Veniva ucciso esattamente 14 anni fa, Antonio Russo, giornalista di Radio Radicale. Si trovava a Tbilisi (Georgia) ed era lì come reporter che seguiva la guerra cecena.
(Via @RadioRadicale)
Veniva ucciso esattamente 14 anni fa, Antonio Russo, giornalista di Radio Radicale. Si trovava a Tbilisi (Georgia) ed era lì come reporter che seguiva la guerra cecena.
(Via @RadioRadicale)
Il dibattito è stato inserito nella sezione battezzata Per una domanda di giustizia e verità in programma sabato 25 ottobre a Roma, nell’ambito di Contromafie – Stati generali dell’antimafia 2014. E l’incontro si intitola “I segreti della Repubblica nelle carte degli archivi italiani”, e di questo parla:
La recente iniziativa della Presidenza del Consiglio di rendere pubblici tutti i documenti riguardanti le stragi compiute nel nostro paese (conservati presso gli archivi dei servizi segreti, delle forze di polizia, dei ministeri, dei tribunali, ecc.) ha suscitato grandi speranze e aspettative che da questa documentazione possa giungere un maggiore contributo alla ricerca della verità. Contestualmente però si pone una questione forse più importante della stessa “desecretazione”: la possibilità di esercitare appieno il diritto di ogni cittadino a conoscere gli atti pubblici contenuti negli archivi pubblici. La consultazione per cittadini, studiosi, magistrati spesso risulta difficile se non impossibile. Eppure le applicazioni informatiche potrebbero agevolare l’esercizio di tale diritto. Ma a oggi così non è. L’ipotesi poi di procedere a ricerche trasversali, coordinando le informazioni agli atti dei singoli archivi, è puro miraggio. Occorre capire l’entità e il valore del patrimonio documentale ma soprattutto quali iniziative devono essere messe in campo per restituirlo alla collettività. La “Rete degli archivi per non dimenticare” nasce proprio dall’esigenza di recuperare atti, documenti, testimonianze utili a comprendere quello che è accaduto, in una lettura corale, per identificare quello che vorremmo non accada mai più.
Tutor: Ilaria Moroni, Rete degli archivi per non dimenticare
Relatori:
- Piera Amendola, ricercatrice già archivista della Camera dei Deputati
- Enzo Ciconte, storico
- Elisabetta Cesqui, magistrato
- Vincenzo Macrì, Procuratore Generale presso la Corte d’Appello di Ancona
Interventi:
- Francesco M. Biscione, storico
- Michele Di Sivo, archivista, Archivio di stato di Roma
- Tommaso Nelli, giornalista
- Maurizio Torrealta, giornalista e scrittore
- Giulio Marotta, già Consigliere parlamentare
Il programma completo di Contromafie, che inizia il 14 e si conclude il 26 ottobre, è disponibile qui.
Questo testo è un estratto del capitolo “Immobili, opere pubbliche e altri disastri” contenuto nel libro scritto con Gigi Marcucci Italia. La fabbrica degli scandali (Newton Compton). Dai disastri edilizi ai danni idrogeologici il passo fu breve. Sosteneva il 30 gennaio 1973 il senatore Gerardo Chiaromonte: «Non esiste in Italia materia più studiata e approfondita di quella che riguarda la difesa del suolo. Esistono biblioteche intere piene di libri, di inchieste, di relazioni: cosa dobbiamo ancora conoscere?». Eppure, dagli albori della prima Repubblica alle cronache dell’estate 2014, la storia italiana è stata percorsa da catastrofi – 170 alluvioni, la maggior parte nel periodo autunnale – di cui a livello di dibattito pubblico si parlò, ma non con l’enfasi che sciagure del genere avrebbero meritato.
Inondazioni come quelle avvenute tra la fine degli anni Quaranta e l’inizio dei Cinquanta in Campania (2 ottobre 1949, con l’esondazione dei fiumi Volturno e Calore, evento definito «una specie di Pompei delle acque») e in Calabria (22 ottobre 1951, 100 vittime, con tragica replica due anni più tardi lungo la costa ionica) furono di fatto archiviate tra la disattenzione generale. Più clamore suscitò l’alluvione del Polesine, nel novembre 1951, a cavallo tra le province di Rovigo – quella più colpita dall’espansione improvvisa delle acque del Po insieme al Ferrarese, Mantova e, in parte, al basso Veneziano – e di Venezia.
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Dallo scandalo P2 a Renzi: la lunga marcia anti magistrati. Lo scrive Sandra Bonsanti sul Fatto Quotidiano e ripresa da Micromega online:
Fu nel dibattito che precedeva la fiducia al primo governo laico della storia repubblicana, il 10 luglio 1981, che un pezzo del mondo politico, Psi, Psdi e mezza Dc iniziarono in Parlamento i processi alla magistratura italiana. Spadolini, incaricato da Sandro Pertini, aveva annunciato la sua determinazione a sciogliere la loggia P2, chiedendo uno “sforzo comune di rinnovamento e di pulizia morale”. Ma Longo, Piccoli e Craxi spiegano subito che le loro preoccupazioni riguardano non l’ansia di verità, ma la sorte di Roberto Calvi e degli altri iscritti alla P2. Il segretario del Psdi (affiliato con tessera n. 2223) accenna nel suo intervento a un “accordo” preciso che Spadolini avrebbe ignorato: un accordo, guarda caso, sulla “riparazione” degli errori giudiziari e su una “radicale revisione delle funzioni del Pm”.
Poi si scatenò Craxi e attaccò i magistrati per aver messo le manette a Calvi che aveva cercato (o finto) di suicidarsi. Una reazione “prevedibile” sottolinea Craxi “quando si mettono le manette a finanzieri che rappresentano gruppi che contano per quasi metà del listino di Borsa”. Flaminio Piccoli, segretario della Dc, accusa il Pm di “appropriarsi di un processo come di un bottino, con iniziative frenetiche e spesso irresponsabili”. Chiede che siano dati al ministro di Grazia e Giustizia “poteri di indirizzo e di orientare l’attività”.
A rivederla oggi, quella pagina di storia politica, dopo le dichiarazioni sprezzanti contro la magistratura pronunciate non da un segretario di partito e basta (come erano Craxi, Piccoli e Longo) ma da uno che è anche presidente del Consiglio si direbbe che niente è cambiato, se non peggiorato. Allora almeno ci fu chi dal Pci protestò e chiese conto di quei presunti accordi segreti. Si alzò Ingrao e disse: “Vogliamo veramente sapere come stanno le cose sulla giustizia perché quelle proposte di Longo non ci piacciono affatto”. Bei tempi, si fa per dire, quegli Anni 80 perché almeno non erano tutti o quasi tutti d’accordo, e comunque, i parlamentari dissenzienti dalla linea dei loro segretari votavano come volevano e non venivano chiamati “gufi” e “rosiconi”. Non ricordo che venisse tollerata una politica dell’irrisione. E quando si ricorse al governo laico non destò scalpore il fatto che il partito di Spadolini avesse allora il 3 per cento.
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Dodici edizioni e un taglio specifico sui crimini ambientali. Torna a Ravenna per l’edizione 2014 GialloLuna NeroNotte che ha messo online programma e autori. Si parte il prossimo 29 settembre, negli incontri con gli autori si arriva il 5 ottobre (qui il dettaglio) e il merito dello sforzo organizzativo va all’associazione culturale Pa.Gi.Ne. che dal 2003 ha lavorato in collaborazione con Provincia e Comune.
Un progetto degli Istituti storici dell’Emilia Romagna in rete e dell’Istituto Parri. È Resistenza mAPPe, “è una collana di applicazioni informatiche dedicate a luoghi e a eventi della seconda guerra mondiale e della Resistenza”.
(Via @IstitutoParri)
Sul sito dell’associazione Il manifesto in rete, a 40 anni di distanza, vengono riportati i fatti di San Basilio, 8 settembre 1974: Fabrizio Ceruso e la lotta per il diritto alla casa:
Il contesto e la dinamica della battaglia determinatasi l’8 settembre 1974 a San Basilio non sono facili da spiegare. Alcuni testimoni di quegli eventi sono morti negli anni successivi, ad esempio il mio amico Roberto di cui parlerò qui; altri ricordano soprattutto la nebbia dei lacrimogeni o mettono in connessione lineare, se non addirittura mitologica, il passato col presente; certi sono diventati “pentiti” negli anni Ottanta e altri ancora hanno cercato di abiurare il proprio passato di militanza politica, ad esempio determinati ex dirigenti di Lotta Continua.
Pochi fra i testimoni rimasti in vita ricordano bene gli avvenimenti dell’8 settembre 1974 a San Basilio e i motivi che ne furono alla base. Esistono però alcuni fatti che, da soli, risultano sufficienti ad aprire o a riaprire le porte di una corretta ricostruzione storica. Il 20 febbraio 1973 l’Istituto Autonomo Case Popolari (Iacp) indisse il concorso per l’assegnazione di alloggi a San Basilio, Pietralata e Tiburtino III, tre borgate della periferia sud orientale di Roma, per un totale di 600 appartamenti, ma fra l’estate e l’autunno di quell’anno si capì meglio che le migliaia di famiglie bisognose di un alloggio non potevano farsi molte illusioni.
Come ha correttamente ricordato Massimo Sestili in “sotto un cielo di piombo. La lotta per la casa in una borgata romana. San Basilio settembre 1974” (saggio pubblicato in Historia magistra, Rivista di storia critica, anno I, n. 1, Franco Angeli editore, 2009) la graduatoria stilata per quel bando pubblico subì una modifica rispetto alla normale prassi seguita in precedenza. A Villa Gordiani e a Tiburtino III dovevano essere demoliti alcuni alloggi dello Iacp e agli abitanti interessati furono assegnati fuori graduatoria più della metà degli appartamenti disponibili. Per concorso furono assegnati “200 alloggi su un totale di 600”.
Il testo lo firma Sandro Padula e per leggerlo in integrale il link è questo.
A 10 anni di distanza dell’omicidio di Enzo Baldoni, scrive Enzo Nucci su Articolo21.org
Baldoni poteva essere salvato? Giusi [Bonsignore, moglie del giornalista, nda] afferma che dopo lo scoppio di una mina sotto l’automobile su cui viaggiava (in testa alla colonna di automezzi) il marito ed il suo traduttore, il convoglio della Croce Rossa non si fermò a raccogliere i due uomini ancora vivi, consegnandoli nei fatti nelle mani dei terroristi. Abbandonati al loro destino. Secondo la pesante accusa di Giusi, la Croce Rossa avrebbe taciuto con la famiglia su questa circostanza.”Una omissione molto grave” per la signora Baldoni secondo cui le rassicurazioni fornite dalla Croce Rossa Italiana avrebbero addirittura ostacolato per oltre 3 anni il recupero della salma di Enzo, portato a termine 4 anni fa dai Ros dei Carabinieri. Circostanze (queste denunciare da Giusi Bonsignore) che richiederebbero un approfondimento da parte delle istituzioni, anche per capire se nell’intricata vicenda del recupero del cadavere siano entrati in gioco personaggi di dubbia moralità che magari hanno fatto di necessità virtù.
Continua qui. Inoltre su Radio Città del Capo c’è lo speciale con le cartoline da Baghdad di Baldoni.
Della storia di Luigi Leonardi, che denunciò 5 clan della camorra, se ne scriveva a fine 2013 sul FattoQuotidiano.it. I mesi sono passati e la sua situazione non è cambiata. Per questo nei giorni scorsi è stata presentata dal vicepresidente della Camera Luigi De Maio questa interrogazione a risposta scritta al ministro dell’Interno Angelino Alfano.
Luigi Leonardi: interrograzione a risposta scritta al ministro dell’Interno Angelino Alfano