Non credo nelle otto del mattino. Però esistono. Le otto del mattino
sono l'incontrovertibile prova della presenza del male nel mondoGli ultimi giorni
, Andrew Masterson
15 Jun
Le due pagine centrali del Fatto Quotidiano di oggi sono dedicate all’anticipazione di un libro di prossima uscita per i tipi di Chiarelettere. Si intitola 1994, è stato scritto da Luciano Scalettari e Luigi Grimaldi e ricostruisce la storia della Moby Prince, il traghetto andato a fuoco il 10 aprile 1991 uscendo dal porto di Livorno. Furono 140 le vittime (qui l’elenco) e, proprio perché le inchieste non hanno fornito risposte, a tutt’oggi rimangono diversi punti da chiarire: la nebbia, le tracce di esplosivo – T4 – trovato a bordo, il ritardo nei soccorsi, l’unico sopravvissuto che cambia idea. Di tutto questo parla il lungo estratto pubblicato oggi e parla anche dei collegamenti – che vanno ben oltre la nave XXI Ottobre II della Shifco presente nella rada toscana – con il caso di Ilaria Alpi.
Per leggere più nel dettaglio, da qui si può scaricare quanto pubblicato dal Fatto (formato pdf, 575KB). Qui invece si trova online solo il primo pezzo.
12 May
Si tiene a Marsala dal 21 al 23 maggio prossimi. È il secondo festival del giornalismo d’inchiesta “A chiare lettere” e questi sono i suoi luoghi. Programma e ospiti sono online e sotto invece i temi della manifestazione:
Il tema generale del Festival di quest’anno è Viva l’Italia, biografia di un paese da inventare. Il giornalismo d’inchiesta è: libertà d’informazione, ricerca della verità, nessuna appartenenza a partiti o schieramenti politici, distanza da potentati economici o religiosi. Per stare dalla parte di chi vuole semplicemente sapere. Alcuni dei temi che verranno affrontati durante le tre giornate sono: le mafie e la criminalità, la trattativa tra Stato e mafia, i padroni dell’informazione, i modi e i mezzi dell’informazione (da internet all’informazione dal basso contro censure e bavagli), l’emergenza ambientale, la cattiva informazione relativa al cibo, ai giovani e all’immigrazione.
Qui intanto si può dare un’occhiata alla presentazione dell’edizione 2009.
25 Sep
Parlare di dati di fatto e non di lenzuola è la richiesta. Anche se ci sarebbe da discutere quanto siano di lenzuola vicende che dalle camere da letto finiscono nelle aule della politica, da quella locale a – quasi – quella europea (per tacer del concetto di corpo femminile propagato dalla classe cosiddetta dirigente), l’invito non solo lo hanno colto, ma lo hanno anticipato due giornalisti, Peter Gomez (L’Espresso) e Antonella Mascali (Radio Popolare). Farabutti anche loro, probabilmente, per qualcuno. A maggior ragione, per quei qualcuno, dopo aver scritto a quattro mani il recentissimo Il regalo di Berlusconi – Comprare un testimone, vincere i processi e diventare premier. La vera storia del caso Mills (Chiarelettere):
Bisogna cominciare da qui. Dalle motivazioni della sentenza di condanna che il 17 febbraio 2009 ha inflitto quattro anni e mezzo di carcere in primo grado a David Mills, l’avvocato inglese, marito di un ministro laburista, creatore a partire dal 1978 della rete delle società offshore del gruppo Fininvest. Un documento eccezionale, solo in parte raccontato da giornali e tv, in cui si spiega come dietro le assoluzioni di Berlusconi nei vecchi processi (corruzione della Guardia di Finanza) ci sia la falsa testimonianza di Mills. E in cui, finalmente, viene alzato il coperchio sul sistema di fondi neri che ha garantito al Cavaliere anni di guadagni esentasse: centinaia di milioni di euro sottratti allo Stato. Tutto grazie a lui, Mills, il professionista foraggiato da Berlusconi prima con 10 miliardi di lire e poi con una tangente da 600 mila dollari.
Sarà dunque interessante leggere le parole usate dai due giornalisti per raccontare la vicenda contenuta nella sentenza Mills. Per chi volesse poi confrontare il libro al documento ufficiale e se lo fosse perso quando venne pubblicato dalla versione elettronica di alcuni quotidiani, può scaricare la sentenza da qui (file zip, 7,9MB).
1 Sep
Di Vaticano Spa di Gianluigi Nuzzi (Chiarelettere, 2009) si parlerà a breve, non appena conclusa la lettura. Di certo si può anticipare che il testo è interessante, considerando la documentazione che postuma Renato Dardozzi ha fatto emergere. E a maggior ragione interessante è avere accesso alla documentazione che è stata resa disponibile (previa registrazione) in rete. Sempre in rete si possono seguire gli aggiornamenti che via via vengono pubblicati e un’idea del libro di Nuzzi ce la si può fare intanto dando un’occhiata all’articolo-intervista Gli scandali finanziari e politici della Chiesa. Una vicenda per cui di recente Massimo Teodori ha detto:
Lo Ior è stato uno dei grandi centri di criminalità finanziaria d’Italia certamente dagli anni settanta agli anni novanta. Lì si sono mescolate risorse finanziarie ingentissime provenienti dell’8 per mille, da donazioni, da opere di bene con soldi della mafia (Vito Ciancimino), dalle grandi tangenti e delle grandi speculazioni. Lo Ior è l’unica banca al mondo non soggetta ad alcun controllo nazionale né internazionale.
Questo in forza della extraterritorialità, dei patti lateranensi e in particolare del loro articolo 11, che si traduce in “immunità per tutti i dipendenti degli organi centrali della Santa Sede”. E alcune vicende che si raccontano toccano la maxi-tangente Enimont, Giulio Andreotti, le vicende che dalla P2 passando per Michele Sindona, Roberto Calvi e arrivano ai giorni nostri. E qualcos’altro se ne può ascoltare qui, registrazione di un recente dibattito.
19 May
Di Giustino De Vuono, uno dei componenti della banda che rapì e uccise insieme ad alcuni pentiti di niente nell’aprile 1975 Carlo Saronio, si è occupato il libro di Stefania Limiti L’anello della Repubblica, come si segnalava poco tempo fa. Ora, sull’ex legionario calabrese conosciuto nel mondo della malavità come lo “scotennato”, torna Alessandro Grandi su Peacereporter con l’articolo Caso Moro: una pista dal Paraguay (qui la seconda parte). In qui si scrive che:
Un’informativa diretta al capo del dipartimento d’investigazione della polizia della capitale paraguayana narra le vicende di un italiano trovato in Svizzera in possesso di documenti paraguayani falsi. Il soggetto in questione è Giustino de Vuono [...]. Come descritto dettagliatamente nel rapporto, sarebbe un “presunto integrante” delle Brigate Rosse oltre a essere indicato come uno degli assassini di Aldo Moro. C’è di più. De Vuono [...] è considerato un appartenente alla ‘ndrangheta. Da quanto si evince dal carteggio, stilato in data 4 luglio 1981, la presenza del De Vuono in Paraguay non è una novità: il documento analizza i suoi spostamenti e le sue azioni dal 1977 al 1980. Viaggi e passaggi da un paese all’altro del continente americano, sovente con documenti falsi.
Secondo la documentazione [...] ritrovata nel febbraio scorso all’interno del Centro de Documentacion y Archivio del Palazzo del Poder Judicial di Asuncion – dove è custodito il famigerato Archivio del Terrore della dittatura filonazista di Alfredo Stroessner in cui sono descritte minuziosamente tutte le vicende relative al Plan Condor – Giustino de Vuono sarebbe entrato in Paraguay in automobile, nel giugno del ‘77, con un documento d’identità falso a nome Antonio Chiodo. In quelle circostanze oltrepassò la frontiera che separa Brasile e Paraguay in località Puerto Stroessner (oggi Ciudad del Este, ndr), zona nota alle cronache odierne per via dei traffici illeciti che la animano giorno e notte.
9 May
È un caso che questo post venga scritto oggi, nell’anniversario dell’uccisione di Aldo Moro (e di Peppino Impastato, assassinati entrambi nel 1978). Ma è un caso azzeccato che prende spunto da un aggiornamento su un personaggio di cui si parla in Pentiti di niente, trovato nel libro di Stefania Limiti, L’anello della repubblica (Chiarelettere, 2009). L’aggiornamento riguarda Giustino De Vuono, coinvolto come appartenente all’”ala” della criminalità comune nel sequestro e nell’omicidio di Carlo Saronio, avvenuti tra il 14 e il 15 aprile 1975 a Milano.
In questa vicenda si inizia a parlare di De Vuono, ex legionario che si dà alla malavita al rientro in Italia, come dello “scotennato”: coinvolto in traffici vari, si aggrega alla banda che rapirà l’ingegnere lombardo e sarà colui che terrà i collegamenti con la famiglia. Nel libro di Stefania Limiti lo si ritrova invece quando si parla del ruolo nella ‘ndrangheta nel sequestro Moro. Scrive l’autrice partendo da un articolo del Corriere della Sera del 1978 (pagina 188 e seguenti):
«Delinquente di prima grandezza [...] evaso dal carcere poco prima dell’operazione Moro [...], De Vuono viene riconosciuto da due testimoni [presenti in via Fani, N.d.B.] tra le venti foto pubblicate dall’Ucigos», ma i pur numerosi elementi che indicano la sua presenza non sono valsi a far scattare indagini più accurate. Di De Vuono parlò anche Ernesto Viglione, giornalista che abita in via Fani e che per questa vicenda sarà condannato a tre anni e sei mesi in primo grado e poi assolto in appello: Viglione disse «di essere entrato in contatto con il terrorista dissidente “Francesco”, che gli aveva proposto un’intervista con Moro nel “carcere del popolo”. Era maggio. Moro fu ucciso prima che Viglione potesse verificare le proposte di “Francesco”, un uomo dal forte accento lucano o calabrese, che Viglione riteneva fosse Giustino De Vuono.
29 Apr
Del libro La questione immorale – Perché la politica vuole controllare la magistratura di Bruno Tinti avrei voluto scriverne già da un po’: letto tutto d’un fiato in un’andata e ritorno ferroviaria, illustra in termini semplici e appassiona(n)ti gli obiettivi verso cui puntano le varie riforme e riformette delle giustizia. Solo per fare qualche esempio (alcune di queste voci c’è da scommettere che non risulteranno nuove): separazione delle carriere, abolizione dell’obbligatorietà dell’azione giudiziaria, soppressione delle sezioni di pg presso le procure, rivalsa sul giudice che si vede cambiare una sentenza in un successivo grado di giudizio. E per chi volesse andare a vedere altri punti che si stanno portando avanti, provi a dare un’occhiata all’atto di sindacato ispettivo n° 1-00019 dello scorso 29 luglio.
Riccardo Lenzi però mi precede e oggi mi ha inviato un testo scritto da suo padre Norberto, magistrato bolognese che fu pretore fino a quando questa funzione è stata soppressa (questa una delle sue sentenze celebri). Le fitte righe che seguono, dunque, sono state scritte da lui per la presentazione del libro di Tinti a Fano, lo scorso 27 aprile. E meritano di essere lette perché, al di là delle considerazioni strettamente legate all’evento a cui Lenzi partecipava, rendono bene il modo in cui la politica (o forse soprattutto certi uomini politici) condiziona il dibattito su un tema così delicato.
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Non so perché mentre leggevo il libro di Tinti mi è venuto in mente Hegel quando diceva che ciò che è reale è razionale. Teoria discutibile, criticata anche perché dicono che ha posto le basi del nazismo. Non so se questo sia vero ma so che il libro di Tinti dimostra che è sbagliata, perché la realtà (il reale) da lui descritta è assolutamente irrazionale, di una irrazionalità voluta, che viene perseguita con rigore scientifico, a volte per ragion di stato, a volte per ragion di partito, a volte perché un uomo solo al comando vuole piegare l’interesse di tutti al suo.
Il quadro complessivo del sistema giustizia descritto da Tinti è desolante perché non prevede una via di uscita, anzi la esclude motivatamente. Le uniche note un po’ stonate del libro, non in linea con il suo pessimismo cosmico, si trovano all’inizio.
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21 Feb
Non è la prima volta che Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza, entrambi in forza all’Ansa di Palermo, firmano un libro insieme. Era già accaduto con Il gioco grande. Ipotesi su Provenzano (Editori Riuniti, 2006) e con L’agenda rossa di Paolo Borsellino (Chiarelettere, 2007). In questi giorni, con quest’ultima casa editrice, esce Profondo nero – Mattei, De Mauro, Pasolini. Un’unica pista all’origine delle stragi di Stato che con queste parole viene presentato:
Eccolo il mistero italiano. Il giornalista De Mauro e lo scrittore Pasolini avevano in mano le informazioni giuste per raccontare la verità sul volto oscuro del potere in Italia, con nomi e cognomi. Erano gli anni Settanta. Il primo stava preparando la sceneggiatura del film di Francesco Rosi sulla morte di Enrico Mattei, il presidente dell’Eni che osò sfidare le compagnie petrolifere internazionali. Il secondo stava scrivendo il romanzo Petrolio, una denuncia contro la destra economica e la strategia della tensione, di cui il poeta parlò anche in un famoso articolo sul “Corriere della Sera” (”Cos’è questo golpe“).
De Mauro e Pasolini furono entrambi ammazzati. Entrambi avrebbero denunciato una verità che nessuno voleva venisse a galla: e cioè che con l’uccisione di Mattei prende il via un’altra storia d’Italia, un intreccio perverso e di fatto eversivo che si trascina fino ai nostri giorni. Sullo sfondo si staglia il ruolo di Eugenio Cefis, ex partigiano legato a Fanfani, ritenuto dai servizi segreti il vero fondatore della P2. Il “sistema Cefis” (controllo dell’informazione, corruzione dei partiti, rapporti con i servizi segreti, primato del potere economico su quello politico), mette a nudo la continuità eversiva di una classe dirigente profondamente antidemocratica. Le carte dell’inchiesta del pm Vincenzo Calia, conclusasi nel 2004, gli atti del processo De Mauro in corso a Palermo, nuove testimonianze (tra cui l’intervista inedita a Pino Pelosi, che per la prima volta fa i nomi dei suoi complici) e un’approfondita ricerca documentale hanno permesso agli autori di mettere insieme i tasselli di questo puzzle occulto che attraversa la storia italiana fino alla Seconda Repubblica.
7 Feb
Luca Rastello, direttore di Osservatorio Balcani (in questa veste ha scritto la prefazione a Processo agli scorpioni di Jasmina Tesanovic di cui si è gia parlato), è l’autore di un libro appena pubblicato per Chiarelettere, Io sono il mercato, che già dal sottotitolo anticipa l’argomento che affronta: “Come trasportare cocaina a tonnellate e vivere felici. Teoria, metodi e stile di vita del perfetto narcotrafficante”. Questa la presentazione del volume:
Un insospettabile marito borghese lascia l’Italia alla volta del Sudamerica e diventa narcotrafficante. Un pesce grosso, di quelli che non ingoiano gli ovuli né trasportano la cocaina nei doppi fondi delle valigie, ma nei cargo, nei container, a tonnellate alla volta. Dal carcere, il racconto della sua parabola esistenziale getta uno sguardo inedito sul mondo del narcotraffico. Uno sguardo dall’interno, che svela astuzie ma anche vite e abitudini dei grandi mercanti di coca. Un nuovo punto di osservazione per capire come l’economia illegale riesce a infiltrarsi nell’economia legale e a condizionarla. Perché la coca, oltre i cliché hollywoodiani e le notizie diffuse da tv e giornali, è un affare che finanzia guerre, conferisce potere e ridisegna i rapporti internazionali.
16 Jan
C’è chi dice che il cordoglio pubblico sia fuori luogo, anche se il defunto è un porporato. Nei giorni scorsi il nunzio apostolico Pio Laghi è stato salutato come il “cardinale della pace” di “preclare virtù”, ma sono stati in pochi ad aver ricordato invece un passato tutt’altro che luminoso vissuto in America Latina, quando giocava a tennis con i gerarchi della dittatura argentina. Tra questi pochi, ecco alcuni articoli che ne ricostruiscono al figura. Il più completo è De mortuis… scritto da Vania Lucia Gaito, autrice del libro Viaggio nel silenzio (Chiarelettere, 2008) e dell’omonimo blog. Rispetto alla fanfara funebre letta nei giorni scorsi:
Diversamente lo ricordano le Madres de Plaza de Mayo, le donne argentine madri, mogli e sorelle dei 30.000 desaparecidos durante la dittatura militare che terrorizzò l’Argentina dal 1974 al 1980. In quel periodo, monsignor Laghi era già Nunzio Apostolico in Argentina. E giocava a tennis con Emilio Massera, all’epoca a capo della Marina militare argentina, di cui era intimo amico. Il 19 maggio 1997 le Madri, con il patrocinio legale di Sergio Schoklender, presentarono denuncia alle autorità italiane contro Pio Laghi, che, come è scritto nella stessa denuncia, «collaborò attivamente con i membri sanguinari della dittatura militare e portò avanti personalmente una campagna volta ad occultare tanto verso l’interno quanto verso l’esterno del Paese l’orrore, la morte e la distruzione. Monsignor Pio Laghi lavorò attivamente smentendo le innumerevoli denunce dei familiari delle vittime del terrorismo di Stato e i rapporti di organizzazioni nazionali e internazionali per i diritti umani».
Altri due interventi in questo senso sono quelli di Paolo Maccioni su Megachip e di Stefano Morciano su Giornalettismo.com. A leggere questi interventi, da un punto di vista concettuale sembra un caso non molto diverso dalle foto di guerra ritoccate.
16 Dec
In periodo di grande magra, c’è chi sa tirare bene acqua al suo mulino. Lo spiega efficacemente il blog Viaggio nel silenzio della psicologa Vania Lucia Gaito nel dettagliato post Uno Stato nello Stato a proposito dei finanziamenti alle scuole cattoliche con il bipartigiano beneplacito di maggioranza e opposizione. Si legge infatti che:
Nel 2004, il Ministero della Pubblica Istruzione istituì il concorso di immissione in ruolo per circa 15.000 insegnanti di religione, che sono entrati a tutti gli effetti nell’organico scolastico. Creando immediatamente un problema, legato alla possibilità di passaggio da una cattedra all’altra: in pratica, un insegnante di religione laureato, ad esempio, in filosofia, una volta entrato in ruolo poteva anche “passare” all’insegnamento della filosofia, per esempio, scavalcando tutti gli altri colleghi che, per acquisire punti in graduatoria, avevano accettato incarichi di supplenza anche in condizioni di grave disagio (a grande distanza dalla loro residenza, per esempio, affrontando costi e spese che le retribuzioni ricevute spesso non riuscivano neppure a coprire). Attualmente, la nomina degli insegnanti di religione compete, per il 70%, all’Ufficio Scolastico Regionale (per i docenti che hanno superato il concorso), e per il 30% dalla Curia Diocesana (per i docenti che non hanno superato il concorso). L’autorità diocesana si riserva comunque di revocare l’idoneità dell’insegnante per alcuni gravi motivi, come incapacità didattica o pedagogica, o condotta morale non coerente con l’insegnamento. In questo caso, se si tratta di un insegnante di ruolo, questi passa all’insegnamento di altre materie scolastiche, se invece si tratta di un insegnante non di ruolo semplicemente torna ad ingrossare le file dei disoccupati.
Un altro po’ di informazioni si può trovare qui, sul blog fratello di Chiarelettere.
2 Dec
Certo che a sentire i telegiornali e a leggere i quotidiani, difficilmente in questo pezzo di storia ci si inciampa. Per cui, piaccia o meno, la squadra d’assalto dei cronisti-scrittori di Chiarelettere è almeno una voce che a scartabellare ci va. In questo caso, ha agito Peter Gomez che nell’articolo Berlu-Sky: la vera storia racconta:
L’Iva agevolata sugli abbonamenti della pay-tv italiana è stata un trattamento di favore risalente al 1991 fatto dal ministero retto dal socialista Rino Formica e dal governo Andreotti a Silvio Berlusconi in persona [per quella che allora si chiamava Telepiù, fondata nel 1990 dal gruppo editoriale dell'attuale presidente del consiglio, ndb]. Non solo: dietro questo favore, secondo la Procura di Milano, c’era persino stato un tentativo di corruzione.
Finì tutto archiviato non avendo l’indagine ravvisato illeciti, ma intanto l’aliquota iniziale dell’Iva per le pay-tv era al 4 per cento nel 1991 e venne portata al 10 attuale nel 1995, durante il governo Dini. Il provvedimento venne “salutato” come un “atto di una campagna tesa a mettere in difficoltà la pay tv”.
12 Oct
Questo ha l’aria di essere un libro interessante e tempestivo. Uscito qualche giorno fa, nel pieno dei picchi negativi dei mercati internazionali, La paga dei padroni scritto, da Gianni Dragoni (Il Sole 24 Ore) e Giorgio Meletti (Tg La7) per i tipi di Chiarelettere, racconta una storia quanto mai attuale tra fusioni bancarie, cordate per rilevare compagnie aeree, capitani coraggiosi che ogni tot si ripresentano e manager che prima tentato di affossare le ferrovie e poi ci provano con altro. Infatti:
Questo libro mette insieme gli stipendi e le storie della nostra classe dirigente. Un sistema granitico, di signorie e vassallaggi. I nomi sono sempre gli stessi da anni: Ligresti, Pesenti, Berlusconi, Moratti, Agnelli, Colaninno, Romiti, De Benedetti, Caltagirone, Benetton… Protagonisti di un sistema che pensa più alla finanza che all’industria, più a mantenere un sistema di potere che a far prosperare le imprese. Condottieri di un capitalismo malato. E poi c’è Mediobanca, l’epicentro del potere finanziario da sempre, la scatola nera del privilegio. La parola chiave è una sola: fedeltà. Allora lo stipendio milionario è assicurato. Come insegna la saga infinita dei dirigenti pubblici, spostati da una parte all’altra, sempre con buonuscite record, e dopo aver accumulato, molto spesso, perdite disastrose. E quella dei capitalisti senza capitali, che controllano una società con un’altra società, un’altra ancora, un’altra… Così hanno diritto a pochi dividendi, ma il potere è loro, basta una firma ed ecco che scatta il compenso d’oro.
14 Jul
Pochissimi giorni fa è uscito per i tipi di Chiarelettere un libro dal titolo particolare, I cinesi non muoiono mai, scritto dai giornalisti Raffaele Oriani e Riccardo Staglianò. Già si capisce qual è il focus dell’inchiesta che va Torino a Matera senza tralasciare la provincia – gli immigrati che arrivano dal paese asiatico – e nella scheda di presentazione si aggiunge:
Rappresentano il 5 per cento del totale degli immigrati regolari. Poca cosa. Eppure li vediamo ovunque nelle nostre città. Aprono negozi, bar, ristoranti, interi quartieri sono diventati piccole Chinatown. Un’impresa straniera su sette è cinese. La prima generazione di immigrati oggi ha i figli che frequentano l’università. Ma allora li guardavamo con curiosità, ora con paura. L’Italia è cambiata. Sono accusati di tutto: prostituzione, riciclaggio di denaro sporco, traffico di rifiuti, sfruttamento di bambini. Ma siamo sicuri che sia veramente così? Vale la pena conoscerli da vicino e raccontarli. Dietro una quantità industriale di luoghi comuni (”i cinesi non muoiono mai”, “nei ristoranti servono carne di cane” eccetera), le storie e le testimonianze raccolte in questo libro rivelano un popolo ottimista, che vede un futuro davanti a sé e ha voglia di costruirselo.
12 Jun
Dal blog della casa editrice Chiarelettere, l’articolo L’incubo e il sogno di Pino Petruzzelli pubblicato la settimana scorsa su D di Repubblica presenta il libro in uscita la settimana prossima Non chiamarmi zingaro:
Da sempre i rom e i sinti sono stati quello che noi avevamo bisogno di vedere in loro. Ora l’incubo, ora il sogno, mai degli esseri umani con le nostre stesse, mille, sfaccettaure. Nell’immaginario collettivo o suonano il violino o sono delinquenti. In tutti e due i casi, nel bene o nel male, falsità. Proiezioni distorte di nostri bisogni che sfociano nel razzismo. Si obbietterà: se lo meritano, gli zingari rubano.
È vero, alcuni rom e sinti rubano, come alcuni siciliani sono mafiosi, come alcuni veneti tirano pietre dai cavalcavia, come alcuni professionisti frodano il fisco, ma il fatto che “alcuni” vadano fuori dalle regole non ne sancisce una generale e aprioristica negazione dei diritti. Molti italiani di etnia Rom e Sinta, perché la maggior parte di quelli che vivono nel nostro territorio sono italiani a tutti gli effetti, vivono mescolati con noi senza che nessuno se ne accorga. In Italia ci sono pittori, professori universitari, neurologi, campioni sportivi, impiegati rom e sinti, per non parlare di quello che accade nel resto d’Europa. In Bulgaria il maggior cardiochirurgo del paese è rom.
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