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Xaaraan – Il blog di Antonella Beccaria

Non credo nelle otto del mattino. Però esistono. Le otto del mattino
sono l'incontrovertibile prova della presenza del male nel mondo
Gli ultimi giorni, Andrew Masterson


Mario FerraroC’è chi ha detto che i misteri non esistono se non negli ambiti religiosi. Il resto va rubricato sotto la dicitura “segreti”. Quello raccontato da Fabrizio Colarieti su Notte Criminale è da ascrivere alla categoria di cui sopra. È la strana morte di Mario Ferraro, agente del Sismi:

Roma, via della Grande Muraglia Cinese 46, 16 luglio 1995. È domenica e a Roma è una giornata molto calda. Il tenente colonnello dell’Esercito, Mario Ferraro, 46 anni, calabrese, distaccato al Sismi, esperto in informatica, traffici di armi e terrorismo internazionale, è in casa insieme alla sua compagna, Maria Antonietta Viali, per gli amici Antonella. Sono al quinto piano, in un attico nel quartiere Torrino, accanto all’Eur. La coppia è in assoluto relax dopo aver trascorso una giornata serena e scandita da poche e semplici azioni, ignari che quella sia la loro ultima domenica insieme.

Il post, piuttosto corposo, prosegue qui e si addentra in altri segreti. Tra questi il delitto Alpi-Hrovatin, Gladio e le sue missioni, il sequestro Moro, i traffici d’armi passati per la procura di Torre Annunziata e finiti nell’inchiesta Cheque to cheque. Un interessante spaccato di avvenimenti recenti, metodi e “soluzioni”.

Poco tempo un giovane giornalista è scomparso e a breve la sua memoria verrà ricordata nel modo migliore. Scrive a questo proposito l’Agenzia Dire:

Giornalismo, nasce la borsa di studio “Simone Rochira”. Mercoledì l’ordine ricorda il collega della Dire morto a 33 anni

(DIRE) Bologna, 26 feb. – L’idea era stata lanciata dal presidente dell’Ordine dei giornalisti dell’Emilia Romagna, Gerardo Bombonato, nelle ore immediatamente successive alla morte del nostro collega Simone Rochira, il 15 dicembre scorso, a 33 anni, per un male incurabile. Un’idea che mercoledì prossimo, 2 marzo, troverà compimento, permettendoci di ricordare Simone proiettando il mestiere che amava in un altro giovane appassionato com’era lui.

Alle 15, nella sede dell’Ordine a Bologna (Strada Maggiore 6) sarà assegnata la borsa di studio “Simone Rochira”. Il premio (6.000 euro, la retta di iscrizione annuale, deliberato dal consiglio dell’Ordine il 7 febbraio scorso) andrà al migliore studente della scuola di Giornalismo “Ilaria Alpi”, istituita da Ordine e Università. La stessa che il nostro Simone aveva frequentato con profitto prima di essere assunto alla “Dire” nel 2007.

Alla consegna del premio, oltre a Bombonato, al direttore della Scuola di Giornalismo, Angelo Varni e al direttore della “Dire”, Giuseppe Pace, parteciperanno i famigliari di Simone. L’invito è naturalmente esteso a tutti coloro che l’hanno conosciuto e apprezzato. Lunedì prossimo sarà reso noto il nome dello studente vincitore.

Traghetto Moby PrinceLe due pagine centrali del Fatto Quotidiano di oggi sono dedicate all’anticipazione di un libro di prossima uscita per i tipi di Chiarelettere. Si intitola 1994, è stato scritto da Luciano Scalettari e Luigi Grimaldi e ricostruisce la storia della Moby Prince, il traghetto andato a fuoco il 10 aprile 1991 uscendo dal porto di Livorno. Furono 140 le vittime (qui l’elenco) e, proprio perché le inchieste non hanno fornito risposte, a tutt’oggi rimangono diversi punti da chiarire: la nebbia, le tracce di esplosivo – T4 – trovato a bordo, il ritardo nei soccorsi, l’unico sopravvissuto che cambia idea. Di tutto questo parla il lungo estratto pubblicato oggi e parla anche dei collegamenti – che vanno ben oltre la nave XXI Ottobre II della Shifco presente nella rada toscana – con il caso di Ilaria Alpi.

Per leggere più nel dettaglio, da qui si può scaricare quanto pubblicato dal Fatto (formato pdf, 575KB). Qui invece si trova online solo il primo pezzo.

Questo video è il trailer di un documentario che si intitola Sia fatta la mia volontà, prodotto dall’associazione Schegge di Cotone su funerali civili e testamento biologico. Se ne parla diffusamente in un pezzo pubblicato da Micromega Online in cui si legge che:

Nel documentario [...] il racconto approda al tema più generale del diritto alla libertà di scelta. “Essere liberi di scegliere sulla propria morte”, raccontano gli autori, “si traduce anche nel poter decidere su quali trattamenti sanitari rifiutare o accettare; poter esprimere chiaramente la propria volontà, oggi, per quando non si sarà più in grado di esprimerla direttamente; poter stabilire quando i trattamenti sanitari diventano così gravosi da non permettere più una condizione di vita dignitosa”.

Sempre in tema di giornalismo e video, qui ci sono i lavori entrati in finale al Premio Ilaria Alpi, in programma dal 15 al 19 giugno prossimi a Riccione. qui invece l’elenco degli eventi.

Moby Prince, unica colpevole la nebbia

Un’altra pietra tombale richia di essere posata su una vicenda che causò 140 vittime. È quella del disastro del Moby Prince del 10 aprile 1991, come racconta il ritaglio sopra, preso dal Fatto Quotidiano di oggi.

Domani di Maurizio ChiericiIn Somalia si può morire in molti modi. Il più frequente è ammazzati, a seguire cronache che troppo spesso non trovano spazio sui giornali (ma per farsi un’idea si tenga d’occhio per un po’ questo indirizzo: http://it.peacereporter.net//area/32/1/Somalia). Un altro, di certo meno frequente, è vedersi uccidere da un tumore della pelle dopo aver trascorso la vita a fare il marinaio. Quel tumore, un carcinoma, se fosse stato curato per tempo in Italia, avrebbe avuto una sufficiente percentuale di remissione e qualche probabilità in meno di metastatizzarsi. Invece il marinaio, che si vide crescere sul tronco e sulle braccia neoformazioni ulcerate, è morto.

Non era anziano e di solito una malattia del genere insorge in persone che hanno la pelle chiara, non in chi è di colore. Tra le sue cause, soprattutto per i bianchi, l’esposizione diretta e prolungata al sole: i raggi ultravioletti friggono la normale fisiologia delle cellule dell’epidermide e possono provocare mutazioni che sfociano nel cancro. Questi danni avranno più effetto se incontreranno preesistenti cicatrici o ustioni guarite e il quadro fin qui descritto sembra adattarsi alla vita di chi è andato sempre per mare, per quanto di fenotipo scuro.

Ma c’è anche un’altra causa a monte di questo tipo di tumore, più frequente nella popolazione africana e afro-americana: l’esposizione a radiazioni o a sostanze chimiche, come i metalli pesanti, che diventano più minacciose quando una persona maneggia a lungo materiale inquinante finendo per assorbirlo. Se a questa constatazione si aggiunge che il nostro marinaio è stato per anni a bordo di un’imbarcazione di una flotta chiacchierata, come nel caso della Shifco, ecco che tornano in mente altre storie. E in particolare tutte le storie scritte e lette da oltre un quindicennio a proposito delle navi divenute di proprietà di Omar Mugne, un imprenditore con doppia cittadinanza – somala e italiana – il cui nome è ricorso fin troppo spesso nelle indagini legate alla morte di Ilaria Alpi.
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  • Ilaria Alpi - Foto premio giornalistico Ilaria AlpiUn appello e una firma perché Noi vogliamo verità e giustizia. Noi chiediamo verità e giustizia. Lo diffonde l’Associazione Ilaria Alpi dal Festival internazionale di giornalismo in corso a Perugia e in esso di legge:

    “Dopo sedici anni, lunghissimi e dolorosi si sa quasi tutto di quel che accadde quella domenica di marzo e perché. Si sa che fu un’esecuzione, come ha scritto lo scorso 17 marzo, il Gip Emanuele Cersosimo del Tribunale di Roma nel respingere la richiesta di archiviazione: ‘un omicidio su commissione, organizzato per impedire che le notizie raccolte da Ilaria Alpi e Miran Hrovatin su traffici di armi e di rifiuti tossici, venissero portate a conoscenza dell’opinione pubblica’”.

    Le prove non mancano. Sono quelle “custodite” nei documenti e nelle testimonianze accumulate attraverso le inchieste della magistratura, quelle parlamentari e quelle giornalistiche. Ma perché, si chiedono i firmatari dell’appello, non si è ancora arrivati a una verità giudiziaria? Chi non vuole la verità e perché?

    “Noi chiediamo alla Magistratura di procedere nell’accertamento delle responsabilità, di individuare esecutori e mandanti. Noi chiediamo alla politica un impegno deciso affinché tutte le verità connesse al duplice omicidio vengano alla luce. Noi chiediamo al Presidente della Repubblica di farsi garante nei confronti dei familiari e di tutto il Paese che vogliono e hanno diritto ad avere verità e giustizia”.

    E in conclusione, per raccontare anche questo caso, si dà appuntamento al 17 giugno prossimo, al premio giornalistico dedicato alla giornalista del Tg3 assassinata a Mogadiscio il 20 marzo 1994 con Miran Hrovatin, quando si parlerà di “Senza Giustizia. L’Assassinio Alpi–Hrovatin tra traffici di armi, rifiuti tossici, navi a perdere e mafie” (qui il programma completo. Il premio si terrà a Riccione dal 15 al 19 giugno).

    Domani di Maurizio ChiericiNato nel 1945 a Busto Arsizio, in provincia di Varese, su Giorgio Comerio, ingegnere e imprenditore di professione, alcune informazioni le forniscono i carabinieri che hanno a lungo indagato su di lui. E queste informazioni raccontano che «è persona di intelligenza spiccata, sicuramente massone, appartenente ai servizi segreti argentini e legato ai più grossi finanzieri mondiali, e in particolare europei [...]. Sarebbe stato espulso dal Principato di Monaco il 24 marzo 1983 e avrebbe avuto problemi con la giustizia belga per truffa e altro [oltre a essere stato] arrestato il 12 luglio 1984 a Lugano per truffa e frode, nonché per violazione delle leggi federali sugli stranieri».

    Dall’anonimato alle indagini di Reggio Calabria

    Di lui, però, si parlerà molto poco fino a un certo punto: progetterà e promuoverà sistemi per lo smaltimento di rifiuti in mare aperto nel sostanziale anonimato, al di fuori del circuito degli addetti ai lavori. Il suo nome però finisce sulle pagine dei giornali nel 1995 (e vi rimarrà fino a oggi), quando un pubblico ministero di Reggio Calabria, Francesco Neri (oggi sostituto procuratore generale), dispone una perquisizione a San Bovio di Garlasco, in provincia di Pavia, a casa di Comerio. Qui viene trovata un’agenda del 1987 che, nel giorno dell’affondamento della Rigel, una delle navi dei veleni, riporta un’annotazione, “lost ship” (“nave perduta”, anche se l’ingegnere sosterrà che si deve leggere come “nave affondata”). Inoltre furono rinvenute anche due cartellette.

    In una di esse, su cui era stata scritta la parola “Somalia”, ci sarebbe stato il certificato di morte di Ilaria Alpi, la giornalista del Tg3 uccisa insieme al suo operatore, Miran Hrovatin, il 20 marzo 1994 a Mogadiscio. Il clamore del ritrovamento fu notevole e fu letto come una conferma della pista su cui l’inviata della Rai stava indagando: smaltimento illegale di rifiuti nel Corno d’Africa. E a far pensare che l’ingegnere lombardo fosse coinvolto nei traffici di scorie (non solo in Somalia) ci sarebbero stati altri documenti, tra cui alcune mappe, oltre l’agenda che ricordava l’affondamento della Rigel.
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  • Alberto Spampinato, direttore dell’osservatorio O2 – Ossigeno per l’informazione, ha diffuso nei giorni scorsi l’annuncio del convegno Il giornalismo minacciato e le storie oscurate che si terrà all’università di Urbino (Palazzo Passionei, corso di laurea magistrale Editis – Editoria, informazione e sistemi documentari) il 16 e il 17 aprile.

    Tema del dibattito: come e quanto la condizione di pericolo e di minaccia influiscono sul lavoro dei giornalisti e sulla qualità dell’informazione prodotta, nei teatri di guerra e anche in paesi pacifici come l’Italia. Un punto sui giornalisti perseguitati e il ricordo di quelli che hanno perso la vita per raccontare verità scomode. Interverranno giornalisti attualmente nel mirino della criminalità organizzata . Reporter di lunga esperienza racconteranno la quotidianità di un mestiere tanto affascinante quanto, talvolta, pericoloso. Fra gli altri parleranno: Franco Abruzzo, Alberto Spampinato, Mimmo Càndito, Ishak Slezoui, Riccardo Orioles, Agostino Pantano.

    Il primo giorno si parlerà di “Storie che non devono essere raccontate”, suddivise nel doppio appuntamento con “Informazione: storie di minacce e soprusi” e “Conflitti, violenza e minacce. Il lavoro del giornalista”. Il secondo giorno invece sarà la volta di “Verità scomode: storie di giornalisti uccisi” per raccontare le vicende di Anna Politkovskaja, Ilaria Alpi e Giuseppe Fava.

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  • Domani di Maurizio ChiericiNel 1992, in un reportage sulla Somalia scivolata nella guerra civile solo da un anno, veniva chiamato «un piemontese con l’esercito privato». Giancarlo Marocchino, nato nel 1945 a Borgosesia, in provincia di Vercelli, ai tempi aveva reclutato 150 miliziani e aveva messo insieme un arsenale fatto di kashnikov, mitragliette Browning 050 e M16 per continuare a fare l’imprenditore nel settore dei trasporti con la sua Sitt. Muoveva carichi un po’ per tutto il paese via terra con i quindici su venticinque tir sopravvissuti allo scoppio del conflitto e, se necessario, poteva contare anche su due Cessna e un cargo Antonov. In Somalia Marocchino c’era arrivato nel 1984, in fuga dall’Italia dove – si scrisse – il fisco e una famiglia divenuta forse troppo stretta gli stavano addosso. Qui si era reinventato un’attività commerciale e aveva costruito un nuovo focolare con Fatima, una donna del luogo cugina di Ali Mahdi, il primo presidente ad interim dopo la caduta del dittatore Siad Barre e divenuto poi esponente del governo di transizione.

    Nei primissimi anni Novanta c’era chi definiva Marocchino un benefattore venuto dall’Italia. Uno che scaricava quasi a gratis aiuti umanitari e vigilava perché derrate e farmaci non fossero saccheggiati dai predoni al soldo dei signori della guerra. Ma il 29 settembre 1993, quando già era in corso la prima missione Unosom, “Restore Hope” (“restituire la speranza”, conclusasi con un disastro), venne arrestato da uomini del contingente americano con l’accusa di trafficare in armi. Ne seguì l’espulsione da Mogadiscio, ma durò poco perché il provvedimento venne revocato nel gennaio 1994 e anche l’indagine italiana finì per essere archiviata nel luglio 1995.
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  • Il 20 marzo scorso ricorreva il sedicesimo anniversario dell’omicidio della giornalista Ilaria Alpi e del suo operatore Miran Hrovantin, assassinati a Modagiscio nel 1994. Sul Fatto Quotidiano di oggi, a pagina 15, viene pubblicato un lungo articolo sul rapporto del Consiglio di Sicurezza dell’Onu sulla Somalia e si sottolinea come l’inchiesta che stava conducendo l’inviata del Tg3, con anni di anticipo, confermasse quanto oggi si scrive al Palazzo di Vetro. Pirateria dei mari, società di contractor, rapporti con l’Italia, il ruolo di Giancarlo Marocchino nella costruzione del porto Eel Ma’an sono alcuni dei passaggi. Ma si torna a parlare anche di armi e rifiuti interrati.

    Di tutto questo si tratta nel rapporto, consultabile in formato HTML e pdf (785KB). Cliccando invece sull’immagine sottostante si può leggere l’articolo del Fatto, in cui si spiega anche la possibilità di una revisione del processo al termine del quale è stato condannato Hashi Omar Hassan.

    Il rapporto ONU che da' ragione a Ilaria Alpi

    Domani di Maurizio ChiericiPossono essere intese come due aspetti complementari. Sono le centrali nucleari, tra operazioni di smantellamento di impianti dismessi e nuovi insediamenti da individuare, e tonnellate di scorie (per quanto non solo radioattive), mandate in giro su navi poi affondate, interrate nei fondali marini, o semplicemente buttate al largo con i fusti che le contengono. E sono due tematiche che, a cicli mai troppo fitti, tornano sui giornali, ma che – come se fossero una pratica di smaltimento abusivo delle notizie stesse, oltre che dei rifiuti – vengono ributtate presto nel silenzio.

    Analisi dei fatti alla mano, questi argomenti finiscono per nutrire una categoria di personaggi che per varie ragioni si sarebbe preferito evitare. Si tratta di politici quanto meno superficiali, famiglie riconducibili alla criminalità organizzata impegnate nello smantellamento di impianti nucleari, “controllori” con trascorsi affaristici discutibili e vecchi nomi legati ai traffici con i Paesi in via di sviluppo. A parlarne è un giornalista, Gianni Lannes, direttore della rivista Italia Terra Nostra, che da anni indaga su catastrofi ambientali negate o taciute. E che, bersaglio di ripetute intimidazioni, dal 22 dicembre scorso vive protetto da una scorta della polizia.

    Qual è il nesso tra lo smantellamento delle centrali nucleari, almeno nel caso di Caorso, e la criminalità organizzata, soprattutto la ‘ndrangheta?

    Il contratto di appalto per lo smantellamento della centrale di Caorso intercorso tra la Sogin (società dello Stato nata nel 1999 con il compito precipuo) e la società Ecoge srl, di proprietà dei Mamone con sede a Genova. Già in un rapporto della Direzione investigativa antimafia risalente all’anno 2002, segnalava appunto i Mamone come perfettamente organici alla ‘ndrangheta. Da allora questa ‘ndrina ne ha fatta di strada a suon di appalti discutibili nel ramo ambientale delle bonifiche. Tra l’altro vantano attualmente una serie di pendenze giudiziarie di un certo spessore in Liguria.
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  • Don't Swim in Somalia - Foto di CraynolNelle ultime settimane è tornato alla ribalta il tema delle navi a perdere, una serie di imbarcazioni – cinquantacinque, secondo il dato fornito da Bruno Branciforte, direttore dell’Aise, l’Agenzia informazioni e sicurezza esterna, nel corso di una recente audizione davanti al Copasir – affondate nel Mediterraneo per riscuotere i premi assicurativi, ma soprattutto per “smaltire” rifiuti di ogni tipo, dai tossico-nocivi ai radioattivi. La rentrée di questo tema, riscoperto dalle cronache ma non nuovo agli ambienti giudiziari, porta con sé anche nuova eco per alcuni casi con ogni probabilità correlati. Se l’omicidio della giornalista Rai Ilaria Alpi e del suo operatore Miran Hrovatin, assassinati a Mogadiscio il 20 marzo 1994, e il rogo della Moby Prince nel porto di Livorno il 10 aprile 1991 sono le vicende più note, ce ne sono altre di cui, in tutti questi anni, si è parlato meno. È il caso di Vincenzo Li Causi, morto in seguito a un agguato il 12 novembre 1993 a Balad, sempre nel Corno d’Africa.

    Maresciallo nato nel 1952 a Partanna, in provincia di Trapani, ed entrato prima al Sid (Servizio informazioni difesa) nel 1974 e poi alla VII Divisione del Sismi dopo il cambio di denominazione dei servizi militari, Vincenzo Li Causi prima di morire si interessava al cosiddetto progetto Urano. Di esso dà una definizione precisa il documento relativo ai traffici illeciti e alle ecomafie approvato a fine 2000 dalla commissione parlamentare sul ciclo dei rifiuti: «[progetto] finalizzato all’illecito smaltimento in alcune aree del Sahara di rifiuti industriali tossico-nocivi e radioattivi provenienti da Paesi europei. Numerosi elementi indicavano il coinvolgimento nel suddetto traffico di soggetti istituzionali di governi europei ed extraeuropei, nonché di esponenti della criminalità organizzata e di personaggi spregiudicati, tra cui il noto Giorgio Comerio, faccendiere italiano al centro di una serie di vicende legate alla Somalia e all’illecita gestione degli aiuti del Fai (oggi direzione generale per la cooperazione e lo sviluppo)».
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    Riccardo Lenzi mi segnala questo spettacolo teatrale, A Perdifiato, ritratto in piedi di Tina Merlin, che si terrà a Bologna il prossimo 3 giugno presso la sala teatrale “ex Macello” (via Azzo Gardino, 65). Patrocinato dal Premio Ilaria Alpi e il teatro d’impegno civile e organizzato dal Biograd Film Festival in memoria di una donna che non poco ha contribuito alla cultura e alla politica italiana (per maggiori informazioni qui il sito dell’associazione a lei intitolata), questo spettacolo ne rievoca la vita e le sue evoluzioni:

    dall’infanzia sulle montagne del Bellunese alla Resistenza, fino all’impegno nella società e nel giornalismo, che la vide a lungo attiva sulle pagine de L’Unità. La narrazione viene affrontata lavorando in primo luogo sulla ricerca del vero fil rouge del personaggio: un amore forte e razionale a un tempo per la natura, nato dai ritmi biologici della vita contadina, che rimane sempre il pensiero dominante – come emerge dai numerosi articoli sul paesaggio veneto, stravolto dall’industrializzazione selvaggia degli Anni ’50 e ’60. Tre ante, allora, per altrettante immagini di un trittico. Nella prima, Tina Merlin si racconta alla madre, in una narrazione che rievoca il passato, fino allo scoppio della guerra e alla presa di coscienza politica con la scelta partigiana. La sezione centrale cambia completamente stile. Una perdita d’equilibrio del discorso, un corpo a corpo poetico con il video: allusione allo spazio ipnotico e senza tempo dell’inconscio; immagini che contengono tutto il dolore e lo spavento di questo mondo. Il terzo episodio si apre sulla figura di Tina Merlin giornalista, la sua precisa volontà di dire quello che la gente – nell’Italia ridente del boom economico – preferisce forse ignorare, per poi fronteggiare le tragedie con lo sgomento dell’ uditore cieco davanti alla morte annunciata. Emerge da questa memoria appassionata un’antica oralità, una sapienza femminile distillata nei secoli, un’opera di civiltà che le nostre madri hanno compiuto giorno dopo giorno per rendere abitabili le case e più umana la vita.

    La regia dello spettacolo è curata da Daniela Mattiuzzi di cui è anche la drammaturgia, insieme a Luca Scarlini.

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  • Passione Reporter di Daniele BiacchessiEsce in questi giorni il nuovo libro di Daniele Biacchessi, Passione Reporter, ed esce a cavallo di giorni che non sono senza significato. Perché la storia di uno dei giornalisti raccontata di questo volume si concludeva (e iniziava) esattamente quindici anni fa: era il 20 marzo 1994 infatti quando Ilaria Alpi veniva assassinata a Modagiscio insieme al suo operatore, Miran Hrovatin (qui la ricostruzione di La storia siamo noi e qui un resoconto con cronologia).

    Ma il libro di Biacchessi non parla solo del caso Alpi-Hrovatin. In queste pagine si ricostruiscono anche le vicende del medico e fotoreporter Raffaele Ciriello (Venosa, 1959 – Ramallah, 2002), della giornalista del Corriere della Sera Maria Grazia Cutuli (Catania, 1962 – Kabul, 2001), dell’inviato di Radio Radicale Antonio Russo (Francavilla al Mare, 1960 – Tbilisi, 2000) e del freelance Enzo Baldoni (Città di Castello, 1948 – Najaf, 2004). Per leggerne di più, si può scaricare l’articolo (file pdf) uscito oggi sul Sole 24 Ore a firma di Alberto Negri (che sarà alla presentazione del 24 marzo, a Roma, insieme a Luciana Alpi, madre di Ilaria).

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