Non credo nelle otto del mattino. Però esistono. Le otto del mattino
sono l'incontrovertibile prova della presenza del male nel mondoGli ultimi giorni
, Andrew Masterson
19 Sep
Di queste guide, ce ne sono due versioni: una in italiano e un’altra in inglese (entrambi i link collegano a due file in formato pdf) e sono rilasciate con la medesima licenza, la Creative Commons. Si intitolano Decode Jerusalem e sono state scritte da due giovani, Bianca Elzenbaumer e Fabio Franz, che hanno studiato Bolzano per diventare operatori di pace internazionali e che dovevano partecipare a un master per futuri mediatori in aree di conflitti organizzato dall’università di Bologna. Così, quando s’è trattato di scegliere dove trascorrere i due mesi di tirocinio, hanno puntato su Gerusalemme e hanno collaborato con l’associazione ICAHD (Israeli Committee Against House Demolitions). Una volta in loco hanno visitato località, scattato fotografie e raccolto informazioni condensandole in una pubblicazione che ha come impostazione di fondo quello del turismo responsabile e come pratica narrativa un percorso nei luoghi del conflitto arabo-palestinese. Peacelink pubblica agli autori una nutrita intervista realizzata da Giacomo Alessandroni. In cui si legge tra l’altro:
Visitare Gerusalemme senza una guida che ti permetta di scovare nella quotidianità i segni dell’occupazione è rischioso nel senso che si corre il pericolo di tornare a casa propria senza aver avuto la possibilità di riflettere su uno dei conflitti più discussi/studiati/seguiti/controversi (e l’elenco potrebbe continuare) della scena geopolitica degli ultimi sessant’anni.
18 Sep
Le violenze settarie che hanno insanguinato l’Iraq negli ultimi tre anni hanno cambiato la faccia del paese e hanno spinto le diverse comunità a raccogliersi per trovare protezione. Alcune, sull’esempio dei consigli del Risveglio, le milizie tribali sunnite che oggi sono alleate con gli Usa nella lotta contro Al Qaeda in Mesopotamia, hanno organizzato dei piccoli gruppi di autodifesa cittadina o di quartiere. Accade anche nel piccolo villaggio di Tel Asquf, nella provincia settentrionale di Niniveh, dove la sicurezza dei cittadini è protetta dalla prima milizia composta da cristiani.
10 Sep
Si intitola Three halves ed è l’intervento che Jasmina Tesanovic (qui il suo blog, in serbo) ha tenuto poco tempo fa alla LIFT Asia Conference. L’ha pubblicato Luigi Milani sul suo blog, False Percezioni, un lungo racconto (in inglese, questa volta) sul concetto di nazionalità, nazione e nazionalismo nella ex Jugoslavia e in particolare in Serbia. E scrive l’autrice e attivista belgradese:
The bigger entity of whatever nationality always battered the smaller entity of whatever identity. The majority would always bully and oppress the minority, no matter who the minority was. That smaller entity would batter the yet smaller entity within different identity inside it’s own territorial claims. Somebody was always in a minority, so somebody was always being victimized. Nobody ever felt whole and safe in the Balkans — there was always some leftover part, a third half, that was being painfully crushed. So war crimes were committed. The biggest crimes were committed by the biggest group, because the biggest groups had the best resources. If there had been more guns and money in the war, there would have been more crimes, but Yugoslavia was not rich and the war exhausted it and destroyed its wealth. Now the globalization of Balkanization is happening on vast scale.
6 Sep
Era nato come un fumetto per il web ed è finito per guadagnarsi una nomination all’Eisner Award. Si chiama Shooting War che è diventato un libro a fumetti pubblicato dalla Grand Central Publishing. La vicenda, scritta e illustrata da Anthony Lappé e Dan Goldman, è ambientata nel 2011 quando la guerra al terrore è sfuggita al controllo, l’economia statunitense è precipitata in un baratro e il presidente americano è farmaco-dipendente. Un videoblogger, Jimmy Burns, casualmente riprende un attacco suicida contro lo Starbucks di Brooklyn e un’emittente televisiva (Global News, “Your home for 24-hour terror coverage”) lo trasforma in una star. Il libro si compone di 192 pagine a colori con la storia a cui si aggiungono pagine aggiuntive con materiale che riguarda l’ideazione e la realizzazione della storia. Inoltre online si possono trovare i capitoli del libro (ne sono stati pubblicati dieci al momento).
6 Aug
Si diceva giusto pochi giorni fa che un criminale di guerra sarà pure stato ricercato ovunque, ma che fino alla cattura ha vissuto a Belgrado, nel posto più ovvio. L’intervista che Jasmina Tesanovic ha concesso a Luigi Milani e che è stata pubblicata su Peacelink.it racconta anche questa storia estendendosi alla sorte di altri personaggi che durante il conflitto nei Balcani si sono macchiati di reati gravissimi. Nel testo, intitolato Il “mio vicino” Radovan Karadžic, si legge infatti che:
Karadžić, psichiatra e poeta, forse è stato persino tuo vicino di casa durante la sua latitanza…
«Non è il primo, a essere stato mio vicino di casa. Biljana Plavšić, presidentessa della RS (Republika Srpska) dopo che Karadžić si era ritirato dalla politica, ora in prigione dopo la condanna dell’Aja, viveva anche lei vicino a me. Il generale più importante di Milošević, Nebojsa Pavkovic, responsabile dei raid in Kosovo – anche lui adesso all’Aja -, e poi un altro personaggio della Republika, Aleksa Buha, che secondo me non è stato arrestato perché ormai lavora per l’Aja. Tutto questo poi succede vicino alla Corte Speciale per i crimini di guerra di Belgrado, dove ho seguito il processo agli Scorpioni, autori del genocidio di Srebrenica in Kosovo… Io non so dove vivesse in realtà Karadžić, pare si spostasse di frequente… so solo che vicino casa mia, in un ristorante dove vado regolarmente a mangiare, a un certo punto hanno proibito l’ingresso a Natasa Kandic, la donna grazie alla quale sono stati istruiti tutti questi processi di guerra. Allora mi sono guardata intorno, e ho visto facce di criminali di guerra sui muri, i loro avvocati seduti ai tavoli. Bene, posti così esistono a Belgrado, i libri di Radovan Karadžić si vendono liberamente… quindi questo personaggio, Dragan Dabic, il suo alter ego, faceva parte della nostra vita quotidiana; probabilmente lui stesso andava alle manifestazioni pubbliche a favore di Radovan Karadžić».
5 Aug
Nel Corno d’Africa la guerra prosegue e il bilancio delle vittime pure con l’ultimo, gravissimo episodio che ha colpito un gruppo di donne. Il giornalista Matteo Fagotto firma per PeaceReporter un articolo, Somalia, il vicolo cieco, in cui si fa il punto dei risultati (inesistenti) degli accordi di pace, delle violazioni della tregua e dei giochi politici che non stanno portando ad alcuno sbocco un conflitto che prosegue praticamente dal 1991 senza che sia stato scalfito da nulla, missioni ONU comprese. E scrive l’autore del pezzo:
Nel marasma generale, la crisi umanitaria continua, acuita dal fatto che alcuni recenti attacchi contro operatori di Ong e organizzazioni internazionali hanno costretto le agenzie a ridurre gli aiuti. Le ultime cifre fornite dall’Onu parlano di almeno 8.000 morti dal gennaio 2007, data dell’inizio della rivolta delle Corti, e di un milione di sfollati solo a Mogadiscio. “Non credo più alla pace in questa città”, continua la nostra fonte. “L’unica speranza è che arrivi una forza di pace seria e numerosa”. Al momento a Mogadiscio sono presenti solo 1.500 uomini forniti dall’Unione Africana. Troppo pochi per assicurare la pace nella Baghdad d’Africa.
22 Jul
Con l’arresto di Radovan Karadzic, Crimeblog dà spazio a Jasmina Tesanovic, scrittrice e attivista serba, e al suo libro Processo agli scorpioni, cronaca del procedimento contro i responsabili materiali del massacro di Srebrenica di cui si parlava pochi giorni fa (peraltro l’autrice raccontava ben prima degli organi di stampa “ufficiali” che Karadzic continuana a vivere a Belgrado indisturbato). E nel post di Crimeblog si legge:
Quale fu la particolarità del processo agli scorpioni? Che per la prima volta esistevano delle prove video di un massacro con torture. Sì, perché: “Il primo giugno del 2005 avvenne qualcosa che scosse finalmente le coscienze intorpidite: una testimonianza inequivocabile di come si fossero svolte le cose dieci anni prima a Srebrenica. Un filmato di pochi minuti mostrava l’esecuzione a freddo, dopo maltrattamenti e torture, di sei prigionieri musulmani, per lo più minorenni, da parte delle truppe paramilitari serbe chiamate ‘Skorpion’”. Dalla prefazione di Luca Restello.
Il libro della scrittrice serba è davvero un ottimo strumento per capire cosa fu non solo quel tragico episodio, ma qual era il clima più generale, a iniziare dal disinteresse delle forze internazionali schierate in quegli anni nel Balcani.
11 Jul
Se ne parlava giusto qualche giorno fa, anche se se ne parlava più del processo collegato che del fatto in sé. Che è questo:
Esattamente 13 anni fa si consumava, sotto gli occhi della comunità internazionale, il più grande crimine avvenuto in Europa dopo la Seconda guerra mondiale, il massacro di Srebrenica, definito genocidio dal Tribunale penale internazionale per la ex Jugoslavia. Meno di un mese fa si è aperto all’Aja il processo intentato da alcuni sopravvissuti contro lo Stato olandese, i cui soldati facevano parte del contingente ONU, per non aver protetto i civili a Srebrenica nel luglio del ’95. Nei giorni scorsi il Tribunale civile olandese si è dichiarato incompetente per il processo contro i membri dell’ONU, in quanto protetti da immunità. Il libro “Le Nazioni Unite al palo della vergogna di Srebrenica”, pubblicato a Tuzla nel 2007, ancora inedito in Italia, raccoglie 104 testimonianze sul ruolo dell’ONU nel genocidio contro la popolazione della “zona protetta di Srebrenica”. Osservatorio sui Balcani ha tradotto e pubblicato una di queste testimonianze.
(Via Osservatorio Balcani e False Percezioni)
18 Jun
Luigi Milani riprende un articolo che ne parla. Ma per leggerne direttamente si può fare riferimento al blog balcanico Srebrenica Genocide che, creato dall’organizzazione Bosnian Family (Bosfam), per presentarsi scrive di “non riportare alcuna opinione, ma fatti giudiziari appurati per la prima volta dal tribunale penale internazionale per l’ex-Jugoslavia e successivamente dalla corte internazionale di giustizia”.
I fatti a cui si riferisce riguardano l’eccidio di Srebrenica quando, nel luglio 1995, migliaia di vittime bosniache di religione musulmana (oltre ottomila dicono le fonti ufficiali, almeno diecimila sostengono le associazioni dei familiari delle vittime) vennero trucidate dalle truppe serbo-bosniache di Ratko Mladic. Il procedimento giudiziario a cui il post di cui sopra si riferisce è quello che si sta celebrando alla corte dell’Aja contro i presunti complici dei criminali di guerra balcanici. Tra gli imputati ci sono le Nazioni Unite e il governo olandese, colpevoli – secondo l’accusa – di non aver protetto per negligenza l’enclave musulmana. Non l’avrebbero fatto perché quella gente non aveva diritto a una protezione speciale, i militari stavano lì con scopi di pace e non di guerra né le truppe erano sufficientemente addestrate, si difende l’Olanda. Ma Hasan Nuhanovic, sopravvissuto al massacro e ai tempi interprete per gli effettivi ONU, e altri familiari stanno però raccontando una realtà differente.
17 May
Will Eisner, 16 U.S. Army Rifle Maintenance Booklet, fumetto interamente in rete su Comics with problems:
Officially known as DA Pam 750-30. 32 Pages on proper cleaning and assembly of the M16A1 Rifle. Issued in comic book form, and with rifle, to every U.S. soldier stationed in Vietnam. Chapter titles include: How to Strip Your Baby – What to Do in a Jam – Cues From Guys Who Know – Sweet 16 – All the Way with Négligé and Drain Before Shooting. Also introduces “Maggie”, a personified M-16 cartridge with arms, legs, and eyelashes.
24 Apr
Punto della situazione somala dopo un fine settimana in cui le vittime degli scontri sono state un centinaio. Lo traccia Matteo Fagotto con l’articolo Somalia, la fine delle speranze. Una guerra senza fine che non si placa e all’interno della quale appaiono sfumate e opache le dinamiche che la stanno portando avanti.
“La situazione oggi in città è calma rispetto ai giorni scorsi” riferisce a PeaceReporter Bashiir Yusuf, residente a Mogadiscio, “Ma in generale la situazione peggiora in continuazione”. Più di cento morti in tre giorni di scontri, uno tra i bilanci più pesanti degli ultimi due anni di guerra. Dopo mesi di un conflitto a bassa intensità, i miliziani vicini alle Corti islamiche da una parte e gli eserciti somalo ed etiope dall’altra, sono tornati a darsi battaglia per le strade di Mogadiscio. Compromettendo, soprattutto, il lavoro diplomatico degli inviati Onu, che puntavano ai colloqui di pace del prossimo 10 maggio, in programma a Gibuti.
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18 Apr
Con una maggioranza parlamentare di destra, le buone notizie corrono veloci. E, leggendo in giro, pare che sia vero che, almeno per alcuni settori, le esportazioni siano in aumento. Il settimanale Left, in un reportage pubblicato qualche giorno fa, lo conferma e non si può dire di certo che sia un organo al soldo dei vincitori delle elezioni. Infatti, dice subito nel sommario Sofia Basso, la giornalista che si è occupata dell’argomento:
In due anni l’export di armi made in Italy è aumentato del 74 per cento. Nella metà dei casi, è finito in Paesi non Nato. Per il 2007 spicca la fornitura di intercettori antiaerei al Pakistan.
E prosegue:
Mentre in Pakistan infuriava la più sanguinosa campagna elettorale della storia del Paese, l’Italia autorizzava Mbda, partecipata Finmeccanica, a vendere al generale Musharraf 443 milioni di euro di missili antiaerei “spada”. Un sistema con funzioni difensive ma molto sofisticato, in grado di colpire contemporaneamente quattro obiettivi mobili [...]. La maxicommessa con il Pakistan ha fatto segnare un nuovo record all’export di armi italiane, che nel 2007 ha incassato autorizzazioni per quasi 2,4 miliardi di euro, il 9,4 per cento in più del 2006, che già aveva marcato un incremento del 61 per cento rispetto all’anno precedente.
E se questi dati si riferiscono ovviamente a competenze governative diverse da quelle attuali, sarà interessante vedere se il trend si mantiene.
20 Mar
Esattamente quattordici fa anni si consumava una vicenda che ho sempre cercato di seguire con attenzione: l’omicidio della giornalista del Tg3 Ilaria Alpi e dell’operatore Miran Hrovatin, assassinati il 20 marzo 1994 a Mogadiscio proprio mentre i contingenti militari stavano preparando i bagagli e – questione di ore – se ne sarebbero andati senza che in Somalia si fosse risolto nulla. Qualche anno dopo, le indagini su questo duplice omicidio hanno intersecato quelle per una serie di violenze denunciate da un ex maresciallo della Folgore, Francesco Aloi, e compiute, secondo quanto raccontò il sottufficiale, da appartenenti dell’esercito italiano.
A Milano ebbi l’occasione di intervistare i somali che sarebbero stati le vittime di questi atti e, per una rivista con cui collaboravo ai tempi, la pubblicai (in questo periodo sto cercando di ritrovare quel pezzo in qualche vecchio backup). Tra il materiale cartaceo che ho, però, mi è recentemente capitata tra le mani la lettera che segue. La scrisse dopo l’uscita di quell’intervista un militare italiano che, usando le iniziali a titolo di firma, protestava per i racconti dei cittadini somali. E aggiunge – in conclusione – che la verità su certi fatti “è semplice ed è sempre dietro l’angolo”. Può darsi e, se fosse, sarebbe ora di dimostrarlo. Ma ciò non può dirsi per il caso Alpi-Hrovatin, diventato una “piccola Ustica“, e sarebbe utile, se non fondamentale, avere testimonianze autentiche sui fatti che si consumarono in Somalia durante l’operazione Ibis. Peccato che dopo quattordici anni si sia ancora qui a farsi domande mentre c’è chi, a nome delle istituzioni, si è recentemente permesso di mettere in dubbio la professionalità di chi, per il suo lavoro, è stato assassinato. Per l’indagine poi è stata pure chiesta l’archiviazione. Tornando alla lettera, ecco nelle righe che seguono ciò che scrisse il militare italiano.
Gentile redazione,
ho letto nel vostro numero di questo mese l’articolo inerente la situazione attuale in Somalia e sono rimasto male senza aggiungere frasi di indignazione, stupore o altro. All’epoca, tra il luglio del 1993 e il novembre dello stesso anno, mi trovano ad essere impegnato proprio già in Somalia per l’operazione Ibis in qualità di pilota carro, mitraglere, fuciliere assaltatore ed infine furiere con il graod di caporal maggiore presso, prima a Mogadiscio 185° Draghi Parà Folfore, di poi 78° Rgt Lupi di Toscana lungo il confine dell’Etiopia a Baled Uein. Ho partecipato agli scontri dal 9 al 14 ottobre 1993 durante i quali sono rimasto ferito per un incidente tecnico del carro e non per granata o proiettile.
24 Feb
No visas for bad Serbs, who shun the world to be swiftly shunned in turn. Police have arrested 190 people. The impressive damage to the town is still being estimated: burned cars, destroyed traffic lights, burned apartments, smashed shops. Five hundred people were hurt, mostly Serbian riot policemen. One Czech citizen is in critical condition. Last night during the escalating violence my friends from Italy, Norway and Kosovo phoned me: Nora from Kosovo offered me her own home if I don’t feel safe within Belgrade. Nora admitted that it sounded nonsensical, but it was a sincere offer.
21 Feb
L’errore, oggi come negli Anni Novanta, sarebbe quello di credere che tutti i serbi la pensano e agiscono così. Quella che segue è un’intervista che risale a qualche tempo fa ormai e che ben rende ciò che sono stati gli ultimi due decenni da quelle parti.“Milosevic? Ha deviato un percorso di risveglio nazionale verso un autoritarismo nazionalista”
Ricordi dal passato e incertezze sul futuro
Parla Djordje Ristic, giornalista di Belgrado che, da uomo libero di esprimere la sua opinione, traccia un bilancio degli anni della dittatura e della ricostruzione in corso
“Quanto Tito morì, si diffuse un’ansia generalizzata, un’ansia sul nome del successore che fu una presenza costante tra la gente. Questo accadeva anni prima che Milosevic si insediasse al potere e trascinasse il paese in un incubo”. Djordje Ristic ha sessantatré anni ed è un giornalista in pensione che, non rassegnato a lasciare una redazione, ha fondato una rivista automobilistica che ora è il suo orgoglio. Oggi vive giornate tranquille, cadenzate dal numero mensile da chiudere e dal circolo nautico sulla Sava, il “Jedrilicarski Klub Gemax”, di cui è presidente e che vanta una delle più forti squadre di vela dei Balcani. Sicuramente più tranquille di quando, professionista dell’informazione, si era trovato suo malgrado a fare i conti con la censura, le pressioni che arrivavano dall’alto, dall’impotenza di fronte a una situazione nazionale e internazionale che si andava deteriorando anno dopo anno.
Al momento della successione, qual era l’opinione su Slobodan Milosevic?
Suscitava diffidenza sia all’interno che all’esterno del partito. Non era ritenuto al livello di Tito che, nonostante i limiti della sua applicazione del socialismo reale, garantiva ai cittadini la loro dignità sociale. Su Milosevic si può formulare solo una considerazione: ha avuto una grande abilità sostanziale che è stata quella saper cavalcare il risveglio di un grande movimento nazionale serbo. Un movimento che serpeggiava un po’ ovunque e che era particolarmente vivo in Kosovo. Ma si trattava appunto di un movimento nazionale, che si concretizzava in un’atmosfera di libertà, nella voglia di manifestare, nel reclamare i propri diritti. Non aveva una connotazione nazionalista. Il dittatore si dichiarava comunista, ma non era neanche questo. Riuscì a farsi capofila del nascente sentimento di ripresa culturale e politica serba per imbrigliarlo verso posizioni autoritarie sempre più soffocanti.
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