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Xaaraan – Il blog di Antonella Beccaria

Non credo nelle otto del mattino. Però esistono. Le otto del mattino
sono l'incontrovertibile prova della presenza del male nel mondo
Gli ultimi giorni, Andrew Masterson


Domani di Maurizio ChiericiKragujevac è una città serba che supera i 200 mila abitanti e qui, prima del conflitto, almeno 75 mila persone lavoravano direttamente (36 mila circa) o indirettamente per la Zastava, fabbrica d’auto (e di armi) fondata a metà del XIX secolo e detenuta dallo Stato jugoslavo, quando ancora esisteva. I bombardamenti del 1999 avevano raso al suolo quasi completamente gli impianti industriali e oggi, dopo le acquisizioni del 2005 e i perfezionamenti contrattuali del 2008, è qui che la Fiat vorrebbe trasferire la produzione di Mirafiori per colpire sindacati tricolori e annientare le rivendicazioni dei lavoratori.

Sui giornali di questi giorni, però, mai si è parlato della cittadina che dovrebbe accogliere le catene di montaggio per i monovolume dell’azienda italiana. I balletti della politica, le reazioni delle maestranze, le richieste di chiarimenti da parte dei confindustriali hanno del tutto trascurato una realtà che, dal cuore dei Balcani, racconta ancora una lunga storia di guerra, politica ed economia espansionistica verso Est.

Settantacinquemila persone, si diceva. A metà di questo decennio il tessuto economico e sociale di Kragujevac non era ancora stato in grado di reagire alla devastazione dalla guerra. E già arrivare fisicamente qui per guardarsi intorno e rendersi conto della situazione non era un viaggio semplice. A neanche 150 chilometri da Belgrado, occorreva percorrere strade di campagna non proprio agevoli e mettersi al volante significava rimanerci per almeno due ore e mezzo. Ma quando si giungeva, la prima impressione era molto diversa dalla realtà che traspariva a una seconda occhiata. I boschi e le colline che contornano la città ne davano un’immagine che poco si confaceva a quella di una capitale dell’industria titina. Eppure la presenza degli impianti produttivi era – e lo è stata a lungo – una specie di nenia funebre che accompagna la periferia.
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Security Chaos

L’Organized Crime and Corruption Reporting Project (Occrp), centro per il giornalismo investigativo che riunisce diverse realtà dislocate nell’Europa orientale, ha presentato un dossier sulla sicurezza privata in quell’area geografica. Viene così riassunta l’inchiesta:

Non esiste luogo che abbia più bisogno di sicurezza. Ma le società che si occupano di proteggere persone, luoghi o proprietà hanno una storia travagliata. Se alcune sono professionali e tentato di battere la concorrenza sleale dei propri governi, altre sono semplicemente strumenti per trafficare in armi. Il settore della sicurezza è nel caos e i suoi costi sono rappresentati da incolumità, denaro e anche vite.

I paesi presi in considerazione sono Serbia (un ambito senza regole), Moldavia (punti di giunzione tra passato e presente), Romania (sistema nuovo, attori vecchi) e Bulgaria (il violento lato pubblico della sicurezza privata).

Ivo PukanicA proposito di Serbia e a proposito di giornalisti che hanno pagato caro il loro lavoro, Fabio Dalmasso segnala un articolo comparso sul quotidiano Il Piccolo di Trieste di oggi:

È iniziato ieri a Belgrado il processo a tre esponenti della criminalità organizzata serba accusati dell’uccisione nell’ottobre 2008 del giornalista croato Ivo Pukanic. Sul banco degli imputati siedono Sreten Jocic, uno dei boss più famosi della mafia serba,conosciuto col soprannome di “Joca Amsterdam”, Zeljiko Milovanovic e Milenko Kuzmanovic. Tutti e tre furono arrestati a Belgrado lo scorso anno, Jocic in aprile, Milanovic e Kuzmanovic in maggio. Secondo l’atto di accusa, letto al processo, i tre assassinarono Ivo Pukanic, direttore del settimanale croato “Nacional” e il suo collaboratore Niko Franjic in cambio di un milione e mezzo di euro. Il motivo sarebbe stata l’attività giornalistica di Pukanic e la pubblicazione di articoli sull’attività di organizzazioni criminali nei Balcani. Il duplice omicidio avvenne il 23 ottobre 2008 con l’esplosione di una bomba nel centro di Zagabria. Altre quattro persone, accusate di coinvolgimento nello stesso caso, sono giudicate in altro processo apertosi a febbraio a Zagabria.

Per leggere di più sulla vicenda di Ivo Pukanic, si veda quanto riportano Wikipedia e Notizie radicali.

Juna ciganino - Foto di Dimitrije JanicicSe ne parla sulla versione italiana del sito di una radio serbia e la notizia viene ampliata su Peacereporter. Ed è una bella notizia, di quelle che si vorrebbe leggere in relazione anche al proprio, di Paese:

Otto diverse traduzioni rom della Bibbia, il primo libro sui rom dal 1803, i primi scritti trovati in lingua rom ed altri interessanti pezzi della cultura rom saranno esposti nei prossimi sei mesi nell’ambito della mostra “Alave e Romengo” (“Parola dei rom”), nel primo museo di cultura rom inaugurato solennemente a Belgrado alla fine di ottobre.

L’autore della mostra e al contempo fondatore del museo è Dragoljub Ackovic, vicepresidente del parlamento mondiale dei rom. Il quale, in tema canali d’espressione del suo popolo, dice a Francesca Rolandi di Peacereporter:

Purtroppo i media sono pochi. Esiste una trasmissione radiofonica bilingue, in serbo e in lingua rom, di cui io sono redattore e che viene trasmessa da Radio Belgrado e una trasmissione televisiva a Novi Sad. Abbiamo una casa editrice a Belgrado che si chiama Rominterpress e che ha stampato diverse monografie, tra le quali l’opera in più volumi “I rom a Belgrado” [di cui Acković è autore]. Fino a qualche anno fa esisteva un’altra casa editrice a Novi Sad, che si è spenta con la morte del suo animatore Trifun Dimić. Direi che la maggior parte dei media sono dipesi dall’iniziativa personale di alcuni singoli. In ogni caso sono felice del fatto che abbiamo una nostra casa editrice, unica nel suo genere, e ci lavoreremo molto in futuro. I rom a Belgrado avevano due televisioni e una stazione radio, ma sono state oscurate due anni fa. La motivazione addotta era che mancava un’autorizzazione necessaria ma lo stato non si è neppure sforzato di fare in modo che ricevessero questa autorizzazione. Perché non si vuole sentire la voce dei rom, si vuole sentire solo quello che altri dicono di loro.

Per vedere qualche immagine del museo dedicato alla cultura rom di Belgrado si veda qui (gli scatti sono di Dimitrije Janicic).

Gay Pride Belgrade

Racconta Osservatorio Balcani a proposito di LGBTIQ Between the State and the EU:

Il 2009 è stato segnato per la popolazione LGBT e queer nel sud-est Europa da un lato da episodi di violenze e intimidazioni (in particolare durante le principali manifestazioni dai Pride in Serbia e Slovenia al festival queer di Sarajevo), senza prese di posizione da parte di amministrazioni locali e Stati nazionali. Dall’altro, pressioni sovranazionali e aspirazioni all’integrazione europea hanno portato all’avanzamento e/o all’approvazione di proposte legislative di stampo progressista. In questo quadro di sviluppi stonati e contrastanti, la popolazione LGBT e queer dei Balcani si ritrova al crocevia tra visibilità e invisibilità, contesto domestico ostile e speranze europee, progresso formale e paure concrete. OBC raccoglie in questo dossier cronache, interviste e analisi dedicate agli sviluppi dell’universo arcobaleno balcanico, al rapporto con le istituzioni internazionali e al ruolo della cooperazione.

Ecco dunque di seguito il dossier Tra stato ed Europa. LGBT e queer nei Balcani. Per quanto riguarda i casi citati nella presentazione: La notte dei cristalli di Sarajevo, Belgrado sotto assedio e Sassi sul Gay pride. Infine un reportage di Jasmina Tešanović dalla capitale serba in occasione del Gay Pride era stato pubblicato un paio di mesi fa. Si intitolava Belgrado, Milosevic, il gay pride e l’opposizione del passato recente.

La situazione delle zone minate al confine tra Serbia e Croazia mi era capitato di vederla, con colonne di auto che progressivamente si formavano all’approssimarsi della frontiera perché occorreva rimuoverne alcune troppe vicine alla sede stradale. In argomento, Peacereporter racconta questa storia: Italia-Serbia, via le mine ma la ruggine resta. E il sottotitolo all’articolo aggiunge che sarebbero in arrivo «aiuti per lo sminamento, sponsor per l’Europa e accordo Fiat Zastava. Ma per alcuni non basta per cancellare i ricordi dei bombardamenti». E infatti, in merito al disinteressato gesto tricolore, si legge:

La parternship serba rappresenta un’occasione da non perdere, soprattutto per l’Italia. L’avvio della produzione di automobili in Serbia “è un tassello fondamentale per lo sviluppo collettivo del gruppo Fiat e il più significativo in termini di potenziale: abbiamo aspettato un bel po’ di tempo per trovare un paese che ci avrebbe ospitato”, ha ammesso il manager italiano. Si tratta di investimenti di “circa 940 milioni di euro”. Per l’Italia, “un’irripetibile opportunità, con particolare riferimento al settore industriale e commerciale ed alla presenza italiana in settori strategici (telecomunicazioni, infrastrutture, banche)”. Di più, raccogliendo investimenti, la Serbia offre all’Italia un’area franca, con tasse al minimo o nulle (si va dal 10 percento a scendere a seconda degli investimenti fino allo zero per gli utili reinvestiti), terreni gratis per le aziende, ma soprattutto la possibilità di esportare dalla Serbia senza alcun dazio doganale su un mercato da 800 milioni di clienti, Ue compresa. Da 4 a 5 mila euro per chi investe in zone svantaggiate da Kraguievac a Nis fino al Sud, tassazione al minimo, costo del lavoro molto basso e alta specializzazione dei lavoratori. Una grande occasione per l’Italia, che ora prova a ricambiare il favore donando a Belgrado materiale e apparecchiature militari destinate all’individuazione, alla rimozione e alla distruzione delle mine, eredità dei bombardamenti Nato, per un valore complessivo di 600 mila euro.

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  • Gay Pride Belgrade

    Jasmina Tešanović è un nome che è tornato spesso da queste parti. E anche la notizia dell’annullamento del gay pride di Belgrado è circolata in vari luoghi. Ora, mettendo da un lato che l’autrice di Processo agli scorpioni è serba e dall’altro che raccontare le storie in presa diretta è un pezzo del suo lavoro, si provi a leggere il reportage pubblicato da Peacelink a firma della scrittrice balcanica e tradotto da Giacomo Alessandroni.

    È domenica, sono le 11. In questo momento avremmo dovuto trovarci davanti all’università per assistere alla seconda Gay Pride Parade di Belgrado. La prima sfilata, nel 2001, è finita nel caos e nella vergogna. Novecento teppisti con la bava alla bocca si sono presentati per insultare e picchiare con quanta violenza possibile i manifestanti gay, in tutto meno di cinquanta.

    Due giorni prima, Slobodan Milosevic era stato estradato all’Aia per il suo processo. Lui, di parte e prevenuto, prendeva attivamente posizione contro i “pervertiti”. Tutti i partecipanti che sfilano nel 2001 alla gay parade, subirono ore di umiliazioni e paura. I teppisti erano felicissimi per l’occasione di perseguitarli attivamente. Nella Piazza della Repubblica si respirava un’atmosfera da linciaggio di massa. Un gay è stato gravemente colpito dagli assalitori, come pure un poliziotto che cercava di proteggerlo.

    Allora scrissi: “Questa è anche la mia Serbia”, anche se io sono donna, emarginata e femminista. Voglio ritornare a colpire queste persone: dichiararle fuorilegge e insignificanti, loro che conoscono solo la violenza e l’odio.
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    Di questo processo si racconta anche qui e alla fine ci si è riusciti a condannare di nuovo gli Scorpioni, gruppo paramilitare responsabile anche del massacro di Srebrenica di cui varie volte si è scritto. Lo racconta Peacereporter parlando di un eccidio di dieci anni fa:

    La Corte serba per i crimini di guerra ha condannato [...] a pene fino a venti anni [...] i componenti di un’unità speciale, chiamata Scorpioni, che dipendeva dal ministero degli Interni di Belgrado durante il conflitto in Kosovo del 1999. In particolare agli imputati viene addebitata la responsabilità del massacro di Podujevo, in Kosovo, avvenuto nel 1999, quando vennero massacrati 14 albanesi, tra i quali donne e bambini. Zeljko Djukic, Dragan Medic e Dragan Borojevic sono stati condannati a 20 anni di prigione, e Miodrag Solaja a 15, per la motivazione che non aveva ancora 18 anni quando aveva preso parte al massacro. Lo rende noto la televisione serba B92, citando Bruno Vekaric, il portavoce della Corte. Per lo stesso episodio era stato condannato a 20 anni di carcere Sasa Cvjetan, membro della stessa unità. Gli Scorpioni hanno preso parte alle guerre in Croazia (1991-95) e in Bosnia (1992-95), prima di essere inviati nel Kosovo nel 1998-1999. Quattro altri uomini appartenenti all’unità sono stati condannati due anni fa a pene che vanno fino a 20 anni di prigione perché giudicati colpevoli di aver giustiziato sei musulmani nel massacro di Srebrenica, in Bosnia, nel 1995, in cui sono stati uccisi 8 mila musulmani.

    NATO bombing during the War in 1999 - Photo by Jaime SilvaJasmina Tešanović, l’autrice (tra l’altro) dello splendido Processo agli scorpioni, racconto tra il giornalistico e il militante sul massacro di Srebrenica del 1995, viene ospitata da BoingBoing.net con il suo 10 years after Nato bombings of Serbia. Che inizia il 26 marzo 1995, alle cinque del pomeriggio, scrivendo:

    Spero che sopravviveremo tutti a questa guerra, a queste bombe: i serbi, gli albanesi, i ragazzi cattivi e quelli buoni, coloro che imbracciarono le armi e coloro che invece disertarono, i rifugiati che si aggirano per le foreste del Kosovo e i rifugiati di Belgrado che se ne vanno per le strade tenendo in braccio i loro figli, alla ricerca di ripari che non esistono quando iniziano a suonare gli allarmi antiaerei. Spero che i piloti della Nato non abbandonino mogli e bambini che vedo piangere alla Cnn mentre i loro mariti e padri decollano verso gli obiettivi militari serbi. Spero che sopravviveremo tutti ma non in un mondo del genere. Spero che riusciremo a rompere il muro delle parole che lo chiamano democrazia e dittatura. Quando i membri del Congresso americano stimano 20 mila morti civili tra i serbi dicendo che si tratta di un piccolo prezzo da pagare per la pace in Kosovo o il presidente Clinton dichiara di mirare a un’Europa liberata [...] o il presidente serbo Milutinovic annuncia una guerra senza quartiere, penso sempre che tutti questi individui stanno parlando del mio sangue e non del loro.

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  • Scritto per guerra
  • Zone of the DeadRispetto a quanto scritto spesso e con l’eccezione del film La Polveriera di Goran Paskaljevic, una notizia giunge via Horror – Riflessi di paura a proposito della produzione di Zone of the Dead (“Zona mrtvih” il titolo originale), pellicola in sapore di creature che tornano realizzata da due registi balcanici, Milan Konjevic e Milan Todorovic. Nelle sale ci sarà a partire dal prossimo 22 febbraio e da qualche giorno su Youtube in forma di trailer, questa la presentazione del film:

    Nella cittadina industriale di Pancevo, dopo un incidente alla stazione ferroviaria, una pericolosissima tossina biochimica si disperde nell’aria nel mezzo della notte, avvelenando gli abitanti del posto e ricoprendo presto l’intera città. Nel frattempo gli agenti dell’Interpol Mortimer Reyes e Mina Milius stanno supervisionando il trasporto armato di un pericoloso criminale insieme a Dragan Vukovic, un esperto detective diretto a Belgrado per ricoprire un innocuo incarico d’ufficio. Il loro convoglio si ritrova a passare per Pancevo, dove incontrerà un disastro ecologico di enormi dimensioni e decine di migliaia di abitanti infetti ormai tramutati in zombie affamati di carne umana. Sopraffatti dal numero dei loro aggressori e disperatamente alla ricerca di un modo per fuggire ancora vivi dalla città, a Mortimer Mina e Dragan non resterà che allearsi col criminale che stanno scortando, l’unico che sembra poterli aiutare.

    Sarà interessante mettere a confronto la città a pochi chilometri da Belgrado ritratta in questo film con quella raccontata per esempio da Aleksandar Zograf, giornalista e fumettista serbo che Pancevo e la Serbia l’ha narrata spesso nei suoi libri, dalle colonne di Vreme o sulle strisce tradotte e pubblicate da Osservatorio Balcani. Una città, Pancevo, che il disastro ecologico – e non per finta – lo conosce bene così come diverse altre località della ex Jugoslavia (si veda per esempio il caso della Zastava a Kragujevac). Tornando al film, sono stati pubblicati tre video con il backstage: qui 1, 2 e 3.

    Per EstEstEst quelle della giornalista Anastasia Baburova e dell’avvocato Stanislav Markelov sono morti non casuali. Entrambi lavorano al caso di Elza Kungayeva, cercavano di dimostrare le responsabilità di Yurij Budanov scarcerato in anticipo meno di un mese fa e andavano avanti malgrado una situazione del genere:

    Inutile illudersi che in Russia ci sia una dittatura che governa contro una popolazione ostile: non è così. A dirlo non sono soltanto le percentuali di consenso intorno ai capi supremi, che possono essere manipolate o non significare granché al di là di un generico bisogno di stabilità e sicurezza. No, a dire che il terreno in cui si muovono gli avvocati e i giornalisti [...] è duro e difficile è l’impunità sostanziale di cui godono le bande di assassini neonazisti – che guardacaso proprio lunedì hanno ammazzato a Mosca un ragazzo di vent’anni reo di appartenere a un movimento di sinistra, e che praticamente tutti i giorni uccidono qualche immigrato asiatico o caucasico preso a casaccio per strada (il processo e la condanna dei sette membri di una di queste bande, qualche settimana fa, ha fatto sensazione). A dirlo sono le manifestazioni pubbliche di sostegno a Yurij Budanov, perché la vita di “una puttanella cecena” non vale il disonore della prigione per un ufficiale; a dirlo è il silenzio, l’indifferenza con cui vengono accolte le uccisioni, o i pestaggi quasi mortali, degli uomini e delle donne che cercano di far qualcosa per opporsi a tutto questo – gli ambientalisti che lottano contro l’inquinamento della Siberia, i giornalisti locali che denunciano i furti e la corruzione di sindaci e di governatori (Markelov era anche il difensore di Beketov, giornalista di una città alla periferia di Mosca ridotto in fin di vita per aver denunciato uno scandalo dell’amministrazione locale)

    Del resto, anche la vicenda giudiziaria degli Scorpioni non è differente dallo spirito di cui sopra (malgrado qui la vicenda si svolga tra Bosnia e Serbia e non a Mosca). E per arrivare a una condanna per i fatti del Rwanda ci sono voluti quindici anni, come racconta oggi Peacereporter (altri procedimenti sono tuttora in corso).

    Il testo che segue è la postfazione scritta per il libro Processo agli scorpioni – Balcani e crimini di guerra. Paramilitari alla sbarra per il massacro di Srebrenica (Stampa Alternativa, 2009) che sarà il libreria e online (è rilasciato con licenza Creative Commons) a partire dalla settimana prossima. È stato scritto da Jasmina Tešanović, attivista delle Donne in nero di Belgrado, giornalista e blogger, ed è una storia davvero coinvolgente perché, oltre a raccontare l’iter giudiziario per i crimini dei paramilitari serbi, sa scandagliare in modo efficace il lato umano della vicenda senza cadere nel voyerismo emotivo. Il trailer pubblicato a fianco (e presente qui in formato più grande) è opera di Luigi Milani.

    Processo agli scorpioni di Jasmina TesanovicC’è stato un periodo, tra il 2003 e il 2005, in cui sono andata diverse volte a Belgrado. Lavoravo alla realizzazione di un documentario sull’infanzia disagiata in Serbia e in qualità di aiuto regista mi capitava spesso di uscire con una parte della troupe per andare a filmare contenuti considerati a corollario di quelli principali. Tante le interviste fatte in quel periodo: a giornalisti e tassisti, ad attori e fornai, a psicoterapeuti e guardiaparchi, a dirigenti scolastici e operai. E una conferma: negli anni dei conflitti nei Balcani, della frammentazione nazionale, dei massacri, dei bombardamenti e delle missioni militari internazionali, le Serbie erano due. Da un lato, quella del regime di Milosevic, dei paramilitari, delle auto che comparivano per portare via qualcuno; dall’altro, quella di una popolazione silenziosa e spesso dissidente, che in quelle auto rischiava di finirci, se avesse protestato apertamente, e che aveva resistito alla guerra senza odiare e senza uccidere.
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    Il problema è questo: nessuno ricorda niente. Mi pare chiaro che avete bisogno di un’altra guerra.

    Da La polveriera (titolo originale Bure baruta) di Goran Paskaljevic:

    La polveriera è una delle poche pellicole che si siano occupate della situazione della Serbia di questi anni. Il film acquista un significato ulteriore alla luce dei recenti avvenimenti, possiede una carica molto forte che lascia il segno negli spettatori. Si tratta di brevi storie, più o meno violente e concatenate fra loro, tutte di scena a Belgrado, in una sola metaforica notte che non accenna ancora a terminare. Secchi, taglienti, esplosivi sono gli incroci furenti de La polveriera, che celebra sarcasticamente il vuoto pneumatico di una Belgrado satura di profughi, prosciugata dal regime di Milosevic, dall’embargo, dalle tensioni etniche e politiche, dalla Bosnia e dal Kosovo e dagli effetti della guerra e dei suoi profittatori. Paskaljevic, mette in scena le eccentriche traiettorie di personaggi sfuggiti ad ogni controllo: volti ghignanti, ringhiosi o tristi che brindano alla violenza crudele dell’instabilità a colpi di humour nero. Pensare che Belgrado, una volta, era la città più attiva culturalmente, tra quelle della ex Jugoslavia.

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  • Scritto per guerra, visioni
  • Mentre in Medioriente la sproporzione è la misura e la Somalia precipita ancora, e mentre a fine gennaio sarà in libreria e in rete un libro in tema a cui tengo moltissimo – Processo agli scorpioni di Jasmina Tesanovic -, PeaceReporter pubblica un reportage di Christian Elia sul grande malato d’Europa. Sarebbe a dire la Serbia, un paese del quale si cerca di comprenderne il presente e intuirne il futuro in un momento in cui l’attenzione verso i Balcani è più focalizzata sul processo di indipendenza del Kosovo.

    Le foglie cadono, nel gelo che c’è fuori. “A mio avviso gli anni di Tito possono essere paragonati a un film di Fellini”, osserva Blaz, che veglia sulla tomba del maresciallo. “Se uno non ha gli strumenti culturali per leggere l’aspetto più profondo del film del grande maestro italiano, ne coglierà solo l’aspetto esteriore, a tratti incomprensibile. Ma è nel senso profondo che bisogna perdersi, se si vuole cogliere davvero l’idea del maresciallo: eliminare le divisioni lavorando tutti verso uno stesso progetto. Costruire una società nuova e un uomo nuovo. Non è andata così, anche per colpe dello stesso Tito. Ma quando arriva il 4 maggio, anniversario della sua morte, qui vengono tanti ragazzi, alcuni ancora a piedi, come si usava un tempo. Rendono omaggio a un uomo che, con tutte le sue contraddizioni, è riuscito a tenere assieme quello che è andato distrutto”.
    (more…)

    Si intitola Three halves ed è l’intervento che Jasmina Tesanovic (qui il suo blog, in serbo) ha tenuto poco tempo fa alla LIFT Asia Conference. L’ha pubblicato Luigi Milani sul suo blog, False Percezioni, un lungo racconto (in inglese, questa volta) sul concetto di nazionalità, nazione e nazionalismo nella ex Jugoslavia e in particolare in Serbia. E scrive l’autrice e attivista belgradese:

    The bigger entity of whatever nationality always battered the smaller entity of whatever identity. The majority would always bully and oppress the minority, no matter who the minority was. That smaller entity would batter the yet smaller entity within different identity inside it’s own territorial claims. Somebody was always in a minority, so somebody was always being victimized. Nobody ever felt whole and safe in the Balkans — there was always some leftover part, a third half, that was being painfully crushed. So war crimes were committed. The biggest crimes were committed by the biggest group, because the biggest groups had the best resources. If there had been more guns and money in the war, there would have been more crimes, but Yugoslavia was not rich and the war exhausted it and destroyed its wealth. Now the globalization of Balkanization is happening on vast scale.

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