Non credo nelle otto del mattino. Però esistono. Le otto del mattino
sono l'incontrovertibile prova della presenza del male nel mondoGli ultimi giorni
, Andrew Masterson
1 Feb
In Gran Bretagna, i partiti che ricevono finanziamenti pubblici (10 milioni di sterline nel 2010, pari 12 milioni di euro più o meno) sono solo quelli di opposizione, svantaggiati nel raggranellare sostegno economico da lobby e gruppi industriali. In Germania invece non c’è privacy che tenga per le fondazioni: i “think tank” teutonici sono tenuti alla massima trasparenza. Invece in Italia – il Paese in cui in un paio d’anni, secondo la Corte dei Conti e la Guardia di finanza, la corruzione è aumentata del 229% – i “pensatoi” della politica, a destra come a sinistra, non sono “obbligati a tenere una contabilità ufficiale delle erogazioni”.
Sono due aspetti che emergono dal libro “Partiti Spa” (Ponte alle Grazie, 2012) del giornalista Paolo Bracalini. I rimborsi elettorali sono l’argomento del volume e tante le cifre riportate per raccontare di holding di fatto dalle cui mani passano “500 milioni di euro [...] per ogni legislatura, tra Camera e Senato, 200 milioni per le elezioni regionali, 230 per le europee. Solo di rimborsi elettorali, dal 1994 ad oggi, siamo a oltre 2,7 miliardi di euro, ai quali vanno [...] aggiunti i 70 milioni di euro annui destinati ai gruppi parlamentari e gli altri milioni investiti per i giornali di partito (senza parlare delle donazioni dei privati, 80 milioni di euro l’anno in media)”.
Denaro che riguarda i grandi partiti, ma anche i piccoli, come il Partito dei Pensionati (885 mila euro di rimborso), i Verdi-Verdi (contro cui il partito dei Verdi “vero” si scagliò via Tar, 300 mila), l’Alleanza di Centro di Pionati più la rediviva, per quanto assai lontana dal suo passato di balena bianca, Democrazia Cristiana (550 mila). E denaro che non basterebbe mai, dato che i bilanci delle formazioni politiche virano sempre al rosso (Pdl meno 6 milioni di euro e Pd addirittura meno 42 milioni).
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24 Jan
Scritto a quattro mani con Giacomo Pacini, uscirà a marzo per i tipi di Nutrimenti il libro Divo Giulio, che racconta “vita e potere di Giulio Andreotti in una biografia senza filtri. Tutte le ombre dell’uomo che ha dominato la politica italiana del dopoguerra”. La presentazione viene affidata a queste parole:
“È inimmaginabile per chiunque la quantità di Male che bisogna accettare per ottenere il Bene”, dice il Divo ritratto nel film di Paolo Sorrentino. E Giulio Andreotti, l’uomo in carne e ossa, di male ne ha attraversato tanto – o quanto meno di realtà opache. Fin dai tempi della Seconda guerra mondiale e dei suoi rapporti con i servizi segreti alleati, proseguendo con la stagione dei dossier, l’esplosione del terrorismo, le coperture degli stragisti neofascisti, il delitto Moro, l’allestimento di apparati non ortodossi, come Gladio e l’Anello, fino alle clientele necessarie per raccogliere consenso e ai rapporti ambigui con la mafia. Ma Andreotti è stato il maggiore statista italiano del Novecento o il grande Belzebù che si è nutrito della parte più oscura della storia nazionale? Quello che è certo è che ripercorrere la sua vicenda politica, senza pregiudizi ma anche senza timori, significa attraversare tutti i maggiori scandali italiani dal dopoguerra a oggi. Questo libro ricostruisce per la prima volta l’intera storia politica, quella ufficiale e quella inconfessabile, del ‘grande vecchio’ dell’Italia del Novecento, tracciando un percorso inquietante dentro le ombre più dense della Prima Repubblica.
Nelle prossime settimane ulteriori novità.
13 Jan
La casa editrice Marsilio pubblica il libro I soldi dei partiti (in uscita dal 25 gennaio), scritto da Elio Veltri, fondatore da ultimo dell’associazione Democrazia e Legalità, e da Francesco Paola, avvocato penalista che ha rappresentato tra l’altro le parti civili nel processo sui dossieraggi di via Nazionale.
Il finanziamento pubblico ai partiti in Italia, chiamato “rimborso delle spese elettorali” per aggirare il referendum abrogativo del 1993 e la tagliola della Corte Costituzionale, è il più elevato del mondo: 200 milioni di euro all’anno, con il minore controllo in assoluto. I soldi dei rimborsi – che per legge devono andare ai partiti – possono così essere riscossi da associazioni costituite da poche persone in nome del partito o dirottati altrove senza che nessuno abbia qualcosa da eccepire. Elio Veltri e Francesco Paola ripercorrono la storia dei finanziamenti dalla loro introduzione, nel 1974, alla progressiva degenerazione, fino ai giorni nostri. Per arrivare a delle proposte concrete: regole chiare e non modificabili a seconda delle convenienze, per dare risposte alla rabbia dei cittadini che ormai riconoscono nei partiti oligarchie e clan familiari, in cui omertà, familismo amorale e fedeltà hanno sostituito militanza, rigore morale, impegno per il bene comune.
Definito un “piccolo manuale di resistenza civile”, se può leggere ancora qui. Inoltre, sempre per i tipi di Marsilio, una segnalazione al romanzo L’ultimo hacker di Giovanni Ziccardi, docente di informatica giuridica all’università degli studi di Milano.
30 Dec
Scritto dai giornalisti Sebastiano Canetta ed Ernesto Milanesi, è uscito per Il Manifesto Libri il volume Cosa loro – I serenissimi della compagnia delle opere. Ecco la presentazione del libro:
I «ragazzi di don Giussani» nell’arco di 30 anni hanno conquistato uno spazio di potere sotto traccia, sempre a cavallo fra economia e politica. Il Veneto di «mamma Dc» si sta convertendo alla Lega, ma resta connesso indissolubilmente al potente apparato di una Chiesa nella Chiesa. Comunione e liberazione non è più il «gruppo di amici» fedelissimi del fondatore. Si è trasformata nella holding della Compagnia delle Opere, che ha aggredito – nel nome della sussidiarietà – ogni angolo del patrimonio pubblico: grandi appalti, sanità, scuola e università, formazione, logistica. Da Padova si arriva fino in Lussemburgo, alla «cassaforte» della galassia di imprese e consorzi. A Verona, si intuisce la trama che sconfina nella Lombardia di Formigoni e nel Trentino di Dellai. Una documentata ricostruzione della «lobby di dio» a Nord Est. L’universo ciellino scandagliato, per la prima volta, a tutto campo. Con i sindaci “amici”, gli imprenditori di riferimento, i vip in pellegrinaggio in terra santa e la rete di professionisti del business. Ma anche i clamorosi rinvii a giudizio che permettono di verificare in tribunale la gestione dei finanziamenti europei.
Qui è disponibile un brano tratto dal volume e invece qui l’indice. Se ne scrive inoltre sul sito di Radio Sherwood.
28 Dec
Booksblog oggi segnala un libro uscito da poco per i tipi del Saggiatore. Si tratta di C’è chi dice no. Dalla leva all’aborto. Come cambia l’obiezione di coscienza scritto da Chiara Lalli e il volume viene presentato con queste parole:
Si tratta in fondo di una specie di “cronaca del cambiamento” che registra l’evoluzione del dibattito intorno a questi due grandi temi, dalla loro nascita, passando per le tappe – chiave del 1972, (l’introduzione del servizio civile) e della legge 194 (sull’interruzione volontaria di gravidanza), fino alle ultime recrudescenze inattuali, mettendo in luce come l’obiezione di coscienza sia un’indispensabile strumento di esercizio del diritto essenziale di opposizione, e come, ciò nonostante, sia “spesso brandita come arma contro l’esercizio delle singole volontà”.
Per leggerne di più, oltre al post di Booksblog, si veda anche quello pubblicato da Uaar.it.
9 Dec
In un giorno non qualunque per la storia italiana, Occupy Wall Street reagisce agli sgomberi: il 12 dicembre occuperanno e bloccheranno tutti i porti commerciali della costa pacifica Usa. Il video è pubblicato nella relativa sezione su Peacereporter.
8 Dec
Per un libro poco lusinghiero nei confronti del suo protagonista, 60 presentazioni tonde e finora neanche l’annuncio di una querela. È Umberto Magno (Aliberti), scritto da Leonardo Facco, giornalista ed editore con un trascorso politico nella Lega Nord e professionale nel quotidiano “La Padania”. Interrotto ormai da un quindicennio l’uno e l’altro, da cronista ha risposto a un impulso: raccontare il dark side di Umberto Bossi e del suo partito, dalla genesi alla catastrofe del quarto governo Berlusconi.
Dal racconto di Facco, la Lega Nord ne esce con i contorni di una formazione politica a conduzione familiare, o familista, con il ruolo dei figli di Bossi, a iniziare da Renzo, il “Trota”, della seconda moglie, Manuela Marrone, matrona silenziosa e potente, e del cerchio magico, di cui fanno parte personaggi come Rosy Mauro e Marco Reguzzoni. Ma la si descrive anche come il luogo delle affermazioni rimangiate e delle condotte politiche mutate di 360 gradi fino al (nuovo) patto del 2001 con l’amico-nemico Silvio Berlusconi (credito da 2 miliardi di lire compreso, come ha documentato il ilfattoquotidiano.it). E ancora come un tribunale per l’epurazione dei dissidenti, che hanno compreso anche l’ideologo Gianfranco Miglio, e una corte con una gestione del denaro quanto meno discutibile.
È questo il quadro che viene fuori dalla ricostruzione di Facco. Presentando il libro a Bologna alla Libreria Irnerio, si era però cercato il confronto con i leghisti emiliani. Ma Manes Bernardini, consigliere comunale e regionale, invitato a parlarne, ha prima risposta che avrebbe dovuto consultare il consiglio federale del partito e poi, all’ultimo, ha declinato tramite la sua segreteria per la concomitanza con le commissioni convocate in viale Aldo Moro.
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30 Nov
A proposito di Donne e media di cui si era scritto, Lsdi pubblica i materiali di un incontro alla Sapienza, curati dal giornalista Marco Renzi, che riporta:
Il ruolo della donna nella nostra società e in particolare quello raccontato dai media, è ancora un ruolo marginale, spesso limitato all’apparire e non all’essere, privilegiando la forma sulla sostanza. E alcune posizioni intransigenti del neo femminismo, tornato prepotentemente in auge negli ultimi anni, non aiutano, contrariamente a quanto si potrebbe pensare, ad elevare l’immagine della donna.
Questi alcuni degli spunti emersi nel corso del convegno “Donne e media, riflessioni sul ruolo della donna nell’immaginario collettivo” organizzato dall’Associazione Pulitzer in collaborazione con Lsdi, il dipartimento Digilab dell’università La Sapienza, e il patrocinio della Fnsi, il 25 novembre scorso nell’ambito della “Giornata mondiale contro la violenza sulle donne” presso la sala Odeion della facoltà di Lettere e Filosofia dell’università La Sapienza di Roma. Pubblichiamo qui i video con la sintesi degli interventi.
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28 Nov
Era stato invitato a parlare del suo libro, La costituzione e i diritti. Una storia italiana, un testo che abbraccia la storia di Magistratura Democratica (Md) dal primo governo di centro sinistra al quarto esecutivo Berlusconi. Ma Giovanni Palombarini, 74 anni, goriziano, entrato in magistratura nel 1963 e investito di inchieste sul terrorismo negli anni di piombo, ha concentrato parte del suo discorso a Politicamente Scorretto sullo stato attuale della giustizia, che definisce una “catastrofe”. È un campo che conosce bene, quello della magistratura, e che gli è capito di aver subito anche, essendo stato rimosso dalla carica procuratore generale aggiunto della corte di Cassazione per “carenza di motivazione”.
Sta di fatto che Palombarini non è mai piaciuto molto a certi ambienti fin dai tempi in cui contribuì a fondare Md per arrivare, nel corso degli anni, all’esplicito sostegno a battaglie civili, come per le unioni di fatto anche tra persone dello stesso sesso. E dialogando con Pasquale Liccardo, giudice del tribunale di Bologna, e con Carlo Lucarelli, non esprime giudizio positivo.
“Se guardiamo alla crisi della giustizia”, dice appunto, “siamo di fronte a una situazione nella quale non credo sarebbe esagerato utilizzare la parola catastrofe”. Per dare una misura di quanto sia profonda, il magistrato cita un esempio. È quello di un avvocato civilista veneto che sta seguendo un caso che deve giungere a sentenza d’appello. Ma c’è un problema: l’udienza per quel processo è stata fissata per il 2018.
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18 Nov
Peacereporter intervista Stefano Squarcina, funzionario europarlamentare della Sinistra Unita Europea, a proposito del funzionamento dell’Unione Europea e ne viene fuori un quadro in cui emerge che la Ue [è] una tecnocrazia molto politica. In particolare Squarcina, a domanda sull’assetto poco democratico di poteri centrali, risponde:
Infatti non lo è [democratico, ndb]. L’Unione europea soffre di un gravissimo deficit democratico. Il Parlamento europeo, unico organo democratico in quanto eletto, ma dotato di poteri a dir poco limitati, sta lì a dare legittimità democratica a istituzioni che non ne hanno. Commissione, Consiglio e Bce sono istituzioni tecnocratiche, espressione di interessi economici privati o di singoli Paesi forti. La reazione isterica dell’Ue di fronte all’eventualità del referendum greco e il licenziamento dell’ex governo italiano, per quanto indifendibile, dimostrano che siamo di fronte a una situazione di sospensione della democrazia.
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17 Nov
Sono come ve li immaginereste. I “sorci verdi” di cui si parla nell’omonima antologia appena pubblicata da Edizioni Alegre non vanno tuttavia confusi con i tre topi raffigurati nell’immagine a simbolo della 205 squadriglia della regia aeronautica, anno del Signore 1936. Sono invece quelli del sole delle Alpi, strappato in senso figurato alla sky line delle più belle vette del nord Italia per essere appiccicato sui piastrellati di scuole padane, nei parchi dove giocano i figli dei lavuratur polentoni o nelle piazze di celtiche velleità.
Sì, “Sorci verdi” sono “storie di ordinario leghismo”, come recita il sottotitolo del volume, firmato da Giulia Blasi, Annalisa Bruni, Giuseppe Ciarallo, Giovanna Cracco, Alessandra Daniele, Girolamo De Michele, Valerio Evangelisti, Angelo Ferracuti, Fabrizio Lorusso, Davide Malesi, Stefania Nardini, Valeria Parrella, Walter G. Pozzi, Alberto Prunetti, Stefano Tassinari, Massimo Vaggi, Lello Voce. Storie che appartengono alla narrativa, ma che dalla realtà non sembrano discostarsi più di tanto. Intanto per un aspetto: molti degli scrittori che hanno accettato l’invito di Edizioni Aleghe fanno parte di autori messi all’indice dalle amministrazioni leghiste.
Nel recentissimo passato vari sono stati infatti gli episodi in cui le biblioteche comunali avrebbero dovuto sbarazzarsi di firme ritenute poco gradite per ordine superiore. In alcuni casi perché “accusati” di sostenere reduci degli anni di piombo come Cesare Battisti e dunque accusati di fiancheggiare logiche terroristiche poco realistiche. Oppure, in altri, perché a mezzo stampa (o più spesso web) avevano osato criticare le venature neanche così marginali di razzismo, omofobia e forme varie di intolleranza.
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15 Nov
In tempi di nuovi emarginati, indignati e flash mob sotto il segno della “v” di vendetta, quella che fa Valerio Evangelisti nel romanzo appena uscito One big union è la rievocazione di un’utopia. E per parlarne parte con una richiesta: “Non chiedetemi di Eymerich, è morto”. L’inquisitore protagonista di molti suoi libri precedenti sarà anche passato a miglior vita, ma il suo creatore per adesso non sembra sentirne troppo la mancanza perché è la volta di raccontare del sindacalismo rivoluzionario statunitense arrivato a fine corsa degli anni Venti del secolo scorso. Ma che ha lasciato il segno, distinguendosi da un sindacalismo socialista o anarchico soprattutto per la valenza visionaria: arrivare a un’organizzazione che rappresentasse anche i non rappresentati e che di qui modificasse l’assetto sociale, oltre che lavorativo.
I sindacalisti rivoluzionari si muovevano tra boscaioli mutilati, ferrovieri costretti a calarsi sulle rotaie per azionare gli scambi o proletari di campagna. Gente senza importanza nel sistema economico americano di allora perché senza specializzazione. Si infilavano tra cinesi, russi, italiani (definiti i crumiri per eccellenza) e non erano pacifisti. “In realtà subirono la violenza più che praticarla”, dice Evangelisti, “si pensi per esempi a quando erano vittime di tiratori scelti nelle zone minerarie. Ma ci provarono a cambiare”. E ci provarono con strumenti diversi: il fumetto come medium per veicolare contenuti sindacali in mezzo all’analfabetismo e la musica, riscrivendo i testi di canzoni allora in voga come accaduto con l’inno dell’esercito della salvezza, l’unico autorizzato a sfilare pubblicamente.
One big union sembra quasi una voce dal passato per parlare oggi di disoccupazione, flussi migratori, povertà in aumento. “Quella del sindacalismo rivoluzionario”, spiega ancora l’autore, “è stata una voce fuori dalle ideologie preponderanti del tempo, il marxismo dogmatico e l’anarchismo puro. È una storia, la storia che volevo scrivere”.
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10 Nov
Qualcuna presta il fianco alla tesi del complotto internazionale delle banche, come Michaela Biancofiore. E si spera per lei e per le sue capacità di analisi che sia in malafede, che non dica sul serio, pronta a qualsiasi affermazione pur di difendere il capo decaduto. Anche a sollecitare gli italiani a comprarsi il debito pubblico in nome di una disperata – ma forse è più corretto scrivere disperante – autoctona difesa dell’economia nazionale provocando più di qualche sarcasmo di chi in materia ne capisce.
E poi c’è qualche altra Pdl-lady, come Daniela Santanchè, che nega anche l’evidenza di un semplice esercizio aritmetico, come la conta dei voti in parlamento. “L’opposizione non ha la maggioranza”, ha sostenuto a emicicliche urne ancora calde. Del resto, se per 17 anni, ha funzionato la strategia di affermare il falso fino a quando fosse ritenuto vero o per lo mento verosimile, perché non tentare anche stavolta?
Di Gabriella Carlucci, poi, si è già ampiamento scritto. La pasionaria azzurra che, a nave in affondamento rapido, salta sulla scialuppa dei cattolici centristi dell’Udc si è discusso da lunedì sera. Qui valga solo un’aggiunta, passata con minor evidenza ma a discreta esplicazione del personaggio. Nel giro di qualche ora, l’onorevole transfuga ha oscurato il suo sito personale, dove tante volte ha inneggiato allo schieramento a cui apparteneva fino a pochi giorni fa e al suo leader. Viene da pensare che, arrivati a questo punto, non abbia più il coraggio delle sue precedenti affermazioni.
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25 Oct
Peacereporter, attraverso un pezzo di Enrico Piovesana, racconta di quella percentuale, l’1 per cento che controlla il mondo:
La prestigiosa rivista New Scientist ha rivelato nei giorni scorsi i risultati di un complessa ricerca condotta da un team di economisti dell’Istituto Svizzero di Tecnologia, che rivela come una rete di poche decine di multinazionali, soprattutto banche, controlli di fatto l’economia mondiale.
Gli studiosi di sistemi guidati dal professor James Glattfelder hanno analizzato le relazioni che intercorrono tra circa 43mila multinazionali, scoprendo che al centro della mappa della struttura del potere economico mondiale vi sono 1.318 multinazionali che detengono l’80 per cento della ricchezza economica globale.
Tra queste, secondo la ricerca, ce ne sono 147 che controllano il 40 per cento del sistema. Le più potenti di queste super-entità sono quasi tutte banche (Barcalys, JP Morgan Chase, Ubs, Merryl Lynch, Deutsche Bank, Credit Suisse, Goldman Sachs, Bank of America, Unicredit, Bnp Paribas), più alcune grandi società finanziarie americane e compagnie assicurative.
L’articolo di Piovesana fa parte di un dossier più ampio, Non ci resta che crescere, che parte dall’omonimo libro (la casa editrice è Egea e il sottotitolo si riferisce alle “riforme: chi perde, chi vince, come farle”) curato dal docente della Bocconi Tommaso Nannicini. Il quale parte da una domanda e da una risposta:
Perché in Italia, da oltre un decennio, si fa un gran parlare di riforme finendo per fare poco o nulla? La risposta è apparentemente semplice: i potenziali vincitori non hanno voce presso partiti e parti sociali, mentre i potenziali sconfitti sanno bene come far pesare la loro influenza.
Dal sito della casa editrice si possono scaricare in pdf l’introduzione (593KB), l’indice (51KB) e i profili dei singoli autori (112KB).
6 Oct
Loretta Napoleoni, autrice del recente Il contagio. Perché la crisi economica rivoluzionerà le nostre democrazie, in tema di finanza fa affermazioni interessanti, da approfondire. E soprattutto prospetta scenari diversi rispetto a quelli che in genere si sentono declinare dagli addetti ai lavori. Nel post Default: sarà l’Italia a far saltare l’Europa, pubblicato su Cado in piedi, traccia un (drammatico) quadro di quanto sta accadendo in Grecia, tra ospedali con farmacie sempre più vuote, incremento di pasti erogati dagli enti caritatevoli, scioperi e scontri di piazza. “C’è una situazione quasi da guerra civile”, scrive, ma non si limita a quanto avviene nella penisola ellenica. A proposito dell’Italia e della sua condizione economica, considera:
Per quanto riguarda l’Italia la maggior parte degli economisti anglosassoni e tra questi ci sono anche gli americani, si domanda come mai in Italia non si parli di questo, come mai l’Italia non abbia iniziato a livello proprio di intellettuali e di economisti, un dibattito sulla possibilità di un default pilotato o anche sulle alternative a una politica che chiaramente è una politica che non funziona, si pensa infatti che questo declassamento delle società di rating sia solamente l’inizio di una serie di declassamenti che dovrebbero presentare l’economia italiana come quella più malata e quella più cruciale alla rottura dell’Euro.
Perché? Perché l’Italia non è la Grecia: la Grecia è una piccola parte dell’economia europea, l’Italia è il terzo paese dell’Unione Europea, quindi è in un certo senso, un paese troppo grande per fallire, ma nello stesso tempo anche troppo grande per essere salvato. Il debito è decisamente troppo elevato per poter essere assorbito anche dalla Bce o anche dal Fmi che adesso pare voglia acquistare anche parte del debito.
Quindi quello che si pensa è che il paese che potrebbe portare alla rottura dell’Euro e quindi alla disintegrazione di questo Euro così come l’abbiamo conosciuto noi e quindi a uno sdoppiamento dell’Euro, non sarà la Grecia ma sarà l’Italia che è il paese che seguirà a ruota la Grecia, qualora questa vada in bancarotta.
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