Xaaraan – Il blog di Antonella Beccaria

Non credo nelle otto del mattino. Però esistono. Le otto del mattino
sono l'incontrovertibile prova della presenza del male nel mondo
Gli ultimi giorni, Andrew Masterson


Dai ritratti narrativi alla realtà degli anni Settanta, da Leonardo Sciascia ad Alberto Arbasino, da Aldo Moro a Carlo Giuliani. C’è questo e molto altro nel bel testo scritto da Demetrio Paolin, La figura della violenza nella letteratura sugli “anni di piombo” (disponibile per il download in formato pdf). Pubblicato su Vibrisse Libri, questo documento è stato presentato dal suo autore, che ha scritto Una tragedia negata – Il racconto degli anni di piombo nella narrativa italiana, durante il convegno Littérature et “temps des révoltes” (Italie, 1967-1980), che si è svolto dal 17 al 29 novembre scorso a Lione. E vi si legge:

Le vittime non sono più corpi del reato, ma sono persone che chiedono verità ed esigono che gliela si racconti direttamente e alla presenza di terzi. Chi ha commesso una colpa è chiamato a assumersi la responsabilità di quello che ha fatto, a tracciarne i limiti precisi (Edipo è colpevole di aver ucciso suo
padre e aver giaciuto con sua madre, i confini dei suoi delitti sono chiari, netti). Tutto acquista forza perché viene detto, si fa narrazione. È questo secondo me il tema principe del dibattito culturale, narrativo e politico sugli anni 70 e sulla stagione del terrorismo, ovvero come poter mettere in scena racconti, narrazioni che non servano a consolare o a giustificare, ma mettano in primo piano le colpe commesse da ognuno. Il compito è certamente arduo.

Scrive giustamente Vittorio Pasteris in una mail:

Mi ha stupito il totale disinteresse dei media italiani e degli stessi giornalisti in relazione all’arresto del giornalista Vittorio De Filippis. Le ragioni per preoccuparsi per l’azione delle forze dell’ordine e della giustizia sono molteplici. Ne riassumo un paio:

  • la “brutalità” per l’arresto del giornalista francese per un reato di diffamazione
  • il fatto che il presunto reato è attibuito non a un contenuto redazionale, ma ad un commento non correttamente moderato da parte della redazione di Liberation, che quindi è stata citata nella figura di De Filippis direttore ai tempi della vicenda

Che succederebbe se le stesse modalità fossero applicate in Italia ?

Per riassumere è accaduto questo (qui una rassegna in francese degli articoli pubblicati da Libération, il quotidiano che De Filippis dirigeva): irruzione a casa del giornalista lo scorso 28 novembre; prelevato e portato via per essere interrogato; il reato contestatogli è quello della diffamazione durante la sua direzione per un commento di un utente a un articolo che parlava di un provider che già si era fatto il sangue cattivo con il quotidiano d’oltrealpe. Panorama ha ricostruito la vicenda e Condor (file audio in formato mp3) l’ha commentata.

Intanto, altra vicenda (ma sempre di Internet e arresti si parla) che riguarda la rete è questa. Stavolta l’ambientazione è la Croazia.

Certo che a sentire i telegiornali e a leggere i quotidiani, difficilmente in questo pezzo di storia ci si inciampa. Per cui, piaccia o meno, la squadra d’assalto dei cronisti-scrittori di Chiarelettere è almeno una voce che a scartabellare ci va. In questo caso, ha agito Peter Gomez che nell’articolo Berlu-Sky: la vera storia racconta:

L’Iva agevolata sugli abbonamenti della pay-tv italiana è stata un trattamento di favore risalente al 1991 fatto dal ministero retto dal socialista Rino Formica e dal governo Andreotti a Silvio Berlusconi in persona [per quella che allora si chiamava Telepiù, fondata nel 1990 dal gruppo editoriale dell'attuale presidente del consiglio, ndb]. Non solo: dietro questo favore, secondo la Procura di Milano, c’era persino stato un tentativo di corruzione.

Finì tutto archiviato non avendo l’indagine ravvisato illeciti, ma intanto l’aliquota iniziale dell’Iva per le pay-tv era al 4 per cento nel 1991 e venne portata al 10 attuale nel 1995, durante il governo Dini. Il provvedimento venne “salutato” come un “atto di una campagna tesa a mettere in difficoltà la pay tv”.

Photojournalism, Technology and EthicsLiberamente scaricabile dalla rete in formato pdf, il testo Photojournalism, Technology and Ethics: What’s Right and Wrong Today? realizzato e messo a disposizione dall’agenzia Black Star mette a confronto tre ere del fotogiornalismo – passata, quella recente fino al ventesimo secolo e ciò che potrà forse essere nel futuro prossimo – e cerca di delineate un rapporto corretto tra ricorso alla tecnologia e genuinità di un’immagine. Che – raccomanda la guida – non va alterata nel momento in cui si racconta per fotografie perché, come scritto nell’indice, le “nostre foto devono sempre raccontare la verità”.

Con un’impostazione verso l’informazione dal basso non sempre condivisibile – i toni verso i contenuti self made spesso tornano a sottolineare talvolta il refrain dell’autorevolezza della fonte e della qualità del contenuto – il testo risulta comunque interessante anche per cui si avvicina alla fotografia da una prospettiva che non è quella di un fotoreporter di professione. Di fatto, oltre a raccomandare di evitare gli artifici del fotoritocco se si vuole conservare la genuinità della realtà che si ritrae, racconta dell’approccio di fotografi celeberrimi come Robert Capa e fa una cronistoria della manipolazione fotografica con relative controversie anche legali.

La valle della pauraScritto da Eraldo Baldini, Giampiero Rigosi e Sandrone Dazieri, il film si chiama La valle della paura ed è il risultato di una collaborazione che comprende realtà svizzere, italiane e ungheresi. Girato da Mihály Györik e attualmente in fase di post-produzione (uscirà nel corso del 2009), il film, almeno da ciò che si può intuire dal trailer, sembra un incrocio tra gotico rurale (anche se ambientato in montagna e genere in cui Baldini è maestro), atmosfere alla Stand by me e antiche tradizioni di storie di paura che occupavano le serate agresti.

Sergio Lepri, classe 1919, per lungo tempo direttore responsabile dell’agenzia Ansa, ha scritto – o iniziato a scrivere – un libro (uno tra tanti altri, a dire la verità), che si intitola 1943. Cronache di un anno. Ma ha fatto una scelta: non consegnarlo al circuito della produzione editoriale tradizionale, ma metterlo a disposizione sul suo sito. Il motivo lo spiega lui stesso:

A differenza dei libri a stampa, un libro in Internet non deve essere necessariamente terminato prima di essere reso pubblico. L’autore può inserirlo nel suo sito anche via via che lo scrive. Questa è la prima novità: una specie di “work in progress”, un libro che non solo esce “a puntate”, ma è scritto “a puntate” (molti anni fa alcuni quotidiani pubblicavano a puntate romanzi d’avventura o polizieschi; ma il libro era già scritto e la pubblicazione a puntate serviva soltanto a invogliare i lettori a comprare il giornale del giorno dopo per seguire la vicenda). C’è di più: non è necessario pubblicare i capitoli del libro in ordine cronologico; si può pubblicare un capitolo o un altro, prima o dopo, secondo opportunità.

A differenza dei libri a stampa, un libro in Internet può essere corretto o arricchito dall’autore anche dopo essere stato pubblicato. Intervenire per modificare un testo in rete è semplice. Questa è la seconda novità: un libro che può cambiare, e migliorare, seguendo la diversa ispirazione dell’autore o (per un libro storico o culturale) grazie alla raccolta di nuovi elementi. A differenza dei libri a stampa, un libro in Internet può essere corretto o arricchito anche dal lettore, che invia all’autore, per posta elettronica, osservazioni critiche o suggerimenti o nuove informazioni. Terza novità, quindi: un libro in collaborazione con i lettori, un libro “interattivo”.

A differenza dei libri a stampa, un libro in Internet è aperto non a un numero più o meno grande di possibili lettori, ma al grande mondo di chi “naviga” in rete; e se il libro è un libro storico-culturale, il navigatore (lettore curioso o studioso ricercatore) può, grazie ai “motori di ricerca” e a una parola-chiave, arrivare al libro anche se non sa che esiste e non ne conosce l’autore e non sa chi sia. Questa è la quarta novità: un libro che non sta in qualche migliaio o in alcune migliaia di scaffali, ma, virtualmente, in milioni di computer.

A differenza dei libri a stampa, un libro in Internet non finisce al macero, prima o dopo, per decisione dell’editore oppure, per decisione del lettore, in uno scaffale alto della libreria o sul banchetto di un rivenditore di libri usati; un libro che poi, alla fine, diventa un blocco di carta invecchiata o un mucchio di polvere. Non è fatto di atomi di carta, ma di impulsi elettrici, di bit. Quinta novità: un libro che, se l’autore non lo cancella, è – si fa per dire – eterno o quasi.

E dimostrando una reattività molto superiore a colleghi parecchio più giovani, segnala il suo indirizzo mail per invitare fin da subito i lettori a inviargli consigli, impressioni e proposte di correzioni. Perché, aggiunge, da testimone di fatti storici (e non da storico), è angosciato da un dato di fatto: la perdita della memoria del tempo. E rilancia con un altro invito: aiutarlo a far sì che la memoria non sia dispersa. La seconda parte della pagina dedicata al “cantiere” del libro è occupata dall’indice che contiene già i link a parecchi capitoli (in formato pdf) di quell’anno.

Un appello e una raccolta di firme promossi dalla FIMP (Federazione italiana medici pediatri) di Modena per ribadire che la salute è uguale per tutti. C’è infatti chi la pensa in modo differente e cinque senatori della Lega Nord hanno presentato un emendamento che, in nome di una presunta sicurezza, porti all’abrogazione del comma 5 dell’articolo 35 del decreto legislativo 25 luglio 1998, n. 286, Testo unico delle disposizioni concernenti la disciplina dell’immigrazione e norme sulla condizione dello straniero, che sancisce il diritto a cure mediche anche agli stranieri non in regola con il permesso di soggiorno. Via dunque a questo diritto, a cui si aggiunge – nelle intenzioni dei proponenti – la segnalazione obbligatoria degli immigrati clandestini all’autorità giudiziaria. Nell’appello che si oppone a questo provvedimento si scrive:

I pediatri di libera scelta aderenti alla FIMP (Federazione Italiana Medici Pediatri) operanti nel SSN [...] ritengono gravissimo tale emendamento che finirebbe per respingere in sacche di esclusione la popolazione più indigente e ne richiedono il ritiro: esso non è soltanto la negazione di un diritto costituzionalmente sancito, ma costituisce anche un pericolo per la tutela della salute della collettività, per la mancata cura di patologie anche gravi, con conseguente rischio di diffusione e rappresenta inoltre un pericoloso passo legislativo verso l’abolizione del diritto alla cura. Ritengono inoltre che la segnalazione all’autorità competente di un paziente indigente sia in aperto contrasto con il codice etico ordinistico al quale i medici debbono attenersi e di cui affermano il primato. Denunciano con preoccupazione che tale emendamento priverà della assistenza sanitaria essenziale migliaia di bambini divenuti “per decreto invisibili e senza diritti” in totale contrasto con la Convezione ONU sui diritti del fanciullo e richiedono che lo Stato Italiano firmatario con L. 176/91 della Convenzione ONU di New York del 20.11.1989 sui diritti del fanciullo garantisca ad ogni minore straniero il pieno diritto di usufruire delle prestazioni mediche pediatriche a prescindere dalla regolarità del soggiorno.

La rivista medica Occhio clinico in proposito interviene con un lungo articolo, Emendare il testo unico sull’immigrazione: un atto inumano e pericoloso, che fa un punto, comma per comma, delle modifiche e riporta anche le posizioni assunte da Medici senza frontiere e Associazione studi giuridici sull’immigrazione.

(Via Nazione Indiana)

Francesco Zambelli scrive per PeaceReporter il testo che segue. Si intitola Trentaquattro anni per una verità e racconta l’apertura del terzo processo per la strage di piazza della Loggia, avvenuta a Brescia il 28 maggio 1974.

Giulietta Banzi Bazoli, Livia Bottardi Milani, Clementina Calzari e il marito Alberto Trebeschi, Euplo Natali, Bartolomeo Talenti, Luigi Pinto e Vittorio Zambarda. Sono i nomi che si sentono pronunciare ogni anno, ogni 28 maggio, in piazza della Loggia. I nomi di chi in quella piazza, nel 1974, partecipava a una manifestazione antifascista e si trovava vicino al cestino della spazzatura dove alcuni fascisti, con la complicità di una parte dei servizi dello stato italiano, avevano messo una bomba.

Questo è il terzo processo che vuole far luce su chi ordinò e chi compì la strage. Imputati sono Carlo Maria Maggi, Delfo Zorzi, Maurizio Tramonte, Giuseppe Rauti, Francesco Delfino e Giovanni Maifredi. Si tratta, probabilmente, dell’ultimo processo per le stragi che tra il ’69 e il ’74 vennero organizzate in Italia con lo scopo di favorire una svolta autoritaria, militare, nel nostro paese. Si basa sulle ricostruzioni fornite da un ex agente della Cia, Carlo Digilio, esperto di esplosivi che collaborò alla realizzazione di alcune stragi ed è morto nel 2005: ironia della sorte, proprio nel giorno dell’anniversario di quella di piazza Fontana, la prima, la madre di tutte le stragi. Sono state poi raccolte informative della polizia, documentazione del Sismi (servizi segreti militari), atti di processi come quello contro il Mar di Fumagalli e del conflitto a fuoco avvenuto a Pian del Rascino, dichiarazioni prese dai processi precedenti e nei processi per le stragi di piazza Fontana e della questura di Milano. Un altro procedimento è stato aperto contro gli avvocati Gaetano Pecorella e Fausto Maniaci per aver fatto da tramite nel consegnare a Martino Siciliano 150mila dollari per ritrattare le sue dichiarazioni contro Delfo Zorzi.
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In argomento, seguo il blog di Andrea C. Colombo, Lil e Horror blog: la materia mi incuriosisce (soprattutto nelle sue rappresentazioni letterarie, più che in quelle cinematografiche, come in questo caso) e il genere, quando ben usato, è un grande strumento di interpretazione e di critica politica . Per questo credo che per il futuro, almeno per quello prossimo, leggerò anche Horror – Riflessi di paura, nato ieri e che si presenta così:

È [...] un viaggio che ci conduce dalla paura dell’immagine all’immagine della paura, un metodo d’indagine che ci permette di cogliere tutta una serie d’informazioni relative ai molteplici modi di “dire” la paura, quel sentimento fobico primordiale che accomuna il genere umano. Naturalmente – ci auguriamo – con sommo divertimento in quello che sarà principalmente un dialogo in itinere curatore-lettore alla scoperta di tutte le trasfigurazioni orrorifiche che questo mondo ci riserva.

Un altro modo di raccontare l’Italia e la sua storia, quella che propone Giuseppe Genna con questo video collegato a Italia de profundis di cui si parlava poco tempo fa. Se na sta discutendo sul blog dell’autore che presenta questo “collage” come una videomeditazione. E in effetti così è, con un’avvertenza:

qui nulla è ironico, neppure quando appaiono cose o battute o sospensioni che farebbero sorridere. In calce al filmato, specifico provenienza e natura delle immagini e delle parole di questo video. La cui natura è essenzialmente interrogativa. Alcune domande: come si può raccontare la storia italiana? Raccontandola, persona e personaggio che rapporti hanno? Fondamentalmente, se si vuole narrare la storia d’Italia, si vuole proprio raccontarla? Chi sarebbe quello lì che la racconta? Nessuna risposta, se non un azzardo, che metà filosofia ha formulato: la storia non siamo noi, noi siamo i sogni, che si avverino o meno.

Volk di Graziano Cernoia e Marco PasquiniUn libro e un blog per continuare a raccontare una storia che scavalca le frontiere. Il libro si intitola Volk, è stato pubblicato per le m.edizioni ed è firmato da Graziano Cernoia e Marco Pasquini. Questa la presentazione del volume:

Questa è una storia che guarda lontano. Lontano, al di là del mare Adriatico e del Mediterraneo, al di là di quelle che chiamiamo etnie, di quelle che chiamiamo religioni e di ciò che viene definito confine di stato. Questa è una storia che parla di gente, vista attraverso gli occhi di un ragazzo che ha girato per il mondo cercando di lasciarsi alle spalle tutto quello che gli anni ottanta lo avevano fatto diventare. È una storia che racconta del suo carattere, della rabbia, delle sue fortune e disperazioni. E di come si sia trasformato in qualcos’altro, andando alla ricerca di un popolo che non si riconosce in nessuna bandiera.

E aggiunge Alessio Aymone in una recensione uscita sul sito di Radio Città Fujiko:

È come lo snodo di una stazione ferroviaria in cui i suoi dieci binari, terminata la banchina che accoglie i passeggeri, confluiscono gradualmente in uno solo, direzione chissà dove. Quest’unico binario rimasto ha però senso grazie agli altri: le stazioni si affollano di persone, le persone riempiono i vagoni, i vagoni si allontanano stracolmi lungo un binario. Volk è la ricostruzione di appunti di viaggio che nascono dal contatto con le etnie, le religioni, gli stati: è la storia di un tecnico del suono, avvezzo a girare il mondo per lavoro, che quelle etnie, quelle religioni, quegli stati se li è ritrovati spesso dinnanzi agli occhi testando così sulla propria pelle il concetto, labile e vago, di “confine”.

Bernardo Parrella sottolinea una disattenzione a un argomento che, se sta facendo parlare al di là dell’oceano, da questo lato dell’Atlantico sembra persistere: quella per l’indagine Living and Learning with New Media recentemente pubblicata dalla MacArthur Foundation e incentrata sulle competenze tecniche e sociali che la fascia d’utenza più giovane della rete va sviluppando. E a proposito dell’eco italiana di questi e altri studi, sottolinea Bernardo:

Nonostante i molti anni trascorsi dalla genesi della Rete, per la stragrande maggioranza dei giornalisti (o presunti tali) nostrani urge piuttosto scrivere di nefandezze o gossip. E spingere le mode o i gadget del momento. Cosa c’è di più facile allora che sbattere variamente Facebook in prima pagina pressochè ogni dì? Preferendo alle necessità di spunti e riflessioni articolate, un approccio quasi sempre scandalistico, fuori contesto, inaccurato.

Sempre a proposito di rete, indagini e notizie, è poi interessante quando pubblica Miki Fossati nel post Perdere lettori facendo notare qualche stranezza nei suoi accessi – e qualche link inspiegabile, oltre che imbarazzante – in corrispondenza di testi che parlano del ministro Gelmini e del decreto sulla scuola.

Canadian troops in their trenches during World War IUn archivio fotografico che parte dalla seconda metà del XIX secolo e arriva a oggi. Lo segnala Lsdi quando scrive che va online l’archivio di Life. O almeno ci sta andando. E quando si dice l’archivio, si intende proprio la quasi totalità delle fotografie della celebre rivista, quando il progetto sarà ultimato: nel momento in cui tutto sarà digitalizzato e in rete, ci saranno 10 milioni di immagini, pari al 97 per cento dell’intero patrimonio, disponibili attraverso un accordo tra Google e Time Inc. L’archivio digitale viene suddiviso per annate e per argomenti ed ecco che racconta di quanto c’è a oggi Lorenzo Di Palma su TheInquirer.it:

La collezione di immagini digitalizzate comprende foto e incisioni prodotte per Life Magazine a partire dagli anni ’70 e riporta “in vita” immagini storiche – scattate da maestri della fotografia come Alfred Eisenstaedt, Gjon Mili e Nina Leen – altrimenti destinate a un polveroso archivio.

Pentiti di nienteIl testo che segue è la prefazione che Valerio Evangelisti ha scritto (grazie!) per Pentiti di niente (collana Eretica, Stampa Alternativa/Nuovi Equilibri), da oggi in libreria. Essendo rilasciato con licenza Creative Commons, l’interno del libro – anticipato in qualche parte nelle scorse settimane – è anche scaricabile in versione completa da qui.

Forse è inevitabile che, a lato di fluviali movimenti di massa, durante fasi importanti di trasformazione politica e sociale, si formino pozze oscure, in cui sguazza una fauna dall’incerto profilo. Dostoevskij, con “I demoni”, ne fornì un esempio, romanzando magistralmente un episodio di cronaca: l’assassinio, da parte di un gruppetto di rivoluzionari russi guidato da Nestor Nečaev, di un loro compagno. Anche l’Italia degli anni Settanta, in preda alle convulsioni positive e negative di mutamenti profondi, destinati a lasciare il segno sui decenni successivi, ebbe il proprio Nečaev: Carlo Fioroni. Figura ancora più sinistra, per non dire diabolica, dell’antesignano, il quale quanto meno non tradì mai il credo gelido cui si era consacrato, né il ferreo catechismo (“una regola benedettina”, lo definì Bakunin) che ne sorreggeva la messa in pratica.

Invece Fioroni, ucciso il compagno e supposto amico Carlo Saronio, tradì un po’ tutti: chi era stato suo complice e chi non lo era stato affatto. Senza altre finalità se non quella della salvezza propria. In ciò, Fioroni ebbe il concorso semi-involontario dei poteri dello Stato. Nel 1975, ai tempi dell’uccisione di Saronio, non era ancora giunta a forma compiuta la legislazione sui “pentiti”. Tuttavia era prassi invalsa, e di vecchia data, concedere sconti di pena in cambio di delazioni. Era quindi già operante il meccanismo perverso insito nel “pentitismo”. Vuotato il sacco sui delitti propri (spesso almeno in parte addossati ad altri, nei limiti del possibile) e incassati i relativi benefici, per ottenere benefici ulteriori non c’è che un mezzo: “rivelare” ciò che non si sa, ma che gli inquirenti si attendono di udire, a conforto di proprie tesi.
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Hiroshima: The Lost PhotographsLe foto perdute di Hiroshima che ritraggono gli effetti del dopo bombardamento atomico del 6 agosto 1945. Ne riferisce nel pezzo Hiroshima: The Lost Photographs lo scrittore e documentarista Adam Harrison Levy su DesignObserver.com (che riprende un precedente articolo più breve apparso su Guardian Weekend Magazine) raccontando in partenza del ritrovamento: stipate dentro valigie che erano state buttate via come roba vecchia e scoperte da un uomo che portava il cane a fare un giretto. Detta così, sembra una storia inventata. Eppure – sostiene l’autore dell’articolo – quell’uomo esiste, è quasi un suo omonimo (si chiama Don Levy, anche se – precisa – non ci sono parentele), gestisce con la moglie una tavola calda a Watertown, un sobborgo di Boston, e con lei si chiede che fare di quelle immagini, su cui era stato scritto a mano “Hiro”. All’inizio i due coniugi non fanno nulla, ma poi decidono di seguire il consiglio di una cliente: contattare un gallerista di New York che le trasforma in una mostra senza però destare quella volta alcuna attenzione.

La storia delle immagini, prima e dopo il ritrovamento, prosegue come se fosse un’avventura che si conclude all’International Center of Photography dove sono riunite nella collezione “Hiroshima: The United States Strategic Bombing Survey Archive”. Qualunque sia, comunque, l’esatto percorso delle fotografie, scattate da un team di scienziati statunitensi nella seconda metà del settembre 1945, sei settimane dopo il bombardamento, commenta Levy (lo scrittore, non il ristoratore di Boston):

Since the invention of the camera in 1839, photography has marched in lockstep with death, especially death experienced in war. Starting with Alexander Gardener‘s and Matthew Brady‘s images of the American dead at Gettysburg, through Robert Capa‘s visceral images of the Spanish Civil War (made more immediate as a result of the camera having been freed from the restraints of the tripod), images of death and destruction have served to document war’s brutality.

Infine, sempre a proposito di immagini (questa volta di un documentario, visibile qui) sono segnalate da Luigi Milani nel post sui fatti del 18 novembre 1978 che posero fine alla confessione del Tempio del popolo, fondata dal pastore protestante James Warren Jones.

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