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Xaaraan – Il blog di Antonella Beccaria

Non credo nelle otto del mattino. Però esistono. Le otto del mattino
sono l'incontrovertibile prova della presenza del male nel mondo
Gli ultimi giorni, Andrew Masterson


Davide CerviaGià nel novembre 2011 è stato inviato un Domani è stato pubblicato un appello al presidente della Repubblica Giorgio Napolitano di Erika e Daniele Cervia, figli di Davide Cervia, ex sergente della marina scomparso da Roma il 12 settembre 1990, esattamente 23 anni fa. Ma la risposta del Quirinale, occupato sempre dallo stesso inquilino? Giova quindi ricordare per intero il testo spedito al Colle.

Egregio Signor Presidente Napolitano, siamo Erika e Daniele, figli di Davide Cervia, ex sergente della Marina rapito (sentenza n°2/98 Procura Generale Corte d’Appello di Roma) alle porte di Roma il 12 settembre 1990, alla vigilia della prima guerra del Golfo. Prima di citarle i motivi che ci hanno spinto a scriverLe questa lettera, vogliamo riassumere brevemente chi è Davide Cervia.

Nostro padre si arruolò in Marina, come volontario, nel 1978 e frequentò il corso per ETE/GE (Tecnici elettronici/Guerra elettronica) presso Mariscuole di Taranto dove fu l’unico a conseguire tutti i brevetti previsti per i tecnici elettronici: ECM (Contromisure elettroniche disturbo emissioni radio altrui), ESM (Ricerca segnali comunicazioni radar), ECCM (Disattivazioni disturbo nemico). Studiò insieme ad altri tecnici in una palazzina a piano terra: per l’ingresso c’erano combinazioni segrete e cassaforti per ogni allievo per riporci i documenti; la brutta copia degli appunti doveva essere distrutta con il tritacarta e bruciata in appositi inceneritori. Dal corso in questione uscirono circa 20 tecnici, di cui uno solo era un GE.

Nel 1980 venne trasferito a La Spezia dove, insieme ad altri tecnici, curò il montaggio di apparecchiature segretissime del sistema “Albatros” sulla nave “Maestrale”, gioiello della flotta italiana. Fu l’unico ad occuparsi della manutenzione delle apparecchiature in questione, costruite da almeno 20 aziende differenti. Poiché i sofisticatissimi armamenti elettronici della nave “Maestrale” erano sconosciuti perfino agli istruttori della Marina, frequentò dei corsi di perfezionamento presso due importanti aziende belliche (SMA di Firenze e Selenia di Roma) diventando lui stesso istruttore e uno dei massimi specialisti in sistemi d’arma elettronici: tra i primi 10 in Europa e il migliore in Italia.
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  • Scritto per storie nere
  • L'urlo di maggio - Foto di Antonella BeccariaDomani, il giornale online diretto da Maurizio Chierici, ha chiuso lo scorso 30 dicembre, quando è stato pubblicato l’ultimo numero. Questo è l’articolo con cui si è chiusa quell’avventura.

    Sulle pagine di Domani qualche segreto di Stato rimasto irrisolto lo si è raccontato. È accaduto con la rubrica con cui ho iniziato la collaborazione, nel dicembre 2009, I peggiori protagonisti della nostra vita, e si è continuato anche altrove. C’è una pagina, di questa storia e di queste storie recenti, che rimane aperta e che ha quasi trentaquattro anni. Li compirà il prossimo 16 marzo, anniversario del sequestro di Aldo Moro, il presidente della Dc ucciso cinquantacinque giorni dopo, della strage di via Fani.

    A riaprire le pagine di una vicenda rimasta in parte irrisolta è stata nel 2008 una testimonianza di un militare che sostenne di essere stato in via Montalcini 8 tra il 23 aprile e l’8 maggio 1978. Con lui ci sarebbe stato un contingente pronto a fare irruzione nel covo brigatista dove Aldo Moro era tenuto prigioniero, ma – ha raccontato il testimone – alla vigilia dell’eliminazione dello statista sarebbe giunto l’ordine di smobilitare. Quello stesso anno la procura di Roma aprì un fascicolo d’indagine destinato però a non vedere un nuovo processo.

    Domani di Maurizio ChiericiDi fronte al gip di Roma, infatti, a novembre si è discusso della sua archiviazione. Anzi, dell’opposizione presentata a metà dell’estate 2011 da Ferdinando Imposimato, presidente onorario della Cassazione e già giudice che seguì dal 1978 al 1984 l’istruttoria sul caso Moro. Oggi è l’avvocato che rappresenta Maria Fida Moro, che ha firmato a sua volta l’opposizione, e nel documento di 26 pagine c’è una richiesta specifica: che si continui a indagare su quello che accadde in via Montalcini. E soprattutto su ciò che non accadde.
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    Sorci verdiSono come ve li immaginereste. I “sorci verdi” di cui si parla nell’omonima antologia appena pubblicata da Edizioni Alegre non vanno tuttavia confusi con i tre topi raffigurati nell’immagine a simbolo della 205 squadriglia della regia aeronautica, anno del Signore 1936. Sono invece quelli del sole delle Alpi, strappato in senso figurato alla sky line delle più belle vette del nord Italia per essere appiccicato sui piastrellati di scuole padane, nei parchi dove giocano i figli dei lavuratur polentoni o nelle piazze di celtiche velleità.

    Sì, “Sorci verdi” sono “storie di ordinario leghismo”, come recita il sottotitolo del volume, firmato da Giulia Blasi, Annalisa Bruni, Giuseppe Ciarallo, Giovanna Cracco, Alessandra Daniele, Girolamo De Michele, Valerio Evangelisti, Angelo Ferracuti, Fabrizio Lorusso, Davide Malesi, Stefania Nardini, Valeria Parrella, Walter G. Pozzi, Alberto Prunetti, Stefano Tassinari, Massimo Vaggi, Lello Voce. Storie che appartengono alla narrativa, ma che dalla realtà non sembrano discostarsi più di tanto. Intanto per un aspetto: molti degli scrittori che hanno accettato l’invito di Edizioni Aleghe fanno parte di autori messi all’indice dalle amministrazioni leghiste.

    Domani di Maurizio ChiericiNel recentissimo passato vari sono stati infatti gli episodi in cui le biblioteche comunali avrebbero dovuto sbarazzarsi di firme ritenute poco gradite per ordine superiore. In alcuni casi perché “accusati” di sostenere reduci degli anni di piombo come Cesare Battisti e dunque accusati di fiancheggiare logiche terroristiche poco realistiche. Oppure, in altri, perché a mezzo stampa (o più spesso web) avevano osato criticare le venature neanche così marginali di razzismo, omofobia e forme varie di intolleranza.
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    Domani di Maurizio ChiericiQualcuna presta il fianco alla tesi del complotto internazionale delle banche, come Michaela Biancofiore. E si spera per lei e per le sue capacità di analisi che sia in malafede, che non dica sul serio, pronta a qualsiasi affermazione pur di difendere il capo decaduto. Anche a sollecitare gli italiani a comprarsi il debito pubblico in nome di una disperata – ma forse è più corretto scrivere disperante – autoctona difesa dell’economia nazionale provocando più di qualche sarcasmo di chi in materia ne capisce.

    E poi c’è qualche altra Pdl-lady, come Daniela Santanchè, che nega anche l’evidenza di un semplice esercizio aritmetico, come la conta dei voti in parlamento. “L’opposizione non ha la maggioranza”, ha sostenuto a emicicliche urne ancora calde. Del resto, se per 17 anni, ha funzionato la strategia di affermare il falso fino a quando fosse ritenuto vero o per lo mento verosimile, perché non tentare anche stavolta?

    Di Gabriella Carlucci, poi, si è già ampiamento scritto. La pasionaria azzurra che, a nave in affondamento rapido, salta sulla scialuppa dei cattolici centristi dell’Udc si è discusso da lunedì sera. Qui valga solo un’aggiunta, passata con minor evidenza ma a discreta esplicazione del personaggio. Nel giro di qualche ora, l’onorevole transfuga ha oscurato il suo sito personale, dove tante volte ha inneggiato allo schieramento a cui apparteneva fino a pochi giorni fa e al suo leader. Viene da pensare che, arrivati a questo punto, non abbia più il coraggio delle sue precedenti affermazioni.
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    Domani di Maurizio ChiericiÈ un “giornalista” che fa “politica da 25 anni” e che si è iscritto alla massoneria a metà degli anni Ottanta, appena maggiorenne, perché era alla ricerca di stimoli culturali. Poi dà consigli a Silvio Berlusconi sugli spostamenti della barca presidenziale ormeggiata ai Caraibi o giù di lì. E gli ricorda anche il disastro sul taglio dei finanziamenti pubblici ai giornali, se si attuasse, oltre al fatto che Gianfranco Fini non è fesso, anche se considerato pregiudizialmente contrario a un ipotetico lodo Alfano bis. Potrebbe non avere torto Stefano Menichini, direttore del quotidiano “Europa”, quando nel corso della trasmissione “Bersaglio mobile” di Enrico Mentana su La7, scrive su Twitter: “Adesso vi dico una cosa, non vi scandalizzate. Questo Lavitola è un tipo interessante, uno sfacciato mica male”.

    Ha una risposta per tutto, Valter Lavitola. Attacca i magistrati già nell’abboccamento pre-diretta in coda al tiggì delle 20 e si dimostra affezionato ai fratelli Craxi, del “bravi ragazzi”. Lavitola sembra ciò che appare: una cerniera tra generazioni – quella di suo padre, psichiatra che tra i suoi assistiti vantava tal Raffaele Cutolo, leader della Nuova camorra organizzata, e i piduisti vecchio stampo che incontrò in giovanile carriera politica – e la sua, ex giovane rampante che a a 45 anni non si capisce bene che lavoro faccia, tanto da farselo chiedere a telecamere accese dalla firma di “Repubblica” Carlo Bonini.

    Imprenditore del settore ippico, faccendiere, filantropo (perché aiuta i coniugi Tarantini), anticipa denari per il presidente del consiglio, usa utenze cellulari di Paesi esteri perché non intercettabili, fa il giornalista ma non si arrabbia mai per un “buco” (cioè una notizia lisciata che hanno le altre testate), non ricatta ma ricorda di essere depositario di qualche segretuccio. Questo il sunto di Bonini e allora ripropone la domanda: “Lei che lavoro fa? Lei è un uomo fortunatissimo o sfortunatissimo”.
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    Debtocracy

    Per la prima volta in Grecia un documentario prodotto dal pubblico. ‘Debtocracy’ va alla ricerca delle cause che hanno generato la crisi legata al debito e propone le soluzioni, nascoste dal governo e dai media dominanti. Il documentario viene distribuito liberamente dalla fine di marzo senza ricorrere a diritti d’uso e verrà diffuso e sottotitolato almeno in tre lingue.

    Di fatto, a oggi, Debtocracy, rilasciato con licenza Creative Commons, è già disponibile in ben più di tre lingue (oltre all’originaria greca, ci sono anche inglese, francese, tedesca, italiana, spagnola e portoghese). E vuole raccontare una storia molto raccontata – quella dell’incubo del crack pubblico che dalla penisola illenica si è diffuso per tutto il continente – da un punto di vista diverso rispetto a quello letto e riletto un po’ ovunque. Perché – sostengono coloro che lo hanno realizzato – c’è un’altra versione, taciuta ai cittadini, che merita di essere quanto più sviscerata.

    Domani di Maurizio ChiericiL’idea della produzione del basso (che ha un suo corrispettivo anche italiano) ha poi funzionato per coprire i costi, anche se si chiede a chi visionerà il documentario una donazione. Ha funzionato così bene che si avverte sul sito del progetto video si legge:

    A causa dell’ampia partecipazione, siamo alle prese con qualche difficoltà nell’elaborazione della lista finale dei produttori che desiderano veder pubblicato il loro nome. Vogliamo essere quanto più possibile accusati ben consapevoli che una pubblicazione sbagliata potrebbe causare problemi. La lista sarà presto disponibile e ovviamente verrà inserita nei titoli del documentario.

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    Marta che aspetta l'alba di Massimo PolidoroIl prossimo 29 agosto saranno trascorsi 31 anni da quando morì Franco Basaglia, l’anima della legge 180 con cui si riformava la psichiatria in Italia e si chiudevano i manicomi. Ci sono due storie che possono rievocarla in termini efficaci, la figura del riformatore dell’approccio e della cura della “pazzia”. Sono le storie di una paziente e di un’infermiera, raccontate nel libro appena uscito per Piemme Marta che aspetta l’alba, scritto dal saggista e divulgatore Massimo Polidoro.

    Si inizia nel 1967, 15 luglio per la precisione, a Trieste, dove Marta sta per festeggiare il suo diploma di maturità e fantastica del futuro – rimpiangendolo quasi in anticipo – con la sorella maggiore, Giuliana. Sarà l’ultimo scorcio di felicità per la ragazza perché, appena partita per la Gran Bretagna alla ricerca della libertà e della vita adulta, torna a casa a causa di un incidente in cui muoiono entrambi i genitori. E la sorella, neosposa di un buon partito del posto, non potrà fare nulla per salvarla dall’alcolismo e poi dall’internamento al San Giovanni, il manicomio di Trieste, dove Marta sprofonderà nel girone dei “sommersi”, come li intendeva Primo Levi, e poi nella lobotomia.

    Domani di Maurizio ChiericiLa seconda storia, invece, è quella di Mariuccia Giacomini, andata in moglie a 19 anni all’uomo che pensava quello giusto, e che poi sfida i preconcetti pre-legge sul divorzio lasciandolo e seguendo il suo istinto vitale. Però deve trovarsi un modo per mantenere se stessa e la sua bambina. Lo trova cominciando a fare l’infermiera proprio al San Giovanni. Un lavoro che significa a lungo sgrassare pavimenti, lavare i pazienti, passare i vetri. Fare la sguattera, insomma.
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  • Scritto per libri
  • Il treno della memoria di Gianfranco Miglio:

    Nel dicembre 1999, a trent’anni dalle strage di Piazza Fontana, France Rame e Dario Fo, in collaborazione con le associazioni famigliari delle vittime delle stragi, hanno organizzato una manifestazione itinerante. Il “Treno della memoria” (ma anche del dolore), partito da Brescia con destinazione finale Roma, ha toccato alcune città colpite al cuore da attentati rimasti impuniti.

    Una manifestazione che, già in sede di preparazione, ha coinvolto numerosi giovani – studenti delle Accademie d’Arte di tutta Italia – che hanno dipinto arazzi raffiguranti le stragi; quelli del “Carnevale di Viareggio” hanno costruito un gigantesco aereo sul modello di quello inabissatosi ad Ustica, mentre la cooperativa operaia di Longiano ha tagliato 400 sagome di legno, tante quante sono le vittime innocenti degli ultimi trent’anni. Una “processione laica” – com’è stata definita dallo stesso Fo – contro la regia sapiente del potere che ha depistato e occultato, contro ogni tentativo di rimozione.

    L’autore del video è da tenere ben distinto da un suo omonimo.

    La notte della ReteLa notte della Rete, per opporsi al bavaglio che si vuole imporre via Agcom, è oggi (dalle 17.30 alle 21 alla Domus Talenti a Roma). Di seguito ecco quanto si scriveva (anche su Domani) un po’ di tempo fa in proposito: Vogliono censurare Internet in nome della tutela degli autori? Sono dei bugiardi.

    Ci risiamo. L’Autorità per le comunicazioni (Agcom) questa settimana dovrebbe votare un provvedimento per poter oscurare a piacimento i siti che si ritiene violino il diritto d’autore. La piattaforma di file sharing Youtube è la prima vittima che viene in mente, ma giusto per andar sul sicuro, nella proposta ci finisce dentro anche Wikileaks.

    Del resto, i cablogrammi diplomatici e i video militari girati dagli elicotteri Apache mentre si accoppano civili avranno in termini giuridici un “padre morale” che li ha realizzati, no? Ci saranno degli autori a cui va riconosciuta la titolarità dell’opera e il diritto di sfruttamento economico più o meno esclusivo? E allora – devono aver pensato i furbacchioni dell’Agcom – usiamo il copyright, sinonimo improprio per parlare di diritto d’autore (il primo, di matrice anglosassone, tutela maggiormente i soggetti industriali mentre il secondo, più squisitamente europeo, pone in rilevanza gli autori in quanto creatori di un contenuto originale).
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    Domani di Maurizio ChiericiLe prime interviste le avevamo pubblicate qualche giorno fa. Adesso arrivano quelle successive. Sono state realizzate nel corso del convegno del 12 maggio scorso intitolato P2, 30 anni dopo. Ospitata presso il Teatro Due di Parma e organizzato da diverse realtà – la fondazione “Amici di Gaibazzi”, l’associazione “Il Borgo”, “Teatro Due”, “Libera Cittadinanza” e “Libertà e Giustizia” – è stata una giornata importante perché, attraverso la voce di alcuni protagonisti, è stata ricostruita la storia di quella che è stata definita una delle “più grandi vicende criminali” della storia italiana. Ecco l’elenco dei servizi che sono stati realizzati da Arcoiris TV con il supporto di Raffaella Ilari, che ha curato le interviste:

    Queste le interviste che avevamo già pubblicato:

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    Domani di Maurizio ChiericiDi P2, sulle pagine elettroniche di Domani, ne abbiamo parlato spesso. Ancora a inizio della settimana scorsa, avevamo segnalato un convegno che c’è stato giovedì 12 maggio a Parma. Si intitolava P2, 30 anni dopo. E le interviste pubblicate sotto, realizzate da Raffaella Ilari e dallo staff video di Arcoris TV, sono il primo frutto filmato di quel lavoro.

    Due gli argomenti che si affrontano: la scoperta degli elenchi nel marzo 1981 (elenchi resi pubblici solo il 20 maggio 1981 dopo gli imbarazzi di un titubante Arnaldo Forlani, allora presidente del consiglio del ministri) e la “sopravvivenza” di un sistema (incentrato su persone, ma soprattutto su pratiche della gestione della cosa pubblica e privata) giunto fino ai giorni nostri, con l’esperienza della P3 e le relative indagini giudiziarie.

    Si tratta dei primi due di altri interventi in corso di preparazione da parte del team di Arcoris che si occupa dei video. E via via che saranno pronti, torneremo ad affrontare l’argomento e a pubblicarle le interviste. Per il momento, buona (e consapevole) visione con questi due filmati:

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  • Pio LatorreSu Domani un intervento di Pietro Ancona a ventinove anni dall’omicidio di Pio Latorre:

    Il 30 aprile era il ventinovesimo anniversario della morte di Pio La Torre che fu segretario del Pci siciliano durante una delle più terribili recrudescenze del dominio mafioso (è stato ucciso per ordine di Totò Riina: voleva punirlo in quanto autore – assieme a Rognoni – della legge che confisca le proprietà di Cosa Nostra. Non era ben visto dai militari italiani e stranieri: aveva guidato l’ occupazione della base di Comiso per protesta contro l’installazione dei missili, ndr). Non è la prima volta che lo rievoco e continuerò a farlo perché il suo ricordo racchiude molte cose che hanno a che fare con l’onestà, la pulizia morale e politica, la passione, la dedizione ad un ideale in cui il partito diventa strumento non di scopi che lo riguardano ma di interessi generali della popolazione e della società. Lo ricordo con affetto perché ebbi l’onore di collaborare con lui da segretario generale della Cgil siciliana e di rendere possibile l’attuazione di tanti dei momenti di lotta che programmava e realizzava con tenacia ed entusiasmo quasi fanciullesco. Mi riferisco alla lotta per la pace e contro i missili a Comiso. Ricordo che mi sostenne tutte le volte che la corrente comunista poneva il problema della mia estromissione dalla direzione della Cgil. Io ero (e sono) socialista . Ero unitario con i comunisti, ma ad alcuni non andavo bene perché ritenuto, come una volta ebbe a dirmi scherzosamente Luigi Colaianni, “unitario ma egemonico”.

    Continua qui, mettendo in relazione la figura del sindacalista siciliano con la situazione attuale.

    Domani di Maurizio ChiericiQuando ancora le feste laiche di questa Repubblica avevano un senso e sembrava fuori dalla grazia divina fare revisionismo cialtrone approfittando di uno spaesamento politico sempre più dilangante, ricordo un 25 aprile di quanto ero una ragazzina. Si era appena scavalcata la metà degli anni Ottanta, quelli dell’edonismo e del riflusso, e andavo al seguito dei miei genitori nel paese natale di mia madre, ai piedi delle Dolomiti.

    Lì, nella casa accanto a quella che occupavamo, c’era una pensione un po’ improvvisata. Un’anziana rimasta vedova del marito e di un tenore di vita che non le apparteneva più, dava camere a gente “perbene” (il “perbene” era affidato al suo insindacabile giudizio) che veniva dalla pianura. Tutti gli anni, per il 25 aprile e poi per ferragosto, arrivava una coppia ormai in là con gli anni. Lui, Angelo, maestro elementare in pensione di Venezia, e lei, Clara, professoressa di lettere alle superiori altrettanto dimissionatasi dal servizio, facevano poco caso all’impianto elettrico non a norma. E nemmeno si formalizzavano per i muri qua e là scrostati o per il bagno in corridoio.

    Buon 25 aprile - Foto di AndrecoInsomma, le condizioni della pensione prealpina non erano un problema. Cercavano solo un po’ di quiete mentale. E di frescura, quando era estate. Ma cercavano anche qualcuno che li ascoltasse. Così, quando mi incrociavano in giro per il paese, mi chiamavano e sapevano di aver gioco facile con me, che volentieri avrei fatto un salto nel decennio precedente, così “spesso” rispetto alla vuota effervescenza degli anni che hanno caratterizzato la mia adolescenza.

    Lui, l’ex maestro, il primo 25 aprile che festeggiò – mi raccontò esattamente 25 anni fa – fu quello del 1948, l’anno in cui l’Italia, fresca ancora di Liberazione e attraversata da grandi cambiamenti istituzionali, conobbe per la prima volta la violenza scelbiana dell’ordine pubblico. E ne restò scioccata. Ancor più scioccato ne restò Angelo, quando lesse delle cariche in piazzale Loreto, a Milano, al termine del corteo antifascista. A sconvolgere Angelo fu l’abiura non tanto di una promessa di pace pronunciata appena tre anni prima, ma il timore che tornasse quanto aveva vissuto fino al maggio 1945, all’interno del lager di Mauthausen.
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    Prendo ancora da Roberto Laghi il suo post Armi italiane nel mondo: Antonio Mazzeo ne parla su Micromega

    In un articolo pubblicato qualche giorno fa su Micromega, il giornalista Antonio Mazzeo fa il punto sul mercato dell’industria italiana degli armamenti. Un settore che non ha conosciuto crisi, perché tra il 2008 e il 2009 “l’export di armamenti è cresciuto del 74%”.

    Mazzeo indica anche la lista dei principali Paesi destinatari della produzione bellica made in Italy, il cui marchio è presente su ogni tipo di strumento di guerra, compresi quelli per la tortura (del resto il reato di tortura non è presente nel nostro codice penale):

    al primo posto c’è la petromonarchia dell’Arabia Saudita (commesse per 1.100 milioni di euro), poi il Qatar (317), l’India (242), gli Emirati Arabi Uniti (176), il Marocco (112), la Libia (59), la Nigeria (50), la Colombia (44), l’Oman (37).

    Sì, tra i destinatari c’è anche la Libia, in cui attualmente si sta combattendo una guerra di cui probabilmente non sappiamo abbastanza. E gli accordi con la Libia riguardano anche il controllo e la repressione dei movimenti dei migranti.

    Affari che spesso si muovono in zone grigie, anche nel tentativo di aggirare la legge 185 del 1990 che regola la vendita di armi (in particolare, con il divieto di vendita agli Stati belligeranti), ma che portano enormi guadagni nelle casse delle industrie coinvolte, come Finmeccanica, recentemente al centro di inchieste di cui si è anche occupata Milena Gabanelli a Report.

    Sempre a proposito di armi, segnalo l’intervista che ho fatto a Francesco Vignarca per Micromega sul libro Il caro armato, che racconta quanto costano (e quanto sprecano) le forze armate italiane.

    E aggiungo in conclusione che Antonio Mazzeo racconta su Domani di quando i profughi diventano un affare, come sta accadendo in Sicilia.

    Domani di Maurizio ChiericiAll’inizio Paolo Bolognesi, presidente dell’Associazione tra i familiari delle vittime della bomba che il 2 agosto 1980 esplose alla stazione del capoluogo emiliano, avrebbe voluto che non ci fosse alcun clamore sull’istanza presentata alla procura per chiedere nuove indagini sui mandati dell’attentato. Preferiva che i magistrati avessero modo di valutare con tranquillità la fondatezza della richiesta e di rispondere con altrettanta tranquillità che i familiari si sbagliavano, se lo avessero pensato. Così il 13 gennaio 2011 l’associazione aveva deciso di mantenere il riserbo sulla sua azione, che a poco meno di due mesi di distanza così campata per aria non sembra essere.

    Perché presentare adesso l’istanza per chiedere un’indagine sui mandanti? È cambiato qualcosa rispetto al passato?

    «Certo. Sono diventati noti a tutti i documenti relativi soprattutto al processo per la strage di Brescia, processo concluso alla fine del 2010. Una serie di testimonianze e di documenti hanno dimostrato che certe figure, ritenute marginali nell’inchiesta su Bologna, assumevano un ruolo più centrale. Si era già visto con gli atti del processo per la strage di piazza Fontana, avvenuta il 12 dicembre 1969, e ora con quello di piazza della Loggia. La nostra richiesta, dunque, non è tanto di dire “adesso troviamo i mandanti”, ma chiediamo che una serie di documenti vengano presi in considerazione dall’indagine in corso».
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  • Wikileaks affair


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