“Radici e sangue”: il romanzo di Gianni Pesce che racconta la vera storia sull’origine delle indagini su mafia e politica

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Radici e sangueQuesta è la storia di un’inchiesta su mafia e politica quando i due termini non potevano ancora essere accostati. Ed è una storia vera che porta a un’ecatombe, con gli omicidi del giudice struttore Rocco Chinnici e dei poliziotti Beppe Montana e Ninni Cassarà (seguiranno quelli di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino), dopo che negli anni precedenti il filo dei soldi di cosa nostra, che si iniziava a seguire, avvicinava troppo alle stanze dei bottoni e a quelle dei banchieri (o bancarottieri). E così erano già stati ammazzati il capo della squadra mobile di Palermo Boris Giuliano (1979) e gli ufficiali dei carabinieri Emanuele Basile (1980) e Mario D’Aleo (1983).

Questa storia è raccontata in un libro uscito nell’autunno 2010, Radici e sangue. Lo firma Gianni Pesce, un funzionario che nel romanzo si chiama Mari e che a Cagliari viene messo a capo di un commissariato decentrato perché già aveva dato fastidio. È il racconto di un’inchiesta che lo vede chiamato in causa in prima persona, dato che fu lui a coordinare un lavoro contro il traffico di stupefacenti sbarcato in Sardegna per il tramite diretto di cosa nostra.
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E rimasero impuniti: i benefattori di Solidarnosc e l’almeno annunciata glasnost vaticana

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E rimasero impunitiIntanto nuovi verbali d’interrogatorio sono stati compilati. Lo scorso giugno, per esempio, Massimo Ciancimino, il figlio del potente sindaco di Palermo Vito Ciancimino, è stato sentito da pubblico ministero Tescaroli per il contenuto dell’intervista rilasciata a Gianluigi Nuzzi in Vaticano Spa. Oggetto delle domande sono stati i rapporti tra suo padre e la banca vaticana nel corso degli anni Settanta e Ottanta.

«Le transazioni a favore di mio padre», ha detto il figlio del sindaco di Palermo a Nuzzi, «passavano tutte tramite i conti e le cassette dello IOR. Poi [i soldi venivano] trasferiti a Ginevra […]. Mio padre mi ripeteva che queste cassette erano impenetrabili perché era impossibile poter esercitare una rogatoria all’interno dello Stato del Vaticano […]. Allo IOR i movimenti finanziari verso Stati esteri erano molto più economici di altri canali, come i classici “spalloni”. Si poteva operare nella totale riservatezza, lasciando una minima offerta alla banca del papa».

Quanto ci sia di fondato nelle parole di Ciancimino junior deve essere ancora accertato, compresi dettagli non irrilevanti come il finanziamento alla corrente andreottiana della Democrazia Cristiana, le percentuali versate a titolo di donazio ne a ecclesiastici compiacenti, la complicità nei passaggi della tangente Enimont e la gestione di denaro per contro dell’«ingegner Loverde», alias Bernardo Provenzano.

Sempre Luca Tescaroli nell’autunno del 2008 era andato poi a parlare direttamente anche con un protagonista delle rivolte anticomuniste in Polonia, Lech Wałęsa. Lo aveva raggiunto a Gadansk e l’argomento comprendeva, oltre l’impiccagione del 18 giugno 1982, il ruolo della banca vaticana nel finanziamento dei movimenti ostili ai regimi del Patto di Varsavia. «Era soltanto solidarietà», disse l’ex sindacalista di Danzica al magistrato italiano. Il quale gli fece notare che, in termini numerici, si trattava di solidarietà per mille milioni di dollari e che c’era il fondato sospetto che il denaro provenisse da cosa nostra.
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