Dalla Nato il “Tallinn Manual on the International Law Applicable to Cyber Warfare”. Wikileaks: previste misure estreme contro attaccanti

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Il Tallinn Manual on the International Law Applicable to Cyber Warfare viene presentato non come un documento ufficiale, ma “espressione di opinioni di un gruppo di esperti indipendenti che agiscono esclusivamente a titolo personale”. Sta di fatto che il documento, che analizza le frontiere digitali della guerra e non esclude il ricorso a misure estreme contro attaccanti telematici, esce sotto l’egida del Cooperative Cyber Defence Centre of Excellence della Nato ed è edito dalla Cambridge University Press. Su Twitter Wikileaks presenta il volume così:

Il Fatto Quotidiano: Ustica 32 anni dopo, le verità mancanti della strage

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UsticaIl delitto è stato ricostruito, ma manca il colpevole. Se fosse un giallo, l’accertamento delle verità sulla strage di Ustica si potrebbe riassumere così: si sa infatti che il 27 giugno 1980 il Dc9 dell’Itavia inciampò in un’azione di guerra calda avendo la peggio e si sa che in volo c’erano altri 18 aerei. Ma a tutt’oggi non c’è una conferma ufficiale sulla nazionalità di quei mezzi e dunque manca uno Stato – per cui uno o più piloti – a cui imputare la colpa di aver ucciso 32 anni fa 81 cittadini italiani, tutti civili.

Le rogatorie: gli Stati non rispondono agli inquirenti italiani
. È lo schema, ormai via via sempre più classico, tale per cui alla verità storico-politica si riesce ad arrivare quasi completamente. Ma a quella giudiziaria – necessaria per colmare determinati vuoti, sanzionare condotte personali che hanno dato vita a un reato e garantire ai familiari le dovute tutele – manca spesso un pezzo. E nel caso di Ustica quel pezzo passa per le responsabilità degli Stati, Francia, Gran Bretagna, Germania e Belgio in primis.

A oggi tutte le nazioni interpellate per rogatoria non hanno risposto. Anzi, quasi tutte, dato che alla procura di Roma è giunto dal Belgio un segnale, ma negativo. Per il Paese che ospita a Mons il quartier generale delle potenze alleate in Europa, fornire informazioni alla magistratura italiana – o anche solo confermare quelle già in possesso – è fuor di discussione perché sono di “natura tale da pregiudicare gli interessi militari”.

Continua sul Fatto Quotidiano. Si veda anche il post Ustica, la verità cercatela a Roma di Toni De Marchi.

Su Peacereporter il racconto degli affari di una guerra (sporca), quella libica

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Libia, affari di guerra sporca

Scrive Peacereporter a proposito di Libia, affari di guerra (sporca):

Lunedì, dopo l’ingresso dei ribelli a Tripoli, precipita il prezzo dell’oro e schizzano i titoli di banche e aziende petrolifere che, come Unicredit e Eni, hanno interessi nel Paese e che hanno finanziato i ribelli. Sui quali pesa l’incognita di Al Qaeda.

Il dossier continua qui. Inoltre, sempre in tema, Peacereporter segnala anche questi altri articoli correlati:

Le auto italiane a Kragujevac: l’altra faccia della medaglia

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Domani di Maurizio ChiericiKragujevac è una città serba che supera i 200 mila abitanti e qui, prima del conflitto, almeno 75 mila persone lavoravano direttamente (36 mila circa) o indirettamente per la Zastava, fabbrica d’auto (e di armi) fondata a metà del XIX secolo e detenuta dallo Stato jugoslavo, quando ancora esisteva. I bombardamenti del 1999 avevano raso al suolo quasi completamente gli impianti industriali e oggi, dopo le acquisizioni del 2005 e i perfezionamenti contrattuali del 2008, è qui che la Fiat vorrebbe trasferire la produzione di Mirafiori per colpire sindacati tricolori e annientare le rivendicazioni dei lavoratori.

Sui giornali di questi giorni, però, mai si è parlato della cittadina che dovrebbe accogliere le catene di montaggio per i monovolume dell’azienda italiana. I balletti della politica, le reazioni delle maestranze, le richieste di chiarimenti da parte dei confindustriali hanno del tutto trascurato una realtà che, dal cuore dei Balcani, racconta ancora una lunga storia di guerra, politica ed economia espansionistica verso Est.

Settantacinquemila persone, si diceva. A metà di questo decennio il tessuto economico e sociale di Kragujevac non era ancora stato in grado di reagire alla devastazione dalla guerra. E già arrivare fisicamente qui per guardarsi intorno e rendersi conto della situazione non era un viaggio semplice. A neanche 150 chilometri da Belgrado, occorreva percorrere strade di campagna non proprio agevoli e mettersi al volante significava rimanerci per almeno due ore e mezzo. Ma quando si giungeva, la prima impressione era molto diversa dalla realtà che traspariva a una seconda occhiata. I boschi e le colline che contornano la città ne davano un’immagine che poco si confaceva a quella di una capitale dell’industria titina. Eppure la presenza degli impianti produttivi era – e lo è stata a lungo – una specie di nenia funebre che accompagna la periferia.
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Gaetano Orlando: il suo viaggio in Belgio, il traffico d’armi e il “pranzo di lavoro” alla sede della Nato

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Gaetano Orlando è un nome che viene dagli anni di piombo. A capo del Movimento di Azione Rivoluzionaria insieme a Carlo Fumagalli (e che ne vede di brutte, nel suo periodo di latitanza all’estero), il 18 maggio 1994 incontra l’allora capitano (oggi colonnello) dei carabinieri Massimo Giraudo a cui racconta vari fatti legati agli ambienti di estrema destra con cui era in contatto. C’è un passaggio che desta attenzione, a proposito dei punti di contatto nella strategia della tensione tra Belgio e Italia. Si legge della relazione di servizio firmata dall’ufficiale del Ros:

In merito al viaggio in Belgio, chiariva che esso ebbe luogo probabilmente nel giugno del 1974, quando egli si trovava in Svizzera, a Lugano, in un appartamento sito in via dei Tigli. Era lì da circa venti giorni quando venne avvisato da un magistrato elvetico che era stato localizzato. Lo stesso magistrato gli aveva fornito un indirizzo di Bruxelles al quale rivolgersi per trovare ricovero. Non intendeva fare il nome del magistrato che, tra l’altro, conosceva già da un periodo antecedente alla sua latitanza.

L’indirizzo di Bruxelles corrispondeva all’avvocato Mario Spandre, definito uno dei maggiori terminali del mondo nel campo del traffico di armi, con ufficio sito in Avenue de Broqueville 92 […]. Tale avvocato gli procurò un’abitazione e lo indirizzò, dopo circa altri venti giorni, presso un procuratore di corte di Madrid, il giudice Antonio José Hernandez Navarro […]. Lo Spandre disse che gli avevano parlato molto bene di lui e gli propose di fare da intermediario in traffici di armi [che andavano] dall’aereo da caccia al carro armato alla mitragliatrice.

Lui rifiutò la proposta, ricordava che uno dei maggiori destinatari delle armi per il Sudafrica, e il giorno dopo, o quello successivo, fu invitato a un pranzo alla palazzo della Nato di Bruxelles. Ricordava con precisione la circostanza perché lo aveva indotto a pensare gli era si era voluto far capire che non vi era alcun pericolo nei traffici di armi in cui gli si era offerto di fare da intermediario in quanto erano sotto copertura Nato.

Al pranzo alla Nato, che si svolse con ufficiali statunitensi, era presente anche l’avvocato Spande. Gli ufficiali erano 4 o 5 ed erano sicuramente stati impiegati in Italia perché parlavano la lingua molto bene. Pur non volendo scendere per il momento nei particolari, l’Orlando precisava che l’argomento del “pranzo di lavoro” fu l’effettuazione del colpo di stato in Italia da realizzarsi nel 1974 con l’appoggio attivo degli americani. Il colpo di stato era ricomprensivo dell’effettuazione di attentati senza vittime.

Deceduto nel gennaio 2006, qualche notizia su Mario Spandre è riportata qui e qui.

Affondamento del Francesco Padre: da un libro alla riapertura del caso

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La storia del Francesco Padre l’ha raccontata Gianni Lannes in questo libro (di cui si parlava un po’ di tempo fa). Libro che, dopo 16 anni, ha avuto il merito di aver fatto riaprire il caso. Il video sopra riportato è stato realizzato dal Tg3 quando la vicenda è entrata in parlamento.

Nato, colpito e affondato: la fine del Francesco Padre

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Nato: colpito e affondatoLa storia raccontata è quella di cinque uomini, un cane e un peschereccio che il 4 novembre 1994 finiscono in fondo al mar Adriatico. Ancora oggi (con l’eccezione del corpo di un solo membro dell’equipaggio) giacciono sul fondale, a 247 metri di profondità, ma andare a recuperarne i resti risulterebbe troppo costoso per la collettività, dicono i magistrati, e dunque occorre accontentarsi. Gli inquirenti si sono fatti bastare perizie discutibili, smentite da successive valutazioni. Si deve allora accettare l’archiviazione del caso?

Sulla sorte del motopesca Francesco Padre e del suo equipaggio, partiti da Molfetta e mai più tornati, c’è chi ha deciso di continuare a parlare. Lo fa il giornalista Gianni Lannes, direttore del sito Italia Terra Nostra, nel libro fresco di stampa Nato: colpito e affondato (Edizioni La Meridiana, collana Passaggi. Clicca qui per sfogliare il libro) che esce con prefazione di Andrea Purgatori.

Lannes, che a lungo ha lavorato su questa vicenda scrivendone per L’Unità e La Stampa, smonta la versione ufficiale, secondo la quale sull’imbarcazione era stato portato dell’esplosivo. Lo fa raccogliendo documentazione, testimonianze e interviste in base alle quali si profila un’ipotesi da Ustica bis: un’azione di guerra partita dalle navi Nato che solcavano (e solcano) i mari italiani.
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