Non credo nelle otto del mattino. Però esistono. Le otto del mattino
sono l'incontrovertibile prova della presenza del male nel mondoGli ultimi giorni
, Andrew Masterson
18 Feb
Da domani, venerdì 19 febbraio, inizierà a uscire online il fumetto Zahra’s Paradise sull’attuale situazione politica e sociale in Iran. Le puntate saranno poi raccolte in un libro che verrà pubblicato il prossimo anno. Così lo racconta BoingBoing:
Scritto da Amir, un attivista per i diritti umani, e illustrato da Khalil, Zahra’s Paradise ricostruisce la storia di un blogger iraniano che cerca suo fratello, Mehdi, diciannovenne scomparso da Tehran dopo le proteste del giugno 2009. Quando il blogger e sua madre, Zahra Alavi, iniziano a cercare Mehdi, veniamo trasportati nell’elaborato labirinto della Repubblica Islamica in cui sono svaniti molti dissidenti nel corso degli ultimi decenni. Nonostante i personaggi non siano reali, il contesto e gli eventi invece lo sono.
18 Dec
Pubblicato un paio di giorni fa da Human Rights Watch (Hrw) il documento Bloody Monday: The September 28 Massacre and Rapes by Security Forces (si può scaricare da qui in versione elettronica; formato pdf, 160,5KB). Un lungo testo per ribadire a chiare lettere che i fatti accaduti tra il 28 e il 30 settembre scorsi (cronaca di Global Voices) in Guinea sono un crimine contro l’umanità. Scrive in proposito Peacereporter:
“Gli abusi perpetrati in Guinea non sono stati l’azione di alcuni gruppi fuori controllo, come sostiene il governo. Erano premeditati, e sicuramente i leader del Paese erano consapevoli di quello che si stava pianificando” ha dichiarato il responsabile di Hrw per le emergenze, Peter Bouckaert. Secondo l’associazione umanitaria, le violenze sono state commesse dalla Guardia personale del presidente Camara, che avrebbe anche provveduto a nascondere i cadaveri delle vittime e bruciarli in diverse fosse comuni. Il rapporto descrive anche le fasi più cruente della repressione nello stadio della capitale Conakry, dove i militari della giunta hanno sparato sulla folla. Durante le indagini, Human Rights Watch ha intervistato più di 240 persone, stilando un bilancio di morti compreso tra le 150 e le 200 persone.
7 Dec
Condition-Critical.org, voci di guerra dal Conco Occidentale. È un’iniziativa di Medici senza frontiere per riportare almeno un po’ l’attenzione su una delle tante guerre dimenticate.
(Via BoingBoing)
27 Nov
Dopo l’Australian War Memorial (con relativo set Flickr) e L’indipendent con le sue trecento fotografie di cui si era parlato tempo addietro, è la volta (a dire la verità, lo è dal 2008) dei Library and Archives Canada – Bibliothèque et Archives Canada (LAC/BAC) di mettere a disposizione in rete il proprio patrimonio di immagini (sempre su Flickr) risalenti agli anni della prima guerra mondiale. In questo caso, a differenza dei precedenti citati, non si vuole tanto dare un nome agli sconosciuti che vi sono ritratti, ma presentare un archivio finora non ancora disponibile e descritto con queste parole:
L’obiettivo del progetto è quello di esplorare nuovi fronti per migliorare l’accesso e accrescere l’interazione con il patrimonio documentario canadese. Il LAC/BAC è entusiasta delle possibilità che le comunità sociali di condivisione dei contenuti multimediali offrono ai canadesi di discutere e di contestualizzare un’importante selezione della nostra storia collettiva.
Peraltro, anche per questo archivio, è stata scelta una licenza Creative Commons.
8 Nov
Nelle ultime settimane è tornato alla ribalta il tema delle navi a perdere, una serie di imbarcazioni – cinquantacinque, secondo il dato fornito da Bruno Branciforte, direttore dell’Aise, l’Agenzia informazioni e sicurezza esterna, nel corso di una recente audizione davanti al Copasir – affondate nel Mediterraneo per riscuotere i premi assicurativi, ma soprattutto per “smaltire” rifiuti di ogni tipo, dai tossico-nocivi ai radioattivi. La rentrée di questo tema, riscoperto dalle cronache ma non nuovo agli ambienti giudiziari, porta con sé anche nuova eco per alcuni casi con ogni probabilità correlati. Se l’omicidio della giornalista Rai Ilaria Alpi e del suo operatore Miran Hrovatin, assassinati a Mogadiscio il 20 marzo 1994, e il rogo della Moby Prince nel porto di Livorno il 10 aprile 1991 sono le vicende più note, ce ne sono altre di cui, in tutti questi anni, si è parlato meno. È il caso di Vincenzo Li Causi, morto in seguito a un agguato il 12 novembre 1993 a Balad, sempre nel Corno d’Africa.
Maresciallo nato nel 1952 a Partanna, in provincia di Trapani, ed entrato prima al Sid (Servizio informazioni difesa) nel 1974 e poi alla VII Divisione del Sismi dopo il cambio di denominazione dei servizi militari, Vincenzo Li Causi prima di morire si interessava al cosiddetto progetto Urano. Di esso dà una definizione precisa il documento relativo ai traffici illeciti e alle ecomafie approvato a fine 2000 dalla commissione parlamentare sul ciclo dei rifiuti: «[progetto] finalizzato all’illecito smaltimento in alcune aree del Sahara di rifiuti industriali tossico-nocivi e radioattivi provenienti da Paesi europei. Numerosi elementi indicavano il coinvolgimento nel suddetto traffico di soggetti istituzionali di governi europei ed extraeuropei, nonché di esponenti della criminalità organizzata e di personaggi spregiudicati, tra cui il noto Giorgio Comerio, faccendiere italiano al centro di una serie di vicende legate alla Somalia e all’illecita gestione degli aiuti del Fai (oggi direzione generale per la cooperazione e lo sviluppo)».
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22 Oct
Angus McLeod è un artista canadese che racconta la guerra a fumetti. Per partire a conoscere il suo lavoro si possono leggere i suoi due ultimi lavori, World War One: Simple Version e World War Two: Simple Version in cui ogni personaggio è uno Stato coinvolto nel conflitto: la sua sagoma ricalca quella tracciata dai confini della nazione che rappresenta e porta addosso i segni di riconoscimento della propria condotta bellica. Ma navigando all’interno della sua galleria, si può trovare molto altro materiale interessante. Come i volti della guerra. Tipo questo. Nota a conclusione: i lavori di Angus McLeod sono rilasciati con una licenza Creative Commons BY-NC-ND.
(Via BoingBoing.net)
21 Oct
La situazione delle zone minate al confine tra Serbia e Croazia mi era capitato di vederla, con colonne di auto che progressivamente si formavano all’approssimarsi della frontiera perché occorreva rimuoverne alcune troppe vicine alla sede stradale. In argomento, Peacereporter racconta questa storia: Italia-Serbia, via le mine ma la ruggine resta. E il sottotitolo all’articolo aggiunge che sarebbero in arrivo «aiuti per lo sminamento, sponsor per l’Europa e accordo Fiat Zastava. Ma per alcuni non basta per cancellare i ricordi dei bombardamenti». E infatti, in merito al disinteressato gesto tricolore, si legge:
La parternship serba rappresenta un’occasione da non perdere, soprattutto per l’Italia. L’avvio della produzione di automobili in Serbia “è un tassello fondamentale per lo sviluppo collettivo del gruppo Fiat e il più significativo in termini di potenziale: abbiamo aspettato un bel po’ di tempo per trovare un paese che ci avrebbe ospitato”, ha ammesso il manager italiano. Si tratta di investimenti di “circa 940 milioni di euro”. Per l’Italia, “un’irripetibile opportunità, con particolare riferimento al settore industriale e commerciale ed alla presenza italiana in settori strategici (telecomunicazioni, infrastrutture, banche)”. Di più, raccogliendo investimenti, la Serbia offre all’Italia un’area franca, con tasse al minimo o nulle (si va dal 10 percento a scendere a seconda degli investimenti fino allo zero per gli utili reinvestiti), terreni gratis per le aziende, ma soprattutto la possibilità di esportare dalla Serbia senza alcun dazio doganale su un mercato da 800 milioni di clienti, Ue compresa. Da 4 a 5 mila euro per chi investe in zone svantaggiate da Kraguievac a Nis fino al Sud, tassazione al minimo, costo del lavoro molto basso e alta specializzazione dei lavoratori. Una grande occasione per l’Italia, che ora prova a ricambiare il favore donando a Belgrado materiale e apparecchiature militari destinate all’individuazione, alla rimozione e alla distruzione delle mine, eredità dei bombardamenti Nato, per un valore complessivo di 600 mila euro.
7 Oct
Dicesi operazione piombo fuso e qualcosa s’era già scritto poco tempo fa. Ora Peacereporter, attraverso la firma di Christian Elia, racconta perché si sta aspettando Goldstone:
L’inchiesta, in realtà, denuncia in egual misura le violazioni dei diritti umani sia dell’esercito israeliano che dei miliziani islamisti di Hamas, ma aggrava la posizione d’Israele denunciando la scarsa collaborazione delle istituzioni di Tel Aviv al lavoro del pool di giuristi dell’Onu. La polemica è scoppiata subito, con gli stati arabi inferociti, sia con gli Usa che con l’Autorità Nazionale palestinese. Il presidente dell’Anp Mahmoud Abbas, infatti, ha accettato il rinvio, tutto preso dalle trattative con Israele per la ripresa dei negoziati di pace e dall’accordo di pacificazione inter palestinese che Hamas e Fatah dovevano firmare al Cairo il 18 ottobre prossimo. E che ora è in forte dubbio.
E si ipotizzano eventuali sviluppi, legato a una fantomatica registrazione video di una riunione con tre partecipanti durante la quale accadrebbe quanto segue:
Barack esprime tutta la sua perplessità nel continuare un attacco che ha già causato la morte di tanti civili e l’indignazione dell’opinione pubblica internazionale, mentre Abbas lo sprona a non fermare le truppe israeliane fino a quando Hamas non fosse stata distrutta. Che il video sia veritiero è davvero improbabile, ma rende l’idea dell’opinione pubblica araba rispetto al presidente dell’Anp che, mentre Israele metteva a ferro e fuoco la Striscia, non trovava niente di meglio da fare che mandare i suoi uomini ad arrestare i militanti di Hamas in Cisgiordania.
1 Oct
L’analista somalo Mohamed Abshir Waldo racconta su Terra Italia Nostra l’altra Somalia.
Ci sono due piraterie in Somalia. Una è quella che sta all’origine del problema di oggi, e che è la pesca illegale da parte di imbarcazioni straniere, che oltre tutto mentre pescano assolvono a un altro compito illegale, cioè la discarica di scorie tossiche industriali e persino nucleari nelle nostre acque, tutte provenienti dal mondo ricco. L’altra pirateria è quella che vi raccontano i vostri media. Ma essa si è scatenata in reazione a quei crimini, quando le nostre acque furono avvelenate, quando fu saccheggiato il nostro pesce, e in un Paese poverissimo i pescatori capirono che non avevano altra possibilità se non quella di reagire con la violenza contro le navi e le proprietà dei Paesi potenti che sponsorizzano la vostra pirateria e la discarica tossica qui.
Da aggiungere due dati. Il primo. Un’altra analisi di Mohamed Abshir Waldo sullo stesso argomento è stata pubblicata qui: è in inglese, ma essendo più estesa contiene ulteriori dettagli. Il secondo. Terra Italia Nostra, che s’è occupata parecchio di ambiente, ecomafie, veleni e abusivismi vari soprattutto al sud e soprattutto in Puglia, paga anche il conto in termini di intimidazioni al punto che dal colophon sono stati tolti i nomi dei collaboratori. Rimane solo quello del direttore, Gianni Lannes, che a cicli costanti si vede augurare infausti destini.
28 Sep
Peacelink pubblica una lunga recensione firmata da Francesca Borri e dedicata a un libro uscito lo scorso maggio per ISBN Edizioni. Si tratta di Palestina borderline – Storie da un’occupazione quotidiana, scritto da Saree Makdisi, docente di letteratura inglese all’università della California cresciuto a Beirut ed esperto di Medioriente (su questo blog c’è un archivio dei suoi scritti). Non è un testo che ha per protagonista la guerra nei suoi aspetti più eclatanti, ma i protagonisti sono i “signori nessuno” che con gli effetti della guerra ci devono aver a che fare, che siano in patria o all’estero. Quelli che si mettono in fila dovendo sopportare trafile burocratiche e quotidiane prevaricazioni. O che vivono rincorrendo visti per ricongiungimenti familiari da sempre negati. O – ancora – testimoni muti di logiche bancarie che sono più forti e più opprimenti di qualsiasi forma di estremismo. Questa la presentazione del libro:
Questo libro non racconta storie di kamikaze, ma storie di persone comuni. Come quella di Sam Bahour, un uomo d’affari di Al bireh, di Mohammad Jalud, un agricoltore che vive a Qalqilya, di Samira che lavora a Gerusalemme. Esistenze che sarebbero banalmente normali, se non dovessero fare i conti con gli orrori di un’occupazione quotidiana [...]. Saree Makdisi viaggia nei Territori, scatta fotografie, raccoglie dati e informazioni sulle condizioni di vita dei palestinesi e spiega come il cosiddetto «processo di pace» nasconda di fatto il progressivo restringimento della geografia della Palestina e una serie di misure di sicurezza punitive imposte dallo Stato di Israele. Palestina borderline descrive la realtà di un Paese dai confini di filo spinato, ponendo finalmente l’essere umano al di sopra delle questioni politiche.
E aggiunge Francesca Borri nella recensione:
Le prime volte, un checkpoint incendia indignati: ma rapida, subentra una sorta di aritmetica istintiva del male minore: difendere da uno sputo è regalare il pretesto per una chiusura. Si è contagiati così da una gramigna di tolleranza, via via più larga – perché ogni giorno è giorno di infinite ingiustizie minime: fino a riscoprirsi pazienti in fila a un checkpoint, anestetizzati come davanti a un semaforo rosso. E se il pericolo, scriveva Tiziano Terzani, è che alla guerra ci si abitua, questo libro non è allora per principianti, ma veterani della questione palestinese: per quelli che non si sorprendono più – perché è qui che l’occupazione vince: quando si converte in paesaggio.
7 Sep
Su Peacereporter è stata pubblicata una lunga intervista realizzata da Nicola Falcinella a Stefano Savona (che già aveva girato Primavera in Kurdistan), autore del documentario Piombo fuso sull’attacco a Gaza del dicembre 2008.
Le dinamiche che nascono sono le peggiori, come nei lager e leggere I sommersi e i salvati di Primo Levi mi ha aiutato. Non si può dare la colpa a tutti i palestinesi per i discorsi e la politica di Hamas. Di certo la guerra non ha fatto che aumentare il consenso per gli estremisti [...]. Per la prima volta nessuno mi ha detto di non filmare qualcosa. Sono sempre stato libero di riprendere. In giro c’ero solo io con la videocamera, è stata una guerra poco mediatizzata, la gente capiva che ero là a mie spese e a mio pericolo. All’inizio avevo qualche timore a filmare le donne velate perché so che non amano essere riprese, poi ho notato che anche loro facevano segni di vittoria con le dita e mi sono sentito più sicuro a riprenderle. Con Hamas ufficialmente non ho mai avuto nessun contatto, non mi hanno contattato né detto nulla.
Già presentato al Festival di Locarno, una versione di 52 minuti del documentario verrà mandata in onda all’interno di Doc3 giovedì 17 settembre. In rete invece non c’è ancora un trailer ufficiale, ma qualche immagine si può vedere da un servizio del Tg3.
21 Aug
Su Internazionale viene segnalata la guerra dei bambini soldato in un libro a fumetti:
Non sono molti i libri a fumetti che vengono stampati con un glossario, scrive il New York Times. Ma non sono neppure molti i libri a fumetti recensiti sul New York Times. È il caso di Unknown Soldier. La nuova serie, scritta da Joshua Dysart e disegnata da Alberto Ponticelli, raccoglie l’eredità della saga della DC Comics Universe e l’ambienta in Uganda i nostri giorni.
Il protagonista è un medico ugandese, Moses Lwanga, che torna nel suo paese devastato dalla guerra civile e deve affrontare il dramma dei bambini soldato, delle bambine ridotte in schiavitù e della crudeltà dei gruppi armati. L’undicesimo capitolo della saga, pubblicata da Vertigo, uscirà il 26 agosto negli Stati Uniti, insieme alla raccolta delle prime sei puntate. Per un prodotto ritenuto inizialmente di nicchia, le 7.500 copie vendute a giugno fanno ben sperare.
Qui il sito dedicato al fumetto, qui invece la scheda della serie e qui la pagina su Amazon. Infine una lunga recensione si può leggere su Peacereporter. Intanto, per vedere cinque tavole a titolo di anteprima, si vada su Newsarama.
6 Aug
Un anno fa il conflitto tra Georgia e Russia. Osservatorio Balcani ripropone in un unico dossier servizi e reportage realizzati in quei giorni:
Il Caucaso dopo il 7 agosto: la crisi umanitaria, il nuovo scenario regionale e internazionale e il rischio di un confronto Russia-Stati Uniti. In questa sezione tutti i nostri articoli, interviste e analisi sul conflitto insieme alle traduzioni con il punto di vista della stampa della regione.
4 Aug
Dalla Somalia allo Yemen, lasciandosi alle spalle un paese sempre più sprofondato nei conflitti dei signori della guerra (e probabilmente anche di altri). La storia la racconta Christian Elia (qui le sue corrispondenze per Carta) su Peacereporter. E intanto la comunità internazionale guarda (il che, considerando i risultati di Restore Hope, potrebbe essere il meno peggio, almeno se si vuole intervenire in quei termini):
L’Unione europea attende, gli Usa si dicono vigili rispetto alla situazione, l’Unione africana manda truppe di pace ma è divisa al suo interno. Nel mentre la Somalia è un inferno, dal quale migliaia di civili tentano la fuga attraverso il golfo di Aden. Le sue acque sono infestati dai pirati, ma sono questi ultimi che gestiscono il racket dei viaggi dei disperati verso la penisola arabica e non li fermeranno certo loro.
25 May
Il quotidiano inglese The Indipendent pubblica un’esclusiva che arriva dagli anni della prima guerra mondiale: quasi trecento fotografie scattate a Warloy-Baillon, in Francia, probabilmente da un amatore e ritrovate poco tempo fa. Nel lungo articolo che accompagna le immagini, si racconta che probabilmente quello fu l’ultimo scatto per la maggior parte di loro: a una quindicina di chilometri dal paese, che si trova nel dipartimento della Somme, c’era il fronte che vedeva i soldati di alcune nazioni della Triplice Intesa contrapporsi agli eserciti degli imperi centrali. Una linea di fuoco che nel giro di pochi mesi – dal luglio al novembre 1916 – causò un milione di morti tra i diversi schieramenti.
Le immagini sono state conservate da due abitanti della Somme: Bernard Gardin, sessantenne con la passione per la fotografia, e Dominique Zanardi, un ristoratore della zona. I quali, ritrovate per caso le lastre, le hanno fatte restaurare e ne hanno fatto una copia digitale. Ma non hanno molte delle risposte alle domande che quelle fotografie hanno sollecitato. Neanche dopo che sono state sottoposte all’analisi di storici specializzati in quel periodo. Per esempio non si sa come si chiamasse nessuno degli uomini ritratti, sono tutti sconosciuti, e altrettanto sconosciuti sono i civili che in alcuni casi compaiono accanto a loro: bambini, a volte, oppure donne dallo sguardo intimidito. E così un redattore del giornale britannico, Jack Riley, si è rivolto ai lettori e alla rete per chiedere aiuto nel ricostruire la storia delle fotografie e dei suoi personaggi.