Somalia e Italia: due nazioni legate da un filo di armi, rifiuti e trafficoni

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In Somalia si pu morire in molti modi. Il pi frequente ammazzati, a seguire cronache che troppo spesso non trovano spazio sui giornali (ma per farsi un’idea si tenga d’occhio per un po’ questo indirizzo: http://it.peacereporter.net//area/32/1/Somalia). Un altro, di certo meno frequente, vedersi uccidere da un tumore della pelle dopo aver trascorso la vita a fare il marinaio. Quel tumore, un carcinoma, se fosse stato curato per tempo in Italia, avrebbe avuto una sufficiente percentuale di remissione e qualche probabilit in meno di metastatizzarsi. Invece il marinaio, che si vide crescere sul tronco e sulle braccia neoformazioni ulcerate, morto.

Non era anziano e di solito una malattia del genere insorge in persone che hanno la pelle chiara, non in chi di colore. Tra le sue cause, soprattutto per i bianchi, l’esposizione diretta e prolungata al sole: i raggi ultravioletti friggono la normale fisiologia delle cellule dell’epidermide e possono provocare mutazioni che sfociano nel cancro. Questi danni avranno pi effetto se incontreranno preesistenti cicatrici o ustioni guarite e il quadro fin qui descritto sembra adattarsi alla vita di chi andato sempre per mare, per quanto di fenotipo scuro.

Ma c’ anche un’altra causa a monte di questo tipo di tumore, pi frequente nella popolazione africana e afro-americana: l’esposizione a radiazioni o a sostanze chimiche, come i metalli pesanti, che diventano pi minacciose quando una persona maneggia a lungo materiale inquinante finendo per assorbirlo. Se a questa constatazione si aggiunge che il nostro marinaio stato per anni a bordo di un’imbarcazione di una flotta chiacchierata, come nel caso della Shifco, ecco che tornano in mente altre storie. E in particolare tutte le storie scritte e lette da oltre un quindicennio a proposito delle navi divenute di propriet di Omar Mugne, un imprenditore con doppia cittadinanza somala e italiana il cui nome ricorso fin troppo spesso nelle indagini legate alla morte di Ilaria Alpi.
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“Scorie radioattive”: in un libro la ricostruzione dei viaggi in Francia e dei depositi in Italia. La Difesa Usa: “Problemi di sicurezza”

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Scorie radioattiveOgni tanto, dell’argomento, se n’ sentito parlare e poi s’ di nuovo inabissato. Da qualche settimana diventato un libro di un giornalista, Andrea Bertaglio, e di un esperto di risparmio energetico Maurizio Pallante, presidente anche del Movimento per la decrescita felice. Si intitola Scorie radioattive. Chi sa trema, ma in silenzio (Aliberti) e di questo si occupa:

Di tanto in tanto, in date sconosciute, ci sono treni che fanno la spola tra l’Italia e la Francia attraversando paesi e citt. Trasportano scorie nucleari, solo che nessuno lo sa. Sulle rive della Dora Baltea, esattamente a Saluggia, stipato l’85 per cento dei rifuti radioattivi italiani, in gran parte in forma liquida. Dovevano essere solidifcati trent’anni fa, e invece sono ancora l. Insieme a cinque chili di plutonio, una quantit suffciente a uccidere cinquanta milioni di persone: un decimo di milligrammo, se inspirato, costituisce uffcialmente una dose mortale. Millecinquecento metri pi a valle c’ il pi grande acquedotto del Piemonte, e quando il fume in piena, chi sa trema. Ma in silenzio.

Ci sono depositi di rifuti radioattivi un po’ ovunque nel Paese. Gli scarichi di routine dei centri nucleari fniscono nei fumi e nei laghi, ma nessuno sembra notarlo. Sotto il terreno bresciano sono stipate quaranta bombe atomiche, altre cinquanta ad Aviano: secondo un rapporto del Dipartimento della Difesa Usa, nelle basi “italiane” ci sono problemi di edifci di supporto, alle recinzioni dei depositi, all’illuminazione e ai sistemi di sicurezza, mentre a guardia delle basi vi sono soldati di leva con pochi mesi di addestramento. Anche questo, di certo, sette italiani su dieci lo ignorano. In Italia due referendum hanno detto no all’atomo. Ma il nucleare qui, sotto i nostri piedi. E nessuno vuole farcelo sapere.

Se ne parla anche qui, sul sito del Fatto Quotidiano.

La selva di Chiaiano, scavare e sversare. Il verbo dell’illegalit

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Ancora a proposito di rifiuti, online il trailer del documentario La selva di Chiaiano, il parco delle sorprese realizzato da Cecilia Anesi e Giulio Rubino:

La Selva di Chiaiano l’ultimo grande polmone verde della citt di Napoli ed parte integrante del Parco Metropolitano delle Colline. caratteristica per la sua particolare conformazione geologica: contiene cinquantatr cave di tufo giallo napoletano, di cui una decina di grandi dimensioni, che sono oggetto dei progetti di riqualificazione ambientale voluti dall’Ente Parco […]. Ma la Selva, come altri luoghi della Campania di simile conformazione, stata sfruttata dalla camorra prima con attivit estrattiva selvaggia e poi, come appurato dalla Sezione Aerea della Guardia di Finanza nel 2008, come ricettacolo di sversamenti illeciti. Come spiega Tommaso Sodano, membro della Commissione parlamentare di inchiesta sul ciclo dei rifiuti e sulle attivit illecite ad esso connesse, quello delle cave sempre stato uno dei business principali […]: si scava e quando non si pu pi scavare si riempie.

Per leggerne di pi, si vedano gli articoli Lasciate ogni speranza (Carta del 9 aprile) e Rifiuti, a rischio l’ultimo polmone verde di Napoli (L’antefatto di 27 aprile).

“Una montagna – I nostri prossimi diecimila anni con le scorie nucleari”

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Una montagna di John D'AgataJohn D’Agata racconta una realt statunitense. Ma non molto difficile estendere il concetto al di fuori di quel Paese e pensarlo altrove. Anche dietro l’angolo. Perch di questo si parla nel suo libro Una montagna – I nostri prossimi diecimila anni con le scorie nucleari (Isbn Edizioni):

Yucca Mountain a 160 km da Las Vegas, la citt dove si appena trasferita la madre di John D’Agata. Da questo luogo simbolo dell’America comincia un’inchiesta spietata e poetica secondo lo stile del new-new journalism alla Foster Wallace, tra i paradossi della gestione dell’energia nucleare. Sostenuto da Reagan e Bush jr., frettolosamente accantonato da Obama, il progetto Yucca Mountain la “grande opera” pi folle mai concepita da un governo occidentale: trasportare via terra 77 mila tonnellate di scorie radioattive sparse negli Usa, e stivarle nel cuore di una montagna nel deserto del Nevada. Tempo dell’operazione: un secolo o gi di l. A patto che si riesca a riempirlo senza incidenti, il deposito dovrebbe restare al sicuro da infiltrazioni e sconvolgimenti tellurici per 10mila anni. O forse 300mila, stando alle previsioni degli esperti. Ma come dovr essere scritto il cartello pericolo di morte perch venga compreso dai nipoti dei nostri pronipoti?

E a proposito di centrali di casa nostra, si dia un’occhiata al video di SkyTG24 Unita di crisi – Trino Vercellese (grazie a BestKevin per la segnalazione) e a quanto si scriveva poco tempo fa a proposito di Caorso.

(Via Booksblog)

Sul Fatto Quotidiano, “Le mani della ‘ndrina, poche analisi sull’inquinamento”

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Due pagine su Caorso: ritorno atomico firmate da Maurizio Chierici e pubblicate sul Fatto Quotidiano di oggi. Argomento: Nella citt della centrale si parla del nuovo possibile impianto, mentre restano da smaltire 8700 fusti di vecchie scorie. Sotto l’articolo di Maurizio, l’intervista “Le mani della ‘ndrina, poche analisi sull’inquinamento”, derivata da questo pezzo precedente.

Per scaricare la doppia pagina centrale, si pu cliccare qui (pdf, 495KB).