione di facoltà tecnologiche e scientifiche in Medio Oriente – soprattutto in Pakistan – quando non di intere università, mecenatismo nei settori più vari che vanno dall’arte allo sport), coltivò però contatti ben più particolari.
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  • Esoterismo e politica - Giorgio GalliGiorgio Galli, docente di storia delle dottrine politiche all’università degli studi di Milano, non è un neofita, quando si tratta di andare a indagare i retroscena esoterici o mistici di movimenti politici. L’aveva già fatto con “Hitler e il nazismo magico”, “La magia e il potere” e, in parte, nel colloquio con altri autori “Le reliquie e il potere”. Nel recente “Esoterismo e politica”, pubblicato a dicembre 2010 dalla casa editrice calabrese Rubbettino, torna sul tema facendo di questo libro, a seconda della preparazione del lettore, un’integrazione dei precedenti o un’introduzione all’argomento.

    Partendo dai concetti di populismo e carisma, che troppo spesso vengono applicati a leader politici che non possiedono né l’uno né l’altro, fa una retrospettiva suddivisa (quasi) per aree geografiche: dalle sensitive e/o cartomanti delle first lady d’oltreoceano (le signore Linconl e Reagan) ai maghi europei alle “corti” di Churchill o dei russi pre-rivoluzione d’ottobre. Traccia il profilo delle confraternite americane a cui tanti presidenti sono appartenuti e di “multinazionali” come Scientology. Pone nel corretto contesto ideale correnti come lo gnosticismo e steinerismo, quest’ultimo un po’ abusivamente dalla romena Legione dell’Arcangelo Michele e della correlata Guardia di Ferro di Cornelio Codreanu.

    E – elemento di particolare interesse – interviene per delineare il ruolo di personaggi rimasti spesso ai margini delle cronache, come quel monsignor Pavel Hnilica che, perseguitato dal regime comunista e divenuto gola profonda dei servizi segreti vaticani (conosciuti con il nome di “Entità”) sugli affaracci dello Ior, la banda di Dio, inciampa poi anche nella morte di Roberto Calvi, presidente del Banco Ambrosiano. Una questione forse secondaria rispetto ad altri nodi di quell’omicidio, avvenuto il 17 giugno 1982 a Londra, sotto il Ponte dei Frati Neri (era roba di assegni girati e non pagati). Peraltro una questione da cui Hnilica esce senza conseguenze, ma che pone ambienti legati al grande malaffare della storia recente accanto ad circoli che all’esoterismo erano legati.
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    P3 di Giusy Arena e Filippo BaroneDai palazzi del potere non si è più in tempo per impedire la pubblicazione delle intercettazioni raccolte in appendice al volume P3 – Tutta la verità di Giusy Arena e Filippo Barone. Trascrizioni curate dal nucleo informativo e dal reparto operativo dei carabinieri del Lazio in cui si attesta che l’affaire esploso a fine primavera non era una cricchetta limitata a pochi “pensionati sfigati” che giocava a corrompere frange limitate della cosa pubblica e privata. Anzi, con interviste e testimonianze inedite, il volume parte dall’inchiesta “Insider”, che tocca Marcello dell’Utri, Denis Verdini, Flavio Carboni e molti altri personaggi della ribalta politica, imprenditoriale e faccendieristica italiana.

    E lo fa in momenti delicati. Carboni, uomo che ha attraversato sostanzialmente indenne molte vicende di malaffare tricolore, in secondo grado era appena stato assolto (per insufficienza di prove, si sarebbe detto una volta) per l’omicidio del banchiere di Dio Roberto Calvi. Mentre dell’Utri, ai tempi in cui scatta l’operazione di magistratura e forze dell’ordine, è ancora sotto processo e oggi è fresco di condanna in appello per i suoi disinvolti rapporti con cosa nostra. Rapporti di cui beneficiò – dice la sentenza, le cui motivazioni sono state rese note alla fine dello scorso novembre – Silvio Berlusconi, il probabile “Cesare” dell’inchiesta “Insider”.

    Questo libro, da poco uscito per i tipi della Editori Riuniti, è dunque un utile vademecum per districarsi una volta di più nel complesso disegno del crimine sotto l’egida della politica, dei vincoli massonici o pseudo tali, degli affari a scopo unico di arricchimento personale (non c’è nemmeno più la scusa dei quattrini incassati e girati al partito). Se le responsabilità personali saranno individuate in processi che devono ancora partire, le pagine di questo volume sono un viaggio in sigle ed espressioni che spesso compaiono sui giornali di questo periodo: lodo Alfano, faccende all’ombra del Vesuvio, giochi tracciati nei corridoi della Mondadori.
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    E rimasero impunitiTornando alle lettere, riportate nella sentenza di assoluzione del giugno 2007 per il delitto dei Frati Neri, occorre fare una premessa. Lo scrivente – avvertono i giudici – descrive se stesso come una vittima della cupidigia altrui, un esecutore di volontà che gli erano superiori. Si sa che ciò non è vero, ma lo scenario ricostruito è stato ritenuto autentico, in sede giudiziaria. Scrive dunque Calvi il 30 maggio 1982 al cardinale Pietro Palazzini:

    Eminenza Reverendissima, sento il dovere di rivolgermi ancora una volta alla Sua illuminata e degnissima persona per informarLa degli ultimi spaventosi sviluppi delle mie vicissitudini con lo IOR che stanno pericolosamente conducendo i miei interessi e quelli ben più importanti della Chiesa verso un sicuro disastro. Vani si sono dimostrati sino a oggi tutti i tentativi di trovare un’equa soluzione alla vertenza della quale Le ho parlato tempo fa durante l’incontro da Lei benevolmente concessomi. Monsignor Marcinkus e il dottor Mennini [Luigi Mennini, ai tempi amministratore delegato dello IOR, N.D.A.] continuano a rifiutarmi ogni possibile contatto [...] manifestando così una inconcepibile insensibilità ai reali interessi della Chiesa stessa.

    [...] La credibilità morale ed economica del Vaticano è già gravemente compromessa; come mai nessuno vuole intervenire? Ma a cosa mirano costoro? Del resto molti finanziamenti e tangenti concessi dal Banco Ambrosiano a partiti e uomini politici hanno avuto origine su indicazione [di personalità interne alla Santa Sede stessa]. Eppure costoro sanno che io so! Non è quindi possibile spiegare l’atteggiamento che hanno verso di me e il mio gruppo bancario, unicamente in termini di sleale comportamento e di ottusità mentale [...]. In siffatte condizioni cosa posso sperare io, responsabile come sono di aver svolto un’opera di banchiere nell’interesse della politica vaticana in tutta l’America Latina, in Polonia e in altri Paesi dell’Est?

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    E rimasero impunitiL’istituto vaticano, dunque, sembra proiettato verso un futuro che annulli – o quanto meno riduca – le malversazioni per le quali i suoi conti hanno fatto molto parlare. Malversazioni che, lungi dall’essere state punite, non sono state neanche mai del tutto chiarite. La banca vaticana nacque nel 1942 per farsi carico dei possedimenti terreni di pochi clienti d’élite e per questo chiedeva loro opere di carità. Che la carità non fosse però proprio uno stile di vita condiviso da tutti era emerso già nella seconda metà degli anni Settanta, quando intercorrevano i primi abboccamenti tra Santa Sede e governo italiano per il rinnovo del concordato nel 1929, siglato il 18 febbraio 1984.

    In quel periodo, un gruppo di cronisti dell’Europeo, capitanato da Paolo Ojetti e sotto la direzione di Gianluigi Melega, «inciampò» negli estratti catastali di molti palazzi romani, concentrati soprattutto nel centro della capitale e nelle zone più prosperose delle periferie collinari. Scavando, si arrivò a stabilire che uno su quattro di quegli edifici era o era stato di proprietà del Vaticano e che le attività di compravendita avevano generato guadagni e plusvalenze mai toccate dal fisco.

    Lo scandalo che ne seguì fu notevole, considerando poi che si era lavorato su una sola città, Roma, per quanto conosciuta come la città delle 1265 chiese. Da oltre Tevere si accusarono direttore e giornalisti di condurre una battaglia contro la religione cattolica e il clero. E sebbene tutto ciò che era stato scritto fosse dimostrabile, Melega lasciò il suo posto alla direzione del mensile di casa Rizzoli, nel frattempo sotto l’arrembaggio di Licio Gelli, Umberto Ortolani e Bruno Tassan Din, che volevano il Corriere della Sera. Ma ciò che emerse dalle pagine del periodico milanese sarebbe stata la punta dell’icerberg.
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    E rimasero impunitiIntanto nuovi verbali d’interrogatorio sono stati compilati. Lo scorso giugno, per esempio, Massimo Ciancimino, il figlio del potente sindaco di Palermo Vito Ciancimino, è stato sentito da pubblico ministero Tescaroli per il contenuto dell’intervista rilasciata a Gianluigi Nuzzi in Vaticano Spa. Oggetto delle domande sono stati i rapporti tra suo padre e la banca vaticana nel corso degli anni Settanta e Ottanta.

    «Le transazioni a favore di mio padre», ha detto il figlio del sindaco di Palermo a Nuzzi, «passavano tutte tramite i conti e le cassette dello IOR. Poi [i soldi venivano] trasferiti a Ginevra [...]. Mio padre mi ripeteva che queste cassette erano impenetrabili perché era impossibile poter esercitare una rogatoria all’interno dello Stato del Vaticano [...]. Allo IOR i movimenti finanziari verso Stati esteri erano molto più economici di altri canali, come i classici “spalloni”. Si poteva operare nella totale riservatezza, lasciando una minima offerta alla banca del papa».

    Quanto ci sia di fondato nelle parole di Ciancimino junior deve essere ancora accertato, compresi dettagli non irrilevanti come il finanziamento alla corrente andreottiana della Democrazia Cristiana, le percentuali versate a titolo di donazio ne a ecclesiastici compiacenti, la complicità nei passaggi della tangente Enimont e la gestione di denaro per contro dell’«ingegner Loverde», alias Bernardo Provenzano.

    Sempre Luca Tescaroli nell’autunno del 2008 era andato poi a parlare direttamente anche con un protagonista delle rivolte anticomuniste in Polonia, Lech Wałęsa. Lo aveva raggiunto a Gadansk e l’argomento comprendeva, oltre l’impiccagione del 18 giugno 1982, il ruolo della banca vaticana nel finanziamento dei movimenti ostili ai regimi del Patto di Varsavia. «Era soltanto solidarietà», disse l’ex sindacalista di Danzica al magistrato italiano. Il quale gli fece notare che, in termini numerici, si trattava di solidarietà per mille milioni di dollari e che c’era il fondato sospetto che il denaro provenisse da cosa nostra.
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    E rimasero impunitiIl processo di primo grado contro gli imputati dell’omicidio Calvi, dopo novanta udienze succedutesi nell’arco di due anni e al termine di una giornata di camera di consiglio, non è stato in grado di chiarire una serie di punti. Primo tra tutti, il nome di mandanti ed esecutori. Se sembra provato – come è scritto nelle motivazioni – che «l’uccisione di Roberto Calvi è stata deliberata dalla mafia per punirlo e per evitare che rendesse pubblica la sua attività di riciclaggio e rivelasse i suoi rapporti con le persone che fungevano da canale di collegamento con l’organizzazione criminale», non si è andati oltre un’idea verosimile degli ultimi giorni di vita del banchiere.

    Ma non l’esatta ricostruzione di quanto accaduto. E nemmeno è stata data una descrizione di quanto Roberto Calvi minacciava di rivelare proprio alla vigilia della sua morte attraverso una ridda di lettere e di colloqui con il suo fido braccio destro di allora, Flavio Carboni. A tanti anni di distanza, in attesa delle sentenze d’appello e di Cassazione, quello del banchiere di Dio continua a essere uno dei fantasmi più frequenti, misteriosi e forse comodi della recente storia italiana.

    Il presidente del Banco Ambrosiano è infatti ancora una presenza concreta nella vita italiana. Si pensi che non sono trascorsi che alcuni mesi da quando si discuteva dell’inclusione di Roberto Calvi e di Michele Sindona nel dizionario biografico degli imprenditori della Treccani, almeno nell’opera generale (poi però la crisi dell’editoria e quella più in generale dell’economia hanno fatto mettere in discussione la vita stessa del dizionario, sotto lo spauracchio di un drastico taglio del suo budget). E – nota a margine – nessuno gli ha mai revocato l’onorificenza di cavaliere del lavoro e medaglia d’oro ai benemeriti della scuola della cultura e dell’arte.
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    E rimasero impunitiIn questa scia di morti e delitti, ognuno con contatti più o meno stretti con il delitto Calvi, va poi aggiunto il già citato Vincenzo Casillo, l’altro nome indicato da Francesco Di Carlo e altri collaboratori di giustizia come uno degli esecutori materiali dell’omicidio del banchiere. Conosciuto anche con il soprannome di «’o Nirone» per via della carnagione scura e della stazza imponente, fu tra i primi ad aderire negli anni Settanta alla Nuova Camorra Organizzata (NCO) di Raffaele Cutolo e lo sostituì quando «’o professore» finì in galera rappresentandolo in occasioni rilevanti.

    Tra queste, gli affari legati alla ricostruzione dopo il terremoto del 1980 in Irpinia, le trattative con cosa nostra per gestire gli affari dei clan e il tentativo di mediazione per interrompere la guerra di camorra combattuta contro la Nuova Famiglia dei Nuvoletta, dei Bardellino e di altri clan emergenti. Ebbe inoltre un ruolo nella liberazione di Ciro Cirillo, l’assessore ai lavori pubblici della Regione Campania sequestrato il 27 aprile 1981 dalle Brigate Rosse e liberato ottantanove giorni più tardi, dopo che della faccenda si occuparono prima i servizi civili e poi l’intelligence militare avvalendosi di mediatori come Francesco Pazienza e di camorristi, come quelli legati a Cutolo. Casillo, secondo l’istruttoria e i processi degli anni Ottanta e Novanta, da latitante accompagnò agenti dei servizi in carcere per parlare con Cutolo e per evitare la cattura gli venne fornito a titolo di copertura un lasciapassare del Sismi.

    Il collegamento tra «’o Nirone» e Calvi sarebbe stato ancora una volta l’assolto Pippo Calò, secondo quanto dissero i pentiti, che avrebbe dato a Casillo un incarico molto delicato: doveva portare il banchiere sull’imbarcazione ormeggiata lungo le rive del Tamigi. Il boss lo fece, aggiunsero, e una volta arrivati qui gli fece segno di andare a poppa e di accomodarsi. Quando Calvi eseguì, Casillo lo raggiunge, gli si mise alle spalle e lo strangolò con la corda arancione utilizzata poi per simulare il suicidio per impiccagione. Vero o falso? Verissimo, dissero i collaboratori di giustizia. Falso invece secondo la Corte che ha sentenziato al processo di primo grado per l’omicidio Calvi. Falso perché non si sarebbero trovati riscontri e perché chi parlava non lo faceva per conoscenza diretta, ma riferiva informazioni ricevute da altri. Uno di questi era l’avvocato Errico Madonna, il legale di Cutolo a cui Casillo avrebbe confidato la sua impresa da killer.
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  • E rimasero impunitiDopo diversi mesi di silenzio (questione della taglia a parte), il 1987 fu l’anno in cui le indagini sulla morte di Jeanette May e Gabriella Guerin sembravano destinate a finire in un nulla di fatto, come poi accadde. Ma fu anche quello in cui si verificò un fatto che avrebbe riportato il nome della donna a occupare le cronache. Si trattava ancora una volta di una clamorosa rapina, avvenuta questa volta al Knightsbridge Deposit Centre di Brompton Road: perfetta nell’esecuzione, non venne sparato neanche un proiettile e si concluse con un bottino da capogiro, 60 miliardi di lire.

    Per questo fatto nel 1993 venne arrestato a Roma un antiquario marchigiano, Agostino Vallorani, per la ricettazione di una parte della refurtiva e – sospettavano gli inquirenti – per aver ideato il colpo. Ma sull’uomo i magistrati capitolini pensavano anche altro: in contatto con Sergio Vaccari Agelli, i pubblici ministeri Andrea Vardaro ed Elisabetta Cesqui, titolari anche dell’indagine sull’omicidio del banchiere milanese, volevano capire se Vallorani potesse entrarci con la morte dell’antiquario assassinato nel settembre del 1982 – indicato nel frattempo come uno dei presunti boia di Roberto Calvi – e con quello dell’ex nobildonna inglese.

    A dire che qualcosa, in quella direzione, poteva esistere fu un altro italiano finito in galera per la rapina del 1987. Si chiamava Valerio Viccei e anni più tardi avrebbe raccontato di quella spaccata, definita «il più grande colpo della storia», in un libro uscito postumo nel 2004 e intitolato Live by the gun, die by the gun. Nato ad Ascoli Piceno nel 1955, venne condannato alla fine degli anni Ottanta a settantadue anni di carcere – ridotti poi a trenta – per vari reati commessi in Gran Bretagna, dove se n’era scappato anche per motivi legati alla sua militanza nell’organizzazione di estrema destra dei Nuclei Armati Rivoluzioni (NAR). Prestante, scapestrato, circondato da belle donne e amante della vita lussuosa, buona parte di tutta quella galera se l’era guadagnata proprio per la rapina al Knightsbridge. Che era stata un’azione da film.
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  • E rimasero impunitiUn tempo Jeanette aveva portato anche un altro cognome: era quello del primo marito, Evelyn Rothschild, finanziere britannico discendente della potente famiglia che già nell’Ottocento controllava mezza Europa e anche un pezzo di Medioriente. Banche, ferrovie, testate giornalistiche, energia e petrolio alcuni dei settori di attività dei Rothschild. La ragazza, invece, nata nel 1940, era di estrazione borghese e tra i parenti illustri poteva annoverare solo uno zio ingegnere, sir Stanley George Hooker, a cui la Rolls Royce e la Bristol Aero Engines dovevano alcune delle loro principali migliorie meccaniche.

    Giovane e bella, Jeanette aveva sposato il rampollo della potente famiglia britannica nel 1966 acquisendo il titolo nobiliare di baronessa, ma il matrimonio era durato solo cinque anni. Dopo il divorzio convolò a nuove nozze con Stephen May, ex direttore del personale della John Lewis Partnership, società britannica che si occupa di vendita al dettaglio e grande distribuzione, che lasciò l’Inghilterra all’inizio degli anni Ottanta per andare a vivere in Australia, dopo aver peregrinato un po’ in giro per il pianeta.

    Prima di questo, però, i coniugi May avevano acquistato una casa in Italia, nelle Marche, e l’avrebbero usata, una volta ristrutturata, per trascorrervi qualche giorno di vacanza. Il giorno prima della rapina da Christie’s, il 29 novembre 1980, Jeanette, che aveva 42 anni, e la sua guida Gabriella erano salite sull’auto che utilizzavano in quel periodo, una Peugeot 104 nera targata Siena e ritrovata diciassette giorni dopo a Fonte Trucchia di San Liberato. Alle 14,30 avrebbero dovuto incontrare un agricoltore di Sarnano che aveva venduto alla donna inglese l’abitazione e i tredici ettari di terreno circostanti, ma non si presentarono. Da quanto fu possibile ricostruire, però, alle 16 erano state viste in uno spaccio di materiale edile e alle 17 nei dintorni dell’hotel in cui alloggiavano, l’albergo «Ai Pini». Alle 19, inoltre, erano nella piazza principale del paese pronte per andare in montagna, nonostante stesse iniziando a nevicare. Di lì, poi, più nessuna traccia.
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