Xaaraan – Il blog di Antonella Beccaria

Non credo nelle otto del mattino. Però esistono. Le otto del mattino
sono l'incontrovertibile prova della presenza del male nel mondo
Gli ultimi giorni, Andrew Masterson

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Lupi nella nebbia di Giuseppe Ciulla e Vittorio RomanoLupi nella nebbia – L’Onu ostaggio di mafie e Usa è un libro uscito poco tempo fa per Jaka Book. Lo hanno scritto Giuseppe Ciulla e Vittorio Romano per raccontare questa storia:

Mafia likes fog, like wolves. La mafia vuole la nebbia, come i lupi. Le parole di un poliziotto kosovaro sono la sintesi di un Paese in cui dieci anni di amministrazione Onu non hanno portato benessere e giustizia, ma miseria e criminalità. Dove, in nome della stabilità dei Balcani, si è legittimata una classe dirigente legata a doppio filo con la mafia. Attraverso una scrupolosa inchiesta giornalistica Giuseppe Ciulla e Vittorio Romano tracciano un bilancio a tinte fosche della gestione internazionale: l’insabbiamento dei processi per crimini di guerra, le investigazioni sulle più alte personalità politiche del Paese (tutti o quasi ex comandanti Uck) misteriosamente sparite nel passaggio di consegne dalle Nazioni Unite all’Unione Europea; i rapporti degli osservatori Osce che denunciano l’inerzia dell’Onu, rimasti lettera morta; le responsabilità degli USA. Il Kosovo è grande quanto l’Abruzzo e con 14.000 soldati NATO dovrebbe essere uno dei posti più sicuri del mondo. Perché allora a nord di Mitrovica si spara ancora? Per i magistrati il Kosovo è uno degli snodi più importanti per il traffico di armi, droga, organi ed esseri umani verso l’Occidente. Come mai quindi alle frontiere nessuno controlla i carichi dei camion? Nel cuore dei Balcani che marciano verso l’Europa il Kosovo è uno Stato delle mafie, autoproclamatosi indipendente, che ci riporta a una nuova guerra fredda.

Booksblog ha pubblicato ieri un’intervista a Ciulla, Sul Kosovo, sulla necessità di informarsi e sul destino del giornalismo di inchiesta.

E rimasero impunitiInfine, in quest’elenco, c’è un personaggio quasi di colore da aggiungere. È Arrigo Molinari. Ex poliziotto, quando concluse la sua carriera in divisa, si congedò con il grado di vicequestore a Genova e di certo negli anni in cui prestò servizio di sé fece parlare. Accadde, in termini clamorosi, quando nel 1981 saltò fuori che il suo nome era incluso nella lista degli iscritti alla P2 con la tessera 767. Sottoposto a provvedimento disciplinare interno, riuscì a cavarsela perché vennero prese per buone le sue motivazioni: lo fece per ragioni di servizio. Per vederci più chiaro nelle attività della loggia, aveva infatti provato – riuscendoci – a infiltrarvisi. Lo stesso raccontò nel maggio 1984 a Carlo Palermo, ai tempi pubblico ministero alla procura di Trento.

L’inchiesta in corso riguardava traffici di droga e armi che avevano finito, attraverso un finanziere di origine svizzera, per coinvolgere anche il partito socialista e fu un’inchiesta che non giunse mai a termine perché Palermo fu deferito al Consiglio superiore della magistratura. A quel punto la sede a cui venne destinato fu Trapani, dove nel 1985 subì un grave attentato: un’autobomba a lui destinata esplose a Pizzolungo uccidendo una donna alla guida di una vettura che lo stava superando, Barbara Asta, e i suoi due figlioletti. Dopo poco il magistrato lasciò la toga e si dedicò alla professione di avvocato, oltre che di politico.

Le informazioni che Molinari fornì a Palermo prima di questi fatti erano per la maggior parte de relato e la prima, riferitagli dal suo ufficiale reclutatore, riguardava gli Stati Uniti. Qui – sostenne – sarebbe stato conservato uno degli archivi della P2, che andava riconsiderata in termini internazionali dato che coinvolgeva, oltre a gerarchi sudamericani, come l’ex capo di Stato maggiore della marina militare argentina, Emilio Eduardo Massera, anche esponenti della finanza e della massoneria a stelle e strisce. Lo spirito atlantico che avrebbe cementato i rapporti tra i piduisti italiani e i loro referenti americani sarebbe stato così forte da imporre una riunione presso l’ambasciata statunitense a Roma per analizzare la vittoria elettorale del PCI alle amministrative del 15 giugno 1975.
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Storia del conflitto israelo-palestinese di Claudio VercelliClaudio Vercelli è uno specialista in materia e già tempo addietro da queste parti era stato segnalato il suo Breve storia dello Stato d’Israele – 1948-2008. In questi giorni sta uscendo il suo nuovo libro, Storia del conflitto israelo-palestinese (Laterza) la cui presentazione anticipa questo:

Claudio Vercelli affronta, attraverso un’analisi dell’evoluzione del conflitto, dalla seconda metà del XIX secolo a oggi, gli elementi prioritari così come i nodi problematici che sono ancora sul tavolo della discussione: la terra, le identità nazionali, le risorse materiali e simboliche, le popolazioni, il ruolo delle religioni. L’obiettivo è quello di rendere comprensibili le dinamiche che stanno alla base della contrapposizione tra due comunità nazionali, la cui mancata soluzione ha creato le condizioni per l’ossessiva reiterazione del confronto. Ma oltre a una narrazione del conflitto, il lettore troverà indicazioni sulla formazione e la composizione degli attori in campo, a partire dagli stessi israeliani e palestinesi, e una analisi multidisciplinare dei motivi per cui questo conflitto ha assunto un significato paradigmatico che va al di là della sua concreta dimensione, divenendo il simbolo delle speranze e delle delusioni di una modernità difficile, sospesa tra libertà e ingiustizia, emancipazione e subalternità.

Qui l’indice del libro.

Oltre la guerra fredda di Mimmo Franzinelli Inoltre, girovagando sul sito di Laterza, si trova anche un altro libro che merita di essere citato. Si tratta di Oltre la guerra fredda – L’Italia del «Ponte» (1948-1953) curato da Mimmo Franzinelli:

Nei sei anni compresi tra il trionfo di De Gasperi dell’aprile 1948 e la sconfitta della ‘legge truffa’ del giugno 1953, Piero Calamandrei, fra gli artefici della Costituzione, intensifica il suo impegno nel mensile da lui fondato e diretto, “Il Ponte”, diventato riferimento culturale laico alternativo sia alla Democrazia Cristiana sia al blocco social-comunista. Queste pagine offrono un’antologia della rivista nel suo periodo più vivace, con articoli su temi che spaziano dal federalismo europeo e le identità regionali alla riforma dello Stato; dall’ammodernamento della giustizia alla questione femminile; dalla funzione dell’intellettuale e l’opposizione all’influenza vaticana nelle istituzioni alle campagne contro la pena di morte, al riconoscimento dell’obiezione di coscienza al servizio militare. Il volume – articolato nelle sezioni Politica, Società e Cultura – testimonia un panorama significativo dell’”altra Italia”, delle potenzialità progettuali e della tensione morale di una generazione di intellettuali progressisti impegnata nel rafforzamento della democrazia. Attraverso gli scritti delle voci più significative che firmano la rivista – Aldo Capitini, Riccardo Bauer, Norberto Bobbio, Guido Calogero, Nicola Chiaromonte, Luigi Einaudi, Vittorio Foa, Franco Fortini, Arturo Carlo Jemolo, Augusto Monti, Adriano Olivetti, Gaetano Salvemini, Ignazio Silone, Leo Valiani, Ruggero Zangrandi – rivive un pezzo importante della storia d’Italia.

In questo secondo caso, l’indice completo è qui.

Piazza Fontana. Noi sapevamoDopo l’uscita del libro Piazza Fontana. Noi sapevamo scritto da Nicola Palma, Andrea Sceresini e Maria Elena Scandaliato (lunga intervista al generale del Sid Gianadelio Maletti, a capo del controspionaggio, di cui era detto qui) qualche reazione si è avuta. La reazione è di Vincenzo Vinciguerra, all’ergastolo per la strage di Peteano del 31 maggio 1972 e gola profonda dell’eversione neofascista italiana (spaziando anche verso Gladio), riportata in due post pubblicati sul blog dell’editore, Aliberti.

Sono Furbi, anzi furbissimi e Il passato che non passa in cui si legge che:

Triste sorte, quella di un Paese dove bisogna attendere la morte degli ultimi delinquenti rimasti in vita per conoscere le malefatte di cui sono stati co-protagonisti in passato. Ma senza bisogno di attendere la morte di Giulio Andreotti, Arnaldo Forlani, il generale Arnaldo Ferrara, Giorgio Napolitano e altri oggi ottantenni e novantenni disperatamente attaccati alla vita, e spesso anche alla poltrona, possiamo dire che la verità ormai si conosce ma nessuno vuole trarne le doverose conseguenze.

Ma oltre a citare ex e attuali notabili democristiani, il neofascista in carcere fa il nome anche del ministro della difesa in carica, Ignazio La Russa, accostandolo a quanto scrisse il bandito Renato Vallanzasca quando «parlò di un dirigente missino di Milano che pagava la malavita per far mettere bombe e, senza farne il nome, specificò che in quel momento ricopriva un’alta carica istituzionale».

E rimasero impunitiIl 18 giugno 1982, il primo ad accorgersi di un cadavere fu un dipendente della Daily Express. Si chiamava Anthony James Huntley e alle 7,25 stava camminando lungo la riva del Tamigi, sul lato nord del fiume. Percorrendo quella strada, sarebbe passato sotto il ponte dei Frati Neri al quale era fissata un’impalcatura che finiva nell’acqua. Quella mattina, all’impalcatura, c’era attaccato qualcosa di strano e Huntley si sporse per vedere di che si trattasse. Era il corpo di un uomo. I piedi erano immersi nell’acqua fino alle caviglie e intorno al collo passava una corda annodata a uno dei tubolari.

L’istinto del passante fu quello di scappare e come un dannato fece il suo ingresso al lavoro. Stephen Edwin Pullen, un collega, si accorse che qualcosa non andava e nel giro di qualche minuto aveva avvertito la polizia per poi trascinare Huntley di nuovo verso il ponte. Così, venticinque minuti più tardi, i due erano già lì a indicare il corpo dello sconosciuto agli agenti John Palmer e Gerald Saint. Che si misero ad appuntare i primi particolari della scena. La corda che a cappio passava intorno alla gola del cadavere era in fibra sintetica arancione ed era stata legata intorno a un occhiello di metallo del secondo tubo dell’impalcatura, allestita il 10 maggio 1982 per alcuni lavori di manutenzione a un canale di scolo. La struttura, in base alle annotazioni della polizia metropolitana, era stata agganciata una ventina di centimetri sotto il parapetto del ponte e scendeva per otto metri. Vi si poteva accedere usando una scala a pioli di metallo che arrivava a lambire la superficie del fiume e gli ottanta centimetri che la separavano dall’impalcatura erano colmati da un’asse di legno.

Intanto era arrivata anche una motolancia della polizia fluviale con altri tre agenti, Michael Stewart, John Johnston e Donald Bartliff, che slegarono la fune senza rimuovere il cappio dal collo. Dopodiché, tutti e tre adagiarono il corpo sull’imbarcazione lottando contro i suoi 85 chili e i flutti della marea crescente. Infine raggiunsero la banchina di Waterloo, dove il morto venne disteso in attesa del medico legale, che arrivò alle 9,40.
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Il cuore occulto del potere - Storia dell'ufficio affari riservati del ViminaleSi intitola Il cuore occulto del potere – Storia dell’ufficio affari riservati del Viminale il nuovo libro di Giacomo Pacini in uscita per i tipi di Nutrimenti (collana Igloo):

È stato il più potente e misterioso servizio segreto italiano. Campagne di disinformazione, depistaggi, doppiogiochismi, provocazioni; nulla è mancato nella storia dell’Ufficio Affari riservati. Eppure, una ricostruzione delle attività di questa struttura non è mai stata scritta, tanto che ancora oggi gran parte dell’opinione pubblica ignora perfino che sia esistito un organismo chiamato Ufficio Affari riservati. Questo libro colma finalmente il vuoto. Attraverso una corposa mole di documentazione inedita, Giacomo Pacini ricostruisce per la prima volta la storia dei servizi segreti del Ministero dell’Interno. Il risultato è un affascinante e inquietante viaggio che condurrà il lettore nel cuore stesso del potere, dentro i suoi meandri più oscuri e inesplorati.

Intanto, per capire il livello di coinvolgimento dell’UAARR in determinate vicende italiane (compresa quella di Pasquale Juliano), si provi a titolo di esempio a sfogliare questo documento.

E rimasero impunitiEsce oggi in libreria il libro E rimasero impuniti – Dal delitto Calvi ai nodi irrisolti di due Repubbliche, pubblicato da Socialmente Editore come Il programma di Licio Gelli – Una profezia avverata?, che è una sorta di prima puntata del nuovo. Con prefazione di Paolo Bolognesi, il testo è scaricabile anche dalla Rete perché rilasciato con licenza Creative Commons. E da oggi inizia anche la pubblicazione a puntate del racconto in esso contenuto.

A Voi della Corte è offerta l’occasione
di emettere un verdetto di responsabilità
nei confronti di imputati, signori di impunità,
alcuni dei quali sono stati abituati a considerare
la giustizia un affare domestico.
Requisitoria del pubblico ministero Luca Tescaroli,
Corte d’Assise di Roma, marzo 2007

Il giudice pronuncia sentenza di assoluzione anche quando manca,
è insufficiente o è contraddittoria la prova che il fatto sussiste,
che l’imputato lo ha commesso, che il fatto costituisce reato
o che il reato è stato commesso da persona imputabile
Articolo 530 del Codice di Procedura Penale, Comma 2

Siamo di fronte a un giallo veramente degno di un film di Hitchcock
Sandro Paternostro, Tg2 del 18 giugno 1982

Un cappio arancione

Il battesimo del palco per i Distretto 51, rock band dell’alta Lombardia che nel proprio repertorio ci metteva anche qualche pezzo soul, era fissato per il primo dicembre 1983 in una palestra di Malnate, provincia di Varese. E fu l’inizio di una carriera, per quanto amatoriale, sopravvissuta ai decenni, all’età che incalzava e al progredire delle attività professionali, non sempre conciliabili con prove e fine settimana a suonare nei locali della zona. Eppure i Distretto 51 ci avevano già provato un anno e mezzo prima, con le esibizioni dal vivo. Era tutto pronto. Era stato fissato il giorno, venerdì 18 giugno 1982, e trovato l’ingaggio, una festa di fine naja in una villa di campagna. Ma la formazione non era al completo. Mancava il tastierista, che non c’era quando gli altri montavano gli strumenti e che non si presentò nemmeno più tardi, quando si attaccò a suonare.
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Malagente di Otello LupacchiniGli strumenti del romanzo, della finzione letteraria, sono preziosi quando si vogliono raccontare vicende che esulano dalle verità giudiziarie accertate in tribunale e si lascia spazio al racconto del contesto. È il caso di Malagente, il libro appena pubblicato da Cairo Publishing che porta la firma di Otello Lupacchini, magistrato che ha lavorato su fatti, per citarne alcuni, come la banda della Magliana o i delitti del presidente del Banco Ambrosiano Roberto Calvi, del giudice Mario Amato e del consulente del ministero del lavoro Massimo D’Antona.

In “Malagente” però è un’altra la storia raccontata. A essere ricostruita nelle pagine del romanzo è la vicenda della mafia del Brenta, organizzazione del nord est che Felice Maniero, il suo autoctono leader, ha guidato fino all’inizio degli anni Novanta e che si è profilata come un’ulteriore realtà criminale da aggiungere a quelle “tradizionali”. Nel libro i nomi vengono cambiati, Maniero assume l’identità di Edmondo Durante e così per tutti gli altri protagonisti della ribalta delinquenziale locale. Ma accanto a loro compare anche qualcun altro. Sono gli uomini della “Struttura”, che già dal nome si rivela per quello che è: un organo dell’intelligence che non reprime la mafia del nord, ma la fiancheggia e lavora perché i suoi capi ne vengano tutelati.

In uno scenario che, cinematograficamente parlando, arriva a citare situazioni alla “Eyes wide shut” di Stanley Kubrick (o forse richiama i famigerati – e reali “balletti rosa” del nord Europa, licenziose adunanze, talvolta oltre l’illecito, in cui cocaina e sesso estremo fanno pendant con la politica sotterranea), si muove una fauna umana fatta di predatori, ognuno in lotta con tutti gli altri.
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Maledetta fabbricaAlla collana Senza finzione di Stampa Alternativa che curo si aggiunge un nuovo titolo, Maledetta fabbrica – Il lavoro uccide. È un’opera antologica coordinata da Simona Mammano che nasce da un racconto di Jean-Pierre Levaray e a cui si sono aggiunti i testi di Daniele Biacchessi, Alfredo Colitto e Patrick Fogli. Il risultato è questo:

Cinque autori [...] raccontano altrettante storie intorno a un’unica realtà: di lavoro si muore tutti i giorni. Semplice la ragione: che siano tempi di economia che tira o di crisi, il profitto e la sua salvaguardia surclassano qualsiasi investimento volto a tutela della sicurezza e dell’incolumità dei lavoratori. I quali, ingabbiati dalle necessità quotidiane, non hanno altra scelta che sottostare. Italiani o stranieri, qualificati o generici, esperti o appena arrivati: non fa differenza, per loro l’unico modo di tirare avanti è lavorare. E rischiare di non tornare a casa la sera.

La presentazione del libro è fissata per il prossimo 14 maggio a Torino, all’interno del Salone internazionale del libro. Per gli altri titoli della collana si può vedere qui.

Doppia puntata questa sera alle 20.20 su GNUFunk Radio per la rubrica A parole, in breve.

La primavera dei maimorti di Piero Colaprico e Pietro Valpreda, Net – Il Saggiatore, 2006 (su Archive.org).

In terra consacrata di Ugo Barbàra, Piemme, 2009 (su Archive.org).

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  • Scritto per libri, radio
  • Una montagna di John D'AgataJohn D’Agata racconta una realtà statunitense. Ma non è molto difficile estendere il concetto al di fuori di quel Paese e pensarlo altrove. Anche dietro l’angolo. Perché di questo si parla nel suo libro Una montagna – I nostri prossimi diecimila anni con le scorie nucleari (Isbn Edizioni):

    Yucca Mountain è a 160 km da Las Vegas, la città dove si è appena trasferita la madre di John D’Agata. Da questo luogo simbolo dell’America comincia un’inchiesta spietata e poetica secondo lo stile del new-new journalism alla Foster Wallace, tra i paradossi della gestione dell’energia nucleare. Sostenuto da Reagan e Bush jr., frettolosamente accantonato da Obama, il progetto Yucca Mountain è la “grande opera” più folle mai concepita da un governo occidentale: trasportare via terra 77 mila tonnellate di scorie radioattive sparse negli Usa, e stivarle nel cuore di una montagna nel deserto del Nevada. Tempo dell’operazione: un secolo o giù di lì. A patto che si riesca a riempirlo senza incidenti, il deposito dovrebbe restare al sicuro da infiltrazioni e sconvolgimenti tellurici per 10mila anni. O forse 300mila, stando alle previsioni degli «esperti». Ma come dovrà essere scritto il cartello «pericolo di morte» perché venga compreso dai nipoti dei nostri pronipoti?

    E a proposito di centrali di casa nostra, si dia un’occhiata al video di SkyTG24 Unita di crisi – Trino Vercellese (grazie a BestKevin per la segnalazione) e a quanto si scriveva poco tempo fa a proposito di Caorso.

    (Via Booksblog)

    In terra consacrata di Ugo BarbàraLa nona puntata di A parole, in breve (in programmazione giovedì prossimo, alle 20.20, su GNUFunk Radio) si occupa del libro In terra consacrata di Ugo Barbàra (Piemme, 2009):

    Anna Marzani è una donna finita, rovinata dalla cocaina, ridotta all’ombra della bellezza di un tempo quando, negli anni Ottanta, era la compagna del capo di una banda criminale che aveva terrorizzato Roma. Ora, pur di alleggerire la posizione di sua figlia Valentina, arrestata per droga, si dice disposta a rivelare ciò che potrebbe far luce su uno dei misteri più bui dell’Italia del dopoguerra: la scomparsa di una ragazzina di quindici anni, figlia di un funzionario del Vaticano. Ma Anna non riuscirà mai a dire tutto quello che sa, perché poco dopo verrà ritrovata cadavere. La sua morte ha tutte le caratteristiche di un suicidio, eppure questa versione non convince Fabrizio, un giovane avvocato che lavora nello studio penale che la segue da sempre e che è sempre più deciso a portare allo scoperto quello che Anna aveva soltanto lasciato intendere. E tuttavia, man mano che gli elementi di quel lontano passato emergono a formare un quadro agghiacciante, Fabrizio capisce che le forze oscure che avevano colpito un tempo sono pronte ad agire di nuovo e che dietro la scomparsa della ragazzina si nascondono trame perverse e poteri segreti, pronti a tutto perché la verità rimanga per sempre sepolta.

    Il brano che accompagna queste parole si intitola I’m Not Dreaming, è contenuto nell’album Breadcrumbs di Josh Woodward ed è rilasciato con licenza CC BY.

    La puntata è scaricabile in formato mp3 e ogg da Archive.org.

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  • Scritto per libri, radio
  • La primavera dei maimorti di Piero Colaprico e Pietro ValpredaL’ottava puntata di A parole, in breve (in programmazione giovedì prossimo, alle 20.20, su GNUFunk Radio) racconta il libro La primavera dei maimorti di Piero Colaprico e Pietro Valpreda (Net – Il Saggiatore, 2006):

    Aprile 1969. In una Milano percorsa dalle agitazioni studentesche e dalle prime avvisaglie dell’autunno caldo viene ritrovato il corpo senza vita di un anziano cittadino svizzero. Le prime indagini rivelano che voleva pubblicare un libro di memorie e teneva la foto di una recinzione oltre i monti del lago Maggiore tra Italia e Svizzera, una rete alta e difesa da uomini armati: prima di incontrare l’editore qualcuno l’ha accoltellato. Tre uomini vengono fermati dai carabinieri e chiusi a San Vittore, poco prima che nel carcere scoppi una violenta rivolta.

    Il brano che accompagna queste parole si intitola Shades revisited, è contenuto nell’album Dennis Logan S.O.S. di Dennis Logan ed è rilasciato con licenza CC BY-NC-ND.

    La puntata è scaricabile in formato mp3 e ogg da Archive.org.

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  • Scritto per libri, radio
  • Piazza Fontana. Noi sapevamoA pagina 11 del Fatto Quotidiano di oggi viene pubblicato un articolo intitolato Piazza Fontana. “Quell’arsenale ripulito dai carabinieri” (il link consente di scaricare l’articolo in formato pdf, 794MB). Si riferisce al lavoro fatto da tre giornalisti, Nicola Palma, Andrea Sceresini e Maria Elena Scandaliato, che sono andati in Sudafrica a intervistare il generale Gianadelio Maletti. Un primo risultato di quei tre giorni a contatto con l’ex capo del controspionaggio del Sid era l’intervista in video già segnalata qui. Ora invece (e a questo si riferisce l’articolo del Fatto), esce il libro Piazza Fontana. Noi sapevamo – Golpe e stragi di Stato. Le verità del generale Maletti (Aliberti Editore):

    Il generale per la prima volta apre i suoi archivi, allungando un’ombra inquietante sulla matrice americana della strage e facendo importanti rivelazioni sull’esplosivo usato a piazza Fontana, sul percorso delle bombe e sul commando («Io so i loro nomi»), composto da elementi legati all’eversione nera veneta. Gli autori dell’intervista sono riusciti a individuare uno di loro, cosa che né la magistratura né la stampa erano mai state in grado di fare.

    Maletti riferisce di un coinvolgimento americano anche nel golpe Borghese e nella strage di piazza della Loggia, che sarebbe stata eseguita da neofascisti «della stessa covata di piazza Fontana». Tra coloro che sapevano di questa strategia, figurano i nomi di Giulio Andreotti e del presidente Saragat, insieme ad altri personaggi minori: uno di questi, assicura Maletti, era ministro nel penultimo governo Berlusconi.

    Da segnalare anche un’altra uscita, risalente questa volta allo scorso gennaio. È un libro pubblicato dall’Editoriale Chiaravalle che si intitola L’ultima vittima di Piazza Fontana. L’ultima vittima – anche se suona non di poco impudente – dovrebbe essere dunque il suo autore, Carlo Maria Maggi, uno dei leader di Ordine Nuovo del nord-est che, come si viene a sapere dal sottotitolo, “racconta la sua verità”. Per leggere di più a proposito di questa pubblicazione, si può dare un’occhiata qui.

    Mary Terror di Robert McCammonQuando Gargoyle Books mi ha chiesto se volessi scrivere la prefazione del libro Mary Terror di Robert McCammon, in libreria dal prossimo 29 aprile, in pochi giorni ho divorato la traduzione italiana. McCammon è un autore di cui avevo già letto altri romanzi e che mi aveva entusiasmato. Ma mai come in questo romanzo. Che sostituisce ambientazioni squisitamente horror con uno scenario che chiama in causa anni Sessanta e Settanta statunitensi, contestazioni e terrorismo. Ecco di seguito le considerazioni scritte a premessa di un libro davvero straordinario.

    La prima volta che questo romanzo venne pubblicato in Italia era il gennaio 1991. Arrivato due anni dopo la versione in lingua originale, a darlo alle stampe era stata la casa editrice Interno Giallo e oggi quell’edizione, non più presente nel circuito librario, rientra a pieno titolo della categoria del collezionismo. Fa bene dunque Gargoyle Books a inserire Mary Terror nel proprio catalogo. E lo fa per una serie di ragioni.

    Innanzitutto perché dimostra come sia possibile scavalcare la letteratura di genere. O, per la precisione, dimostra quanto la letteratura di genere possa essere uno strumento più che adatto a raccontare la contemporaneità. Tanto che, a vent’anni circa dall’uscita di questo romanzo, esso contiene ancora tutti gli strumenti per guardarsi intorno e interpretare gli accadimenti di oggi.

    Partiamo da una considerazione, una specie di bugiardino degli effetti collaterali: se un racconto deve essere una rasoiata, sappiate che questo romanzo lo è in pieno. Provocherà dolore fisico leggere le pagine che seguono. Susciterà paura e ansia. Metterà alla prova la resistenza del lettore, gli farà accusare fatica fisica, ma soprattutto lo farà riflettere su ciò che è stato e ciò che è oggi. Perché Mary Terror è prima di tutto un romanzo politico dai tratti impietosi che non risparmia nessuno dei suoi personaggi. È il ritratto dell’America post-contestazione, di ciò che è rimasto una volta conclusisi gli anni in cui si lottava per una rivoluzione che cambiasse il pianeta, dal singolo essere umano alla più tecnologizzata delle società occidentali. È un romanzo sugli effetti dell’estremismo come unica risposta ritenuta possibile.
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