Gli spiriti inquieti della Santa Muerte raccontati in un reportage del National Geographic dal Messico

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Troubled Spirits - National Geographic

Della Santa Muerte si era parlato quasi un anno fa, quando il Time aveva pubblicato la galleria fotografica Mexico’s cult of Holy Death. Questa volta è stato il National Geographic con i Troubled Spirits, accanto ai quali c’è online un lungo reportage firmato da Alma Guillermoprieto.

L’immagine sopra, come le altre, sono opera del fotografo israeliano Shaul Schwarz.

(Via BoingBoing.net)

Aurolalia: tra Gaja Cenciarelli e Monica Mazzitelli un booktrailer da votare

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Un appello per il voto: che si dia la propria preferenza a Monica Mazzitelli e Gaja Cenciarelli, in concorso al festival della piccola e media editoria che si terrà a Pisa a fine settembre. Qui la pagina web per votare e qui invece una descrizione di Aurolalia.

Veterani Usa: Peacereporter racconta come c’è chi ha fatto la cresta sui caduti in guerra

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Su Peacereporter Antonio Marafioti racconta dagli Stati Uniti della truffa assicurativa sui caduti in guerra: sei milioni di danneggiati. Dicendo che:

“Fino a oggi ho creduto che le famiglie dei nostri eroi morti in guerra ricevessero un assegno che coprisse l’ammontare totale delle indennità di servizio”. Anche il Segretario della Difesa Robert Gates sembra non riuscire a credere al fatto che la Prudential Financial Inc., la seconda compagnia assicurativa più potente degli Stati Uniti, quegli assegni non li emette dal 1999. E non lo fa in virtù di un accordo verbale, raggiunto con il Dipartimento degli Affari dei Veterani (Dav), che di fatto consente al colosso assicurativo di Newark, New Jersey, di trattenere vincolato nel conto societario generale il denaro destinato alle famiglie dei soldati morti in guerra.

Qualche approfondimento si può trovare sul sito Veterans for common sense oppure leggerne qui e qui.

La storia di Alain Gossens e di un suicidio alquanto tempestivo

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Una caduta di venti metri dalla chiesa di Watermael Boitsfort, comune belga che si trova nella regione di Bruxelles Capitale. È morto così il giornalista investigativo Alain Gossens. Era il 6 luglio scorso e sul fascicolo aperto dopo il volo è stata scritta la parola suicidio. Una parola che tuttavia ha destato scetticismo non solo in chi lo conosceva (e che sostiene che l’uomo non fosse in preda alla depressione), ma soprattutto in chi attendeva la divulgazione del dossier a cui aveva lavorato per anni e che avrebbe dovuto essere pubblicato alla metà di luglio.

Si annunciava esplosivo, il dossier, perché cuore del lavoro del giornalista erano i reati sessuali a danno di minori consumati all’interno della chiesa belga. La stessa ipotesi che a fine giugno aveva portato a una serie di perquisizioni presso istituzioni religiose locali, compreso l’arcivescovado di Malines-Bruxelles, e che aveva consentito di scoprire a Mechelen documenti legati in particolare al rapimento e all’omicidio di Julie Lejeune e Melissa Russo, due delle piccole vittime di Marc Dutroux, il mostro di Marcinelle.

Anche Gossens aveva annunciato di aver trovato, fra l’altro, contatti tra ambienti cattolici belgi e i reati per cui Dutroux è stato condannato. E se la condanna che l’uomo e i suoi due complici stanno ancora scontando parla di un «pervertito isolato», il giornalista morto a inizio luglio si era unito al coro di chi sostiene ancora oggi l’esistenza di una rete di predatori a cui appartenevano anche persone di primo piano in Belgio.

Dunque, mentre si resta in attesa della pubblicazione postuma del reportage del giornalista, al momento è stato possibile appurare che l’uomo, 40 anni, si sentiva minacciato e sotto osservazione al punto da scrivere alla madre una lettera (a casa sua ne sono state ritrovate due, dopo la sua morte) per raccontarle delle pressioni che stava subendo. Alcuni dei dubbi sull’ipotesi del suicidio riguardano anche il luogo in cui Alain è morto: la chiesa di Watermael Boitsfort è infatti da tempo in ristrutturazione e il cantiere che la circonda rende l’accesso all’edificio estremamente difficoltoso, soprattutto a un uomo sedentario come era Gossens.
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Pentiti di niente. Primavera 1976: nuovi arresti e le prime conferme sulla morte di Saronio

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Carlo SaronioNella prosecuzione delle indagini gli inquirenti decidono di sentire Rossano Cochis. Del resto testimonianze a suo carico non mancano: Fioroni dichiara che, pur appartenendo alla criminalità comune, gli era stato indicato da Casirati come un soggetto da utilizzare a scopi politici, anche se poi non se ne sarebbe fatto più nulla. Inoltre si sarebbe incontrato di frequente sia prima che dopo il pagamento del riscatto con Gennaro Piardi, la cui posizione nel frattempo si aggrava: i suoi presunti complici lo indicano infatti come colui che ha ucciso materialmente Carlo Saronio.

In un primo momento si decide di convocare Rossano Cochis come testimone e non come indiziato perché farebbe parte del gruppo dei bergamaschi che si chiama fuori dal sequestro: in questo caso diventerebbe un teste dell’accusa e potrebbe dare un contributo determinante nel lavoro di ricostruzione dell’intero organigramma della banda. Alla peggio aiuterà a comprendere le reali ragioni che hanno spinto Fioroni a sequestrare l’amico e compagno Saronio.

Se intercettare Cochis non è affare semplice per gli investigatori, ecco che arriva un colpo di fortuna: viene fermato per gioco d’azzardo e intanto meglio fargli qualche domanda in più prima che scompaia di nuovo. Così Cochis ammette di conoscere Casirati e di aver discusso con lui di Saronio e del suo rapimento, un “grosso affare” avrebbe aggiunto il malavitoso di origine bergamasca, ma di non poter aggiungere altro: nutriva scarsa stima per Casirati e così gli ha dato retta fino a un certo punto finendo per declinare l’offerta.
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“Mafie in pentola: libera Terra, il sapore di una sfida”, teatro gastronomico e il recupero della memoria storica

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Tiziana Di Masi - Mafie in pentola

Tiziana Di Masi è una brava attrice che ha dedicato una parte della sua professione al teatro civile e della memoria. Il prossimo 9 ottobre debutterà a Forlimpopoli (Teatro Verdi, ore 15.30) con lo spettacolo Mafie in pentola – Libera Terra, il sapore di una sfida, che andrà in scena nell’ambito dell’annuale rassegna organizzata da Casa Artusi:

Cibo e lotta alle mafie, teatro gastronomico e l’impegno per il recupero della memoria storica: i miei due ambiti di lavoro decennale finalmente si coniugano e si intrecciano in un progetto che è nato così, da un’idea sorta una mattina di novembre..all’improvviso e casualmente, come nascono le migliori cose. Ancora una volta uso il cibo, come straordinaria metafora della vita e mezzo efficace per raccontare delle storie, storie di vita, lavoro, di sfide vinte e di battaglie ancora in corso […].

Mafie in pentola nasce dalle esperienze e dai viaggi di Andrea Guolo e Tiziana Di Masi sui terreni confiscati alle mafie da nord a sud dove in questi ultimi mesi abbiamo raccolto interviste, documenti e materiale audio-video, con la preziosa disponibilità di tutti coloro che li lavorano che ci hanno accolto e aiutato a comprendere il significato più profondo del loro lavoro su quelle terre. Milioni di ettari di terreno tra Sicilia, Calabria, Campania, Puglia, hanno assistito a secoli di violenza, sfruttamento, illegalità, omicidi. E dalle grandi regioni del sud le mafie si sono estese fino al nord. Ora quelle stesse terre, liberate dalla mafia con lo strumento della confisca previsto dalla legge 109/1996, offrono al mercato alcuni gioielli enogastronomici del nostro Paese.

Qui [pdf, 203 KB] c’è una scheda di dettaglio del progetto mentre qui il comunicato stampa del 9 ottobre.

“La lunga notte dell’informazione”: le radio, le redazioni locali e i tagli all’informazione

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Citta' del Capo Radio MetropolitanaSi intitola La lunga notte dell’informazione l’editoriale scritto da Paolo Soglia, direttore responsabile di Radio Città del Capo (una delle emittenti che fanno parte di Popolare Network), a proposito di giornalismo, tagli all’informazione e conseguente silenzio a cui alcune alcune voci vengono costrette dal ragioni economiche. Merita di essere letto il testo di Soglia e di seguito viene riportato per esteso (meditando sul fatto che forse un abbonamento potrebbe valere una buona causa).

Oggi e domani non troverete in edicola L’Unità. L’editore ha deciso di tagliare dal 15 ottobre le cronache locali di Toscana ed Emilia-Romagna, le due regione che da sole garantiscono il 40% delle vendite nazionali del quotidiano. I redattori hanno indetto due giorni di sciopero perché sono convinti che la chiusura delle redazioni locali sia solo l’anticamera dello smantellamento del quotidiano fondato da Antonio Gramsci.

Quello che sta succedendo all’Unità, potrebbe capitare, in breve successione, a innumerevoli testate della carta stampata della radio e della televisione. La stessa testata da cui vi scrivo, RCdC, è in questi giorni in preda ad angosciose riunioni per districarsi tra dolorosi tagli da effettuare e conti che si fanno sempre più difficili.

La cosa singolare è che i nostri ascoltatori, e i lettori del quotidiano on line, sono in costante aumento, tuttavia non vi è più un rapporto diretto tra il gradimento di un prodotto locale e i ricavi che se ne possono trarre sotto un profilo economico. Questo perché l’editoria tradizionale, il giornalismo, le testate d’informazione sono entrate – e non da oggi – in una crisi sistemica, dovuta alla trasformazione vorticosa dei sistemi di produzione e fruizione dell’informazione.
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La Valle del Sacco: un disastro ambientale tra ipotesi di dolo e danni per gli abitanti

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Il luogo è la Valle del Sacco, provincia di Frosinone, Lazio meridionale. E il tema è un disastro ambientale di cui parlava l’estate scorsa Current.tv, provocato dall’inquinamento industriale e dall’interramento di fusti contenenti materiali tossici:

Dagli anni ’60 al ’90 sono stati seppelliti a ridosso delle falde del Fiume Sacco, centinaia e centinaia di barili con beta-esaclorocicloesano, ftalica, amianto e altro. Oggi questi sono percolati nel fiume […]. Per il rapporto di Legambiente – Ambiente Italia, la provincia laziale è all’ultimo posto per qualità della vita tra le 103 province italiane. Implicazioni gravissime per la salute, indifferenza della politica, pericolose ipotesi di occultamento di prove e mancata bonifica dell’area.

Ulteriore materiale si può trovare qui, qui e qui.

(Grazie all’attenzionato per le segnalazioni)

Belgio: l’istituto europeo per la sicurezza e la pace e chi osteggiava gli antimilitaristi

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Institut europeen pour la paix et la securiteGiovanni Spadolini fu il primo presidente del consiglio nell’era post-P2. Primo premier laico, non s’era accontentato di raccogliere i cocci di uno Stato pesantemente compromesso con l’esperienza gelliana, ma dispose una commissione d’inchiesta, che fu presieduta da Tina Alselmi, e durante il suo mandato venne varata una legge – la 17 del 25 gennaio 1982 – che sciolse la loggia e vietò le associazioni segrete. Eppure, non occorreva l’ultimo libro-intervista a Francesco Cossiga (“Fotti il potere”, Aliberti, 2010) per sapere che l’ex presidente del consiglio Spadolini non fosse pregiudizialmente contrario all’appartenenza massonica. Ma Spadolini – raccontava il “grande vecchio” della politica italiana – dimostrò «uno zelo (contro Gelli e la sua organizzazione, ndr) che lo mise in contrasto con la Gran Loggia di Londra, (dato che) un massone non può, o meglio non potrebbe, denunciare e far giudicare dalla Giustizia profana un fratello massone». E con iscritti alla massoneria aveva avuto a che fare, il premier di allora.

Come il docente Paolo Ungari, con cui nel 1985 Spadolini era entrato a far parte di una organizzazione non scevra da influenze di grembiuli e compassi. Si tratta dell’Institut européen pour la paix et la sécurité (Ieps), fondato a Bruxelles con lo scopo ufficiale di coinvolgere a livello internazionale i capi di Stato di Europa e Stati Uniti, aggregandoli intorno ai temi della sicurezza e della protezione civile. «La guerra non è più possibile», si legge in uno studio dell’epoca firmato dall’Ieps, ma «se una guerra moderna sarebbe di certo estremamente pericolosa per la popolazione, un esame approfondito porta ad ammettere che sarebbe possibile sopravvivere, a condizione che si sia seriamente preparati».
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A parole, in breve # 10: “C’erano bei cani ma molto seri” di Alberto Spampinato

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C'erano bei cani ma molto seri di Alberto SpampinatoRiprende la programmazione di A parole, in breve con una nuova puntata (in programmazione ogni giovedì, alle 20.20, su GNUFunk Radio), che parla del libro C’erano bei cani ma molto seri. Storia di mio fratello Giovanni ucciso per aver scritto troppo, scritto da Alberto Spampinato (Ponte alle grazie, 2009):

C’era un campo di girasoli, e mangiavamo i semi ancora verdi. C’erano le mucche, e la sera facevano la ricotta… Il padrone di casa, o un suo figlio, era cacciatore. C’erano bei cani, ma molto seri. Un giorno legarono un cane in cortile, e stette lì forse per due giorni. Il cane ululava, si lamentava, era straziante. Ci dissero di non avvicinarci, aveva la rabbia. Poi lo abbatterono a fucilate. Ricordo l’odore della terra bagnata dagli acquazzoni estivi. Quell’odore mi inebriava”. Così, ricordando la propria infanzia, scriveva nel 1971 il giovane giornalista ragusano Giovanni Spampinato, in una tragica e involontaria profezia: fu ucciso poco tempo dopo in circostanze ancora non chiarite. Come corrispondente dell'”Ora” di Palermo indagava su un omicidio e aveva cominciato a rivelare un perverso intreccio fra mafia, eversione nera e servizi segreti. Il fratello minore Alberto, anche lui giornalista, affida oggi a queste pagine un toccante e inquieto ritratto della sua famiglia di origine e un’inchiesta sulle vere cause della morte di Giovanni; ma al contempo vi raccoglie un’indagine personale e profonda sulla storia culturale e sociale della sua terra, la Sicilia, e del nostro Paese: dalla seconda guerra mondiale all’impegno del padre per l’ideale comunista, dal regno incontrastato della cultura contadina alle nuove stagioni dell’industrializzazione e della contestazione, fino all’emergere dei poteri oscuri della reazione e della criminalità.

Il brano che accompagna il racconto si intitola Amici di Rausa, è di Antonio Mainenti ed è rilasciato con licenza CC BY-NC-ND.

La puntata è scaricabile dal sito di Archive in formato mp3 o ogg.