Roberto Calvi: 34 anni fa un omicidio ancora senza colpevoli

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Roberto Calvi

«Siamo di fronte a un giallo degno di un film di Hitchcock». Sandro Paternostro, corrispondente della Rai da Londra, definì così la vicenda iniziata il 18 giugno 1982. Intorno alle 7.30 di quel giorno, sotto il Ponte dei frati neri, nella capitale britannica, un dipendente della Daily Express aveva scorto un corpo appeso all’impalcatura che finiva nel Tamigi. I piedi erano immersi nell’acqua e intorno al collo era stata stretta a cappio una corda arancione.

Quel corpo apparteneva a Roberto Calvi, il banchiere che dal 1975 era il presidente del Banco Ambrosiano. Suicidio, si disse, perché Calvi, già condannato in primo grado per reati valutari, stava vedendo naufragare la sua banca e ci aveva provato a salvarla arrivando a rivolgersi anche alla Santa sede.

«Molti furono i travagli, le estorsioni, le minacce, i ricatti, le umiliazioni che io e la mia famiglia abbiamo subito e continuiamo a subire», aveva scritto il 5 giugno 1982 al papa, Giovanni Paolo II. «In questo disgraziato Paese nel quale la politica si mescola alla criminalità, siamo costretti ogni giorno ad assistere alla più vergognosa corruzione di tutti i centri di potere». Ma aiuti non erano arrivati, da nessuno.

Così Calvi era volato a Londra con uno stretto collaboratore, Flavio Carboni. Lo aveva dovuto fare sotto falso nome perché il passaporto gli era stato ritirato e il 18 giugno eccolo lì, impiccato a quel ponte londinese. Ma di suicidio non si è trattato. I familiari di Calvi – in primis la moglie Clara Canetti, scomparsa nel 2006 a 84 anni, e il figlio Carlo – hanno lottato a lungo per dimostrare che il banchiere è stato ucciso. Ora ci sono sentenze che lo attestano. Sono quelle che assolvono in via definitiva Flavio Carboni e i suoi coimputati. Ma esistono altri documenti che lo affermano.

C’è anche l’inchiesta che il pubblico ministero romano Luca Tescaroli ha aperto nel 2008. Un’inchiesta per la quale è imminente il decreto di archiviazione dopo che nel luglio 2015, davanti al gip Simonetta D’Alessandro, è stata discussa la richiesta della procura in tal senso. E nonostante si stia andando verso la fine di questa indagine, almeno per il momento, emerge una volta di più il contesto in cui l’omicidio è avvenuto.

Nella vicenda torna infatti la figura di Licio Gelli, morto a 96 anni il 15 dicembre 2015, e il ruolo della sua organizzazione, la loggia P2. Per Tescaroli è «molto probabile» il suo coinvolgimento e ci sono «validi moventi» che tuttavia «non hanno raggiunto il valore di prove certe». Ma viene ribadito anche il resto del quadro che compone questa storia: lo Ior (la banca vaticana), i soldi di Cosa nostra e le dichiarazioni di pentiti di mafia e di camorra secondo cui la morte di Calvi fu una «messa in scena tale da far sembrare si fosse ucciso». Rimane un interrogativo: chi lo ha voluto morto e perché?

Questo articolo è stato pubblicato sul settimanale In famiglia

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