“Il negazionismo. Storia di una menzogna”: nel libro di Claudio Vercelli il racconto di un atteggiamento mentale verso il passato

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Il negazionismo. Storia di una menzognaEsce in questi giorni per i tipi di Laterza il libro dello storico Claudio Vercelli intitolato Il negazionismo. Storia di una menzogna:

«Il negazionismo è un piccolo universo autoreferenziato, per alcuni aspetti quasi un genere letterario a sé, che non viene scalfito dalla ragione poiché ha una sua ragione che riposa sulla negazione»: soprattutto è un fenomeno carsico, perché a intervalli più o meno regolari, si ripresenta con inquietante costanza negando l’evidenza dello sterminio degli ebrei e, con esso, delle condotte criminali assunte dalla Germania nazista. La «totalità della menzogna nonsta nelle singole affermazioni ma nel loro utilizzo in sequenza, all’interno di un universo di significati che è menzognero poiché perviene a negare la realtà dei fatti.

Il negazionismo, sul piano dei concetti, non è propriamente un’ideologia compiuta così come, sul versante di coloro che lo professano e lo condividono, non costituisce una setta, anche se molte delle sue manifestazioni e dei comportamenti di coloro che si riconoscono in esso farebbero pensare altrimenti. Si tratta piuttosto di un atteggiamento mentale che si traduce in un modo di essere nei confronti del passato. Al giorno d’oggi, si presenta come il prodotto della stratificazione e dell’interazione di tre elementi: il neofascismo, il radicalismo di alcuni piccoli gruppi della sinistra più estrema e il viscerale antisionismo militante delle frange islamiste».

Claudio Vercelli ricostruisce storicamente il fenomeno negazionista, ne descrive i protagonisti e gli ideologi e racconta la mappa concettuale che dalla fine della guerra a oggi ne ha segnato l’evoluzione.

Il libro sarà presentato domenica 18 dicembre all’interno della XII edizione del Premio Exodus.

“Gli assassini del pensiero”: il libro su Michela Marzano sulle “manipolazioni fasciste di ieri e di oggi”

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Gli assassini del pensieroÈ di recente stato pubblicato dalla casa editrice Centro studi Erickson l’ultimo libro della filosofa italiana che vive e lavora in Francia Michela Marzano, Gli assassini del pensiero. Manipolazioni fasciste di ieri e di oggi. Questa la sua presentazione:

Il fascismo, storicamente, è morto nel 1945. Ma è morto definitivamente? Si può sostenere che le nostre democrazie occidentali siano al riparo da qualunque tentazione autoritaria? Come interpretare certe derive contemporanee, le politiche securitarie, la demonizzazione dell’altro, la cancellazione dello spazio pubblico o, ancora, l’irruzione dei media nella nostra vita privata e la colonizzazione o peggio la cannibalizzazione che effettuano dei nostri desideri più autentici? Certo, i nostri regimi restano democratici, ma ciò che ha reso possibile il fascismo è la sua ideologia dell’amalgama: una mescolanza di tradizione e modernità. E non è forse quel che sta avvenendo oggi sotto i nostri occhi? Prendendo le mosse dal pensiero critico di Adorno e Pasolini, l’autrice ripercorre la stagione del fascismo e disvela le modalità manipolatorie attraverso cui l’Italia intera, con poche eccezioni, subì la fascinazione di un potere sommamente incoerente che riuscì a ipnotizzare un popolo intero. Gli scenari odierni vedono all’opera artifici diversi e però altrettanto pericolosi e disabilitanti, come hanno evidenziato le due figure di Berlusconi e Sarkozy.

(Via Booksblog)

Dal caso Alvarez alle infiltrazioni nelle curve calcistiche: Ferrari e il racconto della destra milanese

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Fascisti a Milano di Saverio FerrariSaverio Ferrari, dal 1999 alla guida dell’Osservatorio democratico sulle nuove destre, firma il volume appena uscito per i tipi di Bsf Edizioni con titolo Fascisti a Milano – Da Ordine nuovo a Cuore nero:

Il libro, di taglio giornalistico, prende le mosse dall’assassinio, rimasto ancora oscuro, del giovane neofascista Alessandro Alvarez, nei pressi di Milano, nel marzo 2000. In quella vicenda, a cavallo tra estremismo e malavita, furono indagati una serie di personaggi del terrorismo nero. Da qui l’avvio, grazie al supporto di una ricca documentazione giudiziaria, di un viaggio nell’estrema destra milanese, riannodando storie e figure del passato, dalla “banda Cavallini” dei primi anni Ottanta al reclutamento di mercenari per le guerre d’Africa, all’accoltellamento di un consigliere comunale nel 1997, fino agli anni più recenti, segnati dall’espandersi del fenomeno naziskin, dall’infiltrazione nelle curve, ma anche da episodi inquietanti quali l’organizzazione di un attentato a un magistrato antimafia. In questo percorso, fino al neofascismo milanese odierno, si evidenziano i legami politici e personali che continuano a collegare il mondo dell’estrema destra con la destra istituzionale.

Dall’indice, questi gli argomenti affrontati nel libro:

  • Per una storia del neofascismo milanese
  • L’assassinio di Alessandro Alvarez
  • Il mistero dell’auto clonata
  • Le brigate rossonere due, il chirurgo e l’uccisione di Vincenzo Spagnolo
  • L’aggressione ad Atomo
  • La banda Cavallini e il suo cassiere
  • Mercenari o camorristi? Tra traffici di armi, egittologi e riti esoterici
  • Lo strano caso di Nico Azzi
  • Il sottobosco degli informatori nell’estrema destra milanese
  • Curve pericolose: la sponda rossonera
  • Curve pericolose: la sponda nerazzurra
  • I ragazzi venuti dalla Skinhouse
  • Cuore nero e dintorni

L’Europa delle destre: Peacereporter pubblica un dossier su populisti, conservatori e nazionalisti nel Vecchio Continente

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L'Europa delle destre

Peacereporter pubblica un dossier sull’Europa delle destre (qui la gif con l’ingrandimento della mappa). Curato da Luca Galassi, ecco su alcuni dei temi su cui si concentra:

Sono solo due (riferito a Finlandia e Danimarca, ndb) delle spie, accese in tutta Europa, che segnalano l’aumento del consenso per i partiti populisti, conservatori e nazionalisti. I meccanismi ricalcano ormai modelli noti. Se il voto alle destre riflette condizioni diverse da Paese a Paese, ad accomunare tutti è l’identificazione dello stesso nemico, individuato nell’altro, nel diverso, nello straniero. Contro di esso, l’elettorato si chiude, rilanciando nazionalismo e protezionismo. Questo prende forme spesso xenofobe, e influenza l’azione di governo nell’elaborazione di misure anti-immigrati: dalla sospensione di Schengen al divieto di indossare il velo, al bando sulla costruzione di moschee e via dicendo. Dal 2009, anno delle europee, e in quasi tutte le consultazioni successive, le formazioni della destra populista hanno raggiunto e superato il dieci percento in undici Stati: Austria, Belgio, Bulgaria, Danimarca, Francia, Italia, Lituania, Norvegia, Olanda, Ungheria, Svizzera.

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“Il caso Calore”: documentario basco sull’estremista nero e sulla scomparsa di Petrur (Eta)

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Il caso Calore

Con questo titolo è comparso sul Corriere della Sera di oggi un articolo a firma Elisabetta Rosaspina in cui si racconta di un documentario basco, “Il caso Calore. Omicidio di un testimone protetto”. Il quale ha, tra le principali figure rappresentate, quella dell’estremista nero Sergio Calore, assassinato il 6 ottobre scorso a Guidonia per motivi che, allo stato attuale delle indagini, non sembrano di natura politica. Il “caso” rispolverato dal film, invece, pare pensarla diversamente e chiama in causa la scomparsa avvenuta nel 1976 del militante dell’Eta Eduardo Moreno Bergareche, soprannominato Petrur. L’articolo non è online, ma le scansioni possono essere scaricate qui sotto:

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A Reggio Emilia gli anni Settanta sono diventati un corso di formazione per insegnanti

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Istoreco Reggio EmiliaInsegnare gli anni Settanta è un corso di formazione per insegnanti che a Reggio Emilia è partito la settimana scorsa con il primo appuntamento, Parole chiave e nodi storiografici degli anni ’70-’80. Domani, dalle 15,30 alle 17.30, ci sarà il secondo, Partiamo da un evento specifico: la strage di Bologna e il terrorismo neofascista il cui focus sarà concentrato sull’«uso didattico di fonti di diverso tipo (di memoria, visive, quotidiani, filmati, audio) e su alcuni nodi sarà strutturato un percorso di approfondimento riproponibile in classe». Infine, terzo e ultimo appuntamento, il 29 marzo per parlare del terrorismo di estrema sinistra.

La docente bolognese Cinzia Venturoli (già fulcro del Cedost, il centro di documentazione storico politica su stragismo) è la relatrice del ciclo d’incontri, organizzato dall’Istoreco (Istituto per la storia della Resistenza e della società contemporanea in Provincia di Reggio Emilia), fondato nel 1965 e parte di una rete nazionale che comprende altri 61 istituti, oltre che dell’European Resistance Archive, archivio di testimonianze video rese da cittadini perseguitati dai fascismi del Vecchio Continente.

Aldo Balzanelli, Repubblica Bologna: pesi mediatici diversi a seconda del tipo di terrorismo

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Ha radione Aldo Balzanelli, alla guida di Repubblica Bologna, quando nota che vari fatti stragisti sono attribuiti al terrorismo di sinistra mentre la matrice sta altrove. E chiedendosi quali siano le ragioni, prova a dare una risposta:

Oggi si scopre che i ragazzi pensano che anche la strage di piazza Fontana, come già quella di Bologna, sia opera delle Brigate Rosse. Mi sono chiesto perchè per i giovani tutto il terrorismo sia stato rosso e una spiegazione, forse, l’ho trovata. Il terrorismo rosso ha avuto una vasta copertura mediatica: servizi, interviste, approfondimenti, inchieste, ricordi, film, persino sceneggiati televisivi. Quello nero molto, molto meno. La ragione è che il terrorismo di destra ha galleggiato molto più di quello di sinistra in un pentolone affollato di servizi segreti, pezzi dello Stato. È sempre stato contaminato da rapporti oscuri con il potere “ufficiale”, con la criminalità organizzata, la massoneria. È sempre stato scomodo, insomma, parlarne, imbarazzante, e in molti dunque hanno preferito tacere, dimenticare, rimuovere. E così i ragazzi, a forza di sentir parlare solo di Brigate Rosse, si son fatti l’idea che anche a mettere le bombe nelle banche, sui treni e nelle stazioni siano stati i nipotini di Renato Curcio.

Per quanto riguarda i fatti del 2 agosto 1980, si veda questo servizio realizzato pochi mesi fa.

C’erano bei cani ma molto seri, la storia di Giovanni Spampinato

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C'erano bei cani ma molto seriGiovanni Spampinato, quando venne assassinato, il 27 ottobre 1972, non aveva ancora venticinque anni, ma il giornalista per L’Ora di Palermo lo faceva già da un po’ e in quel periodo stava seguendo due storie: la prima riguardava Angelo Tumino, un imprenditore ammazzato qualche mese prima, e la seconda si focalizzava sull’eversione nera in Sicilia. A un certo punto le due storie iniziarono ad avere i primi punti di contatto e si fusero arrivando a comprendere mafia e istituzioni. Poco più di un mese fa, è uscito per la casa editrice Ponte delle Grazie il libro C’erano bei cani ma molto seri, scritto dal fratello di Giovanni, Alberto Spampinato, che ripercorre sia dal punto di vista personale che professionale la vita del cronista ucciso:

“C’era un campo di girasoli, e mangiavamo i semi ancora verdi. C’erano le mucche, e la sera facevano la ricotta… Il padrone di casa, o un suo figlio, era cacciatore. C’erano bei cani, ma molto seri. Un giorno legarono un cane in cortile, e stette lì forse per due giorni. Il cane ululava, si lamentava, era straziante. Ci dissero di non avvicinarci, aveva la rabbia. Poi lo abbatterono a fucilate. Ricordo l’odore della terra bagnata dagli acquazzoni estivi. Quell’odore mi inebriava”. Così, ricordando la propria infanzia, scriveva nel 1971 il giovane giornalista ragusano Giovanni Spampinato, in una tragica e involontaria profezia: fu ucciso poco tempo dopo in circostanze ancora non chiarite. Come corrispondente dell'”Ora” di Palermo indagava su un omicidio e aveva cominciato a rivelare un perverso intreccio fra mafia, eversione nera e servizi segreti. Il fratello minore Alberto, anche lui giornalista, affida oggi a queste pagine un toccante e inquieto ritratto della sua famiglia di origine e un’inchiesta sulle vere cause della morte di Giovanni; ma al contempo vi raccoglie un’indagine personale e profonda sulla storia culturale e sociale della sua terra, la Sicilia, e del nostro Paese: dalla seconda guerra mondiale all’impegno del padre per l’ideale comunista, dal regno incontrastato della cultura contadina alle nuove stagioni dell’industrializzazione e della contestazione, fino all’emergere dei poteri oscuri della reazione e della criminalità.

Una lunga recensione del libro è stata pubblicata da AprileOnline con il titolo di Alle volte le inchieste giornalistiche possono uccidere. Un articolo che tocca i vari punti narrati da Alberto Spampinato: dall’omicidio dell’imprenditore siciliano alla comparsa sullo scenario di Stefano delle Chiaie. Ma a proposito di suo fratello, dice a Leo Sansone, autore della recensione:

Io avrei dovuto fare l’ingegnere, ma dopo l’omicidio di mio fratello rimasi scosso. Lasciai gli studi di ingegneria e decisi di fare il giornalista per continuare il suo lavoro […]. Sento il bisogno di parlare della morte di mio fratello con la stessa forza con cui, fino a qualche tempo fa, non riuscivo assolutamente a parlarne.