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Xaaraan – Il blog di Antonella Beccaria

Non credo nelle otto del mattino. Però esistono. Le otto del mattino
sono l'incontrovertibile prova della presenza del male nel mondo
Gli ultimi giorni, Andrew Masterson


Come già si dice nel titolo, ecco qualcosa da inserire nella serie delle letture estive, the CIA declassifies Area 51. Ottenuti attraverso una richiesta ai sensi del Freedom of information act.

John Kiriakou Letter From Loretto 1 by antonella-beccaria-4101

The Dissenter pubblica il post Imprisoned CIA Torture Whistleblower John Kiriakou Pens “Letter from Loretto”:

Un saluto dal Federal Correctional Institution a Loretto, Pennsylvania. Sono arrivato qui il 28 febbraio 2013 per scontare una condanna a 30 mesi per aver violato l’Intelligence Identities Protection Act del 1982. Almeno questo è quello che il governo vuole far credere. In verità, questa è la mia punizione per aver rivelato il programma di torture illegali della CIA e aver pubblicamente detto che la tortura faceva parte della politica ufficiale del governo degli Stati Uniti. Ma questa è un’altra storia. Lo scopo di questa lettera è quello di raccontare la vita in carcere.

Il pdf completo di questa lettera è disponibile qui.

(Via BoingBoing)

Su Internazionale, la Cia implicata nelle torture in Iraq, articolo sul documentario James Steele: America’s mystery man in Iraq:

Il Pentagono aveva inviato in Iraq un veterano delle “guerre sporche” dell’America Centrale a supervisionare e addestrare alcune unità speciali della polizia irachena che avevano creato una rete di centri di detenzione e di tortura per ottenere informazioni dai ribelli.

Secondo i risultati di un’inchiesta del Guardian e della Bbc Arabic, il colonnello in pensione James Steele, 58 anni, statunitense, veterano delle guerre nel Salvador e in Nicaragua, era stato nominato direttamente dal segretario della difesa degli Stati Uniti Donald Rumsfeld per aiutare a organizzare i paramilitari nel tentativo di sedare una rivolta sunnita nel 2003, ed è rimasto in Iraq fino al 2005.

Anche il colonnello James Coffman, un altro veterano dell’esercito statunitense, era stato inviato in Iraq per organizzare le forze di sicurezza e lavorare a fianco di Steele. Coffman riferiva direttamente al generale David Petraeus, ex capo della Cia, costretto a dimettersi a novembre del 2012 in seguito a uno scandalo per una relazione extraconiugale.

Secondo gli autori dell’inchiesta, le forze speciali irachene hanno commesso alcuni dei peggiori atti di tortura documentati durante l’occupazione degli Stati Uniti e hanno accelerato lo scoppio di una guerra civile. Le accuse, riportate nel documentario del Guardian, coinvolgono per la prima volta i consiglieri della Cia negli abusi commessi dalle forze speciali.

Qui il documentario completo.

Sono state ritrovte nel 2005 nel nord della California. Sono immagini che risalgono alla Rivoluzione Russa e che appartenevano a John Wells Rahill, un pastore americano, il quale le conservò insieme ad altre provenienti dalla Cina e dal Giappone e risalenti allo stesso periodo. Qui se ne racconta la storia, su Radio Free Europe, e chissà se questo ritrovamento rientra in vecchie politiche di sostentamento editoriale che partivano dal Congresso degli Stati Uniti e arrivavano per il tramite della Cia.

(Via Neatorama)

Global Intelligence Files

Hanno iniziato ad andare online i Global Intelligence Files, oltre cinque milioni di mail interne della Stratfor, società di intelligence privata. Qui l’elenco delle release via via rilasciate mentre qui un articolo di Stefania Maurizi (di cui si parlava da queste parti) che fa il punto dell’operazione targata Wikileaks. Alcuni di questi i temi:

La schedatura degli utenti di Facebook attuata da un’agenzia privata di intelligence. I soldi a Zuckerberg da un’altra azienda specializzata nel raccogliere informazioni sulle persone. I rapporti tra spionaggio privato e Cia. Il ruolo di informatore di un ambasciatore italiano.

Continua qui.

Un video di Guerrilla News Network (qui, su Wikipedia, la relativa scheda) per un breve documentario su Cia, Iran Contras e affari statunitensi in America Latina. Si intitola “Crack the Cia”.

Aldo Giannuli pubblica sul suo blog un testo James Petras sulla questione Egitto: i movimenti sociali, la Cia e il Mossad che dice tra l’altro, nel paragrafo dedicato alla “ribellione del popolo”:

La rivolta araba dimostra, ancora una volta, le varie falle strategiche in istituzioni come i servizi segreti, le forze speciali e le intelligence degli Stati Uniti, così come nell’apparato israeliano, nessuno dei quali è stato capace di prevedere, non diciamo di intervenire, per evitare la vincente mobilitazione e influire nella politica dei governi e governanti che erano in pericolo.

L’immagine che proiettavano la maggior parte di scrittori, accademici e giornalisti dell’imbattibilità del Mossad israeliano e dell’onnipotente CIA è stata sottoposta a dura prova, con il suo fallimento nel riconoscere la portata, la profondità e l’intensità del movimento di milioni di persone che ha sconfitto la dittatura di Mubarak. Il Mossad, orgoglio e allegria dei produttori di Hollywood, presentato come un “modello di efficienza” dai suoi ben organizzati compagni sionisti, non è stato capace di intercettare il crescere di un movimento di massa in un paese vicino. Il primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu, si è mostrato sorpreso (e costernato) per la precaria situazione di Mubarak e il collasso dei suoi clienti arabi più vicini, proprio a causa di errori dell’intelligence del Mossad. Ugualmente, Washington, con i suoi 27 organismi di intelligence oltre al Pentagono, è stata colta di sorpresa dalle massicce rivolte popolari e dai movimenti emergenti, malgrado le sue centinaia di migliaia di agenti pagati migliaia di milioni di dollari.

Varie osservazioni teoriche si impongono. S’è dimostrato che l’idea di alcuni governanti forzatamente repressivi, che ricevono migliaia di milioni di dollari di aiuti militari dagli Stati Uniti e possono contare con all’incirca un milione di poliziotti, militari e paramilitari per garantire l’egemonia imperiale, non è infallibile. La supposizione che mantenere vincoli a larga scala e per lungo tempo con tali governanti dittatoriali salvaguardi gli interessi USA è stata smentita.
L’arroganza di Israele e la sua presunzione di superiorità in materia di organizzazione strategia e politica rispetto agli “arabi”, è stata seriamente danneggiata. Lo Stato d’Israele, i suoi esperti, gli agenti segreti e gli accademici delle migliori università statunitensi, rimangono ciechi di fronte alle realtà emergenti, ignoranti circa la profondità dello scontento e impotenti ad evitare l’opposizione di massa ai propri clienti più importanti. I propagandisti di Israele negli Stati Uniti, che non resistono a qualsivoglia opportunità per mettere in luce la “brillantezza” delle forze di sicurezza d’Israele, sia che si tratti di assassinare un leader arabo in Libano o a Dubai o che si tratti di bombardare un’istallazione militare in Siria, sono rimasti temporaneamente senza parole.

Il pezzo continua qui e la traduzione è stata curata da Marina Minicuci.

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  • La voce delle vociUn asettico annuncio: «Data ultima per richieste di risarcimento: 31 marzo 2010». E da allora più nessun aggiornamento sul sito della Bank of Credit and Commerce International (Bcci), posta in liquidazione dopo i blitz che tra il 1991 e il 1992 vennero condotti, sulla scia di quanto già accaduto negli Stati Uniti, in diversi Paesi europei e che portarono alla chiusura di numerose filiali sparse nel Vecchio Continente.

    Per quanto poco conosciuta, la storia di questa banca (bollata dai media come “Kriminal Bank”) è interessante perché tocca, spaziando per mezzo mondo, alcuni dei principali business criminali. E finisce per comprendere anche l’Italia, dove venne tentata la scalata alla Montedison. Fu fondata dal banchiere originario del sub-continente indiano Agha Hassan Abedi: era il 1971 e gli accordi definitivi vennero presi in un hotel di Beirut. Da allora l’ascesa fu vertiginosa: sedi che vengono inaugurate un po’ ovunque per arrivare a una presenza in una settantina di nazioni, 417 filiali (molte delle quali in Gran Bretagna), un milione e trecentomila clienti, oltre a un attivo di quasi 21 miliardi di dollari. Nel frattempo, in un’ottica di “ottimizzazione” delle attività, si diede vita a una serie di controllate distribuite tra il Lussemburgo, Dubai e le Cayman mentre i manager venivano “gratificati” con costosissime convention scandite dalla presenza di decine di ragazze non tutte maggiorenni. Inoltre l’estrema disinvoltura nella scelta dei partner in affari fu un fattore determinante per l’espansione della banca d’ispirazione islamica.

    Tra questi, Pablo Escobar, il colombiano a capo di uno dei più potenti cartelli della droga, e il generale panamense Manuel Noriega. Ma Abedi, diventato celebre per una serie di attività filantropiche (sostegno alla minoranza linguistica urdu in Europa e alle relative attività letterarie, creazione di facoltà tecnologiche e scientifiche in Medio Oriente – soprattutto in Pakistan – quando non di intere università, mecenatismo nei settori più vari che vanno dall’arte allo sport), coltivò però contatti ben più particolari.
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  • Scritto per storie nere
  • Questo speciale di RaiNews (la seconda parte è disponibile qui) racconta del reportage in quattro puntate realizzato nell’estate 1990 da Enzo Remondino per il Tg1. Reportage che provocò un vero terremoto, tanto che il direttore della testata, Nuccio Fava, saltò venendo sostituito da Bruno Vespa. A parlare era un ex collaboratore della Cia, Richard Brenneke. Il quale disse:

    Conosco la P2 dal 1969 e ho trattato con la P2 in Europa da allora sino ai primi degli anni 80. Vede, il governo degli Stati Uniti ha mandato soldi alla P2, in un certo periodo una somma inviata toccò i dieci milioni di dollari al mese. Dieci milioni di dollari in un mese, altre volte queste somme erano inferiore a un milione di dollari al mese, una volta agli inizi degli anni Settanta, mi ricordo chiaramente perché fui io a consegnare i soldi, ricordo che la somma totale superava i 10 milioni di dollari. Ci siamo serviti di loro per creare situazioni favorevoli nell’esplodere del terrorismo in Italia e in altri paesi europei agli inizi degli anni Settanta, fatti questi che ebbero gran peso perché ci furono dei governi che caddero in seguito a questa situazione.

    Inoltre Brenneke parlò dell’omicidio del premier svedese Olaf Palme, commesso a Stoccolma il 1 marzo 1986, e tirava in ballo una serie di reati attribuiti a George Bush senior quando era a capo della Cia e in seguito degli Stati Uniti. Roberto Morrione, nel ’90 caporedattore in cronaca al Tg1, dice in questo servizio:

    Fra di noi dicevamo: chissà, su quest’inchiesta negli Stati Uniti ci darebbero il premio Pulitzer. Magari. Invece ci fecero fuori tutti.

    Il lavoro di Remondino su Cia-P2 provocò anche le ire di Francesco Cossiga, ai tempi in cui era presidente della Repubblica, che prese carta e penna per scrivere a Giulio Andreotti. Il quale, in veste di presidente del consiglio, poi dovette riferire il 1 agosto 1990 alla Camera dei deputati. Di fatto Andreotti però si limitò parlare di “atteggiamento provocatorio veramente inusuale”. In Piccone di Stato, ho riportato una parte della ricostruzione dello stesso Remondino, Feci infuriare Cossiga: storia di un intrigo internazionale.

    Il National Geographic si occupa degli esperimenti della Cia sulla popolazione civile (in inglese) per raccontare questa storia:

    Nel pieno della guerra fretta, la Cia lanciò un programma di ricerca classificato che esponeva i cittadini americani ad agenti biologici, droghe allucinogene e tecniche psicologiche che puntavano ad acquisite l’arte del contro della mente. Intere città degli Stati Uniti furono contaminate con germi esponendo milioni di persone alla guerra batteriologica. [Questa inchiesta] esamina quanto accadde, facendo luce su ricerche del genere per comprendere meglio la portata di questi esperimenti.

    Si tratta di una sorta di docufiction della quale una descrizione più approfondita è disponibile qui. Oltre al video riportato sopra, qui sono state pubblicate anche alcune immagini.

    E rimasero impunitiInfine, in quest’elenco, c’è un personaggio quasi di colore da aggiungere. È Arrigo Molinari. Ex poliziotto, quando concluse la sua carriera in divisa, si congedò con il grado di vicequestore a Genova e di certo negli anni in cui prestò servizio di sé fece parlare. Accadde, in termini clamorosi, quando nel 1981 saltò fuori che il suo nome era incluso nella lista degli iscritti alla P2 con la tessera 767. Sottoposto a provvedimento disciplinare interno, riuscì a cavarsela perché vennero prese per buone le sue motivazioni: lo fece per ragioni di servizio. Per vederci più chiaro nelle attività della loggia, aveva infatti provato – riuscendoci – a infiltrarvisi. Lo stesso raccontò nel maggio 1984 a Carlo Palermo, ai tempi pubblico ministero alla procura di Trento.

    L’inchiesta in corso riguardava traffici di droga e armi che avevano finito, attraverso un finanziere di origine svizzera, per coinvolgere anche il partito socialista e fu un’inchiesta che non giunse mai a termine perché Palermo fu deferito al Consiglio superiore della magistratura. A quel punto la sede a cui venne destinato fu Trapani, dove nel 1985 subì un grave attentato: un’autobomba a lui destinata esplose a Pizzolungo uccidendo una donna alla guida di una vettura che lo stava superando, Barbara Asta, e i suoi due figlioletti. Dopo poco il magistrato lasciò la toga e si dedicò alla professione di avvocato, oltre che di politico.

    Le informazioni che Molinari fornì a Palermo prima di questi fatti erano per la maggior parte de relato e la prima, riferitagli dal suo ufficiale reclutatore, riguardava gli Stati Uniti. Qui – sostenne – sarebbe stato conservato uno degli archivi della P2, che andava riconsiderata in termini internazionali dato che coinvolgeva, oltre a gerarchi sudamericani, come l’ex capo di Stato maggiore della marina militare argentina, Emilio Eduardo Massera, anche esponenti della finanza e della massoneria a stelle e strisce. Lo spirito atlantico che avrebbe cementato i rapporti tra i piduisti italiani e i loro referenti americani sarebbe stato così forte da imporre una riunione presso l’ambasciata statunitense a Roma per analizzare la vittoria elettorale del PCI alle amministrative del 15 giugno 1975.
    (more…)

    Fidel Castro AssassinatedNeatorama pubblica un elenco dei piani più folli della CIA per uccidere Castro. Si va dall’indicarlo come l’anticristo da eliminare nell’imminenza del ritorno del figlio di Dio (scatenandogli contro anche i cattolici) all’ucciderlo in spiaggia con una conchiglia esplosiva, dall’imbottirlo di LSD per farlo finire fuori strada al colpirlo con una macchina da presa che nasconde un’arma da fuoco.

    Alcune di queste storie erano contenute già nel libro di cui era si era parlato un po’ di tempo fa, Cia – Culto e mistica del servizio segreto di Victor Marchetti e John D. Marks. Nel post di Neatorama si aggiunge un altro paio di carte: l’embargo del baseball raccontato nel libro Endless Enemies di Jonathan Kwitny e il ricorso dei fratelli Kennedy al “padre” di James Bond, Ian Fleming, come rievocato in Deadly Secrets di Warren Hinckle e William Turner (gli scrittori di fiction saranno utilizzati anche in altri contesti).

    La copertina del libro riportata accanto a questo post e disponibile su Flickr si riferisce invece all’edizione del 1961 di un libro, Killing Castro, opera di fantasia firmata da Lawrence Block (sotto lo pseudonimo Lee Duncan) uscita nel periodo della crisi della Baia di Porci e rintracciabile solo in un’edizione più recente.

    memorandum del Dipartimento della giustizia UsaLavoro interessante e meritorio quello effettuato da Lsdi e Giornalismo e democrazia con la pubblicazione integrale (in italiano) dei memorandum sulle torture della CIA reso pubblico da Obama. Dall’introduzione di Raffaele Fiengo in merito all’accesso ai documenti pubblici:

    La situazione italiana è pessima. Non solo sui grandi drammi, le stragi e il segreto di Stato. Da una parte la pubblica amministrazione è, quasi per natura, poco trasparente e non ottempera a questi obblighi nemmeno quando ci sono. Se faticosamente si stabilisce che gli uffici stampa pubblici debbono essere coperti da giornalisti neppure allora ciò si traduce immediatamente in un lavoro volto alla conoscenza da parte dei cittadini. La vocazione al ruolo di portavoce è assai forte.

    Molti anni fa, dovevo fare per un settimanale una inchiesta sui treni sporchi. Chiesi invano di avere una copia dei capitolati di appalto con gli specifici obblighi delle imprese di pulizia. Un muro, anche se erano ovviamente strapubblici. Finii per rubarne una copia da un cassetto della Stazione Termini. Scoprii così che ogni treno doveva essere pulito da cima a fondo, compresa la lucidatura degli ottoni, prima di ogni partenza. Nella realtà, riscontrata con i miei occhi, le cose funzionavano così: un signore, all’uscita della stazione accanto ai binari, contava le vetture dei treni che passavano in partenza e tutti venivano dati per puliti e lucidati con relativo pagamento milionario. (Questa storia, ahimè, finì miseramente perché l’inchiesta di dodici pagine fu ridotta a tre in tipografia per intervento del proprietario-direttore su richiesta delle Ferrovie). Non si tratta di vicende solo del passato. Un mese fa su un vagone letto di prima classe in arrivo a Milano da Parigi sono state trovate molte zecche.

    Il giornalismo italiano è più dedito alle opinioni che ai fatti. E non ha, salvo eccezioni, l’abitudine di lavorare sui documenti. Spesso supplisce, su questo terreno, con qualche magistrato amico, con funzionari e gole profonde e il tutto confluisce normalmente nell’informazione schierata. Le imprese editoriali non coltivano l’indipendenza. Nella migliore delle ipotesi cercano una equidistanza quantitativa. Non chiedono ai loro giornalisti di fornire gli elementi per il processo di formazione dell’opinione pubblica.

    Anche per indicare una strada presentiamo questi testi. Sono informazioni materiali, scomode e fastidiose, imbarazzanti. Toccano un campo delicato, la sicurezza nazionale.

    Per il download diretto dei documenti, tutti in formato pdf:

    La traduzione dei memorandum è stata curata da Valentina Barbieri, Matteo Bosco Bortolaso, Barbara Di Fresco, Andrea Fama e Anna Martini.

    2004 CIA Inspector General reportQua è la un po’ di righe nere a mo’ di omissis ci sono, ma il senso generale del discorso illustrato nelle centosessanta pagine del documento in oggetto è chiaro. Si tratta del rapporto datato 7 maggio 2004 e diffuso nei giorni scorsi su detenzione e interrogatori in attività di controterrorismo (file pdf, 10,2 MB) redatto dalla Central Intelligence Agency per il periodo settembre 2001-ottobre 2003. Tirato fuori dal Washington Post e ripreso all’interno di articolo in cui parla l’ex presidente Dick Cheney dichiarando di essere “molto orgoglioso di ciò che abbiamo fatto negli ultimi otto anni in termini di difesa della sicurezza nazionale”, il documento accompagna alcune considerazioni che, dal fronte repubblicano, emergono nei confronti di indagini a carico di alcuni agenti con trascorsi alterni (“Uno schiaffo contro la CIA”). Se oggi, con il cambio di vertice alla Casa Bianca, determinate pratiche sarebbero state dismesse (con evidenti malumori nella vecchia guardia: “[Obama] dovrebbe piuttosto venire a chiederci qual è la formula che abbiamo adottato per proteggere il Paese per tutto questo tempo”), il testo reso pubblico costituisce un utile strumento per capire la piega che ha preso la lotta al terrorismo dopo gli attentati del 2001. L’appendice D, a partire da pagina 142, qualche idea la dà.

  • 1 commento
  • Scritto per storie nere
  • Un po’ di tempo fa si parlava del libro Cia – Culto e mistica del servizio segreto di Victor Marchetti e John D. Marks. Un libro che, per uscire, ha dovuto sfidare nelle aule di giustizia a stelle e strisce l’apparato dell’intelligence statunitense che a tutti i costi voleva impedire che suoi ex dipendenti ne ricostruissero meccanismo e funzionamento. Il settimanale L’espresso attualmente in edicola riporta in trafiletto che mica si riferisce all’inizio degli anni settanta, come il volume in questione, ma che per per certi versi risulta attinente:

    Ufficiali e giornalisti – Nei secoli reporter

    Siamo uomini o caporali? Lo Stato maggiore dell’Esercito non ha dubbi: i giornalisti che indossano la divisa part time e fanno da portavoce nelle missioni internazionali restano sottoposti alla censura per tutta la vita. Si tratta della cosiddetta “riserva qualificata”: redattori, inviati, capiservizio che per guadagno o passione prestano brevi periodi come ufficiali. Ma secondo una nuova circolare quando tornano nelle loro redazioni, devono continuare a chiedere il permesso per qualunque cosa: un articolo, una tesi di laurea, una conferenza, uno scritto epistolare, persino «per messaggistica varia e telefonia cellulare». E non importa l’argomento: è “interesse militare” ogni forma di comunicazione che provenga da un ufficiale. Insomma, in servizio per sempre. Peccato che nessuno li abbia avvertiti al momento dell’arruolamento.

    Wikileaks affair


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