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Xaaraan – Il blog di Antonella Beccaria

Non credo nelle otto del mattino. Però esistono. Le otto del mattino
sono l'incontrovertibile prova della presenza del male nel mondo
Gli ultimi giorni, Andrew Masterson


Archiviato per ‘storie nere’ Categoria

Iaia Vantaggiato, su ManiArmate, parla di violenza pubblica, violenza privata e roghi contemporanei di streghe di comodo. Partendo dai fatti di Napoli che hanno visto come vittima un ragazzino di dodici anni, la giornalista del quotidiano Il manifesto pone tre questioni (un delitto sotto gli occhi di tutti, un sopruso dettato dal dominio e l’assenza dell’”elemento straniero”). Soprattutto in merito a quest’ultimo punto, scrive Iaia:

L’uomo non «veniva da fuori» e non aveva intenzione di punire l’intero popolo italiano violentando le «sue» donne. Lo ripeteremo sino alla noia. La violenza non ha nazione e l’accanimento contro qualsiasi gruppo etnico sempre di più evoca gli orrori del nazifascismo e del mito della razza. Potremmo, da domani, parlar male di tutti i napoletani solo perché uno di loro si è macchiato, forse, di un crimine orrendo? La vicenda di Napoli ci consegna la vita distrutta di un bambino. Ma anche l’abbrutimento di un intero paese che prima violenta e poi brucia le proprie streghe.

In merito poi alla violenza sulle donne, segnalano Loredana Lipperini e Sorelle d’Italia la bambola da far girare quotidianamente.

Profondo neroNon è la prima volta che Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza, entrambi in forza all’Ansa di Palermo, firmano un libro insieme. Era già accaduto con Il gioco grande. Ipotesi su Provenzano (Editori Riuniti, 2006) e con L’agenda rossa di Paolo Borsellino (Chiarelettere, 2007). In questi giorni, con quest’ultima casa editrice, esce Profondo nero – Mattei, De Mauro, Pasolini. Un’unica pista all’origine delle stragi di Stato che con queste parole viene presentato:

Eccolo il mistero italiano. Il giornalista De Mauro e lo scrittore Pasolini avevano in mano le informazioni giuste per raccontare la verità sul volto oscuro del potere in Italia, con nomi e cognomi. Erano gli anni Settanta. Il primo stava preparando la sceneggiatura del film di Francesco Rosi sulla morte di Enrico Mattei, il presidente dell’Eni che osò sfidare le compagnie petrolifere internazionali. Il secondo stava scrivendo il romanzo Petrolio, una denuncia contro la destra economica e la strategia della tensione, di cui il poeta parlò anche in un famoso articolo sul “Corriere della Sera” (“Cos’è questo golpe“).

De Mauro e Pasolini furono entrambi ammazzati. Entrambi avrebbero denunciato una verità che nessuno voleva venisse a galla: e cioè che con l’uccisione di Mattei prende il via un’altra storia d’Italia, un intreccio perverso e di fatto eversivo che si trascina fino ai nostri giorni. Sullo sfondo si staglia il ruolo di Eugenio Cefis, ex partigiano legato a Fanfani, ritenuto dai servizi segreti il vero fondatore della P2. Il “sistema Cefis” (controllo dell’informazione, corruzione dei partiti, rapporti con i servizi segreti, primato del potere economico su quello politico), mette a nudo la continuità eversiva di una classe dirigente profondamente antidemocratica. Le carte dell’inchiesta del pm Vincenzo Calia, conclusasi nel 2004, gli atti del processo De Mauro in corso a Palermo, nuove testimonianze (tra cui l’intervista inedita a Pino Pelosi, che per la prima volta fa i nomi dei suoi complici) e un’approfondita ricerca documentale hanno permesso agli autori di mettere insieme i tasselli di questo puzzle occulto che attraversa la storia italiana fino alla Seconda Repubblica.

Il programma di Licio GelliNei prossimi giorni uscirà il nuovo libro, Il programma di Licio Gelli – Una profezia avverata?, per la casa editrice Socialmente, un testo che, a cavallo tra il prima e il dopo P2, va a vedere cosa è cambiato dopo la fine dell’era gelliana. E in che termini questo cambiamento c’è stato. I termini sono quelli del consolidamento di potentati già in fieri tra la fine degli anni Settanta e l’inizio del decennio successivo in una scalata in cui, anche laddove i nomi fossero diversi (e non sempre lo sono), pratiche e modalità di gestione di cosa pubblica e privata rimangono identici. Le righe che seguono sono la prefazione del libro, scritte da Oscar Marchisio, mentre nei prossimi giorni verrà pubblicato il pdf del volume, rilasciato con licenza Creative Commons.

Visionario e pragmatico, il “maestro” ha trovato nel “fratello” 1816 della P2 il suo allievo prediletto, il suo continuatore. Padre, figlio e fratello: nel paradigma trinitario il “venerabile” ha incardinato e benedetto il suo rapporto con il “figlio prediletto”, “l’unico che può andare avanti”, dopo di lui, come ha precisato nell’ottobre del 2008.

Tutti gli obiettivi e i metodi del “Piano di rinascita democratica”, dal club bipartisan come forma dei partiti, ovvero “un rotary allargato”, alla “creazione dell’agenzia centralizzata” per il comando sui media, dalla separazione delle carriere in magistratura fra “requirente e giudicante”, alla rottura del fronte sindacale, usando pezzi della Cisl e tutta la Uil contro la CGIL, sono pienamente recepiti e in via di realizzazione nei vari governi Berlusconi, come drammaticamente ci fa vivere l’analisi dell’autrice.

Ma ancor di più la puntigliosa e pungente indagine da cronista dell’autrice racconta una mappa di uomini e di potere, assolutamente attiva e dispiegata sul territorio dagli anni ottanta ad oggi. Da Florio Fiorini a Tassan Din, da Publio Fiori a Gianni Letta, dall’ammiraglio Geraci a Giuseppe Santovito, da Federico D’Amato, consigliere di Cossiga, a Walter Pelosi, da Ferdinando Guccione a Fabrizio Cicchitto, si articola pienamente l’occupazione dell’Italia e l’instaurazione della “dittatura morbida” come nuova “Costituzione”, materialmente già realizzata, così che il ‘fratello’ 1816 ogni tanto vorrebbe anche adeguarla formalmente. Come dire un atto dovuto, visti i cambiamenti concreti già realizzati.
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AlcatrazLa più celebre è l’evasione dal carcere di Alcatraz, prigione che ospitò pezzi da novanta della criminalità come Al Capone, George “Machine Gun” Kelly e Robert Stroud, conosciuto come l’ornitologo di Alcatraz. Da qui per quattordici volte alcuni detenuti tentarono di scappare senza mai che – ufficialmente – qualcuno ce l’abbia fatta. Ma nel giugno 1962, i fratelli John e Clarence Anglin e Frank Morris misero a letto dei manichini, si infilarono nei condotti di ventilazione e, giunti sulla costa, presero il largo senza che nessuno abbia mai più avuto loro notizie. Per le autorità del più famigerato dei penitenziari statunitensi, annegarono anche se i corpi non vennero mai ritrovati. La loro vicenda divenne un celebre film dopo essere stato un altrettanto celebre libro.

Questa è una delle evasioni famose che The List Universe inserisce nella Top 10 Amazing Prison Escapes. Tre le altre, la fuga il 25 settembre 1983 dall’H-Block 7 di Prison Maze (Irlanda del Nord) da parte di trentotto militanti dell’IRA: diciannove vennero ripresi mentre altri, espatriati negli Stati Uniti, furono estradati in patria. Oppure la storia di Alfred “Houdini” Hinds (qui la sua storia, in uno speciale del Time). O ancora la vicenda di Alfréd Wetzler, ebreo svolacco che nell’aprile del 1944 riuscì a evadere insieme a Rudolf Vrba da Birkenau (Auschwitz II).

Il documentario G8/2001. Fare un golpe e farla franca realizzato da Mario Portanova, Beppe Cremagnani ed Enrico Deaglio (questi ultimi insieme avevano già firmato Quando c’era Silvio) sull’irruzione del 21 luglio 2001, è disponibile anche in download da qualche giorno su FilmIsNow.it a 4,90 euro. Prodotto dalla Luben Production e già in distribuzione su DVD dalla metà dello scorso dicembre con L’Unità, il film, che dura sessantadue minuti, direi che merita il suo prezzo (peraltro si specifica che il file, in formato avi, è esente da DRM). Intanto, per accertarsene personalmente, si può vedere l’anteprima pubblicata su Repubblica.tv e su YouTube nei giorni precedenti al lancio del film (il trailer è disponibile anche qui). Inoltre perché viene mantenuto quanto raccontato nella presentazione:

Per la prima volta, in questo film parlano le persone che ebbero responsabilità istituzionale negli eventi e la “catena di comando” incomincia a essere ricostruita. Il clima dell’epoca, le responsabilità di governo, il vuoto e gli alibi che si crearono i responsabili stessi, il ruolo che svolse il vicepresidente del Consiglio Fini, unico membro del governo ad essere operativo sul posto. Quello che seppe l’opposizione politica, i tentativi falliti di mediazione. Le testimonianze dei giornalisti e i filmati della Rai che impedirono il silenzio. È la ricostruzione più completa dei fatti di Genova, ottenuta attraverso i risultati dell’inchiesta giudiziaria, del lavoro giornalistico della redazione e di interviste esclusive. Gli avvenimenti e i retroscena di quei giorni vengono rivisti sotto una nuova luce e questo ci aiuta a capire che Genova non fu un episodio isolato, un’esplosione di violenza poliziesca casuale, ma che è profondamente in relazione con ciò che sta accadendo nell’Italia di oggi.

L’attentato contro Ali Imam Sharmak, il direttore di HornAfrik assassinato a Mogadiscio lo scorso 4 febbraio (terza vittima della stessa emittente: negli ultimi due anni sono stati uccisi anche il proprietario, Ali Iman Sharmake, e uno speaker, Mahad Ahmed Elmi), avrebbe dovuto riportare il dibattito almeno un po’ sullo stato della Somalia – uno stato di conflitto permanente a partire dal 1991, con la fine del regime di Siad Barre – e su quello di chi opera al di fuori delle fazioni schierate con i vari signori della guerra. Perché – torna a ribadire ancora il rapporto 2008 di Reporter Senza Frontiere sul paese del Corno d’Africa – la Somalia è uno dei paesi a più alto rischio per chi fa informazione.

I casi del marzo 1994 di Ilaria Alpi e di Miran Hrovatin sono di certo quelli più noti. E quando si parla di giornalisti stranieri l’eco è spesso elevata, come per il rapimento di una reporter canadese e di un fotografo australiano. Ma la situazione interna è poco battuta dagli organi di informazione. Innanzitutto probabilmente non si sa granché del fatto che in Somalia, malgrado una situazione politica e militare devastante, l’eterogeneità e la professionalità dei giornalisti è di buon livello, anche se le statistiche non lasciano ben sperare per il futuro: lo scorso anno, ne sono stati assassinati otto, feriti quattro e costretti all’esilio una cinquantina. Inoltre sono stati altrettanti – prosegue il rapporto di RSF – quelli arrestati nel Paese.
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Io sono il mercatoLuca Rastello, direttore di Osservatorio Balcani (in questa veste ha scritto la prefazione a Processo agli scorpioni di Jasmina Tesanovic di cui si è gia parlato), è l’autore di un libro appena pubblicato per Chiarelettere, Io sono il mercato, che già dal sottotitolo anticipa l’argomento che affronta: “Come trasportare cocaina a tonnellate e vivere felici. Teoria, metodi e stile di vita del perfetto narcotrafficante”. Questa la presentazione del volume:

Un insospettabile marito borghese lascia l’Italia alla volta del Sudamerica e diventa narcotrafficante. Un pesce grosso, di quelli che non ingoiano gli ovuli né trasportano la cocaina nei doppi fondi delle valigie, ma nei cargo, nei container, a tonnellate alla volta. Dal carcere, il racconto della sua parabola esistenziale getta uno sguardo inedito sul mondo del narcotraffico. Uno sguardo dall’interno, che svela astuzie ma anche vite e abitudini dei grandi mercanti di coca. Un nuovo punto di osservazione per capire come l’economia illegale riesce a infiltrarsi nell’economia legale e a condizionarla. Perché la coca, oltre i cliché hollywoodiani e le notizie diffuse da tv e giornali, è un affare che finanzia guerre, conferisce potere e ridisegna i rapporti internazionali.

Questo articolo, L’erede della loggia P2 – argomento su cui si è tornati alcune volte in questo periodo (e a breve ci saranno ulteriori novità sempre in tema) – è stato pubblicato oggi sul quotidiano Liberazione a firma di Dino Greco. Direi che interpreta correttamente alcune analogie tra passato e presente e che rende in termini altrettanto corretti gli adattamenti del precedente piano allo stato attuale.

Il Paese, la democrazia repubblicana sono sotto scacco. Al rifiuto del Capo dello Stato di controfirmare il decreto che ordina di riprendere l’alimentazione forzata di Eluana Englaro, Berlusconi risponde con la convocazione delle Camere (anche se non rientra nei suoi poteri farlo) per approvare, a tamburo battente, attraverso il voto di fiducia, una legge che risolva in radice l’oggetto del contenzioso. Sembra che, nelle ultime ore, questa tracotante intenzione abbia incontrato, nella stessa maggioranza e specialmente nel Presidente della Camera, qualche significativo contrasto. E che, “in articulo mortis”, l’uomo di Arcore sia stato costretto a scegliere una strada formalmente meno dirompente: un disegno di legge affidato ad un percorso parlamentare accelerato. Ma resta, tutta intera, l’intenzione eversiva, l’insofferenza sempre più marcata verso ogni e qualsiasi regola o potere che si frappongano all’esercizio del suo potere assoluto. Si guardi alla successione di eventi di questa convulsa giornata. Prima Berlusconi si scaglia contro il presidente della Repubblica, accusato di avallare con il suo diniego niente meno che il reato di «omissione di soccorso di una persona in pericolo di vita». Poi, in un crescendo rossiniano, dichiara che la decretazione d’urgenza, il ricorso al voto di fiducia, rappresentano il modo ordinario, necessario, di governare. E se ciò non bastasse – ma i nessi logici si fanno qui assai laschi – si rammenti che è sempre possibile tornare dal popolo sovrano per ottenerne un mandato plebiscitario a cambiare la Costituzione. In un sol colpo, il caudillo italiano squaderna l’intero suo repertorio, ereditato – come è sempre più evidente – dal «programma di rinascita democratica» del «venerabile maestro» Licio Gelli: minaccia il capo dello Stato e ne usurpa le prerogative, ignora la sentenza della Corte di Cassazione, si sbarazza del Parlamento, attacca con ossessione compulsiva la Costituzione, travolge ogni senso di laicità dello Stato per conformarsi alle pulsioni più reazionarie della gerarchia vaticana, esercita un’inaudita violenza sul corpo di una donna costringendola a protrarre un’esistenza puramente vegetativa, compie un gesto di crudele sopraffazione sulla sua famiglia. Ve n’è più che abbastanza per comprendere che – forse come non mai in questa pessima stagione politica – si sia superata la soglia di guardia, oltre la quale sono davvero messe a repentaglio la democrazia e le libertà fondamentali. Non è bene attendere che la corsa si fermi in fondo al piano inclinato. Perché allora potrebbe essere troppo tardi. Occorre mobilitarsi, da subito, in tutto il Paese, costruendo la massima unità.

Perché – è stato chiesto in un commento – la P2 aveva rapporti così buoni con i caudillos dell’America Latina? Ecco alcune rapidissime informazioni in merito. È stato acclarato che Licio Gelli coltivava buoni rapporti con personaggi di alcuni paesi dell’America Latina fin dal secondo dopoguerra attraverso ex appartenenti alla repubblica sociale italiani emigrati oltre oceano. Oltre a quanto contenuto negli atti prodotti dalla commissione parlamentare sulla P2 (http://www.strano.net/stragi/tstragi/relmp2/index.html e http://web.archive.org/web/20051219204642/http://apolis.com/moro/commissioni/p2/min/indicef.htm), ne parlano anche diversi giornalisti e autori (Leo Sisti, Gianfranco Modolo, Sergio Flamigni, Walter Settimelli). Leggendo quanto disponibile, Calvi, iniziando ad aprire sedi anche in quell’area, agevola il consolidamento delle attività di Gelli e del suo sodale, Umberto Ortolani. I buoni rapporti non si limitano all’Argentina, ma comprendono anche l’Uruguay, e tanto fa attraverso appoggi locali che nel 1973 si qualifica come “ambasciatore” della fratellanza italiana.

Inoltre l’ex maestro della P2 avrebbe all’inizio degli anni Settanta aiutato Peron a vendere l’oro che si era portato da casa, ai tempi dell’esilio, contribuendo cosi’ a sostenere economicamente il suo ritorno a Buenos Aires. Intanto in Argentina prosegue – come racconta Flamigni – a tessere una rete di relazioni che comprendono vari ministri (benessero sociale, esteri) e militari (capo di stato maggiore della marina, alti ufficiali e appartenenti agli apparati di sicurezza). Inutile dire che quando Peron rientrerà in patria, Gelli sarà ben accolto e a questo punto inizia a estendere ulteriormente i suoi rapporti con l’ente petrolifero e circuiti bancari. Riceverà pure un passaporto diplomatico diventando ambasciatore dell’Argentina nella città di Firenze. Quando arriveranno i tempi di Massera e Videla, esploderà anche uno scandalo legato a un traffico d’armi, cosa sempre smentita da Gelli ma citata in commissione.
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  • Afiche de las Madres de Plaza de Mayo. DesaparecidosDi Emilio Eduardo Massera, ex militare argentino implicato nel golpe del 1976 e piduista, si era parlato poco meno di due anni a proposito dell’ergastolo a Jorge Eduardo Acosta, Alfredo Ignacio Astiz, Jorge Raúl Vildoza, Antonio Vañek e Héctor Antonio Febres, responsabili del sequestro e dell’omicidio di tre cittadini italiani durante la dittatura. Peacereporter oggi scrive che l’ex golpista argentino Massera può essere processato in Italia:

    Il perito inviato a Buenos Aires dal tribunale di Roma per stabilire le condizioni di salute mentale dell’ex comandante della Marina Militare argentina e protagonista della giunta militare Videla, Emilio Eduardo Massera, ha stabilito che l’imputato è “pienamente in grado di stare in giudizio”. Quindi, Massera “può essere processato”. L’ex ammiraglio comparirà davanti alla giustizia italiana per rispondere della morte di tre desaparecidos: Angela Maria Aieta, sequestrata il 5 agosto 1976, Giovanni Pegoraro e sua figlia Susanna, entrambi sequestrati il 18 giugno del 1977. È il primo processo in cui lo Stato italiano si è costituito parte civile insieme alle famiglie delle vittime. Massera è accusato di “aver cagionato la loro morte, dopo averne disposto od operato il sequestro, e dopo averli sottoposti a tortura, con le aggravanti di aver commesso i fatti con premeditazione, ed adoperando sevizie e agendo con crudeltà verso le persone”, si legge nelle carte processuali. Altri cinque ufficiali della Marina, co-imputati con Massera, erano stati condannati il 14 marzo 2007 a cinque ergastoli decisi dalla Corte di Assise di Roma. “Nonostante i possibili tentativi manipolativi, più o meno coscienti, attuati attraverso l’estremizzazione, anche in forma eclatante, di sintomi psichici fittizi”, quindi, Emilio Eduardo Massera verrà sottoposto a processo per i crimini effettuati nel quadro del sistema dittatoriale argentino.

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  • Il massacro del CirceoDal delitto del Circeo sono trascorsi quasi trentacinque anni: il sequestro di Rosaria Lopez e Donatella Colasanti, le torture, le violenze sessuali, la morte della prima ragazza e il ritrovamento della seconda gravemente ferita si susseguirono tra il 29 e il 30 settembre 1975. Eppure “in Italia le violenze subite dalle donne non vengono denunciate nella quasi totalità dei casi (Istat, 2007)”. Si chiude con questa frase la ricostruzione a fumetti dei crimini per cui sono stati condannati Angelo Izzo, Gianni Guido e Andrea Ghira (latitante da sempre). Il libro si intitola Il massacro del Circeo, è stato sceneggiato da Leonardo Valenti, illustrato da Fabiano Ambu e inserito nella collana “Cronaca Nera” di BeccoGiallo, editore padovano che già da qualche anno propone la rievocazione di fatti di sangue sotto forma di strisce (in precedenza lo aveva fatto con casi come Unabomber, i delitti di Alleghe, l’omicidio Pasolini, la vicenza di Rina Fort o la storia di Leonarda Cianciulli, la saponificatrice di Correggio).

    L’autunno in cui avvengono i fatti raccontati in questo libro è di un anno particolare. Nel 1975, Rosaria Lopez diventa maggiorenne a diciotto anni in forza di una legge approvata in marzo e, se sullo sfondo gli anni di piombo si fanno sempre più cupi, soffermiamoci per un po’ su un’ottica più privata (ma non meno politica): in quel periodo, infatti, una riforma del diritto di famiglia conferisce pari stessa dignità ai coniugi che, se genitori, condividono la patria potestà sui figli i quali, a loro volta, non verranno più distinti tra legittimi e illegittimi, se nati fuori dal matrimonio. In quel periodo le conquiste femminili hanno il sapore di una stagione di rinnovamento: vengono creati i consultori, liberalizzati i contraccettivi, si parla di legge per le pari opportunità, di centri antiviolenza e nel 1978 arriva la norma che rende legale l’aborto. Tutto questo in forza di un femminismo che fin nel decennio precedente il movimento delle donne aveva reso in termini di rivoluzione culturale.
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    Senza finzioneQuesto post è stato pubblicato su Fronte della Comunicazione, il blog di Stampa Alternativa, per la partenza di un progetto a cui tengo in modo particolare e con cui ho lavorato insieme a Simona Mammano: la nuova collana Senza Finzione (a breve nutrita con il primo e il secondo titolo). Inoltre tutti questi libri saranno rilasciati con licenza Creative Commons.

    Inchieste “alla vecchia maniera”, quando la “controinformazione” poteva spiegare fatti altrimenti inspiegabili. Nasce raccogliendo questa eredità una nuova collana di Stampa Alternativa: si chiama Senza Finzione e contiene libri con valenza politica e sociale che affrontano tematiche scomode, legate a terrorismo, criminalità, abusi. E a raccontare queste vicende – direttamente o attraverso un autore che le raccoglie – sono spesso le voci di persone che quei fatti li hanno vissuti direttamente.

    Disonora il padre e la madreFacciamo subito un paio di esempi. Il prossimo 20 febbraio usciranno i primi due titoli della collana. Il primo si intitola Disonora il padre e la madre – Un bambino stuprato, una famiglia normale, porta la prefazione di Isabella Bossi Fedrigotti ed è stato scritto da Alessandro Chiarelli, vice-commissario di polizia e a capo dell’ufficio minori della questura di Ferrara. Alessandro, negli anni di servizio in quest’ufficio, di storie di abuso sull’infanzia ne ha viste tante e le ha viste soprattutto laddove, pur sapendolo, non si dice che avvengano: in famiglia. E ha utilizzato lo strumento del romanzo per condensare nella storia di Antonio, il giovanissimo protagonista, un mondo che diventa specchio e allegoria molto limpida di una situazione diffusa. Dalla quarta di copertina infatti si legge che:
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    Dubbi sul caso di Cesare Battisti? Su Carmilla sono stati elencati punto per punto e sono stati spiegati con una chiarezza e senza i fraintendimenti che continuano a circolare a mezzo stampa. Da leggere perché:

    Questa nuova versione delle nostre FAQ sul caso Battisti, già lette da centinaia di migliaia di utenti e tradotte in molte lingue, cadono in un momento di isteria collettiva mai visto in Italia dai tempi di Piazza Fontana e della colpevolizzazione di Pietro Valpreda. Battisti si trova da quasi due anni, mentre scriviamo, in un carcere brasiliano. Ha ottenuto asilo politico in Brasile, concesso dal ministro della giustizia Tarso Genro e ripetutamente avvallato dal presidente Lula. La stampa italiana, a fronte di un’opinione pubblica sostanzialmente indifferente, si è scatenata con toni da linciaggio. Battisti è tornato a essere il mostro, l’assassino per vocazione, il serial killer. Il Brasile è stato dipinto (per esempio da Francesco Merlo, su La Repubblica del 15 gennaio) come una democrazia da operetta, abitato da una popolazione quasi scimmiesca. Persino il presidente Napolitano, che non brilla per attivismo, si è mobilitato a sostegno della richiesta di estradizione del criminale del secolo. Seguito ovviamente dal PD di Walter Veltroni, in perfetta armonia con le componenti più reazionarie del governo e delle presunte “opposizioni”.

    Rapporto Zoomafia 2008Dovendo occuparmene, sono andata a cercare informazioni. Operazione neanche tanto complicata, almeno per la partenza, dato che la LAV ha presentato a inizio anno il Rapporto Zoomafia 2008 (scaricabile per intero in formato pdf). Il documento è redatto da Ciro Troiano, il responsabile nazionale dell’osservatorio istituito una decina di anni fa su questo tema, e si compone di 108 pagine che raccontano un fenomeno che si estende da nord a sud, che vede la collaborazione di criminalità organizzata italiana e straniera, cupole del bestiame, giri di denaro da capogiro per trafficare in cani e gatti con finti pedigree o in animali esotici, bracconaggio e contrabbando di fauna selvatica, combattimenti clandestini e corse ippiche truccate, finti canili creati solo per intascarsi finanziamenti pubblici seviziando i randagi o racket del pesce e mafie del Delta.

    Uno spaccato che dimostra quanto la situazione sia estesa, articolata e remunerativa. E questo è un testo che sottolinea anche un altro aspetto: parte delle informazioni reperibili in rete derivano dal lavoro della LAV di quest’anno o degli anni precedenti. A dimostrazione di quanto preziose siano le attività svolte da questa associazione in oltre trent’anni. Così l’introduzione al rapporto contestualizza il fenomeno:

    Sono ormai anni che la parola “zoomafia” fa parte del lessico animalista e, in parte, giuridico. La sua diffusione è sempre più ampia e spazia negli ambiti più disparati: dalla filosofia del diritto alla politica, dal giornalismo alla psicologia, alla criminologia. L’edizione del 2008 del vocabolario italiano della Zanichelli, lo Zingarelli, ha inserito tra i neologismi la parola zoomafia: “settore della mafia che gestisce attività illegali legate al traffico o allo sfruttamento degli animali”. Con questa nuova parola, coniata da noi circa dodici anni fa, si intende lo sfruttamento degli animali per ragioni economiche, di controllo sociale, di dominio territoriale, da parte di persone, singole o associate, appartenenti a cosche mafiose o a clan camorristici. Con questo neologismo, però, indichiamo anche la nascita e lo sviluppo di un mondo delinquenziale diverso, ma parallelo e contiguo a quello mafioso, di una nuova forma di criminalità, che pur gravitando nell’universo mafioso e sviluppandosi dallo stesso humus socio-culturale, trova come motivo di nascita, aggregazione e crescita, l’uso di animali per attività economico-criminali.

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  • Andato in onda lo scorso 17 gennaio, è stato messo in rete il documentario The toxic truth, reportage contenuto nella trasmissione People & Power di Al Jazeera e realizzato da due giornalisti italiani, Emanuele Piano e Alessandro Righi. Tema centrale è stato il caso di Ilaria Alpi e di Miran Hrovatin, uccisi a Mogadiscio il 20 marzo 1994, e dell’inchiesta che stavano conducendo a proposito di un traffico d’armi e di rifiuti tossico-nocivi nel Corno d’Africa. Annunciato da Woman.it e dall’osservatorio sull’informazione dedicato alla memoria della giornalista Rai, il reportage è stato messo a disposizione sul canale Youtube dell’emittente del Qatar e suddiviso in due parti (qui la prima e qui invece la seconda): nodi della ricostruzione sono la situazione del Paese, lo stato delle indagini – compresa la condanna del cittadino somalo accusato di aver fatto parte del commando (un “capro espiatorio”, secondo l’avvocato Douglas Duale, che lo difese) – il tentativo di voler archiviare ulteriori approfondimenti e la voce dei genitori di Ilaria Alpi, instancabili della loro ricerca che dura da quasi quindici anni.

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