E rimasero impunitiEsce oggi in libreria il libro E rimasero impuniti – Dal delitto Calvi ai nodi irrisolti di due Repubbliche, pubblicato da Socialmente Editore come Il programma di Licio Gelli – Una profezia avverata?, che è una sorta di prima puntata del nuovo. Con prefazione di Paolo Bolognesi, il testo è scaricabile anche dalla Rete perché rilasciato con licenza Creative Commons. E da oggi inizia anche la pubblicazione a puntate del racconto in esso contenuto.

A Voi della Corte è offerta l’occasione
di emettere un verdetto di responsabilità
nei confronti di imputati, signori di impunità,
alcuni dei quali sono stati abituati a considerare
la giustizia un affare domestico.
Requisitoria del pubblico ministero Luca Tescaroli,
Corte d’Assise di Roma, marzo 2007

Il giudice pronuncia sentenza di assoluzione anche quando manca,
è insufficiente o è contraddittoria la prova che il fatto sussiste,
che l’imputato lo ha commesso, che il fatto costituisce reato
o che il reato è stato commesso da persona imputabile
Articolo 530 del Codice di Procedura Penale, Comma 2

Siamo di fronte a un giallo veramente degno di un film di Hitchcock
Sandro Paternostro, Tg2 del 18 giugno 1982

Un cappio arancione

Il battesimo del palco per i Distretto 51, rock band dell’alta Lombardia che nel proprio repertorio ci metteva anche qualche pezzo soul, era fissato per il primo dicembre 1983 in una palestra di Malnate, provincia di Varese. E fu l’inizio di una carriera, per quanto amatoriale, sopravvissuta ai decenni, all’età che incalzava e al progredire delle attività professionali, non sempre conciliabili con prove e fine settimana a suonare nei locali della zona. Eppure i Distretto 51 ci avevano già provato un anno e mezzo prima, con le esibizioni dal vivo. Era tutto pronto. Era stato fissato il giorno, venerdì 18 giugno 1982, e trovato l’ingaggio, una festa di fine naja in una villa di campagna. Ma la formazione non era al completo. Mancava il tastierista, che non c’era quando gli altri montavano gli strumenti e che non si presentò nemmeno più tardi, quando si attaccò a suonare.

Più che innervositi, i componenti dei Distretto 51 erano preoccupati. Non era da lui tirare un pacco del genere. Roberto Maroni, il tastierista, sembrava uno quadrato sia all’università che a Radio Varese, emittente con cui collaborava insieme a Elio Girompini, futura firma del Corriere della Sera e altro elemento della band. E qualcosa era successo davvero. Roberto, che in seguito sarebbe diventato segretario provinciale di un partito a quell’epoca ancora in gestazione, la Lega Lombarda, e che avrebbe scalato i vertici della politica nazionale fino a ricoprire la carica di ministro degli interni, un intoppo ce l’aveva avuto. Mentre già forse tamburellava sulla sua scrivania al Banco Ambrosiano, dove lavorava, si erano presentate le forze dell’ordine. Dipendenti e collaboratori non potevano lasciare la sede perché il presidente dell’istituto di credito, Roberto Calvi, era morto. Lo avevano trovato di prima mattina sotto un ponte di Londra e occorreva compiere qualche verifica prima di scrivere ufficialmente la parola suicidio sul fascicolo aperto sia in Gran Bretagna che in Italia.

Del resto non si trattava della morte di un banchiere qualunque. Tanto per iniziare Calvi nemmeno avrebbe dovuto trovarsi all’estero. Condannato poco tempo prima per reati valutari alla pena di quattro anni di reclusione e a quindici milioni di multa, era libero, in attesa del processo di appello, e l’unica misura cautelare a cui era stato sottoposto era il divieto di espatrio. Per questo nelle sue tasche venne ritrovato un passaporto falso intestato a Gian Roberto Calvini, elemento che ritardò di qualche ora l’identificazione.

Ed era potente, Roberto Calvi. La sua morte improvvisa costituiva lo snodo tra precedenti e successive vicende finanziare che abbracciavano ricchezze vaticane gestite con blasfema disinvoltura, il mondo del crimine organizzato, una ultradecennale guerra fredda combattuta a suon di strategie non ortodosse e dittature d’oltreoceano che con gli oppositori non ci dialogavano, ma li uccidevano.

Nato a Milano nel 1920, il banchiere aveva iniziato al Banco Ambrosiano nel 1947, partendo dai gradini bassi della scala gerarchica interna. E finalmente negli anni Settanta aveva finito di arrampicarsi, su quella scala, tanto che il 15 ottobre 1975 aveva conquistato la carica di presidente. Ma non c’era solo quella. C’era anche la presidenza della Centrale Finanziaria e del Banco Ambrosiano Overseas Limited di Nassau, Bahamas. Inoltre, divenuto vice dell’Istituto Centrale di Banche e Banchieri dopo aver fatto parte del consiglio direttivo, era consigliere del comitato esecutivo del Credito Varesino. Insomma, un impero fondato sul denaro che sembrava inscalfibile.

Ma nel 1978 erano arrivati gli ispettori della Banca d’Italia e i successivi sei mesi erano stati tutti una sudata su archivi contabili, transazioni estero su estero e offshore che spuntavano come funghi. Il verdetto era stato inappellabile: reati valutari. E ne era seguita una prima imputazione per esportazione di capitali su cui la magistratura voleva vederci più chiaro. A Roberto Calvi, in quel periodo, era stato ritirato una prima volta il passaporto, ma non aveva smesso di dedicarsi alla sua creatura. Tanto che quando si volle aumentare di cinquanta miliardi di lire il capitale dell’Ambrosiano, da Palazzo Kock, sede della banca centrale, e dal ministero del tesoro arrivò un nulla osta.

E poi c’era un boccone succulento che doveva aggiungersi al resto del patrimonio: il Corriere della Sera. Il cappio intorno alla famiglia Rizzoli e alle sue attività editoriali era stato gettato nel 1974, quando erano state acquistate le quote dei Moratti, e si era stretto nel 1977, anno in cui si decise di rilevare l’ultimo terzo in mano alla Fiat. Ma le banche – con l’eccezione dell’Ambrosiano, delineatosi come l’extrema ratio dell’operazione – non ne volevano sapere di sostenere la casata di editori milanesi. Licio Gelli, in compagnia dei suoi fedeli Umberto Ortolani e Bruno Tassan Din, fece sapere che ci avrebbero pensato loro, insieme a Calvi. E così il 29 aprile 1981, la Centrale Finanziaria aveva acquistato il 40 per cento delle azioni del gruppo assumendone il controllo. Di fatto, come ricostruirà Angelo Rizzoli e come racconteranno le sentenze, fu un acquisto con successiva distrazione del denaro. Il quale, ammontante a 140 miliardi di lire e partito alla volta di una società di Monrovia, Liberia (la Zirca Corporation, con Rizca che stava appunto per «Rizzoli capitale»), finirà per essere dirottato su conti del Banco Ambrosiano Andino passando attraverso la Rothschild Bank di Zurigo.

Ma in quello stesso periodo al lavoro c’era la commissione parlamentare d’inchiesta sul caso di Michele Sindona, il banchiere di Patti, provincia di Messina, artefice di un altro impero finanziario che partiva dall’Italia, percorreva mezza Europa e arrivava negli Stati Uniti. Venne indicato da Giulio Andreotti come il «salvatore della lira», ma finì la sua carriera con una bancarotta fraudolenta dopo aver imperversato con i soldi dei finanziamenti illeciti a partiti e politici e con la mafia da una parte e dell’altra dell’Atlantico. Condannato anche per l’omicidio dell’avvocato Giorgio Ambrosoli, liquidatore delle sue banche, Sindona negli sfolgoranti anni del suo successo era diventato di fatto un partner in affari dello IOR (l’Istituto per le Opere di Religione, la banca vaticana) grazie anche all’intercessione di un uomo legato all’entourage di Richard Nixon, David Matthew Kennedy.

Quando tra il 1974 e il 1975 il posto del banchiere siciliano si liberò obtorto collo, a prenderlo fu Roberto Calvi, che fece asse con Paul Marcinkus, un colosso di vescovo nato negli Stati Uniti da famiglia lituana e insediatosi dal 1971 al 1981 ai vertici dello IOR. In quegli anni successe di tutto: speculazioni immobiliari, mazzette (compresa la maxi tangente Enimont, la cui «movimentazione» viene ricostruita nel libro Vaticano Spa dal giornalista Gianluigi Nuzzi, che ha lavorato sugli archivi di monsignor Renato Dardozzi, consigliere della Segreteria di Stato della Santa Sede), trucchi tributari per convogliare all’estero stupefacenti quantità di denaro, riciclaggi per mezzo mondo che approdavano nell’Europa orientale e in primis nella cattolica Polonia, patria di Giovanni Paolo II, per sostenere organizzazioni anticomuniste come il sindacato Solidarność di Lech Wałęsa. Di questo aspetto, però, si parlerà più avanti. Ora si deve tornare alla commissione parlamentare su Sindona e all’indagine condotta a Milano da Gherardo Colombo e Giuliano Turone.

I quali, sulle tracce della «lista dei cinquecento», documento sul quale sarebbero stati elencati coloro che avevano usato il reticolo bancario di Sindona per esportare valuta all’estero, si imbatterono nel maggio 1981 invece in un’altra lista: quella degli iscritti alla loggia massonica segreta Propaganda 2 (P2) di Licio Gelli. A quella loggia, oltre ad alti vertici militari e civili dello Stato, imprenditori, politici, giornalisti e fiancheggiatori dei regimi sudamericani, c’erano anche banchieri. E tra loro, c’era Roberto Calvi. Per il quale si aprirono le porte del carcere di Lodi il 20 maggio 1981. Le accuse riguardano le già citate violazioni valutarie, ma Calvi, mal tollerando la detenzione, inscenò un suicidio e ottenne la libertà provvisoria.

Malgrado questo parziale sospiro, la sua caduta però proseguì inarrestabile. Pur essendo tornato a dirigere il Banco Ambrosiano, aveva paura e doveva sistemare in fretta un po’ di questioni prima che quelle questioni lo facessero sprofondare nella bancarotta e di nuovo nella carcerazione. Forse una leggera schiarita doveva averla intravista il 5 maggio 1982, una decina di giorni dopo l’attentato contro il suo vice, Roberto Rosone, quando la Banca d’Italia autorizzò la quotazione dell’Ambrosiano. Ma il 17 giugno l’operazione venne sospesa e a quel punto stava per giungere a conclusione anche la vita di Calvi.

Quel giorno, però, a ventiquattr’ore dal cappio arancione sotto un ponte di Londra, giunse a conclusione la vita della fidata segretaria cinquantacinquenne del banchiere, Graziella Corrocher, lanciatasi dal quarto piano della sede del Banco Ambrosiano. Di lei Sindona disse che per un periodo aveva conservato gli archivi della P2, ma la donna, prima di gettarsi nel vuoto, non fece accenno a niente del genere e lasciò un messaggio che non firmò e in cui stigmatizzava la condotta del suo capo, responsabile dei danni arrecati a banca e dipendenti.

Questi, dunque, sono solo alcuni elementi che fanno dar ragione a Sandro Paternostro quando, nella diretta londinese del Tg2 del 18 giugno 1982, disse di essere «di fronte a un giallo veramente degno di un film di Hitchcock». Un giallo che toccò il suo apice con un corpo appeso sotto al ponte dei Frati Neri. Ma che non si concluse con le indagini per il finto suicidio del banchiere. Quella che segue è infatti una storia di altri suicidi o presunti tali, di omicidi, di scomparse, di morti accidentali quanto mai tempestive. È la storia di ammazzamenti tra banditi, di rapine con bottini da capogiro, di fiumi di cocaina, di antiquari fin troppo imparentati con cosa nostra. È la storia di smaliziate pupe sensibili al fascino del denaro e di neofascisti riparati all’estero. E di sacre ricchezze su cui si vorrebbe stendere un velo molto poco pio. Vicende, ognuna di queste, che si intrecciano con quella del banchiere Calvi in modo qualche volta viscerale e in altri
casi per poco più di una circostanza fortuita. Ma tutto ciò contribuisce a ricostruire un mosaico di impunità ancora oggi lontane dall’essere intaccate.