Non credo nelle otto del mattino. Però esistono. Le otto del mattino sono l'incontrovertibile prova della presenza del male nel mondo ("Gli ultimi giorni", Andrew Masterson)
Vogliamo incoraggiarvi ad approcciare i social media nel vostro modo di fare giornalismo, ma dobbiamo assicurarci che siate consapevole dei rischi, in special modo quelli legati alla costruzione della propria indipendenza e della propria libertà. Le nostre raccomandazioni offrono consigli generali con suggerimenti più dettagliati per gestire la vostra presenza sui più popolari social network. Questo è un mondo in rapido cambiamento e occorre esercitare il proprio senso critico in diverse aree.
Trasparanza, separazione dell’utilizzo professionale da quello personale e infine un occhio alle enciclopedie online alcune delle sezioni in cui si articola il documento.
Dozzine di giornalisti vengono uccisi ogni anno nel mondo. Solo in Iraq, ne sono morti più di 200 dall’inizio dell’occupazione statunitense […]. Rendere omaggio al loro coraggio e alla loro professionalità non è un’idea concepita da alcuni giornalisti per altri giornalisti. È un modo per tenere a mente che la difesa della libertà è una questione rilevante per tutti e non c’è democrazia senza notizie che rispettino le persone e si basino sui fatti. Questa lista messa in rete elenca dunque giornalisti e operatori uccisi nel corso del loro lavoro a partire dalla seconda guerra mondiale dando vita a un database unico per dimensione e scopo. Un luogo per ricordare nel timore di dimenticare. Un tributo alla libertà.
Iniziativa meritoria, dunque, a cui però mancano – ha ragione Giancarlo De Palo – due cronisti nella sezione italiana. Per quanto ufficialmente risultino scomparsi dal 2 settembre 1980, sulla loro sorte ci sono ben pochi dubbi. Sono Graziella De Palo e Italo Toni (per la loro vicenda si veda anche qui).
Riccardo Lenzi mi segnala un articolo uscito ieri sul quotidiano Brescia Oggi. Si intitola «Dall’archivio svaniti i documenti delle stragi» e racconta ciò che Giovanni Flamini ha dichiarato in qualità di consulente un paio di giorni fa alla Corte d’Assise di Brescia dove è in corso il processo per la strage di piazza della Loggia (su Radio Radicale è disponibile la registrazione dell’intera udienza mentre sopra si può ascoltare il singolo intervento di Flamini). Il testo dell’articolo segnalato da Riccardo merita di essere riportato per estero.
Nessun riferimento alla strage di piazza Loggia o alla questura di Milano, consumata un anno prima, il 17 maggio ’73. Nelle veline della Divisione Affari Riservati non compare alcuna nota informativa sull’attentato bresciano. E non è l’unica pagina terroristica a mancare dall’archivio. «Erano proprio i documenti che cercavo con più curiosità, conoscevo bene le carte su piazza Fontana. Ma non c’era nulla, a volte, solo le intestazioni». A ricordare con dovizia di dettagli il materiale custodito nel deposito di Circonvallazione Appia è Giovanni Flamini, consulente, chiamato a deporre dai pm nel terzo processo sulla strage bresciana. Era stato incaricato dalla Procura di Milano di esaminare parte degli archivi della Dar, nell’inchiesta su piazza Fontana: 36 anni dopo. a Brescia, l’accusa punta a ricostruire luci e ombre dell’attività della Dar per dimostrare che la strage di piazza Loggia maturò in un contesto che vedeva legati a doppio filo estremisti neri e apparati statali deviati.
«Dovevamo trovare elementi che riconducessero agli attentati di Roma e Milano nel ’69: la documentazione, che andava dal ’61 al ’94, era riposta in 40 scatole di cartone ‑ ricorda Flamini ‑, ma il materiale era incomprensibile». Ma nel marasma dei documenti c’era anche un brogliaccio quotidiano con la cronologia degli eventi giorno per giorno. « Sono andato all’agosto ’69, quando, tra il l’8 e il 9, si consumarono 10 attentati ai treni ‑ spiega Flamini ‑, ma al 7 le veline si fermavano, per riprendere solo 3 giorni dopo». Stessa cosa per piazza Fontana: « Il materiale arrivava fino a dicembre, poi niente. L’ipotesi più probabile era che qualcuno lo avesse fatto sparire». Molti i fascicoli sui gruppi di estrema sinistra, ma anche buste intestate al gruppo padovano ordinovista di Freda. Ventura e Fachini: «ma vuote». Continue reading
La giornata mondiale contro la cyber-censura è fissata per il prossimo 12 marzo. Lo segnala la sezione italiana di RSF e se ne parla più diffusamente qui e qui dove peraltro si aggiunge:
Reporter sans frontières pubblicherà in questa occasione l’ elenco aggiornato dei “nemici di Internet”. Questo elenco punta il dito contro paesi come Iran, Cina, Arabia Saudita, Vietnam e Tunisia che limitano l’accesso on-line e minacciano i cittadini della rete. Sarà anche pubblicato un elenco di paesi che sono stati posti “sotto sorveglianza” aver manifestato atteggiamenti minacciosi nei confronti di Internet. Reporter sans frontières assegnerà il primo “Premio Netizen” […]. Il premio sarà dato a un utente Internet, blogger o cyber-dissidente, che abbia dato un notevole contributo alla difesa della libertà di espressione online. La cerimonia di premiazione avrà luogo presso la sede di Parigi di Google Francia.
Il progetto, non-profit, è realizzato dall’Associazione Culturale Pulitzer, che ha l’obiettivo di promuovere strumenti e attività a sostegno della progettualità individuale e di gruppo, nel mondo del giornalismo, dell’ informazione e della comunicazione. L’Associazione Pulitzer è nata lo scorso gennaio su iniziativa di Antonio Rossano e Luca Longo, che già da tempo operano nel mondo del giornalismo partecipativo e della comunicazione su internet, realizzando progetti di citizen media come The Populi e Yurait Social Blog. La piattaforma Youcapital consentirà a giornalisti ed operatori del settore di pubblicare progetti, raccogliere adesioni e sostegno, ma soprattutto il finanziamento proveniente da donazioni ed erogazioni liberali, secondo il modello analogo già sperimentato con successo negli Stati Uniti di Spot.Us. Alla sua realizzazione partecipano con vari ruoli e competenze, Eleonora Pantò, Roberto Zarriello, Vittorio Pasteris e un network di operatori dell’informazione distribuito su tutto il territorio nazionale.
Se scrivi di un magistrato il cui nome compare nell’ambito di un’indagine (e non come inquirente né giudicante), c’è caso che in seguito quello stesso magistrato possa trovartelo di fronte come giudice monocratico. Se in quell’occasione sei imputato del reato di diffamazione, c’è anche caso che – malgrado gli elementi presentati a conferma della correttezza di ciò che hai scritto – finisci condannato. È quello che è accaduto un mese fa a Torre Annunziata ai giornalisti Rita Pennarola e Andrea Cinquegrani della Voce delle Voci. Ed ora due parlamentari chiedono procedure ispettive per verificare che tutto si sia svolto regolarmente. Qui il pezzo, riportato per esteso, di ciò che è accaduto.
Lo scorso 2 marzo i senatori di Italia dei Valori Elio Lannutti e Pancho Pardi hanno presentato un atto di sindacato ispettivo rivolto ai ministri della Giustizia, Angelino Alfano, e dello Sviluppo economico, Claudio Scajola. Il documento riguarda la vicenda giudiziaria capitata al mensile La Voce delle Voci, i cui direttori Andrea Cinquegrani e Rita Pennarola erano stati querelati per diffamazione da Giacomo Spartaco Bertoletti, socio di Roberto Gobbi nella IBSA di Genova, la società che aveva addestrato Fabrizio Quattrocchi prima della sua partenza per l’Iraq. L’articolo querelato rientrava in una serie di inchieste giornalistiche, pubblicate dalla Voce dopo la morte di Quattrocchi, che mettevano in luce il fenomeno dei contractor e degli eserciti privati sui luoghi di guerra. «Cinquegrani e Pennarola – ricordano nell’atto ispettivo Lannutti e Pardi – erano stati rinviati a giudizio senza mai essere ascoltati dalla Procura di Torre Annunziata». Continue reading
Due pagine su Caorso: ritorno atomico firmate da Maurizio Chierici e pubblicate sul Fatto Quotidiano di oggi. Argomento: «Nella città della centrale si parla del nuovo possibile impianto, mentre restano da smaltire 8700 fusti di vecchie scorie». Sotto l’articolo di Maurizio, l’intervista “Le mani della ‘ndrina, poche analisi sull’inquinamento”, derivata da questo pezzo precedente.
Per scaricare la doppia pagina centrale, si può cliccare qui (pdf, 495KB).
Peacereporter ha iniziato a pubblicare a puntate il diario del ritorno a Teheran di Nardana Talachian. Un paio di giorni fa è stata messa online la prima “pagina” e si proseguirà con le successive nelle settimane a seguire. L’arrivo, l’atterraggio e l’incontro con la città in questo post, che esordisce raccontando:
Teheran. Una volta era la mia città, anzi, la mia casa, la mia identità, il primo amore, il primo giro notturno in macchina da sola, insomma un po’ tutte le prime volte. E l’Iran? Forse il mio cuore. Dico ‘era’ e uso tempi al passato perché quella dolce sensazione di orgoglio non esiste più, e il cuore non mi batte più così’ forte quando dal finestrino dell’aereo vedo le luci della mia immensa città.
Da due anni e mezzo la scrittrice iraniana fa reportage dal e sul suo Paese. Per leggere i passati articoli si può andare qui.
Oggi, a sei anni di distanza, possiamo dire che è stato tutto uno scherzo o quasi. Tutti i principali imputati della vicenda, dipendenti Telecom, stanno uscendo dal processo con un patteggiamento e con dei risarcimenti minimi. I vertici dell’azienda era testimoni e sono rimasti testimoni. Secondo i giudici, Tronchetti Provera non sapeva nulla di quello che era accaduto nella sua azienda […]. Sotto processo rimangono due […] personaggi importanti. Uno è l’investigatore privato fiorentino Emanuele Cipriani […], il proprietario del cosiddetto archivio Z. Altro grande imputato […], forse presto salvato dal segreto di Stato […], è l’ex capo del controspionaggio Marco Mancini […]. La legge che ha ordinato la distruzione di quei dossier era una legge suicida perché quei dossier erano tutti in formato elettronico, ovviamente continuano a circolare e continuano a produrre veleni.
Neatorama pubblica un elenco dei piani più folli della CIA per uccidere Castro. Si va dall’indicarlo come l’anticristo da eliminare nell’imminenza del ritorno del figlio di Dio (scatenandogli contro anche i cattolici) all’ucciderlo in spiaggia con una conchiglia esplosiva, dall’imbottirlo di LSD per farlo finire fuori strada al colpirlo con una macchina da presa che nasconde un’arma da fuoco.
La copertina del libro riportata accanto a questo post e disponibile su Flickr si riferisce invece all’edizione del 1961 di un libro, Killing Castro, opera di fantasia firmata da Lawrence Block (sotto lo pseudonimo Lee Duncan) uscita nel periodo della crisi della Baia di Porci e rintracciabile solo in un’edizione più recente.