In Somalia si può morire in molti modi. Il più frequente è ammazzati, a seguire cronache che troppo spesso non trovano spazio sui giornali (ma per farsi un’idea si tenga d’occhio per un po’ questo indirizzo: http://it.peacereporter.net//area/32/1/Somalia). Un altro, di certo meno frequente, è vedersi uccidere da un tumore della pelle dopo aver trascorso la vita a fare il marinaio. Quel tumore, un carcinoma, se fosse stato curato per tempo in Italia, avrebbe avuto una sufficiente percentuale di remissione e qualche probabilità in meno di metastatizzarsi. Invece il marinaio, che si vide crescere sul tronco e sulle braccia neoformazioni ulcerate, è morto.

Non era anziano e di solito una malattia del genere insorge in persone che hanno la pelle chiara, non in chi è di colore. Tra le sue cause, soprattutto per i bianchi, l’esposizione diretta e prolungata al sole: i raggi ultravioletti friggono la normale fisiologia delle cellule dell’epidermide e possono provocare mutazioni che sfociano nel cancro. Questi danni avranno più effetto se incontreranno preesistenti cicatrici o ustioni guarite e il quadro fin qui descritto sembra adattarsi alla vita di chi è andato sempre per mare, per quanto di fenotipo scuro.

Ma c’è anche un’altra causa a monte di questo tipo di tumore, più frequente nella popolazione africana e afro-americana: l’esposizione a radiazioni o a sostanze chimiche, come i metalli pesanti, che diventano più minacciose quando una persona maneggia a lungo materiale inquinante finendo per assorbirlo. Se a questa constatazione si aggiunge che il nostro marinaio è stato per anni a bordo di un’imbarcazione di una flotta chiacchierata, come nel caso della Shifco, ecco che tornano in mente altre storie. E in particolare tutte le storie scritte e lette da oltre un quindicennio a proposito delle navi divenute di proprietà di Omar Mugne, un imprenditore con doppia cittadinanza – somala e italiana – il cui nome è ricorso fin troppo spesso nelle indagini legate alla morte di Ilaria Alpi.

Queste storie raccontano di presunti traffici di armi e di rifiuti smaltiti illegalmente in un Paese in cui tutto è lecito e nulla è illecito. Un Paese che, dopo la fine della dittatura di Siad Barre, è divenuto terreno di scontro tra i signori della guerra prima e i fondamentalisti poi. E che oggi sembra essere ostaggio di due tipi di mafia: la mafia integralista, introdotta solo pochi anni fa dalle corti islamiche che costrinsero nel 2006 il governo a rifugiarsi a Baidoa perdendo il controllo della capitale, Mogadiscio; e la mafia degli uomini d’onore della politica, trafficoni sopravvissuti alla fine del regime che hanno tratto potere e denaro dalla svendita in una nazione in perenne stato di guerra.

A oggi, le risultanze giudiziarie a carico di questi trafficoni – italiani e somali – hanno portato a poco. E chi contribuì in fase di indagine a ricostruirle è stato semplicemente scaricato. Ci sarà per esempio chi si ricorda il trattamento riservato alla cosiddetta “fonte della Digos di Udine”, un cittadino somalo in Italia da anni che fornì informazioni utili a districare le vicende che portarono all’omicidio di Ilaria Alpi e del suo operatore, Miran Hrovatin, assassinati a Mogadiscio il 20 marzo 1994. Una fonte che in più di una sede è stata ritenuta attendibile e che, proprio per questo, venne protetta dagli investigatori perché, esponendola, si mettevano a repentaglio la sua vita e quella dei suoi familiari, alcuni dei quali ancora nel Corno d’Africa.

Ma ci fu chi intervenne per farla a pezzi. Tra questi, l’avvocato Carlo Taormina, presidente della commissione parlamentare istituita per far chiarezza – e non la fece – sul duplice delitto dei giornalisti italiani. Taormina, nella sua funzione istituzionale, prima invalidò le parole della fonte perché i dirigenti della Digos di Udine rifiutavano di farne il nome e poi si premurò di divulgare le sue generalità nel corso di un’audizione pubblica. In sede di commissione non ci si pose invece la domanda fondamentale: non “chi è la fonte?”, ma “quanto è fondato ciò che sta dicendo?”. Non si tenne in considerazione nemmeno il ruolo che giocò per una dozzina d’anni, che è improprio definire fonte tout court. Il suo fu più quello di raccordo: raccolse informazioni nel suo Paese d’origine avvalendosi della rete di relazioni che aveva laggiù e le trasmise agli inquirenti. Inoltre, sempre con il supporto dei suoi contatti locali, si occupò di organizzare i viaggi da e per la Somalia di testimoni e investigatori.

Non sembra averlo fatto per denaro. Non ci sono notizie di pagamenti e del resto non sembrava averne bisogno, dato che il lavoro di import-export già bastava alle esigenze sue e dei suoi congiunti. In qualche deposizione disse che il suo scopo era un altro: in Somalia non c’erano scuole né ospedali, non c’era alcuna struttura a disposizione della popolazione. E forse, agendo come ha fatto, avrebbe consentito almeno una pallida normalizzazione del Paese, con il ritorno di imprenditori e organizzazioni non governative. Occorreva dunque capirci qualcosa di più di determinati traffici. Ma pure di determinati delitti: oltre a quello di Ilaria Alpi, anche l’omicidio di Vincenzo Li Causi, lo 007 del Sismi assassinato nel novembre 1993 in circostanze non chiare (per quanto si tenda per l’imboscata) mentre stava lavorando sul progetto Urano, «finalizzato all’illecito smaltimento in alcune aree del Sahara di rifiuti industriali tossico-nocivi e radioattivi provenienti da Paesi europei» (definizione della commissione parlamentare sul ciclo dei rifiuti).

Beata ingenuità, quella della fonte? Può darsi. Di certo, se di ingenuità si trattava (e se la sua collaborazione non fosse stata invece frutto di un calcolo d’altro tipo), non s’aspettava di finire esposto in modo così netto. Un’esposizione che mise a rischio – e c’è caso che continui a farlo – anche la sua rete in Africa. Nel 2006 ci rimise la vita un nipote ancora giovane, per quanto quella morte possa rientrare nella crisi che tornò ad acuirsi a causa delle corti islamiche. E oggi – ma anche qui la formula dubitativa è d’obbligo – qualcuno potrebbe tornare a ricordarsi di lui, dato che Gelle – al secolo Ahmed Ali Rage, il testimone contro l’unico condannato per il delitto del 1994 – non viene ritenuto più così credibile e c’è caso che si voglia saperne di più su di lui, scomparso subito dopo aver reso la sua versione dei fatti e non riapparso neanche in dibattimento.