Xaaraan – Il blog di Antonella Beccaria

Non credo nelle otto del mattino. Però esistono. Le otto del mattino
sono l'incontrovertibile prova della presenza del male nel mondo
Gli ultimi giorni, Andrew Masterson

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Due libri ricevuti in regalo (e da leggere quanto prima. E speriamo che le vacanze arrivino preso. E io adoro quando mi regalano dei libri):

  • Oscar Wilde e i delitti a lume di candelaOscar Wilde e i delitti a lume di candela di Gyles Brandreth (Sperling & Kupfer, 2009):

    Il corpo di un sedicenne macabramente ucciso viene trovato in una stanza in Cowley Street. È l’agosto del 1889. Il giovane si chiama Billy Wood, ed è un ragazzo di strada come tanti, e colui che lo ritrova – con la gola tagliata da un orecchio all’altro e circondato da candele ardenti – è nientemeno che il celebre scrittore Oscar Wilde, che il giorno dopo decide di denunciare il fatto a Scotland Yard. Solo che dell’orribile crimine è scomparsa qualsiasi traccia. Aiutato dall’amico Robert Sherard, lo scrittore decide di condurre le sue indagine da solo, incarnando suo malgrado quel personaggio di Sherlock Holmes che tanto ammira e calandosi nell’inquietante Londra nei cui vicoli risuonano ancora i passi di Jack lo Squartatore. Con questo romanzo nasce un nuovo investigatore: Oscar Wilde. Ammiratore di Arthur Conan Doyle e del suo impareggiabile Sherlock Holmes, l’ironico e arguto Wilde si rivela anche un abile detective dalla logica affilata come un lama.

    Di queste operazioni letterarie mi incuriosisce come si fa interagire un personaggio realmente esistito con una storia frutto della fantasia.

  • Porno ogni giornoPorno ogni giorno. Viaggio nei corpi di Napoli di Massimiliano Virgilio (Laterza, 2009):

    C’è una città che meglio di altre rappresenta cosa sta diventando il nostro paese. Tra cocaina che scorre a fiumi, centri commerciali ipertrofici, cantanti neomelodici, ragazzi obesi che vestono come i tronisti di Maria De Filippi e tonnellate di spazzatura in decomposizione, oggi Napoli è la capitale pornografica della nazione, laboratorio di un capitalismo fallimentare. La verità è che, sotto gli occhi di tutti, Napoli sta deteriorandosi, dissipando il suo patrimonio culturale, rovinando il suo dialetto, abitata com’è da masse quotidianamente pornografiche, abbrutite dalla “tivvù”, cui spesso mancano gli strumenti basilari della comunicazione. “Quando parlo di città quotidianamente pornografica non mi riferisco all’etimo greco della parola pornografia. Mi riferisco alla manifestazione esplicita e di routine da parte di masse di napoletani – non necessariamente di atti sessuali, né di nudità – di comportamenti sociali corrivi, che ammiccano all’atto sessuale e alla nudità, senza distinzione di genere. Quando è iniziato tutto ciò? Quando Napoli ha iniziato a essere un luogo di mille pornografie di contorno alla monnezza e alla criminalità, considerate i principali film a luci rosse che da decenni vengono proiettati in città? Quando abbiamo iniziato a separare il nostro immaginario da quello del resto del paese? Ripenso a tutto e nonostante mi sforzi di trovare una risposta complessa mi viene da pensare che Napoli, in fondo, è una città semplice”.

    In questo caso invece rientra in una sorta di pre-documentazione per uno dei prossimi libri che avrà Napoli e i suoi angoli più criminosi al centro della storia.

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  • Memorie a perdere di Luigi MilaniA proposito dell’infaticabile Luigi Milani, in questi giorni sta uscendo una sua raccolta, Memorie a perdere. Racconti di ordinarie allucinazioni (Associazione Akkuaria, Catania), ritratti su carta di varia umanità:

    dalla denuncia politica – è il caso di “Abu Ghraib”, ambientato nella famigerata prigione – al grottesco, come accade in “Real TV”, che mostra i possibili esiti di certa televisione. Ma il volume contiene anche storie di uomini e donne qualunque, alle prese con situazioni che, quasi senza che se rendano conto, sfuggono loro di mano, con esiti imprevedibili – non sempre piacevoli, quasi mai consolatori.

    La prefazione è stata firmata dal giornalista e comunicatore politico Francesco Costa che del libro tra l’altro scrive:

    Nella definizione di questi lavori è un dettaglio non secondario, parlando di uno scrittore di sesso maschile, la capacità di Luigi Milani di descrivere le donne. I suoi personaggi femminili agiscono come se non fossero concepiti da un uomo e vivono di vita propria perché sagacemente illuminati dall’interno. E la prevalente tragicità del tono d’insieme si stempera all’occorrenza in un’ironia non priva di crudeltà [...]. Smarrimenti improvvisi, latenti inquietudini, un senso di vulnerabilità di fronte all’ignoto, e un paesaggio che, frastornante o silenzioso, si configura spesso come una scena estranea, sottilmente ostile, su cui gli eroi di Luigi Milani muovono i loro passi: ecco da che cosa nasce il palpito che ti prende a leggere questi tredici (e il numero non è causale) viaggi nell’assurdo, di questi tredici sismografi tesi a registrare sotto i nostri piedi i sommovimenti di cui abbiamo paura e che forse ci faranno inciampare di qui a poco.

    Se ne può leggere anche su Peacelink con un post a firma di Giacomo Alessandroni.

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  • L’estate di Montebuio di Danilo AronaDanilo Arona torna con un nuovo incubo cartaceo. Incubo che, come spesso accaduto con i suoi libri precedenti, si annuncia come l’ennesima poesia in veste horror (del resto, da queste parti, mai s’è fatto mistero della passione per le avventure letterarie di aroniana matrice). Il libro si intitola L’estate di Montebuio, è pubblicato da Gargoyle Books, sarà in libreria a partire dal 25 giugno prossimo e contiene la prefazione della sceneggiatrice Susanna Raule. Questa la sua presentazione:

    In una notte del dicembre 2007, alle tre in punto, lo scrittore horror Morgan Perdinka si toglie la vita nel suo loft di Milano. Il 9 gennaio del 2008 il cadaverino mummificato di una ragazzina scomparsa quarantacinque anni prima riaffiora dalle acque gelide di un torrente sulla cima del Monte Buio, nell’Appennino Ligure. Eventi all’apparenza estranei l’uno all’altro. Ma quando un carabiniere e un anatomopatologo scoprono che il dodicenne Morgan trascorse le vacanze estive del 1962 sotto il Monte Buio, vivendo un tenero e infantile amore nei confronti della bambina destinata a essere inghiottita dal nulla l’estate successiva, una mostruosa verità inizia a farsi strada, trascinando i due uomini in un abisso inconcepibile dove regnano il Male puro e i suoi più insospettabili adepti. Cosa lega una vecchia colonia in rovina alle inquietanti preveggenze dei libri scritti da Morgan? Chi è la Vergine Crocefissa? Che cosa è la sostanza nera e fosforescente che da decenni prolifera sulle propaggini della montagna? Benvenuti nella mente diabolica di Morgan Perdinka, una zona oltre i confini del reale tutt’altro che morta…

    Nei suoi lavori precedenti, Danilo ha inserito argomenti che prescindono dalla trama stessa: si va dall’immigrazione alle culture sincretiche dei Caraibi, dalla tradizione popolare locale ai racconti bellici, dalle paure di massa che si evolvono raccontando la contemporaneità al passato come retaggio con cui fare i conti. Stavolta, recuperando parte di questi temi, se ne aggiungo altri (e nel prossimo futuro ci si tornerà). Sempre dalla presentazione del libro:

    Una sontuosa e apocalittica rappresentazione del Male – all’insegna di shock visivi e reminiscenze di antichi folclori locali – si fonde a un feroce e autentico anticlericalismo e a una satira “sgarbata” dell’ambiente letterario italiano in una storia carica di suggestioni. Un intenso horror metafisico, che è anche una riflessione attorno all’ingegno e alla difficoltà dell’artista di separarsi dai propri mondi creativi con il rischio di restarne soggiogati non distinguendo più tra realtà e finzione.

    Intanto, per saperne di più, si dia un’occhiata all’intervista realizzata da Andrea G. Colombo su Horror.it.

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  • Nefertiti di Jasmina TesanovicEsce in questi giorni per Stampa Alternativa un libro che ho editato un po’ di tempo fa e che m’è piaciuto davvero molto. Si intitola Nefertiti – L’amore di una regina eretica nell’antico Egitto, è stato scritto da Jasmina Tesanovic, di cui s’è parlato varie volte da queste parti, e si rivela un testo che non ci si aspetterebbe (almeno se non si è mai letto niente dell’autrice, della quale lo scorso gennaio era uscito Processo agli scorpioni con una postfazione pubblicata qui qualche mese fa). Nefertiti non è un solo libro storico e non è neppure un romanzo d’amore. È questo, ma è anche un tessuto di rivendicazioni sociali e femministe (Jasmina fa parte delle Donne in nero), è una lode all’arte, una rivendicazione di libertà e un inno alla bellezza vissuta fuori dagli schemi. Credo che ulteriori parole per descrivere meglio questo libro possano essere quelle di Bruce Sterling, che ne ha scritto la prefazione e che è anche il marito della scrittrice serba. Il booktrailer invece è stato realizzato dall’infaticabile Luigi Milani, autore anche di quelli per Pentiti di niente e per Il programma di Licio Gelli.

    Jasmina Tesanovic è una ben nota femminista e dissidente politica dell’Europa del Est. È naturale domandarsi perché una donna del genere abbia scritto un romanzo su Nefertiti. Specialmente un libro strano come questo, un libro che è chiaramente una litania intesa a risvegliare i morti. Avendo io sposato Jasmina, l’ho vista scrivere questo libro. Mi sono accorto che è stata costretta a farlo, forse perfino segretamente ossessionata da un bisogno irresistibile.

    Potrei fornire tante spiegazioni sul perché l’abbia scritto quest’opera, ma ne esiste una, credo, che ha molto senso per il pubblico italiano. Jasmina è nata nella ex Yugoslavia: in uno stato comunista eretico, un’utopia fallita. Mentre il comunismo italiano è tuttora molto vivo – a Torino, la mia città preferita, lo constato tutti i giorni – la Yugoslavia scomparsa è uguale all’antico Egitto. La Yugoslavia di Tito una volta mandò una bambina, Jasmina Tesanovic, a vivere nell’antica terra d’Egitto. La Yugoslavia e l’Egitto una volta erano amici per la pelle.
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  • Dancing days di Paolo Morando“Te lo segnalo perché mi sembra in linea con le riflessioni che stai facendo sul piano di rinascita della P2″. È Stefano Pogelli, giornalista Rai e docente universitario, che alcune settimane fa mi scrive queste parole riferendosi al libro Dancing days. 1978-1979. I due anni che hanno cambiato l’Italia di Paolo Morando (Laterza, 2009). Ed effettivamente, chiusa l’ultima pagina di questo volume, ne vengono fuori impressioni che forniscono ulteriori strumenti per leggere la coda di un decennio a confine tra due epoche. Per ripercorrerle, queste impressioni, è utile far parlare direttamente direttamente l’autore. Che, al contrario di quanto si potrebbe pensare scorrendo le pagine di “Dancing days”, gli Anni Settanti li ha vissuti non da adulto che osserva e registra, ma da bambino (è nato nel 1968). Trentino, laureato in sociologia e divenuto giornalista, ha lavorato per testate venete, altoatesine e nazionali (Repubblica, Problemi dell’informazione del Mulino) e dal 2005 insegna giornalismo all’università di Verona, facoltà di lettere e filosofia.

    Due anni chiave per la storia recente italiana: il 1978 e il 1979. Ma l’ottica con cui li leggi è inedita, almeno per lettori che non sono addetti ai lavori. Da un lato tra i giovani c’è chi inizia a ballare e a sognare il successo sulle piste o in tivvù; dall’altro chi invece rimane ancorato a una visione politica più ortodossa, in cui il divertimento trova spazio fino a un certo punto. Era così netta questa spaccatura sul finire degli Anni Settanta?

    In realtà non ne sono certo, all’epoca avevo 10 anni ed era un mondo che non potevo conoscere. Di certo però sul finire degli anni ‘70, rivedendo i giornali di allora, i giovani che mettevano la politica in cima a tutto si ritrovano investiti da una serie di fenomeni (politici, culturali, più in generale di costume) che spazzano via il retroterra in cui, per anni, l’impegno e la militanza giovanile avevano prosperato. Il risultato non è tanto una spaccatura, quanto piuttosto la scomparsa, di botto, della legittimazione culturale su cui faceva leva un modo di vivere e di intendere la politica. Dopo il sequestro Moro un’intera generazione si ritrova a fare i conti con gli effetti, tragici, del sogno di fare la rivoluzione. E si sgretola: chi scegliendo la discoteca, chi l’India, chi finendo nel tunnel della droga, chi perseguendo fino in fondo la via della lotta armata. I più, semplicemente, ritirandosi nel proprio privato. Il riflusso ci fu, le testimonianze che ho raccolto lo indicano. I media poi lo amplificarono, ci si gettarono a corpo morto, in molti casi con una buona dose di strumentalizzazione. Il risultato fu quello di legittimare una nuova ideologia: quella appunto del farsi i fatti propri. Gli anni ‘80 poi fecero il resto.
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  • Ho Freddo di Gianfranco ManfrediSe la letteratura si assume il compito di raccontare un mondo più complesso della mera vicenda narrata in un libro, Ho freddo di Gianfranco Manfredi (Gargoyle Books, 2008) ne è una declinazione fulgida. Partendo da un genere – l’horror – la cui funzione sociale e politica è acclarata sia un veste romanzesca che cinematografica, questo libro è uno spaccato sulla storia del pensiero sia umanistico che scientifico, un affresco tanto attuale quanto documentario da rappresentare un esempio. Ecco dunque delineati i cardini di questo romanzo in un’intervista al suo autore.

    Nel tuo libro si coniugano due temi paralleli, di solito affrontati separatamente: il mistero e il soprannaturale da un lato e la conoscenza e la sua pratica in termini pre-positivisti. Com’è nata l’idea di coniugare questi due filoni uno di fianco all’altro?

    Affiancare ed alternare i due punti di vista (razionale e fantastico) è uno dei cardini espressivi della letteratura gotica classica. Lo stesso atteggiamento è poi passato alla letteratura romantica, basti pensare a Frankenstein che intreccia temi scientifici e soprannaturali. Persino in Sherlock Holmes le indagini rigorosamente razionali prendono sempre le mosse da eventi prodigiosi, come ad esempio l’apparizione del mostruoso e spettrale Mastino dei Baskerville. La letteratura contemporanea tende a distinguere nettamente questi due approcci, ma a mio avviso, se li si considera separatamente perdono gran parte del loro fascino che sta nel fatto di porci costantemente una domanda: è vero o è falso? E’ un’esperienza reale o un delirio? Il sottile disturbo che pervade la lettura nasce proprio da questa incertezza.

    Ho freddo non è solo un romanzo: è un trattato di storia del pensiero e della scienza. Quali sono stati i tuoi percorsi per il reperimento della documentazione?
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    Giornali e democraziaSiamo nel 1979 e Beppe Lopez fonda un giornale, il Quotidiano di Brindisi, Lecce e Taranto. Un’avventura editoriale che si trasforma anche in altro:

    punto di riferimento innovativo a livello nazionale e non solo sul piano meramente giornalistico. Nacque, si insediò e fu interrotto: come successe, in generale, al processo di democratizzazione e di socializzazione avviato e stroncato in quegli anni in Italia. Da quello spartiacque della vita nazionale nasce il processo di restaurazione e di omologazione di cui il degrado che vivono oggi la nostra democrazia e la nostra informazione è il frutto maturo.

    Questo libro racconta dunque una vicenda-metafora, che intreccia protagonisti e questioni cruciali per capire il passato e il presente dell’informazione e della democrazia nel nostro Paese: la Repubblica, l’assassinio di Moro e la fine del compromesso storico, il craxismo, la degenerazione della”sinistra socialista” in “sinistra ferroviaria”, Carlo Caracciolo, Paese Sera, il caso-D’Urso, Tangentopoli, la fine della cosiddetta “Prima Repubblica”, le provvidenze per l’editoria, La Gazzetta del Mezzogiorno, Giuseppe Gorjux, Giuseppe Romanazzi, Francesco Gaetano Caltagirone, le grandi conglomerate editorial-finanziarie.

    Questa è la presentazione del nuovo libro di Beppe Lopez, che del nodo informazione si era già occupato con La casta dei giornali (Stampa Alternativa, 2007) e che continua a farlo con Infodem. Si intitola Giornali e democrazia, viene pubblicato da Glocal Editrice e il suo sottotitolo già la racconta dei contenuti: analisi del degrado dell’informazione in Italia, partendo dallo spartiacque della fine degli anni Settanta e dalla vicenda-metafora del primo quotidiano locale moderno e popolare: il Quotidiano di Lecce.

    Photographers in ConflictPhotographers in Conflict è una pubblicazione che nasce all’interno del festival internazionale di fotogiornalismo Visa pour l’Image in Perpignan (si tiene a Perpignan, nel sud della Francia) da un’idea che ha avuto una coppia di addetti ai lavori, Goran Galic e Gian-Reto Gredig:

    Dopo Abu Ghraib e lo tsunami, un gruppo di trentadue fotografi è stato invitato dai due artisti in uno spartano studio verniciato di nero. Lo scopo: catturare il ritratto [di chi aveva seguito quelle e altre storie] e fare loro anche interviste video. Isolando i fotogiornalisti e piazzandoli di fronte alle loro macchine, Galic e Greding invertono la relazione di potere asimettrica tra fotografo e soggetto ed esplorano l’auto-percezione dei fotografi.

    Per vedere i risultati di quanto realizzato, una dozzina di scatti è disponibile online così come alcuni dei video realizzati. La versione cartacea del progetto è stata pubblicata da Kodoji Press di cui altro bel libro – sempre fotografico – è Reality and fiction, opera della tedesca Katja Stuke.

    (Via Ultimo)

    Patria 1978-2008Novecentotrentanove. Tante sono le pagine di un libro che sta riscuotendo una certa attenzione. Si tratta di Patria 1978-2008 (Il Saggiatore), il recentissimo volume firmato da Enrico Deaglio che parte dal caso Moro e arriva alle vicende degli immigrati di Castelvolturno, lo scorso settembre:

    La nostra storia in cinquecento storie: anno per anno, i protagonisti, i fatti, le parole, le vittime e i vincitori, le resistenze, la musica e le idee che hanno costruito il nostro paese. Un libro per ricordare quanto è successo e per scoprire che – molto spesso – le cose non erano andate proprio così.

    Uno spaccato interessante del volume lo offre Aprileonline. Inoltre accanto al libro è stato creato anche un sito omonimo dove si invitano i lettori a contribuire con il proprio pezzetto di storia legandolo a uno dei trent’anni contenuti nel libro: una barra rossa ad apertura della pagina consente la navigazione cronologica degli interventi. Dice per esempio Davide per l’anno 1992:

    Domenica, 19 luglio. Rimango in casa, quattordicenne con alcuni amici a fumacchiare, mentre i nostri genitori vanno in campagna a fare un pic nic. Quando tornano sono pallidi e molto seri, ci chiedono se abbiamo acceso la tv o ascoltato il giornale radio. Perché? dico. È stato assassinato Borsellino. Non sapevo bene chi fosse, cosa poteva aver fatto per meritare una fine del genere; c’erano le vacanze estive e non avevo modo di parlarne a scuola, così cominciai a leggere i quotidiani, per saperne di più. E ancora oggi non ne so abbastanza.

    Poi musica e immagini sono inviti a completare la lettura o la scrittura: nelle sezioni jukebox e video vengono radunate suggestioni che parte integrante di quel periodo storico lo sono.

    E in coda una segnalazione ulteriore al secondo volume della “trilogia sporca d’Italia” di Simone Sarasso: Settanta che segue Confine di stato.

    La primula neraSegnala Elio Cadoppi a proposito di Alceste Campanile che il prossimo 3 giugno, si aprirà il processo d’appello per il suo omicidio (un delitto per il quale è stata esclusa la premeditazione e dunque andato prescritto). Intanto, a proposito di colui che è stato condannato in primo grado, per Aliberti è uscito il libro La primula nera. Paolo Bellini, il protagonista occulto di trent’anni di misteri italiani, di cui si legge nella presentazione:

    Può un uomo solo entrare da protagonista in trent’anni di vicende criminali di un Paese, modificando il proprio ruolo e i propri referenti in modo da trovarsi sempre al posto giusto nel momento giusto? Paolo Bellini è stato questo: una varietà di maschere usate per inserirsi e uscire da molti fra i capitoli più ambigui della vita italiana. Conosciuto come la primula nera, il killer reggiano è riuscito a eludere a lungo l’attenzione del grande pubblico. È sfuggito alla cattura innumerevoli volte, e le cronache nazionali non sono mai riuscite a inquadrarlo sino in fondo. Fra il 1970 e il 1999, Bellini è stato esponente di Avanguardia nazionale e latitante sotto falso nome in Brasile, pilota di aerei e ladro di mobili d’arte, indagato per la strage alla stazione di Bologna e amico di giudici. Ha trattato con la mafia per conto dello Stato con un ruolo controverso, nei mesi in cui a Palermo morivano Falcone e Borsellino. Nel 1999 è stato arrestato, ammettendo più di dieci omicidi compiuti a sangue freddo, nel momento di massima violenza di una guerra di ‘ndrangheta, in corso fra l’Emilia Romagna e la Calabria. Scegliendo di pentirsi, Bellini ha confessato anche un delitto politico di oltre trent’anni fa: l’uccisione del militante di Lotta continua Alceste Campanile. Il libro racconta come un estremista di destra sia riuscito ad agire in libertà per un trentennio, sino a diventare un protagonista di quattro diversi cruciali momenti di crisi democratica del nostro Paese.

    Il libro porta la firma del giornalista reggiano Giovanni Vignali e prefazione, nota dell’autore e introduzione sono stati pubblicati su Antimafia Duemila.
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    Collective IntelligenceSi acquista ma si scarica anche (o si legge online), il libro Collective Intelligence: Creating a Prosperous World at Peace, curato da Mark Tovey e pubblicato da Carleton University Press. Segnalato dal blog di CreativeCommons.org (il volume è rilasciato con una attribution-non commercial), si presenta in questi termini:

    Come possiamo costruire il mondo che vogliamo velomente, il più inclusivo possibile e che generi pace e prosperità? Cambiare il mondo è complicato anche quando al problema si applicano molte menti. La tecnologia e la cultura globale hanno posto questioni mai affrontate prima, ma posso offrire anche rimedi senza precedenti.

    Intelligenza civica, comunità elettroniche, privacy e apertura, reti di informazione, giochi globali ed economie locali sono solo alcuni degli argomenti che vengono affrontati dai diversi autori che hanno offerto il proprio contributo.

    La questione immoraleDel libro La questione immorale – Perché la politica vuole controllare la magistratura di Bruno Tinti avrei voluto scriverne già da un po’: letto tutto d’un fiato in un’andata e ritorno ferroviaria, illustra in termini semplici e appassiona(n)ti gli obiettivi verso cui puntano le varie riforme e riformette delle giustizia. Solo per fare qualche esempio (alcune di queste voci c’è da scommettere che non risulteranno nuove): separazione delle carriere, abolizione dell’obbligatorietà dell’azione giudiziaria, soppressione delle sezioni di pg presso le procure, rivalsa sul giudice che si vede cambiare una sentenza in un successivo grado di giudizio. E per chi volesse andare a vedere altri punti che si stanno portando avanti, provi a dare un’occhiata all’atto di sindacato ispettivo n° 1-00019 dello scorso 29 luglio.

    Riccardo Lenzi però mi precede e oggi mi ha inviato un testo scritto da suo padre Norberto, magistrato bolognese che fu pretore fino a quando questa funzione è stata soppressa (questa una delle sue sentenze celebri). Le fitte righe che seguono, dunque, sono state scritte da lui per la presentazione del libro di Tinti a Fano, lo scorso 27 aprile. E meritano di essere lette perché, al di là delle considerazioni strettamente legate all’evento a cui Lenzi partecipava, rendono bene il modo in cui la politica (o forse soprattutto certi uomini politici) condiziona il dibattito su un tema così delicato.

    =============

    Non so perché mentre leggevo il libro di Tinti mi è venuto in mente Hegel quando diceva che ciò che è reale è razionale. Teoria discutibile, criticata anche perché dicono che ha posto le basi del nazismo. Non so se questo sia vero ma so che il libro di Tinti dimostra che è sbagliata, perché la realtà (il reale) da lui descritta è assolutamente irrazionale, di una irrazionalità voluta, che viene perseguita con rigore scientifico, a volte per ragion di stato, a volte per ragion di partito, a volte perché un uomo solo al comando vuole piegare l’interesse di tutti al suo.

    Il quadro complessivo del sistema giustizia descritto da Tinti è desolante perché non prevede una via di uscita, anzi la esclude motivatamente. Le uniche note un po’ stonate del libro, non in linea con il suo pessimismo cosmico, si trovano all’inizio.
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  • Il libretto rosso dei partigianiSi intitola Il libretto rosso dei partigiani, è uscito in questi giorni per i tipi della PurplePress ed è una ristampa curata da Cristiano Armati di una pubblicazione clandestina uscita nel 1943. L’introduzione venne scritta da chi i giorni della Resistenza li visse, Ferruccio Parri, e questa la scheda di presentazione:

    Quando la resistenza passiva divenne impotente di fronte agli abusi del regime fascista, agli eccidi di massa ordinati dai gerarchi di Salò e allo sterminio dei cittadini di religione ebraica, un nucleo di donne e di uomini scelse la via della ribellione e, dalle cime delle montagne o dai bassifondi delle città, invitò alla rivolta la parte migliore del popolo italiano. Si aprì così la stagione della lotta partigiana: un momento di riscatto collettivo in cui ogni singolo individuo veniva chiamato a fare la sua parte. Scritto negli ultimi mesi del 1943 e diffuso clandestinamente, Il libretto rosso dei partigiani raccoglie le teorie e le pratiche della guerriglia metropolitana, mettendo a disposizione di tutti le nozioni indispensabili per opporsi efficacemente alla brutalità delle ss e delle Camicie nere. Dalla manomissione delle vie di comunicazione al danneggiamento dei macchinari industriali, dall’interruzione delle forniture di energia alla distruzione delle derrate alimentari destinate al nemico, Il libretto rosso dei partigiani resta un documento storico di inestimabile valore: pagine di coraggio dedicate a una patria comune chiamata libertà.

    (Via Booksblog.it)

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  • Il diciottesimo vampiro di Claudio VergnaniDi Gargoyle Books ho già parlato varie volte perché ne ammiro l’accuratezza nella scelta dei libri da pubblicare: occupandosi solo di horror, non pesca nella massa degli ammiccamenti commercializzanti a cui potrebbe con facilità attingere, ma va alla ricerca di testi che spesso raccontino non solo la storia narrata, ma anche un contesto non di rado dagli aspetti politici e sociali. Si provi per esempio con questo recente volume e si inizi con un esercizio di fantasia prendendo un improbabile drappello di cacciatori di non-morti. La prima immagine che viene in mente, iniziando a leggere, è quella dei protagonisti strappati a Vampires, prima nel romanzo di John Steakley (Vampire$) e poi nella trasposizione cinematografica di John Carpenter. Anche qui ci sono i cacciatori che il loro compito lo svolgono su commissione.

    Ma nel romanzo di Claudio Vergnani, Il diciottesimo vampiro, l’ambientazione è diversa. Pur mantenendo alcune atmosfere da far west, sono Modena e la sua provincia a dover essere “bonificate” e il sapore di un certo cinismo marmoreo alla Raymond Chandler subisce l’inevitabile reinterpretazione della quotidianirà della bassa italiana: precarietà della vita, fugaci riferimenti a un benessere economico inaccessibile a chi sta solo accanto, l’operosità dell’oriundo contro il perdigiornismo di alcuni dei disullusi personaggi. Per certi versi sembra di rileggere Fuori e dentro il borgo o rivedere Radiofreccia di Luciano Ligabue: non per nulla la limitrofa provincia reggiana è abitata da un tizio che si fa chiamare Bonanza, come nel longevo telefilm statunitense. Ma in questo caso, a differenza di quello della cricca di Ligabue, il nemico non è l’eroina, che falcia una generazione. Sembra quasi che, oltre ai vampiri (o per certi versi più di loro), i nemici di Claudio e dei suoi comprimari siano più che altro loro stessi (e qui si ritrovano influssi forse inconsapevoli di un altro autore che ha raccontato, nascendovi, la provincia emiliana, Piervittorio Tondelli).
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  • Scritto per libri
  • Simona l’aveva detto e l’ha fatto. Così, a metà del mese prossimo uscirà questo libro, Assalto alla Diaz. Polizia e G8 – L’irruzione del 2001 ricostruita attraverso le voci del processo di Genova. L’argomento è ben chiaro da titolo e sottotitolo, ma la particolarità di questo lavoro è che Simona di professione è assistente capo della PdS, dunque ha deciso di rievocare quei fatti da persona che da vent’anni veste una divisa. Ma che la sua posizione andasse oltre l’accesa critica verso l’irruzione nella scuola genovese lo aveva già dimostrato con il racconto Diaz, inserito all’interno dell’antologia La legge dei figli (Meridiano Zero, 2007). Questi i contenuti di questo nuovo libro, la cui prefazione è firmata da Carlo Bonini, giornalista in forza a Repubblica e autore di Acab:

    Questo libro parla con le voci di chi si trovava dentro la scuola Diaz di Genova la notte del 21 luglio 2001: manifestanti e poliziotti. Voci che hanno scandito mesi di udienze in un’aula di giustizia, raccontando la stessa vicenda da più punti di vista, da fronti opposti, con versioni discordanti. Ma voci che ricostruiscono, al di là della sentenza finale, l’esplosione di una “macelleria messicana” spacciandola per una “colluttazione unilaterale”.

    La presentazione in anteprima ci sarà il prossimo 15 maggio a Torino. Inoltre il libro sarà rilasciato con licenza Creative Commons e aderisce alla campagna Non pago di leggere.

    A (s)proposito


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