Navi a perdere di Carlo LucarelliLa collana Verdenero di Edizioni Ambiente ha esordito ormai un anno e mezzo fa – era il maggio 2007 – per raccontare storie di ecomafia. E così a lungo ha fatto, attraverso gli strumenti della narrativa messi a disposizione da molti autori del panorama nazionale italiano, come Giancarlo De Cataldo, Wu Ming, Simona Vinci, Loriano Macchiavelli o Eraldo Baldini. Sebbene molti dei volumi giù usciti siano testi di pregio, ognuno dei quali affronta una specifica tematica riconducibile all’argomento che sottende la collana, quello appena pubblicato e firmato da Carlo Lucarelli, Navi a perdere, è eccezionale. Eccezionale per diverse ragioni: innanzittutto abbandona la fiction e racconta una storia vera, quella delle “navi dei veleni”; è chirurgico nel suo racconto, preciso, talmente asettico da farla annusare, la sporcizia di cui parla; e dimostra come, abbandonando qualsiasi proposito dietrologico, non si possa negare che determinate vicende ce l’hanno, un retroterra oscuro.

“Protagonista” del libro è la Jolly Rosso, una motovane da carico che appartiene alla Ignazio Messina & Co e che nel 1988 si era guadagnata una trista fama: andare a riprendersi i 9.535 bidoni contenenti sostanze tossiche – vale a dire la diossina di Seveso – buttati sulla costa libica dopo aver girato mezzo mondo ed essere stati respinti dai governi locali. Poi, un anno più tardi, cambia nome, la nave, solo Rosso, e ricomincia le sue traversate pur non riuscendo a liberarsi del ricordo del carico trasportato dalla Libia a La Spezia. Infine, il 14 dicembre 1990, un allarme del comandante annuncia che la nave sta affondando: recuperato l’equipaggio, però, l’imbarcazione non va giù, si insabbia sui fondali bassi di Formiciche, in provincia di Catanzaro.
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