Trattativa Stato-mafia, Calogero Mannino torna a processo. E i giochi si riaprono

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Si avvicina il processo d’appello per l’ex ministro Calogero Mannino, assolto con rito abbreviato dall’accusa di minaccia a corpo politico dello Stato nel processo stralcio per la trattativa Stato-mafia. Assoluzione che il 4 novembre 2015 il gip di Palermo Marina Petruzzella aveva pronunciato “per non avere commesso il fatto come ascrittogli” considerando non sufficientemente suffragata l’ipotesi accusatoria. Ora i giochi si riaprono perché il prossimo 10 maggio il presidente della prima sezione penale della Corte d’Appello di Palermo ha convocato le parti.

È un giudizio voluto dalla procura della Repubblica di Palermo, come annunciato fin dall’inizio dai pubblici ministeri Nino Di Matteo, Roberto Tartaglia, Francesco Del Bene e Vittorio Teresi, che rappresentavano l’accusa nell’abbreviato arrivato a sentenza a inizio novembre 2015. “Noi andiamo avanti”, avevano detto e così hanno fatto tre parti civili. Sono il Comune di Firenze, l’Associazione vittime della strage di via Georgofili, rappresentata da Giovanna Maggiani Chelli, e le Agende Rosse, rappresentate da Salvatore Borsellino.

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Stefania Limiti indagata perché non rivela la sua fonte, cioè perché fa la giornalista

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Con tutto il rispetto per la collega Stefania Limiti, è incredibile che senza la rivelazione di una sua fonte non sia possibile individuare né processare i mandanti della strage di Capaci, quella in cui il 23 maggio 1992 furono uccisi il giudice Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo e tre agenti della scorta, Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinaro. Eppure alla giornalista, autrice del libro Doppio livello, viene contestato proprio questo dai magistrati di Caltanissetta, con buona pace della libertà d’informazione, e la procura di Roma le ha appena notificato un avviso di fine indagine che potrebbe essere l’anticamera del processo.

Proviamo a fare il punto della situazione. La giornalista, per scrivere il libro, entra in contatto con un ex appartenente alla struttura Gladio che le fornisce una serie di informazioni non sulla strage in sé, ma sulle dinamiche che l’hanno generata e sul fatto che all’origine di quel massacro non ci fu solo la mafia. Informazioni che Stefania Limiti raccoglie, valuta, verifica e alla fine inserisce nel suo libro. Insomma, ha fatto il suo lavoro, né più né meno.

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Ilaria Alpi: “Un omicidio al cuore del giornalismo”

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Ci fu depistaggio, lo scrivono i giudici. Non solo non sono stati trovati esecutori materiali e mandati degli omicidi di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, uccisi a Mogadiscio il 20 marzo 1994, ma chi doveva assicurare giustizia, e onorare la memoria dei due giornalisti del Tg3, ha invece creato un falso colpevole, Hashi Omar Hassan, oggi libero dopo aver scontato 16 anni di carcere in forza di una condanna per omicidio diventa definitiva. Lo hanno fatto per coprire i veri assassini?

Non si sa, ma ci fu certamente un depistaggio delle indagini da parte di uomini dello Stato – anche se non si può applicare la legge che introduce il reato, fortemente voluta da Paolo Bolognesi, approvata solo lo scorso 2 agosto. È certo che sono corrosive le motivazioni con cui la Corte di Appello di Perugia ha stabilito l’innocenza di Hashi, ma solo dopo che una giornalista, Chiara Cazzaniga di “Chi l’ha visto” è andata in Inghilterra a trovare l’accusatore Ahmed Alì Rage, più noto come Gelle, il quale, davanti al suo microfono, ha ritrattato tutto.

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Gennaro Ciliberto, testimone di giustizia: “Dal 3 dicembre sciopero della fame contro uno Stato che non c’è”

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Gennaro Ciliberto, testimone di giustizia contro la camorra, mi invia questo testo. Lo ha scritto per ribadire ancora una volta la profonda solitudine, quando non l’esplicita indifferenza da parte delle istituzioni, verso chi ha denunciato. A questo stato di fatto intende reagire e spiega come di seguito. L’Associazione Antonino Caponnetto ha già fatto sapere che ci sarà.

«Con enorme dolore devo annunciare che venerdì 3 dicembre sarò dinnanzi a palazzo Chigi per iniziare lo sciopero della fame, in protesta per la mancata attuazione del programma di protezione e il non rispetto della legge 45/2001 (modifica della disciplina della protezione e del trattamento sanzionatorio di coloro che collaborano con la giustizia nonchè disposizioni a favore delle persone che prestano testimonianza).

Questa è l’ultima mia possibilità: nonostante sia invalido e ammalato, sono costretto a questo ultimo gesto di umiliazione. Mi sono sempre attenuto alle regole comportamentali del programma di protezione, mi sono ricostruito da solo una vita, una nuova identità, un lavoro. Tutto da solo, ma non mi sarei mai aspettato che dallo Stato ci fosse quel silenzio che ti uccide e ti rende vittima a vita.
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Marocco: il martirio di Mouhcine Fikri e la storia di un Paese a cui continuare a guardare

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Khalid Moufid è ben più dell’interprete che ha dato un contributo fondamentale al libro Morire al Cairo. È un profondo conoscitore della situazione mediorientale e interviene con una replica agli articoli dello scorso 31 ottobre in cui si scrive della “nuova ondata della cosiddetta primavera araba in Marocco dopo la tragica morte del pescatore Mouhcine Fikri” (se ne parla anche qui). Ecco cosa scrive in proposito Khalid.

Dopo che in tutti i Paesi arabi si è spenta la candela della libertà, c’è ancora la Tunisia che ha proprio un autunno e stiamo tutti aspettando la fine della caduta delle foglie per capire se diventerà un altro amaro, rigido, freddo e agghiacciante inverno o no. Da semplice cittadino marocchino, vedo che da tante parti si soffia sul fuoco e altri strumentalizzano questa morte per colpire la stabilità geopolitica del Marocco o semplicemente per creare l’ennesima occasione per vendere armi e aprire la strada ai servizi segreti occidentali, oltre a mettere l’ultima zampa sul nord Africa, a pochi passi dello stretto di Gibilterra, dopo che hanno messo gli artigli su Egitto, Libia e Tunisia.

Ho visto tante volte il filmato in cui Mouhcine prova invano a impedire alla polizia di sequestrare la sua merce. Perché, per lui, morire significava difendere il suo secco pezzo di pane e buttarsi dentro la pressa del camion dell’immondizia. Da kamikaze, Mouhcine decide di farla finita scegliendo di sacrificarsi e far consumare il suo corpo mentre si sente una voce robusta affaticata e autoritaria: “Than mou, than mou” (“Pressalo, pressalo”).
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Morire al Cairo: Giulio Regeni e i desaparecidos in Egitto, “carcere a cielo aperto”

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Morire al Cairo

Tante domande, alla ricerca di risposte. Questo è Morire al Cairo. I misteri dell’uccisione di Giulio Regeni che esce oggi, lunedì 29 agosto, per Castelvecchi editore (collana Stato di eccezione):

Quando Giulio Regeni viene trovato morto, in una mattina di inizio febbraio, è subito evidente che molti conti non tornano. Chi ha fatto scomparire il giovane studioso? Perché è stato torturato? Qual è il coinvolgimento dello Stato egiziano? Il passare dei giorni non contribuisce a creare chiarezza, anzi è fortissima la sensazione di trovarsi di fronte a spiegazioni di comodo. Dove sta la verità? Chi era Regeni, di che cosa si stava occupando in Egitto? Che rapporto ha la sua uccisione con altre violazioni dei diritti umani perpetrate nel Paese?

“Con il sangue dei partigiani ci laverem le mani”: l’eccidio dei martiri di Villamarzana

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L'eccidio dei martiri di Villamarzana

“Ricordo che alla sera si sentivano da lontano solo le loro voci che cantavano a squarciagola: ‘Con il sangue dei partigiani ci laverem le mani’. E così è stato”. Nazzarena Boaretto, il 15 ottobre 1944, aveva appena compiuto 16 anni, ma si ricorda nei dettagli gli anni della guerra, soprattutto quelli dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943. I repubblichini, i nazisti dentro casa, i rastrellamenti, le deportazioni in Germania, le violenze, il coprifuoco, la caccia a chi aveva deciso che avrebbe combattuto per la Resistenza.

Ma lei, nata in provincia di Rovigo, si ricorda in particolare dell’eccidio dei martiri di Villamarzana. A cercare notizie sulla fucilazione di 43 partigiani, passati per le armi come rappresaglia dopo la cattura e la sparizione di quattro collaborazionisti, tra cui il figlio di un colonnello a capo di una caserma locale, la Silvestri, se ne trovano. Ma Nazzarena Boaretto, che oggi ha 88 anni e vive a Cervesina, nell’Oltrepo pavese, ha deciso di andare oltre e di mettere in fila i ricordi della ragazzina che fu.

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Valle dell’Uso, un pezzo di paesaggio depredato in Romagna

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È un territorio che è stato depredato in passato dall’estrazione di calcare e di sabbia, ma anche dalle speculazioni edilizie. Eppure dal 1990 la Valle dell’Uso, spicchio di Appennino tra Rimini e Cesena con il mare all’orizzonte e i castelli malatestiani sui picchi attorno, è diventata anche ricettore di rifiuti, prima solido-urbani e poi speciali.

Non c’è solo la Val di Susa con la sua battaglia contro l’alta velocità, i comitati che difendono la loro terra dall’ampliamento dell’aeroporto di Fiumicino, i NoMuos di Niscemi, i genitori dei bambini oncologici della Terra dei fuochi. Andando a spasso per la penisola ci sono tante altre storie contro la depredazione del territorio che meritano di essere raccontate. Come quella della romagnola Valle dell’Uso che si batte (anche) contro la G4.

La G4 è la discarica Ginestreto 4 che potrebbe mangiarsi un pezzo di paesaggio sotto tutela dove sorge l’Osservatorio naturalistico con il Museo della tessitura. E potrebbe mangiarsi anche la salute dei cittadini che proprio dal 1990, anno dell’avvio dello smaltimento, non è più stata sottoposta a screening, nonostante le tre preesistenti discariche.

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Strage alla stazione di Bologna: cos’è rimasto del corpo di Maria Fresu

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Nei giorni scorsi si è ampiamente parlato di Maria Fresu, 24 anni, uccisa nell’esplosione alla stazione di Bologna il 2 agosto 1980, di cui sarebbe rimasta solo una porzione della guancia. In realtà, a leggere la perizia medico-legale allegata agli atti del processo e firmata dal perito Giuseppe Pappalardo, non c’è solo questo. Nel documento (riportato in versione integrale sopra e scaricabile) vengono infatti indicati altri reperti biologici attribuiti a lei:

  • un occhio con iride castana;
  • un frammento del volto a cute glabra dal mento al labbro inferiore;
  • un lembo di pelle da cui si vedono sopracciglia sottili e depilate soprattutto verso l’esterno;
  • un lembo del naso compatibile per forma a dimensione e quello della ragazza;
  • alcuni denti dell’arcata inferiore;
  • un frammento di un femore compatibile come dimensioni all’altezza di Maria Fresu (era alta 148 centimetri);
  • la mano destra incompleta: le dita rimaste erano il mignolo, l’anulare e il medio con unghie curate, allungate e laccate.

Tra gli elementi non biologici sono stati trovati la borsa da viaggio, una valigia e una giacchetta. Il padre e la sorella di Maria Fresu la riconoscono dai frammenti del volto, tutti privi di struttura ossea sottostante (la sorella aggiunge anche che si era depilata le sopracciglia il giorno prima di partire e, dunque, di morire nell’esplosione).
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Ustica, Daria Bonfietti: “Sappiamo tutto, ora serve la verità”

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Strage di Ustica

Il testo che segue è di Daria Bonfietti, presidente dell’Associazione parenti delle Vittime della strage di Ustica, ed è stato pubblicato dal quotidiano Il manifesto lo scorso 25 giugno 2016. Qui, invece, il podcast della trasmissione di Rai3 Fahrenheit di oggi intitolata Verità opache sul missile che il 27 giugno 1980 uccise le 81 persone a bordo del Dc9 dell’Itavia e sul “segreto di stato strisciante” che non oppone un segreto di Stato vero e proprio, ma rende difficile, se non impossibile, l’accesso alle fonti documentali. In onda, ospiti di Loredana Lipperini, anche Daria Bonfietti e il giornalista Fabrizio Colarieti di Stragi80.it.

Ricordiamo il 36° Anniversario della strage di Ustica e continuiamo il cammino verso la verità. Sappiamo già molto di quello che è accaduto nel cielo: sappiamo che «il DC9 è stato abbattuto all’interno di un episodio di guerra aerea, guerra di fatto e non dichiarata», come ci rivela il giudice Rosario Priore già nel 1999.
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