E rimasero impuniti: la scomparsa di Jeanette May e quei resti ritrovati in montagna

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E rimasero impunitiUn tempo Jeanette aveva portato anche un altro cognome: era quello del primo marito, Evelyn Rothschild, finanziere britannico discendente della potente famiglia che già nell’Ottocento controllava mezza Europa e anche un pezzo di Medioriente. Banche, ferrovie, testate giornalistiche, energia e petrolio alcuni dei settori di attività dei Rothschild. La ragazza, invece, nata nel 1940, era di estrazione borghese e tra i parenti illustri poteva annoverare solo uno zio ingegnere, sir Stanley George Hooker, a cui la Rolls Royce e la Bristol Aero Engines dovevano alcune delle loro principali migliorie meccaniche.

Giovane e bella, Jeanette aveva sposato il rampollo della potente famiglia britannica nel 1966 acquisendo il titolo nobiliare di baronessa, ma il matrimonio era durato solo cinque anni. Dopo il divorzio convolò a nuove nozze con Stephen May, ex direttore del personale della John Lewis Partnership, società britannica che si occupa di vendita al dettaglio e grande distribuzione, che lasciò l’Inghilterra all’inizio degli anni Ottanta per andare a vivere in Australia, dopo aver peregrinato un po’ in giro per il pianeta.

Prima di questo, però, i coniugi May avevano acquistato una casa in Italia, nelle Marche, e l’avrebbero usata, una volta ristrutturata, per trascorrervi qualche giorno di vacanza. Il giorno prima della rapina da Christie’s, il 29 novembre 1980, Jeanette, che aveva 42 anni, e la sua guida Gabriella erano salite sull’auto che utilizzavano in quel periodo, una Peugeot 104 nera targata Siena e ritrovata diciassette giorni dopo a Fonte Trucchia di San Liberato. Alle 14,30 avrebbero dovuto incontrare un agricoltore di Sarnano che aveva venduto alla donna inglese l’abitazione e i tredici ettari di terreno circostanti, ma non si presentarono. Da quanto fu possibile ricostruire, però, alle 16 erano state viste in uno spaccio di materiale edile e alle 17 nei dintorni dell’hotel in cui alloggiavano, l’albergo «Ai Pini». Alle 19, inoltre, erano nella piazza principale del paese pronte per andare in montagna, nonostante stesse iniziando a nevicare. Di lì, poi, più nessuna traccia.

Ciò che restava dei corpi, scheletrizzati dopo essere diventati pasto per animali selvatici, fu ritrovato da alcuni cacciatori di cinghiali solo il 27 gennaio 1982. Si trovavano nei pressi di Fiastra, in provincia di Macerata, non lontano da un lago artificiale diventato località turistica. Per alcuni anni non si seppe stabilire se si fosse trattato di morti accidentali o di un duplice delitto e solo nel 1985 si iniziò a parlare ufficialmente di omicidio premeditato. Ufficiosamente, però, che per Jeanette fosse finita male per mano di qualcuno si diceva da tempo. Quando scomparve, infatti, vennero tirate in mezzo le ipotesi più varie dalla stampa: da traffici di opere d’arte al contrabbando di preziosi, dalla droga alle armi fino ad arrivare al terrorismo nero, alla P2 e al delitto Calvi.

A sostegno di queste teorie, si provò infatti che Sergio Vaccari Agelli e Jeanette May si conoscevano e ci fu chi testimoniò raccontando che i due sarebbero stati soci in affari che riguardavano qualche pezzo buono sfilato alla famiglia Rothschild dopo il divorzio. Le discutibili frequentazioni della donna, dunque, non avrebbero lasciato presagire nulla di buono dopo la sua sparizione. Inoltre a pochi giorni dalla scomparsa e dal furto di Christie’s, all’hotel di Sarnano in cui l’inglese e la sua guida si erano fermate arrivò un telegramma spedito da Roma e indirizzato a “Jeanine May”. Il testo, riportato da Philip Willan nel suo L’Italia dei poteri occulti, recitava: «Ti aspettiamo giovedì in via Tito Livio 130, appartamento 130. Roland». Lo stesso indirizzo e la stessa firma comparsi su un altro telegramma inviato qualche giorno prima alla sede romana di Christie’s per indicare dove si trovava la refurtiva appena svaligiata. E – fa notare ancora Willian – di nuovo lo stesso indirizzo (ma con civico diverso, il 76 invece del 130) di Pippo Calò, altro personaggio che con la vicenda Calvi finirà per entrarci in modo tutt’altro che marginale.

Nel 1985 il giudice istruttore di Macerata Alessandro Iacoboni scrisse la parola omicidio sul fascicolo May-Guerin dopo essersi opposto a una prima richiesta di archiviazione avanzata dalla procura. E nelle settimane successive aveva parlato di questo caso al giornalista Franco Coppola di Repubblica. «Ho avuto in mano l’inchiesta alla fine dell’82 e da allora non ho fatto che imbattermi in fatti strani, “paralleli” alla mia inchiesta. A cominciare dal furto di gioielli alla casa d’aste […] di piazza Navona per finire all’omicidio dell’antiquario Sergio Vaccari […]. Non ho fatto che trovare sulla mia strada collegamenti, in qualche caso generici, con altre inchieste in corso in tutta Italia. Ho fatto anche un rapporto per la procura di Roma a proposito delle foto trovate nella cassetta di sicurezza di Vaccari che ritraggono alcuni dei preziosi rubati alla Christie’s, ma non so se sia sfociato in un procedimento contro ignoti per ricettazione o sia rimasto allo stato di “atti relativi”. Resta il fatto che nella mia inchiesta è entrato di tutto, proveniente, si badi bene, da atti ufficiali, non certo dalla fantasia dei giornalisti o dalle lettere anonime che pure hanno arricchito il fascicolo».

E intanto Iacoboni – nel frattempo incaricato di indagare anche su una denuncia per armi ed esplosivi presentata dal leader di Avanguardia Nazionale Stefano Delle Chiaie contro l’ex ufficiale piduista dei servizi segreti Antonio La Bruna, condannato per i depistaggi sulla strage di piazza Fontana del 12 dicembre 1969 – aspettava una perizia necroscopica effettuata solo sul corpo di Gabriella Guerin perché quello di Jeanette era stato cremato. Una perizia che dicesse qualcosa di più sulle cause della morte, tutt’altro che chiare. Quando arrivò, qualche mese più tardi, escluse una volta per tutte l’assideramento e sembrò propendere per lo strangolamento, anche se non con matematica certezza: le ossa ritrovate comprendevano l’85 per cento circa dello scheletro e mancava una parte di quelle del collo. Nulla però si poté aggiungere sull’identità degli assassini né sul movente, che comunque avrebbe dovuto essere collegato alle frequentazioni malavitose di Jeanette.

Di fatto, questa vicenda alla fine scivolò verso la seconda e definitiva archiviazione. Ma in quegli anni la polemica giudiziaria avrebbe riguardato un altro aspetto della vicenda: a divampare fu infatti la questione della taglia da 100 milioni di lire che il marito di Jeanette aveva promesso a chi avesse fornito informazioni utili. Quando uno dei cacciatori che rinvennero i cadaveri chiese il denaro, il manager inglese si rifiutò di pagare perché – sostenne – si era trattato di un ritrovamento casuale e la bagarre pecuniaria finì davanti a un giudice che impose il versamento di un quarto della somma.

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