E rimasero impuniti: il finto suicidio del padre del pentito e l’omicidio dell’antiquario trafficante

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E rimasero impuniti Partiamo con il ricorso al suicidio simulato. Per esempio si dovette attendere fino all’inizio del marzo 2003 per avere la conferma che Girolamo La Barbera non si era ammazzato da solo, ma che era stato assassinato. Lo ricordò nel corso delle indagini per il delitto Calvi il boss di cosa nostra Giovanni Brusca e ad accertarlo fu la DIA (Direzione investigativa antimafia) di Palermo, che, basandosi su dubbi che aleggiavano da oltre un decennio, trovò un avallo proprio nelle dichiarazioni del mafioso. Il quale fece anche i nomi dei presunti assassini: Domenico Raccuglia, Francesco Caffrì, ucciso anche lui nel 1996, e Michele Traina.

Anche nel caso della morte di La Barbera, l’intenzione era quella di far pensare che l’uomo, 69 anni, avesse di propria volontà fatto passare una corda intorno a una trave della sua stalla, ad Altofonte, in provincia di Palermo. Poi, tra i pochi bovini che ancora c’erano, si ipotizzò che fosse salito su una sedia, si fosse stretto il cappio intorno al collo e con un calcio fosse rimasto appeso.

Era il 10 giugno 1994 e il corpo dell’uomo, ritrovato intorno alle otto del mattino, non era soltanto quello di un qualsiasi anziano disperato. Suo figlio si chiamava Gioacchino. Nato nel 1959, era quel Gioacchino La Barbera affiliato alla cosca locale fin dall’inizio degli anni Ottanta e che prese il posto di Bernardo Brusca, padre di Giovanni, dopo il suo arresto, nel 1986. La storia giudiziaria di cosa nostra racconta che anche a lui si deve la stagione di terrore delle stragi del 1993 a Firenze, Milano e Roma. Ma, una volta arrestato, iniziò a collaborare con la giustizia autoaccusandosi dell’omicidio del giudice Giovanni Falcone a Capaci, oltre che del suo coinvolgimento dell’eliminazione di Salvo Lima.

Ad Altofonte, nel periodo in cui La Barbera figlio collaborava, il clima per Girolamo non era positivo. Dovunque andasse, al bar o a passeggio, nei campi o in chiesa, avvertiva gli sguardi di riprovazione che si riservano a chi ha tradito, ma anche ai parenti dei traditori. Girolamo, rimasto vedovo da tempo e messo all’indice pure dai familiari, era del tutto abbandonato a se stesso e la situazione non era mutata nemmeno dopo aver sconfessato Gioacchino. Così, mosso da vergogna propria e ostilità altrui, l’ipotesi del suicidio non sarebbe nemmeno stata così implausibile. E infatti gli inquirenti non la esclusero. Ma non esclusero neanche altro, come una vendetta trasversale. E poi, oltre alla spinosa situazione dei La Barbera, Altofonte era un paese che ne racchiudeva anche altri, di fatti strani concomitanti.

Il 23 novembre precedente, infatti, su ordine di Giovanni Brusca era stato sequestrato Giuseppe Di Matteo, undici anni, figlio di Santino «Mezzanasca», un altro dei killer di Capaci divenuto collaboratore di giustizia. La vicenda, un’evidente pressione per costringere l’uomo a ritrattare, si protrasse per 779 giorni durante i quali il ragazzino venne segregato e torturato. Infine, l’11 gennaio 1996, i suoi rapitori lo strangolarono e lo sciolsero nell’acido. In una storia giudiziaria che lasciò spesso l’amaro in bocca, il suo carceriere, Stefano Bommarito, dopo aver subìto una condanna a ventidue anni di reclusione, dall’aprile 2009 ha visto accogliere la richiesta dei suoi legali ed è stato affidato ai servizi sociali, dopo che già era agli arresti domiciliari. Anche due degli uomini che uccisero il ragazzino e ne distrussero poi il corpo, Enzo Salvatore Brusca e Giuseppe Monticciolo (che agirono con Vincenzo Chiodo), hanno ottenuto i domiciliari.

Torniamo però all’apparente suicidio di Girolamo La Barbera e al terzo evento che accadeva in concomitanza ad Altofonte e che si ricollegava alla scomparsa di Giuseppe. Suo padre, protetto in una struttura della Direzione investigativa antimafia della capitale, il 9 giugno fece perdere le sue tracce e gli investigatori temettero una fuga che mandasse a gambe all’aria il programma derivato dal suo pentimento. Ma Di Matteo ricomparve trentasei ore dopo presentandosi alla questura di Terni. Non aveva tentato di scappare, spiegò, il suo unico scopo era quello di parlare del figlio con una famiglia di Palermo che viveva nella città umbra per ottenerne la liberazione.

A cavallo dell’apparente suicidio di La Barbera senior, insomma, su Altofonte si concentravano fatti e pentimenti puniti. Troppi per essere considerati coincidenze e dunque sulla morte dell’anziano occorreva andarci cauti. «Stiamo raccogliendo tutti gli elementi per potere esprimere una valutazione su una situazione che non ci appare chiara» commentò a caldo il procuratore di Palermo Giancarlo Caselli. E infatti quell’impiccagione, per quanto meno elaborata del caso Calvi, era da inserire in un fascicolo per omicidio.

Di un’altra morte, invece, non si ipotizzò mai che fosse stato un suicidio. Sergio Vaccari Agelli, si disse, era stato una delle ultime persone a vedere vivo Roberto Calvi: insieme – avevano iniziato a raccontare tra la fine del 1982 e il 1983 alcuni rapporti della guardia di finanza di Trieste – avrebbero partecipato all’ultima cena del banchiere dopo che questi era stato prelevato dal Chelsea Cloister per ordine di Licio Gelli e di Flavio Carboni. Figlio di tipografi milanesi, Vaccari viveva a Londra dove ufficialmente faceva l’antiquario e aveva messo su un negozio in Kensington Park Road. Inoltre era socio di una ditta di restauro. D’indole violenta e politicamente orientato a destra, di fatto, però, per sostenere la vita agiata che conduceva trafficava in opere d’arte rubate, in droga e, riferisce il giornalista Philip Willan, anche in pornografia.

A parlarne fu un confidente triestino delle fiamme gialle, Elio Paoli, conosciuto anche come la «fonte Podgora», poi ritenuto inattendibile dalla seconda sezione della Corte d’Assise di Roma che doveva giudicare in primo grado gli imputati del delitto Calvi (ma la procura capitolina, anche su questo punto, ha ribadito il proprio disaccordo nell’atto d’appello e ha ridato corpo alle confidenze di Paoli). E il ruolo più delicato di Vaccari, in contatto con Silvano Vittor, sarebbe stato quello di procurare un’imbarcazione, la «Ram Road», ormeggiata nei pressi di casa sua e utilizzata – si ipotizzò – per portare il corpo del banchiere sotto il ponte dei Frati Neri e appenderlo già morto all’impalcatura.

L’antiquario era un uomo di collegamento tra la criminalità italiana e quella inglese e non era il solo in famiglia a intrattenere frequentazioni discutibili.
Suo fratello era infatti socio in affari di un altro imputato del delitto Calvi, Ernesto Diotallevi. Il quale, accusato di aver portato all’aeroporto triestino di
Ronchi dei Legionari il passaporto falso intestato a Gian Roberto Calvini trovato addosso al cadavere, era a propria volta uomo di raccordo tra la Banda della Magliana e la cosa nostra di Pippo Calò, altro presunto complice nel delitto del ponte dei Frati Neri.

Inoltre Vaccari era nome noto agli investigatori londinesi anche perché coltivava relazioni con personaggi come Licio Gelli. E fece una brutta fine: lo trovarono morto il 16 settembre 1982 nella sua abitazione inglese, al 68 di Holland Park, non distante dal ponte di Calvi. Chi si era introdotto a casa sua gli aveva fracassato la testa e lo aveva pugnalato una quindicina di volte al viso, al collo e al petto.

Presto iniziarono a circolare voci su quel delitto. Voci secondo cui la vittima sarebbe stata torturata e le ipotesi più suggestive mettevano in relazione i denti strappati a Vaccari con una minaccia rivolta al banchiere in quegli ultimi giorni, prima della partenza per la Gran Bretagna. La mafia, quando decideva di vendicarsi su qualcuno, poteva ricorrere anche al supplizio e al banchiere, persi i soldi che gli sarebbero stati affidati dalla criminalità siciliana per il tramite di Pippo Calò, l’avrebbero fatta pagare così. Solo che davanti al boia di cosa nostra non ci sarebbe stato lui, ma sua figlia, Anna Calvi. Giusto perché si ricordasse bene dei propri errori.

Veri o presunti che fossero questi avvertimenti, fu comunque Vaccari a essere sottoposto a quel trattamento. E probabilmente chi lo giustiziò non gli era sconosciuto. Va infatti aggiunto che non avrebbe reagito all’aggressione, avvenuta intorno alle 20 della sera precedente, secondo le perizie mediche: oltre a non aver lottato, non aveva nemmeno tentato di usare la sua pistola né una specie di katana dissimulata da normale bastone che teneva per ogni evenienza. Inoltre l’uomo doveva aver aperto la porta ai suoi assassini, mancando segni di effrazione sull’ingresso.

Per dare una spiegazione a quella che è stata descritta come una vera mattanza, in un primo momento si pensò a un qualche regolamento di conti tra narcotrafficanti. Vaccari era appena rientrato da Roma con una partita di cocaina e, a giudicare dalle bilance elettroniche e da altre sostanze trovate in giro, stava tagliando e confezionando le dosi. C’era poi un pandoro scavato dall’interno e Vaccari era noto per aver tentato di dribblare i controlli di frontiera ricorrendo a dolci natalizi italiani, sui quali non venivano effettuate verifiche. Guai per la polvere bianca, del resto, li aveva poi passati già anche all’estero. Nell’agosto 1978, infatti, era stato arrestato insieme a una donna, Patricia Noriega, all’aeroporto di Los Angeles dove era appena giunto da Lima con un volo di una linea brasiliana. Nel suo bagaglio c’erano quasi due chili e mezzo di coca. Ma se la cavò con una sentenza piuttosto mite, rispetto a quanto prevede il codice penale di un Paese proibizionista come gli Stati Uniti: due anni di libertà vigilata, cinquecento dollari di ammenda e l’espulsione.

Di certo, per la sua morte, si escludeva il movente della rapina, dato che chi aveva agito non aveva preso pezzi della refurtiva di un colpo messo a segno nel 1980 alla filiale di piazza Navona di Christie’s (cinquecentomila sterline il valore del maltolto). Non erano stati toccati nemmeno due passaporti lasciati in giro, uno italiano e autentico e un altro inglese, contraffatto. Però, proprio sul discorso rapina a Christie’s, si introduce in questa storia un’altra morte strana. È quella di Jeanette May Bishop, scomparsa un paio d’anni prima di questi fatti, il 29 novembre 1980, insieme alla sua guida e interprete, Gabriella Guerin, quarantenne di origine friulana.

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