Xaaraan – Il blog di Antonella Beccaria

Non credo nelle otto del mattino. Però esistono. Le otto del mattino
sono l'incontrovertibile prova della presenza del male nel mondo
Gli ultimi giorni, Andrew Masterson


Questa sera alle 23.10, su RaiTre, va in onda una nuova puntata della trasmissione di Carlo Lucarelli, La tredicesima ora. È la storia di Samia Yusuf Omar e viene presentata con queste parole:

Ci sono storie che fanno piangere e fanno arrabbiare e ci sono storie che danno speranza, con un’eccitazione che ti accende della voglia di fare qualcosa. Ci sono storie che ti fanno conoscere un altro mondo e ci sono storie che ti fanno amare qualcuno, di un amore tenero, struggente e profondo. Ci sono storie che fanno tutto questo insieme, e ci sono anche storie che fanno ridere, ma purtroppo non è questo il nostro caso.

Questa è la storia di una giovane donna, una piccola guerriera che odia la guerra, che vive in un mondo di terrore ma che non ha paura, che corre veloce come il vento per raggiungere un sogno, una giovane donna, no, una ragazza, di più, quasi una ragazzina meravigliosa che si chiama Samia. È una storia che non si può non raccontare. Lo hanno fatto altri, lo ha fatto uno scrittore italiano con un libro bellissimo, proviamo a farlo anche no.

E il libro è Non dirmi che hai paura di Giuseppe Catozzella (Feltrinelli, 2014).

Hossein Fatemi - Verve Photo

Scatto dalla Somalia nel 2011. È stato realizzato nel distretto di Hamar Wayene dal fotoreporter iraniano Hossein Fatemi della britannica Panos Pictures. E lo pubblica Verve Photo.

La forestale dei veleni di Andrea Tornago, Davide Gangale e Silvia Sciorilli Borrelli andrà in onda lunedì prossimo, 28 ottobre, su RaiNews24, e di questo si parlerà:

“La dismissione del nucleo forestale di Brescia. Sulle tracce dei veleni dalla Lombardia alla Calabria. Le inchieste di un pool scomodo”. L’inchiesta avrà come tema il traffico internazionale di rifiuti, mafie, servizi segreti e connessioni tra istituzioni e attività strategiche extralegali.

Cercherà di rispondere a numerose domande. Perché è stato smantellato il nucleo investigativo del Corpo Forestale di Brescia coordinato dal colonnello Rino Martini? Dalla seconda metà degli anni ’80 e lungo tutti gli anni ’90 il suo gruppo ha indagato sui traffici internazionali di rifiuti in cui era coinvolta l’Italia. Gli stessi traffici che interessavano, e in cui forse si erano imbattuti, Ilaria Alpi e Miran Hrovatin.

E si parlerà anche della vicenda del capitano Natale De Grazia.

(Via Andrea Tornago)

Mi cercarono l'animaMi cercarono l’anima è un libro inchiesta che racconta la storia di Stefano Cucchi, il giovane romano morto secondo una recente sentenza per malnutrizione, fatto che com’è noto provoca contusioni, ecchimosi e lesioni d’altro genere. Il volume, in uscita il prossimo 22 ottobre, lo pubblica Altreconomia, l’ha scritto Duccio Facchini e viene finanziato attraverso Produzioni dal basso. Abbraccia la ricostruzione dei “vinti” e questa è la storia che racconta:

Stefano Cucchi, geometra trentunenne con la passione per la boxe, muore a Roma il 22 ottobre 2009, nel letto del presidio ospedaliero protetto Sandro Pertini per “presunta morte naturale”. Una settimana prima era stato arrestato per possesso di sostanze stupefacenti. Per 7 giorni resterà nelle mani dello Stato: dai carabinieri alla polizia penitenziaria, dai funzionari del Dipartimento dell’Amministrazione penitenziaria al magistrato che ne convalida il fermo per direttissima, dai medici del carcere di Regina Coeli e dell’ospedale Fatebenefratelli al personale del presidio Pertini. In 7 giorni, prima di morire, perderà quasi 10 kg. La famiglia lo rivedrà solo dopo la morte, dietro a una teca di vetro: sul suo corpo, inequivocabili segni di percosse. Dopo tre anni e mezzo di processo, la recente sentenza commina condanne lievi ai medici, assoluzione per tutti gli altri, compresi i tre agenti di Polizia penitenziaria accusati di aver pestato Cucchi nelle celle di sicurezza del tribunale di piazzale Clodio, in attesa dell’udienza.

E perché appoggiarsi a Produzioni dal basso?

Un libro imparziale – ma non neutrale – che ha bisogno del sostegno di chi crede nell’informazione indipendente e dal basso. Altreconomia, cooperativa d’informazione senza padroni politici o commerciali, è un editore tanto forte negli ideali quanto minuto nelle risorse: perciò non si vergogna di chiedere aiuto alle persone e ai gruppi sensibili a questo tema. Ci piacerebbe che questo libro vedesse la luce proprio entro il 22 ottobre 2013, quarto anniversario della morte di Stefano Cucchi.

Per questo il libro lo si prenoti già andando qui.

A Hijacking è un film di Tobias Lindholm (che ne è anche lo sceneggiatore) con Pilou Asbæk, Søren Malling e Dar Salim che racconta di un cargo danese sequestrato dai pirati somali. Per una volta una visione non statunitense di ciò che accade nel Corno d’Africa.

(Via BoingBoing)

Mariangela Gritta Grainer, ex parlamentare e attuale presidentessa dell’Associazione Ilaria Alpi, scrive un lungo intervento, 20 marzo 1994 – 20 marzo 2013. Ilaria e Miran: 19 anni senza verità e giustizia, lanciando un appello alle istituzioni perché finalmente si faccia luce sul duplice delitto somalo. Accogliendo positivamente l’elezione di Laura Boldrini a presidente della Camera dei Deputati e di Pietro Grasso al Senato (quest’ultimo risponde qui. Boldrini invece ha chiamato Luciana Alpi e Patrizia Hrovatin), ecco alcuni passaggi del testo di Gritta Grainer:

Sono passati 19 anni dalla tragica esecuzione di Mogadiscio: Ilaria Alpi e Miran Hrovatin uccisi con un solo colpo ciascuno sparato alla nuca. Un’esecuzione su commissione: uccisa, insieme a Miran, perché aveva rintracciato [...] un gigantesco traffico internazionale di rifiuti tossici e di armi che aveva nella Somalia [...] un crocevia importante per traffici illeciti di ogni tipo che solamente organizzazioni criminali, mafia, ‘ndrangheta e camorra possono gestire (come indagini di procure, dichiarazioni di pentiti e collaboratori di giustizia hanno fatto emergere anche di recente). Organizzazioni criminali che possono crescere ed estendere le loro ramificazioni in tutti i territori e in tutti i mercati perché godono di coperture, silenzi e complicità nei servizi di intelligence, nelle strutture di potere pubbliche e private.

In “Toxic Somalia” [...] Paul Moreira documenta gli effetti sulla popolazione dei rifiuti tossici scaricati dall’occidente in terra somala, seguendo la strada aperta da Ilaria Alpi e Miran Hrovatin e ricostruendo i rapporti segreti tra il mondo degli affari e quello della criminalità. L’inchiesta valorizza il lavoro intrapreso dalla giovane inviata del TG3 e dal suo operatore mostrando con efficacia come ne abbia segnato la tragica fine perché gli affari sporchi, l’illegalità potesse e possa continuare. Due i fatti che l’anno appena trascorso ci ha consegnato.

Il processo che vedeva imputato per il reato di calunnia Ahmed Ali Rage detto Jelle (testimone d’accusa chiave nei confronti di Hashi Omar Hassan in carcere da oltre dieci anni dopo la condanna definitiva a 26 anni) si è chiuso con una assoluzione le cui motivazioni sono incredibili (“…appare evidente l’impossibilità di pervenire ad un giudizio di colpevolezza…”). Assoluzione in contumacia avendo di fatto accertato che la testimonianza potrebbe essere falsa mentre un cittadino somalo è in carcere forse innocente e di certo due cittadini italiani, Ilaria e Miran, sono stati assassinati quasi vent’anni fa e ancora non hanno avuto giustizia.

La relazione conclusiva della commissione bicamerale d’inchiesta sulle ecomafie sostiene che il capitano Nicola De Grazia è stato avvelenato (riesumata la salma, “la consulenza del professor Arcudi arriva a una conclusione inequivoca: la morte è la conseguenza di una “causa tossica”). Il capitano Natale De Grazia (morto in circostanze misteriose il 13 dicembre 1995 mentre si recava a La Spezia per indagini importanti) è stata figura chiave del pool investigativo coordinato dal procuratore di Reggio Calabria Francesco Neri che indagava sulle “navi dei veleni” [...].

“La morte del capitano De Grazia si inscrive tra i misteri irrisolti del nostro Paese”, con queste parole si conclude la relazione della commissione. Due fatti che confermano quanto è avvenuto in questi anni dolenti: depistaggi occultamenti, carte false, testimoni e/o persone informate dei fatti che hanno mentito.

Il video in apertura del post è la versione integrale del documentario Toxic Somalia.

La voce delle voci - Aprile 2012Dal porto di Ravenna ci sarebbe stato qualcuno che ha provato a eludere gli obblighi di legge e l’embargo spedendo pezzi di ricambio per mezzi pesanti in Somalia. Mezzi che poi, secondo gli inquirenti italiani, avrebbero potuto essere reimpiegati in ambito bellico e i cui proventi sarebbero stati utilizzati per finanziare Al Shabaab, il gruppo fondamentalista che opera nel Paese. Lo ha raccontato un passaggio specifico della relazione 2011 della Direzione Nazionale Antimafia presentata poco tempo. E il riferimento sottolineato dalla Dna è a indagini della Direzione distrettuale antimafia di Bologna per traffico d’armi, oltre che di rifiuti, verso il Paese in guerra dal 1991. A confermarlo – aggiungendo che la prima segnalazione alle autorità doganali sarebbe arrivata dal Corno d’Africa dopo un controllo fatto a Mogadiscio su 300 camion – è un imprenditore somalo che vive nel padovano e che dall’Italia fa da 35 anni l’esportatore proprio in questo settore.

“Uno di quelli che è passato dal porto di Ravenna”, dice, “è uno che sta a Udine, un mio connazionale che ha venduto camion normali. Un altro viene da Torino e ha una ditta che ha comprato circa 90 tir commercializzati per la maggior parte come pezzi di ricambio. So che alcuni mezzi erano stati veicoli militari, altri invece erano dell’Anas che li aveva dismessi. Quei mezzi, però, possono essere usati anche in ambito militare come singole parti. Il carico lo hanno beccato quando stava arrivando al porto e il container è stato scaricato. Solo metà del materiale poi è partito, come non lo so. Da Verona o da altri posti, in base alle informazioni che mi hanno riferito, ho sentito varie persone che passano da Ravenna, ma non trasportano camion militari, sono normali, con motori, differenziali, cabine e altri pezzi tutti uguali. Le persone che lo fanno però sono malviste nel nostro ambiente e ce ne teniamo lontani”.
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Maso Notarianni scrive su Twitter che sono “31 giornalisti i uccisi in 3 mesi. Sempre meglio che lavorare?” rilanciando un articolo firmato da Stella Spinelli e pubblicato sul suo E-Il mensile:

Soltanto in Siria infatti, fra gennaio e marzo, momento clou della rivolta contro Bashar al-Assad, sono morti nove giornalisti, cinque stranieri e quattro siriani: numeri, sottolinea la Pec, che riflettono una “tendenza allarmante”, confermando come la “sicurezza dei giornalisti sia peggiorata dall’inizio dell’anno”. “Il pesante tributo pagato in Siria colloca il Paese in prima linea tra i luoghi più pericolosi per i giornalisti”, ha osservato Blaise Lempen, presidente della Pec.

Dietro la Siria, arriva a ruota quale paese più pericoloso per i reporter nel primo trimestre 2012 il Brasile, dove hanno perso la vita cinque giornalisti. Dietro c’è quindi la Somalia, dove sono morti tre giornalisti, e infine l’India, la Bolivia e la Nigeria con due reporter uccisi.

Sono invece otto i paesi che hanno registrato un giornalista ammazzato nel primo trimestre e si tratta di Afghanistan, Colombia, Haiti, Honduras, Messico, Pakistan, Filippine e Thailandia. L’ultimo cronista a perdere la vita mentre svolgeva il proprio mestiere è un giornalista della radio nazionale colombiana, ucciso a Sabanalarga. Si chiamava Jesús Martínez Orozco e aveva 42 anni.

Invece il video pubblicato sopra (e riportato anche nel pezzo di E-Il mensile) si intitola Silencio Forzado, è stato realizzato da Articulo 19 e racconta la sequela di omicidi che dal 2000 alla fine del 2011 ha caratterizzato i giornalisti di quel Paese con 67 delitti.

Lo schifo. Omicidio non casuale di Ilaria Alpi nella nostra ventunesima regioneÈ uscito il mese scorso per Promo Music (collana Paperback) il libro Lo schifo. Omicidio non casuale di Ilaria Alpi nella nostra ventunesima regione di Stefano Massini:

Il nucleo di tutto quel giro allucinante di connivenze e corruzioni che determinò l’omicidio Alpi-Hrovatin è infatti da cercarsi nella flotta di pescherecci Shifco, all’apparenza regalo dell’Italia ai pescatori somali, in realtà tramite per occultare in Somalia il cosiddetto “schifo” – curioso anagramma – di rifiuti tossici e scorie radioattive. E a distanza di anni dall’agguato in quella strada polverosa di Mogadiscio, ne abbiamo avuto una squassante conferma nelle ultime testimonianze di pentiti sull’affondamento di navi sporche come la Jolly Rosso. Questo nuovo memorandum si profila in continuità stilistica con il lavoro sulla Politkovskaja. Una narrazione dal vero, immediata, autoptica, scandita in frammenti taglienti come scatti di istantanea. A metà strada fra un’inchiesta e un racconto, alla ricerca di quella tremenda semplicità con cui la Somalia rivelò – a partire dalle voci dei pescatori del Puntland – tutti i segreti che nascondeva.

Qui il booktrailer del libro che è diventato anche uno spettacolo teatrale con Lucilla Morlacchi e Luisa Cattaneo (produzione Il teatro delle Donne, Centro Nazionale di Drammaturgia).

(Via Ilaria Alpi Award)

In Somalia si può morire in molti modi. Il più frequente è ammazzati, a seguire cronache che troppo spesso non trovano spazio sui giornali (ma per farsi un’idea si tenga d’occhio per un po’ questo indirizzo: http://it.peacereporter.net//area/32/1/Somalia). Un altro, di certo meno frequente, è vedersi uccidere da un tumore della pelle dopo aver trascorso la vita a fare il marinaio. Quel tumore, un carcinoma, se fosse stato curato per tempo in Italia, avrebbe avuto una sufficiente percentuale di remissione e qualche probabilità in meno di metastatizzarsi. Invece il marinaio, che si vide crescere sul tronco e sulle braccia neoformazioni ulcerate, è morto.

Non era anziano e di solito una malattia del genere insorge in persone che hanno la pelle chiara, non in chi è di colore. Tra le sue cause, soprattutto per i bianchi, l’esposizione diretta e prolungata al sole: i raggi ultravioletti friggono la normale fisiologia delle cellule dell’epidermide e possono provocare mutazioni che sfociano nel cancro. Questi danni avranno più effetto se incontreranno preesistenti cicatrici o ustioni guarite e il quadro fin qui descritto sembra adattarsi alla vita di chi è andato sempre per mare, per quanto di fenotipo scuro.

Ma c’è anche un’altra causa a monte di questo tipo di tumore, più frequente nella popolazione africana e afro-americana: l’esposizione a radiazioni o a sostanze chimiche, come i metalli pesanti, che diventano più minacciose quando una persona maneggia a lungo materiale inquinante finendo per assorbirlo. Se a questa constatazione si aggiunge che il nostro marinaio è stato per anni a bordo di un’imbarcazione di una flotta chiacchierata, come nel caso della Shifco, ecco che tornano in mente altre storie. E in particolare tutte le storie scritte e lette da oltre un quindicennio a proposito delle navi divenute di proprietà di Omar Mugne, un imprenditore con doppia cittadinanza – somala e italiana – il cui nome è ricorso fin troppo spesso nelle indagini legate alla morte di Ilaria Alpi.
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  • Keystone USA/Rex Features

    Il Guardian pubblica una cronologia per immagini dei fatti accaduti in Somalia dal 1950 a oggi:

    Mentre i leader si incontrano a Londra per discutere del futuro della Somalia, ecco alcuni dei momenti chiave nella storia recente di un Paese diventato irriconoscigile nel giro di qualche decennio.

    L’immagine (Keystone Usa-Rex) riportata in questo post risale al 2001, quando l’Onu ha annunciato il ritiro perché ammetteva di non essere più in grado di garantire la sicurezza al suo staff. Per approfondire invece quanto sta avvenendo a Londra, si veda qui.

    A Million Shillings – Escape from Somalia è un lungo reportage fotografico diventato un libro e firmato da Alixandra Fazzina di Noor, giornalista inglese che vive in Pakistan. Scrive Flavio Franzoni su E-Il mensile:

    Quasi vent’anni di guerra civile iniziata con il crollo del regime di Siad Barre, il padre-padrone della Somalia, hanno stritolato i somali e la loro terra. La stessa Mogadiscio, un tempo uno dei centri africani più attivi per il commercio con il Medio Oriente, oggi è una capitale fantasma abbandonata da metà dei suoi abitanti e ridotta in buona parte a cumuli di macerie [...]. Dal 2006 al 2008 Alixandra Fazzina ha lavorato in Somalia, testimoniando attraverso i suoi scatti l’esodo di migliaia di migranti e profughi dallo stato africano alla Penisola arabica e l’attività di contrabbando nel Golfo di Aden. Da questa esperienza è nato “A Million Shillings: Escape from Somalia”, libro pubblicato dalle edizioni Trolley nel 2008 in due versioni, inglese e araba. Nel libro, i testi [...] accompagnano le tante significative immagini. La scelta dell’autrice è stata quella di prediligere una sequenza narrativa, e il risultato è un libro fotografico [...] i cui protagonisti sono uomini e donne privati della propria dignità e usati, tanto per cambiare, a solo scopo di lucro.

    Continua qui.

    Tremonti non risparmia sulla guerra

    Peacereporter racconta che, malgrado la manovra da 47 milioni di euro, Tremonti non risparmia sulla guerra.

    Si tira la cinghia su tutto, dalla salute all’istruzione, ma non sulle guerre. La cifra di 700 milioni (che comprende la guerra in Afghanistan e le missioni in Libano, Kosovo, Bosnia, Iraq, Pakistan, Somalia, Sudan e Congo) è infatti in linea con i precedenti finanziamenti semestrali.

    Questo stanziamento militare, tra l’altro, non comprende le spese per la guerra in Libia, che nei primi tre mesi è costata da sola oltre un miliardo di euro (almeno 700 milioni di spese correnti per la Difesa per bombe, missili e carburante per aerei e navi, e altri 400 milioni di finanziamenti ai ribelli provenienti dal ministero degli Esteri).

    E l’articolo prosegue dettagliando qualche altra spesa in armamenti (con possibilità di risparmio eventuali).

    La voce delle vociSono datati dicembre 2009 alcuni cablogrammi partiti dall’ambasciata statunitense di Gibuti a proposito della situazione somala. I documenti, classificati come confidenziali e inseriti nella mole di materiale diffuso da Wikileaks alla fine di novembre 2010, citano una società americana comparsa più volte nelle pagine di questo giornale. Si tratta Blackwater Worldwide, multinazionale della sicurezza privata finita nel mirino ancora nel 2007 quando suoi uomini furono coinvolti in una sparatoria a Baghdad che fece diciassette vittime. Questa volta la si ritrova in Somalia, stando ai cablogrammi di Wikileaks, dove opererebbe dal marzo 2010 con l’autorizzazione del governo di Gibuti per contrastare la pirateria.

    La dotazione che ha portato con sé comprenderebbe trentatré cittadini americani a cui sono state affidate funzioni varie e che verranno sostituiti ogni sessanta giorni. Diciotto di questi “operatori”, come sono definiti dagli osservatori statunitensi, sono suddivisi in tre squadre armate che a turno sarebbero incaricate della sicurezza dei trasporti navali. La marina di Gibuti, inoltre, garantirebbe alla Blackwater forniture di armi (tra cui cinquanta mitragliatrici calibro .50) e lo scopo, sempre stando ai cablogrammi americani, non sarebbe tanto quello di supportare le forze di polizia nella cattura dei pirati, ma di usare «forze letali contro [di loro], se necessario». Insomma, il messaggio è che non si fanno prigionieri, a differenza per esempio dei francesi, che hanno allestito aree di detenzione per i pirati nella regione nord-orientale del Puntland.
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  • Ilaria Alpi - Foto premio giornalistico Ilaria AlpiUn appello e una firma perché Noi vogliamo verità e giustizia. Noi chiediamo verità e giustizia. Lo diffonde l’Associazione Ilaria Alpi dal Festival internazionale di giornalismo in corso a Perugia e in esso di legge:

    “Dopo sedici anni, lunghissimi e dolorosi si sa quasi tutto di quel che accadde quella domenica di marzo e perché. Si sa che fu un’esecuzione, come ha scritto lo scorso 17 marzo, il Gip Emanuele Cersosimo del Tribunale di Roma nel respingere la richiesta di archiviazione: ‘un omicidio su commissione, organizzato per impedire che le notizie raccolte da Ilaria Alpi e Miran Hrovatin su traffici di armi e di rifiuti tossici, venissero portate a conoscenza dell’opinione pubblica’”.

    Le prove non mancano. Sono quelle “custodite” nei documenti e nelle testimonianze accumulate attraverso le inchieste della magistratura, quelle parlamentari e quelle giornalistiche. Ma perché, si chiedono i firmatari dell’appello, non si è ancora arrivati a una verità giudiziaria? Chi non vuole la verità e perché?

    “Noi chiediamo alla Magistratura di procedere nell’accertamento delle responsabilità, di individuare esecutori e mandanti. Noi chiediamo alla politica un impegno deciso affinché tutte le verità connesse al duplice omicidio vengano alla luce. Noi chiediamo al Presidente della Repubblica di farsi garante nei confronti dei familiari e di tutto il Paese che vogliono e hanno diritto ad avere verità e giustizia”.

    E in conclusione, per raccontare anche questo caso, si dà appuntamento al 17 giugno prossimo, al premio giornalistico dedicato alla giornalista del Tg3 assassinata a Mogadiscio il 20 marzo 1994 con Miran Hrovatin, quando si parlerà di “Senza Giustizia. L’Assassinio Alpi–Hrovatin tra traffici di armi, rifiuti tossici, navi a perdere e mafie” (qui il programma completo. Il premio si terrà a Riccione dal 15 al 19 giugno).

    Wikileaks affair


    A (s)proposito


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