Il boss: Luciano Liggio, da Corleone a Milano, una storia di mafia e complicit

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Il boss

Dal 1 febbraio 2018 in libreria il libro Il Boss – Luciano Liggio: da Corleone a Milano, una storia di mafia e complicit, scritto a quattro mani con Giuliano Turone (prefazione di Carlo Lucarelli). Pubblicato da Castelvecchi, racconta una storia di mafia al nord che va molto indietro nel tempo. E che dimostra due affermazioni: da un lato, le infiltrazioni della criminalit organizzata sono realt ormai superata perch attuale gi oltre quarant’anni fa; dall’altro, le trattative tra mafia e Stato, in Italia, sono state molteplici e la latitanza di Liggio pu essere una di quelle. Ecco i contenuti della quarta di copertina:

Il 1974 fu un anno senza ritorno. Un anno in cui non fu pi possibile sostenere che la mafia a Milano non esisteva. Non solo esisteva, ma si era pienamente insediata. L’indagine che, partendo dai sequestri di Pietro Torielli e Luigi Rossi di Montelera, condusse alla cattura di Luciano Liggio, la “primula rossa di Corleone”, dimostr anche altro: l’esistenza di stretti legami con ambienti eversivi e golpisti, la costruzione di solide imprese nell’economia legale e lunghissime latitanze dorate che non avrebbero potuto essere tali senza qualche copertura. Questa una storia in cui il confine tra crimine e mondo legale pu finire per confondersi, fino a non essere pi visibile. Rispetto a quanto raccontano gli atti giudiziari, spesso inediti, in questo testo ci sono i ricordi in prima persona di un magistrato che le indagini non solo le ha condotte, ma le ha vissute.

Palermo, 38 anni fa l’omicidio di Boris Giuliano: la mafia decise di eliminare un investigatore troppo pericoloso

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Boris GiulianoGli hanno sparato alle spalle sette proiettili 7.65. A essere puntata contro Giorgio Boris Giuliano, 49 anni, capo della squadra mobile di Palermo, una Beretta semiautomatica che si trova da almeno venticinque o trenta centimetri da lui. una mattina di pieno luglio, il 21 per la precisione, e malgrado la stagione estiva sia nel pieno, il vicequestore aggiunto esce dall’appartamento preso in affitto in via Alfieri a fine 1963 e varca la soglia del bar Lux di via De Blasi, a Palermo.

Chi lo incrocia quel mattino, se ne stupisce quasi perch Giuliano di solito ci andava quando accompagnava i figli a scuola, approfittando di quel caff per comprare loro le merende. Invece il 21 luglio 1979 si ferma l. Ordina un espresso e sul momento nessuno, nemmeno il titolare del locale, Giovanni Siragusa, che solo il 20 luglio precedente aveva ricevuto una lettera anonima su cui c’era scritto con timbri a inchiostro Morirai tu e Contrada, sembra notare un uomo che entra appena dopo.

sui 35 anni, alto approssimativamente poco meno di un metro e 70, robusto e con braccia poderose, fitti capelli castano scuri su un volto senza barba n baffi. Elementi che l per l non sembrano poter condurre in tempi rapidi a dare un nome al killer. Ma l’identikit elaborato nelle ore successive al delitto porta a Giacomo Bentivenga. Identit confermata nel giro di breve anche da una confidenza.
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Boris Giuliano: 37 anni dopo l’omicidio di un precursore delle indagini antimafia

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Boris Giuliano

finita sul piccolo schermo la storia del capo della squadra mobile di Palermo trucidato il 21 luglio 1979 da Leoluca Bagarella, il boss corleonese che gli spar alle spalle sette proiettili calibro 7.65 in un bar, il Lux. Su Rai 1, infatti, il 23 e il 24 maggio scorsi l’attore Adriano Giannini ha interpretato Boris Giuliano nell’omonima fiction diretta da Ricky Tognazzi che ne ha ricostruito la storia.

Una storia che finisce in un locale non a caso. Quello di via De Blasi, infatti, un posto che Giuliano frequenta abitualmente. Quando le scuole sono aperte, ci si ferma a comprare la merenda per i figli e quando invece tempo di vacanze ci passa per un caff. Da solo, nonostante le minacce, come quella giunta solo il giorno prima: Morirai.
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“La tredicesima ora”: a 22 anni da Capaci, il tributo alle vittime delle mafie con la storia di Lea Garofalo e di sua figlia Denise

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Sono trascorsi ventidue anni dalla strage di Capaci in cui persero la vita il giudice Giovanni Falcone, sua moglie Francesca Morvillo e gli agenti Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinaro. E non un caso che stasera, alle 23.05 (Rai3), si torni a parlare di mafie (non cosa nostra in questo caso, ma ‘ndrangheta) e in particolare si parli della vicenda di Lea Garofalo, uccisa a Milano il 24 novembre 2009, e di sua figlia Denise. Che la sua storia e quella di sua madre la racconter lei stessa in un’intervista in esclusiva rilasciata alla trasmissione La tredicesima ora di Carlo Lucarelli. Ecco come viene presentata la puntata di questa sera:

La storia di due donne coraggiose, una scelta radicale. Due giovani donne, madre e figlia che si sono ribellate alla cultura della mafia: Lea Garofalo e Denise. Lea Garofalo cresciuta in un contesto criminale. Suo fratello un boss che gestisce gli affari di una ‘Ndrina a Milano di cui fa parte anche il padre di sua figlia e suo ex compagno, Carlo Cosco. Lea desidera per Denise, che ha avuto a soli 17 anni, una vita diversa dalla sua, senza violenza, menzogna e paura. Nel 2002 decide di collaborare con la giustizia e viene sottoposta, con sua figlia, al regime di protezione.

Lea racconta ai magistrati i loschi affari dell’ex compagno e del suo clan. Dopo aver vissuto in solitudine, sotto false identit, cambiando continuamente residenza, nel 2009 Lea esce definitivamente dal sistema di protezione sfiduciata dalle Istituzioni ed esasperata dalle continue pressioni dei Cosco. Sfugge anche a un tentativo di sequestro ma verr attirata dal suo ex compagno a Milano con la scusa di voler parlare del futuro della loro figlia Denise.

Il 24 novembre del 2009, dopo essere stata torturata, viene strangolata da Carlo Cosco. Quel che resta del suo corpo, dopo essere stato bruciato, viene sepolto in un terreno vicino Monza. Denise, dopo la scomparsa di Lea, capisce che suo padre, con cui andata a vivere, le sta mentendo. Con lo stesso coraggio di sua madre si reca da un magistrato rendendo possibile l’apertura delle indagini e il processo contro suo padre e i suoi complici. Da allora continua a vivere sotto protezione.

The Valachi Files: in rete i documenti scaturiti dal primo pentito italo-americano. Su Tumblr il progetto di Luca Rinaldi

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Joe Valachi - Foto di WikipediaDa poche settimane hanno fatto la loro comparsa sul web in versione digitale. Sono i Valachi Files, quelli che si legano alla vicenda di Joseph Valachi, l’italo-americano che fu il primo vero pentito della mafia d’oltreoceano. Autore del progetto online il giornalista Luca Rinaldi che dice: “Mi sono interessato alla vicenda nel 2013, anno in cui cadeva il cinquantesimo anniversario dell’avvio delle deposizioni di Valachi davanti al comitato McClellan dopo gli interrogatori condotti dall’agente dell’Fbi James P. Flynn. Comitato aperto con una relazione dell’allora ministro della giustizia Robert Kennedy che sembra scritta oggi: mentre qui erano tempi in cui ancora imperava ‘finch i mafiosi si ammazzano tra di loro non un problema’ e partiva una gi ingolfata commissione parlamentare antimafia, Kennedy definisce il crimine organizzato ‘uno dei pi grandi business degli Stati Uniti d’America'”.

La pubblicazione dei documenti inizia a met dello scorso dicembre con una citazione – “Cinquant’anni fa ‘la mela marcia’ svelava agli Stati Uniti (e al mondo) i segreti di Cosa Nostra” – e un link a un pezzo che Rinaldi ha scritto per il giornale online Linkiesta, Storia di Joe Valachi, il primo pentito della storia. Dopodich si sono succedute le scansioni dei documenti originali, come l’albero della famiglia di Vito Genovese, di Carlo Gambino, di Joseph Bonanno o di Giuseppe Magliocco. E ancora altri “file” ricostruiscono l’impero di Stefano Magaddino o l’elenco degli arresti scaturiti dalle dichiarazioni di Valachi.

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I Siciliani Giovani: 6 gennaio 1980, il delitto del presidente della Regione Siciliana Piersanti Mattarella

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I siciliani giovani

Era l’Epifania del 1980 e quel giorno Piersanti Mattarella, presidente della Regione Siciliana, non aveva la scorta. La mattina, per, non volle rinunciare ad andare alla funzione religiosa per quella festivit insieme alla moglie e al figlio. In auto ci sarebbero andati, ma appena furono saliti sulla vettura i vetri del mezzo esplosero uccidendo il politico democristiano che voleva riformare la politica scudocrociata allontanando la mafia dagli ambienti della cosa pubblica.

Se in un primo momento si pens a un assassinio politico di matrice neofascista, poi dalle parole del futuro pentito Tommaso Buscetta emerse un’altra versione. Era quella che indicava in qualit di mandante Tot Riina il quale, a poco pi di un anno dal suo omicidio e al surclassamento dei corleonesi dopo la seconda guerra di mafia, ebbe la meglio sulla fazione capeggiata dal “principe” di Villagrazia, contrario all’eliminazione di Mattarella.

Del delitto del 6 gennaio 1980 si sarebbe parlato molto meglio anni a venire in tanti processi. Compreso quello che vide un imputato eccellentissimo, il sette volte presidente del consiglio Giulio Andreotti.

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“I segreti della massoneria in Italia”: dal prologo del libro, morte presunta di un “fratello” e le questioni siciliane

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I segreti della massoneria in ItaliaDal prologo del libro che esce oggi, I segreti della massoneria in Italia (Newton Compton Editori).

Rosa aveva aspettato l’11 luglio 1989 prima di rivolgersi ai carabinieri. Poi si era decisa perch l’assenza del marito, ormai prolungata, non la faceva pi vivere. Cos si era presentata in caserma, aveva spiegato che Giacomo si era allontanato a bordo della sua Fiat Uno e a casa non c’era pi tornato. Secondo lei, era un caso di lupara bianca: un delitto di mafia senza cadavere perch la pena capitale decretata da Cosa Nostra prevede che il corpo della vittima da punire venga distrutto. Mai pi lo si dovr ritrovare.

Ma che c’entravano Rosa e Giacomo con la mafia? Per capirlo occorreva entrare negli affari di famiglia e della Famiglia. Il cognome di lei era infatti di quelli pesanti, Bontate, e suo fratello, assassinato il 23 aprile 1981, si chiamava Stefano. In giro lo conoscevano anche come il principe di Villagrazia, bench non appartenesse ad alcuna dinastia nobiliare. In realt fin da giovanissimo aveva frequentato le cosche ed era stato affiliato a quella del padre, chiamato “don Paolino Bont” e boss del quartiere palermitano di Santa Maria di Ges. A ventidue anni, nel 1960, Stefano ne era gi diventato il capo e un decennio pi tardi faceva parte di una strana delegazione che dalla Sicilia se n’era andata al Nord, a Milano, a incontrare un manipolo di presunti golpisti che in qualche caso indossavano anche grembiuli e cappucci e che, nella notte tra il 7 e l’8 dicembre successivo, avrebbero tentato un colpo di mano di tipo autoritario.
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Il poliziotto Gianni Pesce su Andreotti: “Mi sono scontrato con il suo sistema e la storia riconoscer prima o poi le sue responsabilit”

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Radici e sangueUna settimana fa trapassato uno dei personaggi simbolo della prima Repubblica, Giulio Andreotti. Di lui o, meglio, dei rapporti tra mafia e politica si occup un poliziotto coraggioso, Gianni Pesce, che dall’argomento ha tratto alcuni romanzi, tra cui Radici e sangue, uscito nel 2010 e del quale si scriveva qui. Pesce, appresa la notizia della morte di Andreotti, ha scritto una mail a una radio nazionale che commentava l’accadimento e nel testo si legge:

Ho preso parte alle indagini sulla corrente andreottiana che hanno portato all’arresto dei cugini Nino ed Ignazio Salvo. Quasi tutti i colleghi e magistrati con i quali ho collaborato sono stati uccisi e in questa strage Andreotti ha avuto una parte predominante. Mi sono scontrato col suo sistema di potere basato sul posizionamento di mele marce, e quindi ricattabili, nel complesso amministrativo-giudiziario dello Stato in ogni ganglio importante delle varie strutture, cancellando di fatto il merito. Il veleno che ha sparso in Italia ha generato la distruzione del sistema etico in oltre mezzo secolo di pratica costante. Ho scritto dei libri su questo, che senz’altro lui ha letto ma si ben guardato dal querelarmi.

Si continua a sostenere che sia stato assolto ma non vero: stato riconosciuto colpevole di avere strettissimi rapporti con Cosa Nostra ma stato in grado di far durare il processo per oltre venti anni ed ha approfittato della prescrizione, evitando la pena ma non la sentenza che lo ha inchiodato alle sue responsabilit. Mi aspetto dagli organi di informazione grandi lodi per lui, che ha come aggravante l’essere stato fornito di un cervello eccezionale e di nervi d’acciaio, ma la storia, prima o poi, riconoscer le sue enormi responsabilit. Forse non morto. solo tornato a casa. Gianni Pesce.

Il messaggio del poliziotto non stato letto tra tutti quelli giunti alla redazione dell’emittente radiofonica.

“Mafia da legare”: quando e come a cosa nostra convenuto simulare la malattia mentale

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Mafia da legareUn altro libro che si preannuncia interessante, questa volta appena uscito per la casa editrice Sperling & Kupfer. Si tratta di Mafia da legare – Pazzi sanguinari, matti per convenienza, finte perizie, vere malattie: come Cosa Nostra usa la follia dello psichiatra Corrado De Rosa e della giornalista Laura Galesi:

Nel codice d’onore di cosa nostra non c’ spazio per la follia. Il mafioso si comporta in modo irreprensibile nella vita privata e in quella pubblica, ascolta, tutto sa, agisce nell’ombra, non perde mai il controllo. Per lui “pazzo” un insulto, un’arma per delegittimare un delatore o attaccare chi diventato troppo scomodo. Il boss un uomo tutto d’un pezzo, o almeno cos si dipinge.

Eppure, in molti casi, pronto a trasformarsi, per convenienza, in un matto da manuale: un comodo ed efficace escamotage per arrivare alla villeggiatura del manicomio giudiziario o, addirittura, degli arresti domiciliari evitando cos il carcere duro e magari anche il processo. Mafia da legare il primo libro che raccoglie e analizza le varie forme di “follia”, a volte vera, molto spesso presunta, che hanno colpito Cosa Nostra. Da quella usata per screditare nemici e traditori a quella simulata che salva dalla prigione, fino alla psicopatia reale e feroce dei criminali sanguinari. Non solo: non c’ follia se non c’ nessuno che “ci crede”.

Del volume ne disponibile anche la versione Kindle.

“Radici e sangue”: il romanzo di Gianni Pesce che racconta la vera storia sull’origine delle indagini su mafia e politica

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Radici e sangueQuesta la storia di un’inchiesta su mafia e politica quando i due termini non potevano ancora essere accostati. Ed una storia vera che porta a un’ecatombe, con gli omicidi del giudice struttore Rocco Chinnici e dei poliziotti Beppe Montana e Ninni Cassar (seguiranno quelli di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino), dopo che negli anni precedenti il filo dei soldi di cosa nostra, che si iniziava a seguire, avvicinava troppo alle stanze dei bottoni e a quelle dei banchieri (o bancarottieri). E cos erano gi stati ammazzati il capo della squadra mobile di Palermo Boris Giuliano (1979) e gli ufficiali dei carabinieri Emanuele Basile (1980) e Mario D’Aleo (1983).

Questa storia raccontata in un libro uscito nell’autunno 2010, Radici e sangue. Lo firma Gianni Pesce, un funzionario che nel romanzo si chiama Mari e che a Cagliari viene messo a capo di un commissariato decentrato perch gi aveva dato fastidio. il racconto di un’inchiesta che lo vede chiamato in causa in prima persona, dato che fu lui a coordinare un lavoro contro il traffico di stupefacenti sbarcato in Sardegna per il tramite diretto di cosa nostra.
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