Xaaraan – Il blog di Antonella Beccaria

Non credo nelle otto del mattino. Però esistono. Le otto del mattino
sono l'incontrovertibile prova della presenza del male nel mondo
Gli ultimi giorni, Andrew Masterson


L'Aquila 2009, Casa dello studente

Questo testo è un estratto del capitolo “Immobili, opere pubbliche e altri disastri” contenuto nel libro scritto con Gigi Marcucci Italia. La fabbrica degli scandali (Newton Compton). L’esito processuale per i fondi stanziati dopo il sisma in Campania e Basilicata non impedì invece di continuare a parlare di Irpiniagate. Un caso che Daniele Martini raccontava così:

Solo il 50 per cento dei fondi è andato dove doveva andare, il resto è stato dissipato. Il dopo terremoto è stata una cuccagna sulla quale hanno mangiato tutti: il 20 per cento del denaro è finito in tasca ai politici, un altro 20 per cento è andato ai tecnici della ricostruzione. Camorra, imprese del nord e imprenditori locali si sono mangiati il resto». Una giornalista inglese, Anne Webber, commentò a inizio anni Novanta: «È il più grosso scandalo che si sia mai visto in Europa». Aveva ragione, la cronista anglosassone, ma di certo non fu l’unico perché, oltre che di Irpiniagate, più avanti si sarebbe iniziato a parlare anche di «professionisti delle macerie.

Italia. La fabbrica degli scandaliCorreva l’anno 2010 e si stava indagando sugli interessi nati intorno a un altro terremoto: quello dell’Aquila del 6 aprile 2009, 309 morti, 1600 feriti e 80 mila sfollati. La scossa principale, registrata alle 3.32 di notte, aveva raso al suolo tutto, compresa la città vecchia, edificata nel xiii secolo sul modello di Gerusalemme. Si sbriciolarono chiese e fontane mentre alcuni dei 55 comuni coinvolti furono polverizzati. L’immensa forza distruttiva del sisma provocò danni per 10 miliardi di euro. Ma per qualcuno scarso margine andava concesso al cordoglio e alla commozione, anche nelle primissime fasi della catastrofe.

Nel corso di una conversazione intercettata dopo le prime scosse un costruttore era stato sentito dire al cognato: «Qui bisogna partire in quarta subito. Non è che c’è un terremoto al giorno». Spaventosa la risposta: «Io ridevo stamattina alle tre e mezzo dentro il letto». Insomma, bisognava speculare su vite e città cancellate da una sciagura, non c’era un attimo da perdere. Il moto di agghiacciante allegria ascoltato dagli investigatori era stato innescato dal pensiero del denaro che si sarebbe incassato ricostruendo i centri danneggiati dal sisma. Discorso vecchio, questo, come ha scritto Sergio Rizzo:
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Foto di Daniele Cinciripini

All’Aquila, con l’associazione Segni, nasce la Casa della fotografia, che apre con una mostra di Daniele Cinciripini (autore della foto sopra):

Uno spazio aperto di confronto e crescita nato dalla volontà di alcuni giovani fotografi aquilani che hanno allestito uno spazio a servizio della comunità locale e degli appassionati o degli esperti del settore.

Una camera oscura, una biblioteca con sala studio, una sala conferenze: spazi realizzati per le attività in programma ovvero corsi, incontri, iniziative, proiezioni, documentari, presentazioni di libri, ma anche recupero di tecniche antiche di stampa.

(Via Huffington Post e Micaela Calabresi)

Kamikaze colorzCampo, a me, squarcio, campo santo, di me, maceria interrata, campo militare, esperimento fascista, campo tenda, per me, urina, davanti a membra aperte, cronica Cadorna, tua Caporetto, scientifica voce, Prefettura, macelleria rusticana, a grande voce, noi si resta, in case sicure, fino alla morte, fino alla morte, fino alla morte, tuo prefetto esce, di scena, a grande voce, ogni cosa, esce, da tua Prefettura, ma noi si resta, in case sicure, fino alla morte, fino alla morte, che notte spalanca ogni utero, io aborto, io morte, io fetido, qui, sotto le tue colpe, attendo carri, funebri, carri, militari, carri, necrofili, carri, presidenziali, tuo Presidente, scientifico mediatico, necrofilo, esperimento post democratico, questo campo, fianco a Studentato, precipitato, tuoi morti, Presidente, accerchiati, popolo a tempo determinato, esperimento socialmilitare, futuro vicino, come bambina curva, sepolta, spina dorsale conficcata, faccia schiacciata, cranio divelto, guardala, Presidente, il tuo esperimento necromilitaresco, non riesco, non grido, io cadaverina, dal nido di Aquila, volava questo popolo, e aveva un sogno, e parlava di montagne, e cantava di nevi e fiumi, e alte le parole, e volava alta l’Aquila, e ancora avrebbe scritto poemi e verità, e poi disse di domani e domani ancora, e noi non sapevamo, in case sicure, fino alla morte, abbracciati, i nostri occhi piangono i morti, non più poemi, non più parole, non più sogni, non più, non più, ma verità ucciderà ancora, io so, io so, tuo esperimento NATO lontano, occasione vitale, sopravvivenza del delirio, necrofilia iniettata in schermo sedicinoni gi otto, trecento morti, no, molti più ancora, là nel nido dell’Aquila, mai censiti, tra cingoli e catene, recisi, dilaniati, scomparsi, come torri gemelle, non c’è bandiera qui, solo mia voce, umiliata, sterco, merda, crocifissa, e tu ancora incidi tua Presidenza, pretendi onore, io soffio, gas nervino, in bocca Tua, addio Caporetto, veleno massonico, ordine mondiale, da nucleo operativo, campo caserma, addio Cadorna, che sempre ritorna, democrazia sospesa, napalm, noi nella notte, nelle nostre sicure case, sicure case, tornate a casa, ma non il tuo Prefetto, Prefettura deserta, tornate, a casa, ci dicono voci termobariche, io muoio, noi adesso si muore, Presidente, sono qui davanti a te, tuo kamikaze.

Terremoto in Abruzzo - L'Aquila 6 aprile 2009(E con questo post è ufficiale che anche da queste parti si ha un ospite: è il giornalista, documentarista, poeta e operaio Giuliano Bugani, già intervenuto poco tempo fa con il post La Costituzione: chi l’ha vista? Con il testo di seguito si inaugura il suo spazio qui dentro. Benvenuto, Giuliano. AB)

Non aspetterò tre giorni. Resusciterò ora. Ognuno di noi resusciterà ora. Non aspetteremo la fine dei giorni loro. Non aspetteremo il ballo di mezzanotte. E nemmeno la scarpetta di Cenerentola, caduta nella crepa di un terremoto annunciato. Noi non balleremo la loro kanzone. Noi non prenderemo a braccetto le loro Maria, le loro puttane. Noi non andremo sui loro karri. Dottor Jekill, quale cura mi stai propinando: kokaina? Il tuo antidoto. Un buco nel cuore mi dice che non posso fidarmi di tua madre. Ci sono quattro strade che portano alla città distrutta.

Quattro, perpendicolari. Come una kroce. E su quella kroce, avete inkiodato l’Aquila. Ha le ali spalancate. La testa china sul suo petto smagrito. È una grande kroce. Sulla montagna del mio cranio. Un ragazzo si è suicidato, poche settimane fa. Aveva perduto tutto. Non aveva più niente. Nemmeno più sé stesso. Non aveva più niente. E tu mi dici che devo aspettare. Ci stiamo avvicinando alla kroce. E non sono solo. Qui. Ad aspettarti. Dottor Jekill, mi dici che devo aspettare. Ma io ho puntato il mio coprifuoco sulla tua bocca. Non ci sono spade adesso. Non avere paura. C’è soltanto una cosa che posso aspettare. Le tue ceneri. Perché brucerai nel mio inferno. L’inferno che è dentro il mio cranio.
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