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Xaaraan – Il blog di Antonella Beccaria

Non credo nelle otto del mattino. Però esistono. Le otto del mattino
sono l'incontrovertibile prova della presenza del male nel mondo
Gli ultimi giorni, Andrew Masterson


Archiviato per January, 2011

Carlo SaronioÈ a fine ’79 che in questa vicenda dunque Carlo Fioroni si presenta come protagonista, sulla scia di quanto sta già facendo un altro ex-compagno, Antonio Romito, che ha fatto partire l’indagine padovana. Nei primi giorni del dicembre 1979 Fioroni chiede di poter essere ascoltato nell’ambito dell’indagine “7 aprile” e inizia un racconto che calza a pennello con quanto i magistrati stanno delineando: mette in relazione infatti il nome di Toni Negri con quello di altri 149 militanti della sinistra extraparlamentare, indicati tutti come complici in moltissime azioni che vanno dal sequestro Saronio a una serie di delitti commessi quando Fioroni era già in carcere e che dunque non può conoscere. Almeno non di prima mano. In merito alle accuse che piovono copiose prima e durante il processo di secondo grado per la morte di Carlo Saronio e che vengono credute malgrado l’imprecisione della fonte, scrive in proposito il giornalista e scrittore Pasquino Crupi:

Tutto il memoriale di Fioroni è cosparso e, nei punti delicati, sorretto (diciamo demolito) da sospensioni di memorie, incisi dubitativi, impressioni, opinioni, deduzioni, sensazioni, locuzioni cautelative, allargamenti, estensioni e generalizzazioni. Li trascriviamo, mettendo in parentesi le frequenze d’onda. Non so (6); Non ricordo se (12); se ben ricordo (2); non mi sovviene il nome (1); non ricordo il nome (7); se non ricordo male (1); non ricordo (3); ho il vago ricordo (1); a quanto ricordo (1); di cui non so il nome (1); mi pare (16); mi sembra (8); avevo l’impressione (1); non sono sicuro (1); non sono sicurissimo (1); sono quasi sicuro (1); ritenni (1); ritengo (6); sono intimamente convinto (1); mi convinsi (1); ho sempre ritenuto (1); non escludo (3); se non erro (6); se non m’inganno (1); se non vado errato (7); se non sbaglio (1); mi posso sbagliare (2); mi riferì (7); mi fu riferito (2); che io sappia (1); a quanto seppi (1); a quel che seppi (2); per quanto io ne sappia (1); come seppi (3); da quanto appresi (1); a quanto appresi (2); come m’informò (1); come mi raccontò (1); mi risulta (4); non sono in grado (4); mi domando ancora (1); nessun dubbio (1); non ebbi dubbi (1); mi fece intendere (1); io intesi (1); solo in via d’ipotesi posso pensare (1); mi fece pensare (1); attribuii successivamente nella mia mente (1); trassi il sospetto (1); non posso precisare (1); si può affermare (1); poco prima o poco dopo (1); dopo un giorno o due (1); a mio avviso (1); forse (7); probabilmente (3); quasi sicuramente (1); quasi certamente (2).

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A proposito di questione femminile (anzi, di sua negazione), ecco cosa scrive la giornalista e scrittrice Giancarla Codrignani su Domani.

A Firenze viene presentata – tra gli altri da Marina Ripa di Meana, Paolo Crepet, Vittorio Sgarbi – nell’ambito di “Pitti-uomo 2011″ una campagna pubblicitaria del “Consorzio Pelle Italiana Conciata al Naturale” pellami: consiste in un un calendario (foto di Oliviero Toscani) con dodici ritratti di “triangoli pubici femminili”. Titolo della presentazione: “Dibattito sulla forza della natura – Incontro sulla femmina”.

Mi fa piacere che una delle prime reazioni alla pubblicazione sul sito dell’Udi di questo oltraggio alla dignità delle donne venga dal sito delle suore comboniane, donne come noi. Femministe come noi. Ecco il loro commento: «Ancora e solo corpo. Questa volta però, se è possibile, è andata peggio delle precedenti. Questa volta infatti non siamo un corpo intero, ma un pube».

«L’essenziale, a sentire chi questa campagna pubblicitaria l’ha ideata. Non i soliti volgari calendari delle pin up» aggiunge il famoso creatore, avvezzo alle trovate che facciano parlare di sé, «ma scatti naturali e onesti.

«Naturali e onesti», così sono definiti i dodici pubi femminili ritratti in un calendario ideato per sponsorizzare un consorzio di concerie toscane che utilizza per i propri prodotti solo «vera pelle conciata al naturale». E fotografare da vicino la parte più intima del nostro corpo «voleva essere (pensate che originalità!) una provocazione», ammettono dal Consorzio. E non provate a dire che sono immagini volgari, offensive per le donne. È arte! Il creatore di questa pubblicità così anomala nel nostro Paese, ha già fatto sapere che chi critica dà sfogo alla «solita visione vetero femminista».
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Saigon, 1968, Eddie Adams

Nel presentare la sua classifica dei dieci migliori fotoreporter, il sito Toptenz.net scrive, ricordando come questa sia una professione sempre più in via di scomparsa (si pensi solo alla chiusura dell’agenzia Grazia Neri, un paio d’anni fa):

È incredibile poter guardare una serie di immagini, se non una singola immagine, ed essere nella condizione di tracciare i contorni di una storia – che non per forza deve essere commuovente – arrivando al suo messaggio, l’elemento più importante. Di seguito sono elencati dieci fotoreporter celebri [...]. Molti di loro hanno rischiato la vita, alcuni hanno assistito a fatti che per i più sono inimmaginabili. E ognuno di loro è stato in grado di poter impugnare una macchina fotografica e di scattare alcune istantanee famose.

Tra i fotografi inseriti in questa top-10 ci sono Philip Jones Griffiths, Henri Cartier-Bresson, Robert Doisneau, David Burnett, Robert Capa, David Seymour, Dorothea Lange, Margaret Bourke-White, Eddie Adams (autore dell’immagine ad apertura di questo post) e Robert Frank.

(Via Neatorama)

Il signor BillionaireLe cronache mondane, quelle sportive e talvolta anche quelle giudiziarie tendono a cristallizzare un personaggio nell’istante in cui viene raccontato: lo yatch, l’aereo privato, le scuderie di un gran premio di Formula Uno, il pancione della giovanissima e bellissima compagna in attesa dell’erede. Flavio Briatore, per la maggior parte dei giornali, è sempre stato Flavio Briatore, con i club per ultra-vip sulle coste della Sardegna, il costante trasudamento di denaro anche nelle istantanee che lo ritraggono nelle mise più sgarruppate, gli scandali e scandaletti a suon di favori sessuali e spionaggio industriale in cui ogni tanto lui e il suo entourage sono inciampati.

Ma anche dietro Flavio Briatore c’è un passato non così limpido. Tre giovani giornalisti, già fattisi conoscere per il libro-intervista Piazza Fontana. Noi sapevamo al generale del Sid Gianandelio Maletti, quel passato lo hanno raccontato nel libro Il signor Billionaire. Ascesa, segreti, misteri e ‘coincidenze’ (Aliberti Editore). Avvalendosi dei vecchi e rodati strumenti del mestiere, Andrea Sceresini, Maria Elena Scandaliato e Nicola Palma sono andati a scavare dall’inizio, da dove tutto cominciò. Era la Cuneo degli anni Settanta, dove il “Tribüla”, soprannome di un giovane e iroso Briatore, inizia la sua carriera tra assicurazioni, locali pubblici e acerbe attività imprenditoriali che finiscono male. Ci sono i soci di quegli anni, come Attilio Dutto, morto ammazzato il 21 marzo 1979 dalla sua auto che salta per aria. Un attentato a cui Flavio scampa per il proverbiale miracolo, un ritardo di un quarto d’ora.

Ma ci sono i contatti anche con futuri indagati per fatti di mafia, c’è il gioco d’azzardo che diventa una professione, una specie di “butta dentro” ai tempi in cui Briatore si dava da fare per trovare clienti per i casinò e intascarsi la sua fetta sulle perdite degli sventurati (tra cui il suo stesso socio e amico Dutto). E poi c’è un altro socio in affari, Lorenzo Streri, che sparisce nel nulla e altrettanto nel nulla spariscono i suoi averi mobili, pari a una quindicina di miliardi scomparsi insieme ai trenta già spariti dopo l’auto saltata per aria.
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Inside WikileaksBooksblog riprende un’anticipazione di Affaritaliani.it in cui si dice che è in uscita per Marsilio l’attesissimo “Inside Wikileaks”. La data di pubblicazione prevista è il 16 febbraio (e a darlo alle stampe è Marsilio) mentre il volume viene presentato in questi termini:

Daniel Domscheit-Berg [l'autore, NdB] è l’ex portavoce di Wikileaks (ha ricoperto la carica fino a settembre 2010) e ha sbattuto la porta per via di profondi disaccordi con il fondatore del sito più discusso degli ultimi mesi. Il suo memoir, dal titolo “Inside WikiLeaks. La mia esperienza al fianco di Julian Assange nel sito più pericoloso del mondo”, anticipa l’uscita (in Italia per Feltrinelli) del libro di Assange stesso [...]. Nel suo “Inside Wikileaks”, l’ex portavoce promette di svelare l’evoluzione, i finanziamenti, le tensioni all’interno di Wikileaks, a partire dal suo primo incontro con Assange, datato dicembre 2007. Quanto all’autore, si sa che Daniel Domscheit-Berg, nato in Germania nel 1978, ha ricevuto in regalo il primo computer all’età di otto anni. Terminati gli studi, ha cominciato a lavorare come programmatore. Anche prima del suo coinvolgimento in WikiLeaks è stato un attivo militante del movimento per la libera informazione. Recentemente ha annunciato di essere al lavoro insieme ad altri fuoriusciti da WikiLeaks su OpenLeaks, un sito analogo ma concorrente.

Wikileaks. Il libro dei fatti che non dovevate sapereDi fatto, alla fine dell’anno scorso i più “veloci” erano stati quelli di Editori Riuniti con il libro di Ludovica Amici intitolato Wikileaks. Il libro dei fatti che non dovevate sapere:

La rete è libera e non segue le regole finora conosciute dell’informazione. Wikileaks ne è la dimostrazione più evidente e dirompente. Centinaia di migliaia di documenti segreti hanno messo in imbarazzo i governi di tutto il mondo, a partire dagli Usa, coinvolgendo anche l’amministrazione Obama. Un vero e proprio fenomeno mondiale, che vede milioni di utenti connettersi al portale creato dall’enigmatico Dulian Assange e consultare una mole poderosa di materiale finora sconosciuto – o solo immaginato. Una rivoluzione dell’informazione ai tempi del web 2.0, una finestra finalmente spalancata sugli orrori delle guerre, sui soprusi dei governi e delle multinazionali, sulla corruzione e sul reale funzionamento delle diplomazie. Nulla sarà più come prima dopo Wikileaks.

Observatoire International des CrisesIl francese Magazine de la communication de crise et sensible, rivista dell’Observatoire International des Crises, ha di recente pubblicato un articolo di Thierry Libaert (già incontrato qui) intitolato L’éthique introuvable de la communication de crise. Disponibile sempre sul sito dell’osservatorio d’Oltralpe, ne è stata tratta anche una versione italiana in cui tra l’altro si scrive:

Il dibattito tra la morale e l’etica sembra troppo complesso: «Si parla di etica quando la morale è persa». Più interessante è partire constatando l’assenza di ogni etica formalizzata per la comunicazione di crisi. Tutti i professionisti della comunicazione possiedono un loro codice deontologico. Quest’anno commemoriamo – con una certa discrezione, è vero – il centenario delle relazioni pubbliche e della famosa dichiarazione dei principi affermati da Ivy Lee, riconosciuto come suo padre fondatore. Furono formalizzate altre regole per le relazioni pubbliche: tra queste il codice di Atene (1965) e di Lisbona (1978). I direttori della comunicazione dispongono di un loro codice redatto nel novembre 1997. Il marketing diretto, la stampa, tutto è formalizzato, a eccezione della disciplina percepita giustamente come una nave che naviga costantemente ai confini del cinismo, quella che spesso ha costituito l’accesso principale ai critici del carattere manipolatorio della comunicazione: la comunicazione di crisi.

Continua qui.

Carlo SaronioInsomma su Antonio Negri – che sta via via assumendo i connotati del grande vecchio della sovversione italiana, il manipolatore di giovani menti, il profittatore del patrimonio di militanti fragili e dall’animo travagliato – si addensano due distinti temporali: quello seguito dal pubblico ministero Spataro a Milano e l’altro, quello romano, istruito dal giudice Amato.

Al momento ci sono solo parole, contro di lui, ancora nessuna prova, nessun indizio che lo inchiodi alle responsabilità che gli vengono attribuite. Ma occorre indagare, interrogare. E così il professore padovano che nei primi anni Settanta era stato uno dei leader di Potere Operaio, deve rispondere alle domande dei magistrati. Inizia a raccontare di aver conosciuto Carlo Fioroni nel 1967 a Bologna e i due si erano incrociati negli anni in cui era entrato a far parte di POTOP assumendo a un certo punto l’iniziativa “tutta personale” di instaurare rapporti con Giangiacomo Feltrinelli. E prosegue:

Fioroni era entrato nella logica gappista per molte ragioni, ivi compresa la sua condizione personale e familiare che lo condizionavano notevolmente. Ciò dico per non per attaccare Fioroni, perché si tratta di circostanze assai penose e meritevoli di attenzione piuttosto che di critica malevola, ma perché servono a inquadrare la sua figura e la sua storia personale. Dopo essere stato coinvolto in vicende giudiziarie di notevole gravità, ripresi i contatti col movimento, egli appariva ed era un uomo solo, nel senso che riceveva da un lato poco credito e dall’altro tentava di far valere la sua precedente militanza ed esperienza come unico elemento di qualificazione.

Io ebbi nei confronti del Fioroni un atteggiamento amichevole, umanamente gli fui vicino. Lo aiutai materialmente e in ogni modo che mi fu possibile. Mi venne allora criticata, e mi viene tanto più ora criticata, la ‘debolezza’ dei miei comportamenti nei suoi confronti. Mi trovai nella condizione di doverlo difendere contro tutti anche perché Fioroni giocava contemporaneamente su più tavoli, per esempio tenendo contatti separati fra compagni, organismi, collettivi ed altro (che non avevano relazioni politiche fra di loro), ma presentandosi all’uno come ‘agente’ dell’altro e all’altro come ‘agente’ dell’uno [...]. Aggiungo che mi accorsi allora [...] che Fioroni [...] si stava muovendo alla disperata sulla base di un suo progetto organizzativo.

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Il tuonoCon l’inizio dell’anno, sembra morire un altro giornale che la cantava chiara. Si tratta del Tuono, settimanale d’inchiesta triestino che, a numero quasi in stampa, s’è visto saltare nonostante (o forse proprio qui sta la causa) le pubbliche denunce di “malaffari politici, mafie ed ingiustizie”. Lo racconta un comunicato diffuso oggi dai giornalisti. Eccolo in versione integrale.

Trieste, 8 gennaio 2011 – L’editore dell’unico settimanale d’inchiesta triestino, “il Tuono”, Daniele Pertot, ne ha cessata la pubblicazione senza preavviso, bloccando la stampa del numero 32 in uscita per oggi (sabato 8 gennaio). Ne erano già state stampate le locandine, che annunciavano inchieste sul malaffare edilizio comunale e sulle morti per amianto nelle caserme della Guardia di Finanza.

Il settimanale, diretto dal giornalista investigativo Paolo G. Parovel e leggibile anche in rete (www.iltuono.it), usciva a 32 pagine dal 1° maggio 2010, su una linea politico-editoriale di rigorosa indipendenza e con l’impegno cavalleresco in testata di “dire la verità, non avere paura ed aiutare i più deboli”. Le sue inchieste documentate, che hanno dato origine a procedimenti penali delle Procure di Trieste e Bologna, denunciavano in particolare cartelli degli appalti, mafie, inquinamenti, abusi edilizi ed urbanistici, speculazioni immobiliari e malagiustizia, omesse assistenze sociali e sanitarie ed altre violazioni della legalità e dei diritti dei cittadini.
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  • Scritto per informazione
  • FrontiereNews.it

    È nato FrontiereNews.it, che si presenta così:

    Crediamo che per troppi anni l’informazione sull’immigrazione e sulle minoranze sia stata incentrata sulla differenza tra “noi” e “loro”. La nostra sfida è far raccontare, dove possibile, direttamente a “loro” i valori e la ricchezza di questa alterità, piuttosto che a “noi” i pericoli e le insidie della diversità. Abbiamo la fiducia di poter vincere questa sfida perché siamo una redazione eterogenea, composta da persone provenienti da culture molto diverse tra loro, e contiamo quindi di riflettere quest’armonia di diversità anche nei nostri articoli.

    Per collaborare, si dia un’occhiata qui. Qui invece i partner.

    (Via Reporters)

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  • Scritto per informazione
  • Jack frost

    Alcuni scorci invernali.

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  • Scritto per scatti
  • Ecco chi era Giuseppe Fava, assassinato 27 anni fa a Catania. Se ne può leggere nei Cento giorni di Palermo ripreso da Nazione Indiana. Oppure entrare nella vicenda di un uomo curata da La storia siamo noi.

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  • Scritto per storie nere
  • Schieramenti - Commemorazione dell'eccidio del PilastroIl 4 gennaio di vent’anni fa si consumava la strage del Pilastro, tre carabinieri – Mauro Mitilini, Andrea Moneta e Otello Stefanini, ognuno poco più che ventenne – assassinati dalla banda della Uno bianca, anche se nel 1991 ancora non lo si sapeva e le indagini si sarebbero indirizzate sui fratelli Santagata e sui loro presunti complici (poi tutti prosciolti per questi fatti, essendo la responsabilità dei tre Savi, Roberto, Fabio e Alberto). Riccardo Lenzi ha scritto in proposito un articolo pubblicato su Domani di Arcoiris Tv che parte dalle richieste di perdono inviate a più riprese dai criminali ai familiari delle vittime:

    Spietato. Quale altro aggettivo per uno Stato che non si fa carico del dolore di queste e di tante altre madri? Come giustificare un ministro della giustizia (Alfano) che, dopo aver annunciato la sua presenza, lo scorso ottobre ha disertato la commemorazione delle vittime della Uno bianca? Chi può negare che le lentezze e gli “errori” della giustizia, l’ipocrisia della politica e le offensive richieste di perdono degli assassini abbiano reso ancora più doloroso il calvario di queste madri?

    [...] Storie d’Italia. Storie di vita e di morte, “di amore e di odio”. Terrificanti e commoventi. Il cui ricordo è, dovrebbe essere, un dovere civile. Lo scorso 23 dicembre, nel silenzio dei media, ricorreva il 20° anniversario dell’assalto dei fratelli Savi al campo nomadi della Bolognina, in cui morirono due zingari: Rodolfo Bellinati e Patrizia Della Santina. Ma i Rom, si sa, non interessano quasi a nessuno. Perché non votano e non portano voti.

    Badate: non è questione di amore o di odio. Quel che manca è la giustizia (terrena). Forse solo l’urlo delle madri può risvegliare dal torpore coloro che si accontentano delle verità ufficiali. Nel caso della Uno bianca, vorrebbero farci credere alla favola degli sbirri cattivi sconfitti dagli sbirri buoni: i buoni arrestano le mele marce e tutti vissero felici e contenti. Purtroppo non è così.

    E a proposito degli attacchi ai campi rom, si veda quest’altro articolo di Riccardo, Dicembre 1990: quando a Bologna si sparava agli zingari. E qui lo speciale curato da Repubblica Bologna.

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  • Scritto per storie nere
  • Indignez-vous di Stéphane HesselPer sapere chi sia Stéphan Hessel si dia un’occhiata alla voce che parla di lui su Wikipedia.fr. Lo scorso ottobre è uscito il suo libro Indignez vous! (pubblicato dalle Indigène Editions di Montpellier) che così si presenta:

    «Novantatré anni. La fine non è lontana. Che fortuna poter approfittarne per ricordare ciò che innescò il mio impegno politico: il programma elaborato settant’anni fa dal Consiglio Nazionale della Resistenza». Che fortuna potervi nutrire dell’esperienza di questo grande resistente, consolidatosi dopo le esperienze nei campi di Buchenwald e di Dora, co-redattore della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo nel 1948, diventato ambasciatore di Francia e della medaglia della Legion d’onore. Per Stéphan Hessel, il «motivo di base della Resistenza era l’indignazione». Certo, le ragioni di indignarsi nel mondo complesso di oggi possono sembrare meno nette rispetto a quelle dei tempi del nazismo. Ma «cercare e troverete»: la disuguaglianza crescente tra ricchissimi e poverissimi, lo stato del pianeta, il trattamento riservato agli irregolari, agli immigrati, ai rom, la corsa per avere sempre di più, alla competizione, la dittatura dei mercati finanziari fino alla svendita delle conquiste della Resistenza, le pensioni, la sicurezza sociale… Per essere efficace occorre, oggi come ieri, agire mettendosi in rete: Attac, Amnesty, la Federazione internazionale dei diritti dell’uomo… ne sono la dimostrazione. Dunque si può credere a Stéphan Hessel e incrociare il suo cammino quando chiama a una «insurrezione pacifica» (Sylvie Crossman).

    E di come questo breve libro (trentadue le pagine) si sia trasformato in un fenomeno (650 mila le copie vendute) lo si può leggere sul Fatto Quotidiano nell’articolo da Parigi di Alessandro Verani intitolato Indignatevi! E il libretto di un 93enne partigiano francese diventa un caso editoriale:

    Hessel un rivoluzionario? Non proprio. E non lo è mai stato. Oggi vicino a Martine Aubry, segretario generale del Partito socialista, Hessel, un anziano monsieur pacato e sorridente, è sempre stato un intellettuale dall’animo libero, di sinistra certo, ma senza «eccessi» [...]. Sì, è diventato l’idolo di tanti giovani. E si prende una sorta di rivincita personale. «Ha provocato il risveglio di un popolo, finora molto passivo», ha sottolineato il filosofo Edgar Morin, suo amico. «Ha ricordato alla sinistra che deve essere ribelle, umana e ottimista», ha sottolineato Harlem Désir, numero due del Partito socialista. Che, nel frattempo, si sta dividendo sulla candidatura delle prossime presidenziali, previste nel 2012. E appare così terribilmente lontano dalla sua base. La sinistra francese sarà capace di sfruttare l’effetto Hessel?

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  • Scritto per libri, politica
  • Carlo SaronioQuando si torna a esaminare la “verità Casirati”, il criminale comune non chiarisce ma butta altra legna sul fuoco. Parla infatti di Alceste Campanile, il ragazzo assassinato nella campagna reggiana nel 1975 poco più di due mesi dopo il sequestro, e sostiene che secondo lui assomiglia fin troppo a un giovane che andava in giro con Carlo Fioroni e Franco Prampolini prima che fossero arrestati a Lugano. Inoltre i carcerieri dell’ingegnere gli hanno descritto il ragazzo che accompagnava Fioroni quando questi si presenta nella villa di Garbagnate: dalle loro parole si convince che è proprio Alceste Campanile tanto che – gli dicono – aveva pure la parlata emiliana.

    Ribadisce poi che il vertice dell’Organizzazione aveva dato il suo benestare ai sequestri per autofinanziamento e che Gianfranco Pancino, durante un incontro nella Torre Velasca di Milano, gli aveva consegnato una fiala su cui c’era scritto “etere” da utilizzare prima con Vittorio Duina e poi impiegata per Saronio. Infine sostiene che l’Alfetta usata per il trasferimento dell’ostaggio da Garbagnate a Melnate era stata bruciata perché non rimanessero impronte digitali e l’odore di etere era così forte che la polizia avrebbe potuto insospettirsi se l’avessero fermata.

    Incalzato dal pubblico ministero Armando Spataro a proposito di una serie di incongruenze che non sono state spiegate, Casirati ammette che tutta la verità non l’ha ancora raccontata. Innanzitutto cova rancore nei confronti di Fioroni che lo accusa subito dopo l’arresto in Svizzera e poi si duole di aver fatto il nome dei carcerieri, che avevano sempre tenuto un comportamento più che corretto verso l’ostaggio. Infine ritratta di nuovo tutto: i finti carabinieri non indossano alcuna divisa ma si limitano a qualificarsi come tali, non è mai esistita alcuna prigione perché Carlo Saronio non muore durante un cambio di covo, ma viene assassinato subito dopo essere stato catturato.
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