Boris Giuliano: 37 anni dopo l’omicidio di un precursore delle indagini antimafia

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Boris Giuliano

È finita sul piccolo schermo la storia del capo della squadra mobile di Palermo trucidato il 21 luglio 1979 da Leoluca Bagarella, il boss corleonese che gli sparò alle spalle sette proiettili calibro 7.65 in un bar, il Lux. Su Rai 1, infatti, il 23 e il 24 maggio scorsi l’attore Adriano Giannini ha interpretato Boris Giuliano nell’omonima fiction diretta da Ricky Tognazzi che ne ha ricostruito la storia.

Una storia che finisce in un locale non a caso. Quello di via De Blasi, infatti, è un posto che Giuliano frequenta abitualmente. Quando le scuole sono aperte, ci si ferma a comprare la merenda per i figli e quando invece è tempo di vacanze ci passa per un caffè. Da solo, nonostante le minacce, come quella giunta solo il giorno prima: «Morirai».

Il poliziotto è uno che dà fastidio. Per primo, in anticipo rispetto al celebre «follow the money» di Giovanni Falcone, si è messo sulle tracce dei proventi del narcotraffico internazionale di Cosa nostra. Non a caso lui e i suoi uomini bloccano all’aeroporto di Punta Raisi due valigie con quasi 500 mila dollari. Lavora con l’Fbi e la Dea, l’agenzia statunitense che si occupa di antidroga. All’università ha trascorso un periodo in Gran Bretagna dove ha imparato alla perfezione l’inglese e nel 1975 vola a Quantico, in Virginia, dove frequenta un corso di perfezionamento.

Dopo la laurea in giurisprudenza, nel 1956, scalpita. Poteva rimanere a fare il manager per la Plastica Italiana, ma lui vuole entrare in polizia. Non solo, vuole anche andare a Palermo, dove arriva nel 1963, nel periodo della strage di Ciaculli e della «stagione delle Giuliette» che esplodono. All’inizio lo mettono a seguire pratiche amministrative, ma Boris Giuliano alla fine arriva alla squadra mobile. Da allora, con i suoi uomini, si occupa di casi delicati, come l’omicidio di Mario Francese del Giornale di Sicilia, ucciso a inizio 1979, la scomparsa di un altro cronista, Mauro De Mauro, e poi l’assassinio del democristiano Michele Reina.

Ma l’«inizio della fine», per usare le parole di Paolo Borsellino, che allora era il giudice istruttore che indagò sull’omicidio di Giuliano, coincide con la caccia alle raffinerie che lavoravano per la mafia siciliana e per quella di New York. E poi, il 26 aprile 1979, scopre il covo di corso dei Mille 196 effettuando tre fermi eccellenti. A quel punto iniziano le minacce, ma gli arresti non si bloccano, come quello di Pietro Marchese, Antonino Marchese e Antonino Gioè. Però ci si avvicina a un altro pezzo grosso, Leoluca Bagarella. Che a quel punto agisce, ma non per decisione sua. Otto anni e mezzo dopo, con la sentenza del maxiprocesso di Palermo e poi ancora nel 1995, salteranno fuori le famiglie dei mandanti. Sono i Marchese, Madonia, Calò, Brusca, Geraci, Greco, Provenzano e Riina.

(Questo articolo è stato pubblicato sul settimanale In famiglia)

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