Xaaraan – Il blog di Antonella Beccaria

Non credo nelle otto del mattino. Però esistono. Le otto del mattino
sono l'incontrovertibile prova della presenza del male nel mondo
Gli ultimi giorni, Andrew Masterson


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NarcoguerraCon prefazione di Pino Cacucci, è in uscita per Odoya il libro del giornalista Fabrizio Lorusso intitolato Narcoguerra – Cronache dal Messico dei cartelli della droga:

Dal settembre 2014, 43 studenti della scuola normale di Iguala risultano desaparecidos. Da quando al governo c’è Enrique Peña Nieto, nello stato del Guerrero sono state trovate almeno 246 fosse comuni. “Desaparecido vuol dire che uno o più apparati dello stato, conniventi con bande criminali o gruppi paramilitari, per omissione o per partecipazione attiva, sono coinvolti nel sequestro di persone e nella loro eliminazione” spiega nel volume Fabrizio Lorusso, insegnante italiano che vive in Messico da tredici anni e collabora con numerose testate italiane. Gli studenti che provenivano da una scuola a 120 km da Iguala, avevano la sola colpa di far parte dei movimenti di protesta studenteschi in una zona in cui l’istruzione dei figli dei contadini (la normale di Iguala è una scuola pubblica) è vista come fumo negli occhi da parte dei cartelli dei trafficanti.

Questa una tessera del complesso mosaico dell’attuale situazione in Messico: la cocaina triplo zero (quella trattata da Saviano nel suo ultimo libro) è la farina con cui è impastato il Paese, ma anche i laboratori di meth (la droga di Breaking Bad) stanno spuntando come funghi. Felipe Calderón, presidente conservatore del partito PAN (predecessore di Peña Nieto) nel dicembre 2006 dichiarò guerra al narcotraffico. Da allora a oggi la narcoguerra ha prodotto una cifra stimabile intorno ai centomila morti.

I ribelli della montagna - Una storia del movimento No TavEsce il prossimo 30 aprile ed è firmato da Adriano Chiarelli, questo libro (304 pagine) pubblicato dalla casa editrice bolognese Odoya. Si intitola I ribelli della montagna – Una storia del movimento No Tav e questa è la sua presentazione:

Nato dai sogni dell’amministratore delegato di FF.SS. Lorenzo Necci nei primi anni Novanta, il progetto Tav inizia ad avere una “biografia” interessante. Adriano Chiarelli, già autore di “Malapolizia” per Newton Compton, evidenzia l’inutilità e la dannosità (non solo per i valsusini) della Grande Opera, ma il suo lavoro per la prima volta non è stato spinto da logiche “di movimento”. Alcuni sviluppi del movimento contro l’Alta Velocità riportati nel volume sono avvenuti da pochissimo tempo: il 27 gennaio 2015 la procura di Torino ha comminato 47 condanne per un totale di 150 anni agli attivisti No Tav per i fatti del luglio 2013; inoltre ha fatto scalpore il recente processo allo scrittore Erri De Luca, indagato per istigazione a delinquere. Non ritrattando (dichiarò «è giusto sabotare la TAV») firma l’accorata prefazione al volume.

L'Aquila 2009, Casa dello studente

Questo testo è un estratto del capitolo “Immobili, opere pubbliche e altri disastri” contenuto nel libro scritto con Gigi Marcucci Italia. La fabbrica degli scandali (Newton Compton). L’esito processuale per i fondi stanziati dopo il sisma in Campania e Basilicata non impedì invece di continuare a parlare di Irpiniagate. Un caso che Daniele Martini raccontava così:

Solo il 50 per cento dei fondi è andato dove doveva andare, il resto è stato dissipato. Il dopo terremoto è stata una cuccagna sulla quale hanno mangiato tutti: il 20 per cento del denaro è finito in tasca ai politici, un altro 20 per cento è andato ai tecnici della ricostruzione. Camorra, imprese del nord e imprenditori locali si sono mangiati il resto». Una giornalista inglese, Anne Webber, commentò a inizio anni Novanta: «È il più grosso scandalo che si sia mai visto in Europa». Aveva ragione, la cronista anglosassone, ma di certo non fu l’unico perché, oltre che di Irpiniagate, più avanti si sarebbe iniziato a parlare anche di «professionisti delle macerie.

Italia. La fabbrica degli scandaliCorreva l’anno 2010 e si stava indagando sugli interessi nati intorno a un altro terremoto: quello dell’Aquila del 6 aprile 2009, 309 morti, 1600 feriti e 80 mila sfollati. La scossa principale, registrata alle 3.32 di notte, aveva raso al suolo tutto, compresa la città vecchia, edificata nel xiii secolo sul modello di Gerusalemme. Si sbriciolarono chiese e fontane mentre alcuni dei 55 comuni coinvolti furono polverizzati. L’immensa forza distruttiva del sisma provocò danni per 10 miliardi di euro. Ma per qualcuno scarso margine andava concesso al cordoglio e alla commozione, anche nelle primissime fasi della catastrofe.

Nel corso di una conversazione intercettata dopo le prime scosse un costruttore era stato sentito dire al cognato: «Qui bisogna partire in quarta subito. Non è che c’è un terremoto al giorno». Spaventosa la risposta: «Io ridevo stamattina alle tre e mezzo dentro il letto». Insomma, bisognava speculare su vite e città cancellate da una sciagura, non c’era un attimo da perdere. Il moto di agghiacciante allegria ascoltato dagli investigatori era stato innescato dal pensiero del denaro che si sarebbe incassato ricostruendo i centri danneggiati dal sisma. Discorso vecchio, questo, come ha scritto Sergio Rizzo:
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Qualunque cosa succedaStefano Casarino mi invia il testo che pubblicato sotto. Segue un incontro che c’è stato lo scorso 23 marzo a Cuneo, incontro organizzato dall’associazione culturale LiberoSpazio e dedicato a Giorgio Ambrosoli, l’avvocato che ebbe il compito di liquidare l’impero finanziario di Michele Sindona e che per questo fu ucciso l’11 luglio 1979. Per discuterne era stato invitato il figlio di Ambrosoli, Umberto, autore del libro Qualunque cosa succeda. Il testo, pubblicato su alcuni giornali locali, è disponibile anche qui, su margutte.com. Ecco quanto scrive Stefano Casarino.

«Se, quando ero bambino, mi avessero ucciso “papà” per la sua attività di integerrimo, incorruttibile funzionario dello Stato e ai suoi funerali non fosse stata presente nessuna autorità pubblica, non credo proprio che parlerei dello Stato italiano come sta facendo ora Umberto Ambrosoli», è quanto pensavo tra me e me ascoltando le sue appassionate parole al Salone d’Onore del Comune di Cuneo. Organizzato dall’Associazione Culturale LiberoSpazio, l’evento ha visto una folta affluenza di pubblico e ha rappresentato un momento forte di riflessione e di condivisione sul tema, sempre drammaticamente attuale e moralmente ineludibile, della “responsabilità civile individuale per rigenerare il Paese” (tale il titolo prescelto per la serata).

Dopo la doppia introduzione di Maria Peano, Presidente dell’Associazione, e dell’on. Mino Taricco, il giornalista Gianni Martini ha letto una lettera, emotivamente molto intensa, di Giorgio Ambrosoli alla moglie. Quattro anni prima del suo assassinio. È importante riprodurne qualche passaggio:
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Sola con te in un futuro aprileQuesto è “un pezzo che ritorna al suo posto dopo tanto tempo”. Margherita Asta, il 2 aprile 1985, ha 10 anni e 2 fratellini più piccoli, i gemelli Salvatore e Giuseppe, di 6. Sua madre, Barbara Rizzo, è giovane, una trentunenne che vive per i tre figli e per il marito Nunzio, in convalescenza per un intervento al cuore che gli regala un inizio di giornata ritardato rispetto al normale. Così, quando poco dopo le 8 del mattino, sente un’esplosione, l’uomo non ci pensa due volte a salire in macchina pensando al gas che può aver arrecato non pochi danni a una palazzina. Invece quel botto non è un incidente, è un ordigno fatto di tritolo, T4, pentrite e Semtex che ha fatto a pezzi sua moglie e i gemelli, passati casualmente lungo il rettilineo dov’è stata parcheggiata un’autobomba destinata a un’altra persona, il giudice Carlo Palermo.

Da Trento a Trapani: la lotta di Carlo Palermo

Sono trascorsi 30 anni dalla strage di Pizzolungo, provincia di Trapani, e oggi Margherita torna sull’attentato che distrusse la sua famiglia firmando con Michela Gargiulo il libro “Sola con te in un futuro aprile” (Fandango Libri). Quel giorno la mafia entra nella vita della famiglia Asta perché i boss vogliono morto quel magistrato giunto da Trento solo 40 giorni prima prendendo il posto di Giangiacomo Ciaccio Montalto, assassinato il 25 gennaio 1983. Per anni Palermo ha condotto un’inchiesta su traffico di droga e di armi che l’ha portato nel sancta sanctorum di certa politica, quella popolata da piduisti, tangentari, affaristi e faccendieri. È stato un massacro professionale e personale, per il giudice Palermo, bersagliato da procedimenti e da minacce, tante minacce.

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I segreti di TangentopoliQuello che segue è un estratto del libro I segreti di Tangentopoli. 1992: l’anno che ha cambiato l’Italia, scritto con Gigi Marcucci e pubblicato da Newton Compton. Questo estratto è stato pubblicato anche sul FattoQuotidiano.it.

Politici buoni non ne conosco, sono in genere gli stupidi, di politici cattivi ne conosco, ci sono quelli intelligenti e quelli stupidi». Riecco Giuliano Ferrara, direttore del «Foglio», già ministro di Berlusconi per i rapporti con il Parlamento. Squaderna argomenti con logica inappuntabile, almeno per chi ne condivide i presupposti; li espone con una franchezza rude che spesso sconfina in brutalità – dialettica, naturalmente. L’ex comunista approdato alle reti Fininvest e poi alla corte di Berlusconi, usa la formula che l’ha reso riconoscibile dai tempi di Radio Londra: aggredire l’interlocutore, stupire per convincere platee o telespettatori.

Ed eccolo nella redazione di «MicroMega», a dieci anni da Mani pulite, intento a duellare con Piercamillo Davigo, un giudice del pool. Pescando in una ormai lunga esperienza, rivaluta il cinismo della politica. «Una delle cose che credo di aver capito e che vorrei riportare in tutta sincerità, è che in politica non si tratta affatto di avere la capacità di “ricattare” gli altri, di condizionarli ed eventualmente ricattarli, dove il termine va inteso in senso politico, paralegale». Ed ecco l’affondo: «Il punto fondamentale non è che tu devi essere capace di ricattare, è che tu devi essere ricattabile». Il moderatore non è sicuro di aver capito bene e controlla: «Forse vorrai dire che non devi essere ricattabile». E invece ha capito benissimo. «No. Devi essere ricattabile», risponde Ferrara, «per fare politica devi stare dentro un sistema che ti accetta perché [...] sei disponibile a fare fronte, a essere compartecipe di un meccanismo comunitario e associativo attraverso cui si selezionano le classi dirigenti».
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Omicidio Francesco LorussoSono trascorsi oggi 38 anni dalla morte di Francesco Lorusso, lo studente di 24 anni ucciso a Bologna l’11 marzo 1977. E sempre oggi è uscito il libro Omicidio Francesco Lorusso – Una storia di giustizia negata di Franca Menneas. Uno dei valori principali del volume, oltre alla ricostruzione dei fatti e delle indagini, sono le interviste della seconda parte: uno spaccato, visto da diversi punti, di ciò che accadde quel giorno. Ecco la presentazione del libro:

Pier Francesco Lorusso viene ucciso da un colpo di pistola. È il primo e unico morto ammazzato a Bologna in scontri di piazza dai tempi della Liberazione e quel proiettile segna indelebilmente la città imprimendole una ferita ancora oggi non del tutto rimarginata. Questo libro si propone di ricostruire la vita e la morte di quel ragazzo falciato una mattina in cui i giovani del movimento e le forze dell’ordine si affrontano nel pieno centro storico. L’episodio si inserisce in un contesto che vede da una parte le rivendicazioni dei “non garantiti” attanagliati dalla crisi economica e, sul versante opposto, il Partito comunista al governo della città, colpendo entrambi i fronti. Da queste pagine, basate sull’incrocio di atti giudiziari e testimonianze, perizie balistiche e necroscopiche, cronache dei giornali, documentazione letteraria, memorie e interviste, nasce una ricostruzione corale intessuta da voci diverse, talvolta contrapposte. Sono le voci che, messe a confronto, restituiscono il ritratto del movimento del ’77, scavano nell’omicidio Lorusso e – per la prima volta -, ne ricostruiscono la successiva storia giudiziaria, andando alla ricerca delle ragioni per cui quel delitto è stato seguito da un “mancato processo” e quindi da una giustizia negata.

Da leggere.

Il libro di cui si parla in questa intervista a Giorgio Galli realizzata da Radio Radicale è uscito nel gennaio 2015 per Kaos Edizioni. E questa è la presentazione del volume Il golpe invisibile:

Il “golpe invisibile” qui ricostruito dal politologo Giorgio Galli ha preso le mosse negli anni Settanta del secolo scorso, si è rafforzato negli anni Ottanta del craxismo, e ha avuto pieno compimento durante il quasi ventennio berlusconiano. È stato attuato dalla borghesia finanziario-speculativa e dai ceti burocratico-parassitari i quali, assunto il pieno controllo delle forze politiche e preso il potere in forma egemonica, hanno potuto saccheggiare l’Italia repubblicana facendo “carta straccia” di molte pagine della Costituzione. Il “golpe invisibile” dei ceti speculativi e parassitari ha generato un debito pubblico astronomico (decenni di evasione fiscale, di ruberie, corruttele e malversazioni), ha vanificato lo stato di diritto e il controllo di legalità della magistratura, ha consolidato il potere della criminalità organizzata (mafie che sono parte integrante dei ceti speculativi e parassitari), e ha alterato l’economia di mercato riducendo in povertà milioni di imprenditori e lavoratori. Soprattutto, il “golpe invisibile” ha impedito che la società italiana superasse il congenito familismo amorale e si dotasse di una cultura civica.

Un altro libro da mettere nella lista delle prossime letture. È la La borsa di Calvi. Ior, P2, mafia: le lettere e i segreti mai svelati del banchiere di dio firmato dall’ex magistrato e oggi scrittore Mario Almerighi, edizioni Chiarelettere.

Il mese più lungoLa vicenda dell’omicidio di Nicola Calipari – con i fatti che l’hanno preceduto e quelli che sono seguiti – l’avevamo ricostruita nell’ultima stagione della trasmissione Lucarelli racconta. E tra le varie persone che avevamo intervistato c’era anche l’ex direttore del Manifesto, Gabriele Polo. Che ora prende la parola e le racconta lui, quelle vicende, nel libro Il mese più lungo. Dal sequestro Sgrena all’omicidio Calipari (Marsilio):

4 febbraio 2005. Giuliana Sgrena si trova a Baghdad. È il settimo viaggio iracheno per la giornalista del «manifesto» che racconta la guerra sul campo. In Italia, il dirigente del Sismi Nicola Calipari è in partenza per le ferie con la famiglia. Ma dovrà presto fare ritorno a Roma. Quella che sembrava una giornata come tante, infatti, si trasforma nell’inizio di un incubo. Alle 12.30 arriva in redazione al «Manifesto» la notizia del rapimento di Giuliana Sgrena. In poco tempo le stanze di via Tomacelli si riempiono di compagni di lavoro, amici, militanti e dirigenti politici che portano solidarietà, e di giornalisti italiani e stranieri alla ricerca di notizie.

Sarà così ogni giorno, per un mese intero. Oltre ai parenti e al compagno, la famiglia di Giuliana è quel quotidiano, una comunità giornalistica e politica, un soggetto pubblico: peculiarità, questa, che rende unico il caso, lo trasforma in un evento e lo politicizza, complicandolo. «Il manifesto» viene coinvolto in una vicenda piena di segreti, costretto a nasconderli, persino a collaborare con chi li custodisce. Tanto che si avverte la sensazione – scrive Gabriele Polo – di «violentare il proprio mestiere di giornalista, scegliere cosa dire e cosa tacere».

In questo libro l’ex direttore del quotidiano comunista rivela particolari inediti e racconta quei giorni nell’Italia di allora, immersa nel bipolarismo tra berlusconiani e antiberlusconiani: l’imbarazzo della politica, stretta tra i doveri dell’alleanza con gli Stati Uniti e un’opinione pubblica che ha subito la guerra senza condividerla; le manifestazioni che risvegliano il movimento pacifista italiano; le lotte interne all’intelligence che mettono a rischio la missione di Calipari; le trattative; le riunioni di Palazzo; la notte tragica con la gioia della liberazione che diviene sgomento per la morte del dirigente del Sismi; le reazioni sulla stampa; i processi, l’assoluzione finale e lo sconforto di fronte a un sistema che si limita a sancire l’ineluttabilità degli eventi, celebrando «l’eroe Nicola Calipari». Ripercorrere quella vicenda oggi vuol dire non solo far riemergere tutte le contraddizioni del caso, ma dare un volto al Paese che siamo stati e che siamo.

Il gallo rossoUscirà il prossimo 26 febbraio la riedizione di libro firmato da Valerio Evangelisti nel 1982. L’editore che lo pubblica di nuovo è Odoya e il volume si intitola “Il gallo rosso – Precariato e conflitto di classe in Emilia Romagna (1880-1980)”:

Il gallo rosso (o galletto rosso) era una forma di sabotaggio che i contadini adottavano nei primi anni del Novecento nelle campagne emiliano-romagnole. La disaffezione nei confronti della controparte era tale che i braccianti arrivavano a dare fuoco alle colture e ai fienili, bestiame compreso, per rivendicare i propri diritti. Dalla fine della mezzadria, surclassata dalla razionalizzazione capitalistica dell’agricoltura, la figura principe del lavoratore emiliano romagnolo diviene il bracciante, un lavoratore intermittente come le necessità delle colture. Di fatto nasce allora la precarietà nel lavoro che oggi riempie le pagine dei giornali. Di quel periodo Valerio Evangelisti parla nel romanzo “Il sole dell’avvenire”, nella seconda parte della trilogia, uscita per Mondadori a novembre 2014 con il sottotitolo “Chi ha del ferro ha del pane”. Ecco perché oggi ripubblichiamo questo saggio (uscito per la prima volta nel 1982) di taglio economico, in cui il padre dell’inquisitore Eymerich si cimenta con il rapporto tra Stato (allora monarchico), capitale e lavoro nella regione Emilia Romagna.

Il caso Ilaria Alpi

Il giornalista della Gazzetta del Mezzogiorno Fabio Amendolara si è fatto conoscere in passato per il suo lavoro (si veda il libro di fine 2013 Il segreto di Anna, Editrice Edimavi, sulla morte del commissario Anna Esposito e sul legame con il caso di Elisa Claps). E anche per i problemi sorti dalla caparbietà che dimostra lavorando. Ora è appena uscito in ebook un suo nuovo lavoro, Il caso Ilaria Alpi, e di questo parla:

La giornalista Ilaria Alpi e l’operatore Miran Hrovatin, inviati del Tg3, vengono uccisi a Mogadiscio nel marzo 1994. Non è una rapina, ma una brutale esecuzione. Da allora ci si interroga sul movente di questo duplice omicidio. Ilaria aveva sicuramente scoperto qualcosa di indicibile. Una delle piste porta al traffico internazionale di rifiuti, tossici e nucleari, che dall’Italia potrebbero essere finiti in Somalia. Non appena quest’ipotesi acquista peso, però, compaiono sulla scena alcuni discutibili pentiti che dirottano le indagini sulla Basilicata, in particolare sul piccolo centro di Rotondella (Matera), dove si trova un centro di ricerche nucleari dell’Enea. Si rivelano essere dei depistaggi. E c’è da chiedersi: perché qualcuno si è scomodato per portare la magistratura su false piste?

Al libro sono dedicati un account Twitter, uno Facebook e un blog attraverso cui si continua a seguire la vicenda e si pubblicano anche documenti originali (come in questo caso sul Sisde).

Voci partigianeEcco un interessante libro in uscita il prossimo 20 ottobre. Si tratta di Voci partigiane – Storie all’ombra della linea gotica (Edizioni della Sera) di Simona Teodori

Settembre 1943. I crepuscoli si avvicendavano fra i castagni dell’Appennino al formarsi delle prime bande armate sulla Linea Gotica. Chiudendo gli occhi è ancora possibile udire quei suoni, quei passi, quei sussurri. Il vento conserva il tempo e la memoria, li trattiene in un canto di ricordi: soffi di vita, di dolore, di coraggio e speranza, di quella che non muore mai. In queste pagine, alcune voci partigiane si staccano dal coro rievocando quei giorni lontani. Il lettore imparerà a distinguere i volti e le emozioni di coloro che hanno silenziosamente preso un posto nella storia d’Italia, schiacciati tra il conflitto clandestino e la speranza di pace, tormentati da ore estreme in cui azioni orribili venivano compiute sull’una e l’altra sponda di una feroce guerra di resistenza. Si porga l’orecchio al fruscio delle chiome boscose e si guardi negli occhi ciascun personaggio. Solo dopo averne ascoltato la voce sarà più facile comprenderlo come essere umano, al di là di ogni bandiera, senza condanne o assoluzioni.

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Ecco un romanzo da inserire nella lista dei libri da leggere. È La mela marcia – Una storia di Tangentopoli di Davide Corbetta (Edizioni Pagina Uno):

Primi anni ’90. Raul Gardini lotta per tenere in piedi Enimont, e l’Eni di Gabriele Cagliari vuole rinegoziare il prezzo del gas metano con l’Algeria, attraverso il mediatore libico Omar. È l’occasione che Antonio Moro aspettava per inserirsi nel ‘giro’: da contrabbandiere diventa postino, e consegna borse nere piene di banconote per conto di partiti e imprenditori che hanno la necessità di corrompere, e di essere corrotti, per condurre in porto un affare da 33 milioni di dollari.
Ma la corruzione non è solo economica e politica, è un cancro morale, etico, culturale, che invade anche lo spazio personale e familiare.
Solo quando Mani Pulite si abbatte sul Sistema, dopo le confessioni, le carceri piene, i suicidi, dopo la fine dei vecchi partiti e la nascita dei nuovi, dopo l’ultima battaglia della stagione comunista combattuta negli stabilimenti Fiat, solo allora diventa chiaro quanto la corruzione sia ormai un processo irreversibile.
Con La mela marcia la narrativa italiana si misura per la prima volta con lo storico momento di passaggio dalla prima alla seconda Repubblica, e lo fa mescolando fatti veri e momenti di finzione, personaggi realmente esistiti e di fantasia. Il risultato è una livida fotografia, che riverbera una luce inquietante sull’attuale situazione politica e sociale italiana.

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Storm over Italy, Polesine, 1951

Italia. La fabbrica degli scandaliQuesto testo è un estratto del capitolo “Immobili, opere pubbliche e altri disastri” contenuto nel libro scritto con Gigi Marcucci Italia. La fabbrica degli scandali (Newton Compton). Dai disastri edilizi ai danni idrogeologici il passo fu breve. Sosteneva il 30 gennaio 1973 il senatore Gerardo Chiaromonte: «Non esiste in Italia materia più studiata e approfondita di quella che riguarda la difesa del suolo. Esistono biblioteche intere piene di libri, di inchieste, di relazioni: cosa dobbiamo ancora conoscere?». Eppure, dagli albori della prima Repubblica alle cronache dell’estate 2014, la storia italiana è stata percorsa da catastrofi – 170 alluvioni, la maggior parte nel periodo autunnale – di cui a livello di dibattito pubblico si parlò, ma non con l’enfasi che sciagure del genere avrebbero meritato.

Inondazioni come quelle avvenute tra la fine degli anni Quaranta e l’inizio dei Cinquanta in Campania (2 ottobre 1949, con l’esondazione dei fiumi Volturno e Calore, evento definito «una specie di Pompei delle acque») e in Calabria (22 ottobre 1951, 100 vittime, con tragica replica due anni più tardi lungo la costa ionica) furono di fatto archiviate tra la disattenzione generale. Più clamore suscitò l’alluvione del Polesine, nel novembre 1951, a cavallo tra le province di Rovigo – quella più colpita dall’espansione improvvisa delle acque del Po insieme al Ferrarese, Mantova e, in parte, al basso Veneziano – e di Venezia.
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