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Xaaraan – Il blog di Antonella Beccaria

Non credo nelle otto del mattino. Però esistono. Le otto del mattino
sono l'incontrovertibile prova della presenza del male nel mondo
Gli ultimi giorni, Andrew Masterson


E rimasero impunitiUn tempo Jeanette aveva portato anche un altro cognome: era quello del primo marito, Evelyn Rothschild, finanziere britannico discendente della potente famiglia che già nell’Ottocento controllava mezza Europa e anche un pezzo di Medioriente. Banche, ferrovie, testate giornalistiche, energia e petrolio alcuni dei settori di attività dei Rothschild. La ragazza, invece, nata nel 1940, era di estrazione borghese e tra i parenti illustri poteva annoverare solo uno zio ingegnere, sir Stanley George Hooker, a cui la Rolls Royce e la Bristol Aero Engines dovevano alcune delle loro principali migliorie meccaniche.

Giovane e bella, Jeanette aveva sposato il rampollo della potente famiglia britannica nel 1966 acquisendo il titolo nobiliare di baronessa, ma il matrimonio era durato solo cinque anni. Dopo il divorzio convolò a nuove nozze con Stephen May, ex direttore del personale della John Lewis Partnership, società britannica che si occupa di vendita al dettaglio e grande distribuzione, che lasciò l’Inghilterra all’inizio degli anni Ottanta per andare a vivere in Australia, dopo aver peregrinato un po’ in giro per il pianeta.

Prima di questo, però, i coniugi May avevano acquistato una casa in Italia, nelle Marche, e l’avrebbero usata, una volta ristrutturata, per trascorrervi qualche giorno di vacanza. Il giorno prima della rapina da Christie’s, il 29 novembre 1980, Jeanette, che aveva 42 anni, e la sua guida Gabriella erano salite sull’auto che utilizzavano in quel periodo, una Peugeot 104 nera targata Siena e ritrovata diciassette giorni dopo a Fonte Trucchia di San Liberato. Alle 14,30 avrebbero dovuto incontrare un agricoltore di Sarnano che aveva venduto alla donna inglese l’abitazione e i tredici ettari di terreno circostanti, ma non si presentarono. Da quanto fu possibile ricostruire, però, alle 16 erano state viste in uno spaccio di materiale edile e alle 17 nei dintorni dell’hotel in cui alloggiavano, l’albergo «Ai Pini». Alle 19, inoltre, erano nella piazza principale del paese pronte per andare in montagna, nonostante stesse iniziando a nevicare. Di lì, poi, più nessuna traccia.
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  • Scritto per storie nere
  • Domani di Maurizio ChiericiQualcuno, all’interno delle Brigate Rosse, ha ammesso che contatti con il Mossad, il servizio segreto israeliano, ci furono. Ne parlò il brigatista Alfredo Bonavita al giudice Ferdinando Imposimato raccontando che, tra il 1971 e il 1973, “tramite un professionista appartenente al Psi e comunque all’area socialista di Milano, esponenti non clandestini delle Br ricevettero dall’Istituto l’offerta di armi e coperture anche all’interno di alcuni settori degli apparati statali, nonché addestramento militare, richiedendo in cambio un più accentuato impegno diretto alla destabilizzazione della situazione italiana”.

    Perché? Perché gli Stati Uniti, sempre secondo Bonavita, erano troppo concentrati sul penisola. Occorreva dunque indurli ad ampliare i loro orizzonti, attribuendo a Israele un ruolo di maggior rilevanza sullo scacchiere del Mediterraneo. Le Brigate Rosse rifiutarono, stando ancora a quanto dice il terrorista, ma non per questo la benevolenza del Mossad nei loro confronti venne meno. Anzi, al sostegno alla lotta armata in Italia ci avrebbero pensato da Tel Aviv.

    Tanto che in effetti servizi israeliani un favore ai terroristi italiani lo fecero. Era il 1973 e rivelarono ai brigatisti che tal Marco Pisetta, un presunto traditore sparito dalla circolazione, si nascondeva in Germania e, più precisamente, a Friburgo. Ma quando un commando delle Br andò a cercarlo, di quello già non c’era più traccia. Una versione leggermente diversa dei fatti la darà però un altro personaggio che passerà per pentito del terrorismo pur infarcendo le sue dichiarazioni di falsità.
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    Su Kaizenology viene pubblicato un lungo post incentrato sulle figure del Gatto e della Volpe im cui si scrive che:

    Non starò quindi a ripetere cose che già in altre sedi e in altri tempi sono state dette, esaminate, commentate e ricommentate. Quello che invece mi preme far notare e che forse potrebbe sorprendere e disorientare qualche nostro concittadino è che da quel carrozzone polveroso e malandato chiamato “Italia” i due signori in questione non sono ancora scesi. Sono ancora lì, invecchiati e forse stanchi, ai loro posti di comando, un po’ defilati dal palco al riparo dai riflettori del presente, ma comunque vivi e pronti a fare la loro parte. Per fortuna di nuovo in molti se ne sono accorti: giornalisti e scrittori che con poche forze e poco sostegno provano a far riemergere la verità dei fatti, tentano di far sapere al resto d’Italia e del mondo che il Gatto e la Volpe hanno forse perso il pelo ma non il vizio.

    E si citano tre episodi che accostano per versi differenti i due personaggi politici italiani: il volo che il 20 giugno 1973 avrebbe dovuto riportare in patria Juan Domingo Peròn; il ritrovamento del memoriale Moro il 1 ottobre 1978 in via Montenevoso a Milano; e le registrazioni consegnate nel 1991 al giudice Guido Salvini dal capitano Antonio La Bruna. Da leggere, dunque, questo testo di Kaizen.

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