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Xaaraan – Il blog di Antonella Beccaria

Non credo nelle otto del mattino. Però esistono. Le otto del mattino
sono l'incontrovertibile prova della presenza del male nel mondo
Gli ultimi giorni, Andrew Masterson


Addio a Roberto Bellogi

Aveva fatto parte del collegio della difesa dei Bambini di Satana nel processo del 1997 quando, da innocenti, vennero accusati di un po’ tutto ciò che di più turpe può venire in mente. Ma era anche con la parte civile al processo per l’eccidio dei carabinieri al Pilastro, avvenuto il 4 gennaio 1991 per opera della banda della Uno Bianca. Roberto Bellogi è stato un avvocato che di battaglie ne aveva combattute parecchie, che si era esposto pubblicamente per le sue battaglie. E sul finire dell’anno se n’è andato dopo una breve ma grave malattia.

È Future Film Festival

E anche quest’anno… Future Film Festival.

Operazione verità: un contributo

Operazione verità è il payoff della campagna elettorale di Forza Italia che, affidandosi al sorriso del presidente del consiglio Silvio Berlusconi, presenta, a botte di slogan populisti, quanto questo governo avrebbe fatto su pensioni, occupazione, lotta alla criminalità e così via. Tralasciando per un attimo le considerazioni relative al contratto con gli italiani e al (mancato) rispetto dei punti programmatici da parte della maggioranza, ricordiamo invece la campagna di comunicazione contro la pirateria multimediale che Palazzo Chigi ha avviato per combattere il fenomeno della duplicazione illegale di strumenti e contenuti telematici.

Che c’entra Operazione verità con la lotta alla pirateria? C’entra eccome perché i manifesti elettorali, scaricabili dal sito GovernoBerlusconi.it, sono stati realizzati con software crackato. Il software crackato, ci teniamo a rammentarlo, è software proprietario per il quale non è stata acquistata regolare licenza e le cui protezioni sono state forzate in modo che funzioni anche senza una legittima procedura di installazione e/o registrazione.

A darne notizia è il blog SocialDesignZine che, nell’intervento L’illecito programma di Berlusconi, spiega come sia stato possibile effettuare una semplice verifica sui file pdf scaricabili dal sito del capo del governo. Si legge infatti:

    Facciamo così. Collegatevi al sito web di Forza Italia, scaricate sul vostro computer il pdf di uno dei nuovi poster della campagna di Berlusconi e aprite la finestra “informazioni” (su Mac premete “mela-i”) del file pdf appena scaricato e… sorpresa!

    Ecco che sotto l’etichetta “creatore” appare il nome del programma QuarkXPress, con cui l’esecutivo della campagna è stato realizzato, seguito dalla lettera “[k]” che sta, notoriamente, ad indicare che il programma è stato abusivamente “crackato”.
    Sì, avete capito bene. La campagna di Forza Italia che va sotto il titolo di Operazione verità, è stata realizzata con software illegalmente duplicato e quindi senza averne acquisita la regolare licenza d’uso!

Del resto, si sa che questo esecutivo verrà ricordato come quello che, in quanto a leggi ad personam, ha saputo dare una discreta prova di sé. Forse la ex-Cirielli serviva anche a condonare questo reatuccio e non avevano così torto gli americani a essere innervositi, se si ragiona con la loro ottica.

Trusted computing movie

Fiducia, mutualità, autonomia di decisione e, come conseguenza, libertà di espressione. Tutto ciò che viene negato nel trusted computing per come viene implementato o per come lo si vorrebbe implementare. Il gruppo di Lafkon ha così realizzato un filmato, Trusted Computing Movie, che è stato tradotto in italiano dal team di No1984.org. Semplice e immediato nell’illustrare i concetti di base che, se tecnicamente possono assumere gradi di complessità notevole, sull’utente hanno l’effetto di limitare l’utilizzo del computer e impedire la fruizione di contenuti ritenuti non consoni. Il filmato, infine, è stato rilasciato con licenza Creative Commons Sampling Plus 1.0.

In ricordo di un amico.

Economia in chiave libera

Come riportato nel weblog di CreativeCommons.org, Introduction to Economic Analysis è uno studio (disponibile anche in formato PDF) curato da Preston McAfee, docente di economia al California Institute of Technology. Si tratta al contempo di un manuale di microeconomia in chiave open source che, oltre a essere rilasciato con licenza Creative Commons Attribution-NonCommercial-ShareAlike, può essere studiato dagli studenti universitari che si avvicinano per la prima volta – o quasi – alla materia. Nei presupposti dell’autore, è un trattato scientifico e non politico né militante. Anche se qualche cartuccia contro l’establishment delle università e dell’editoria la fa esplodere. Fin dalle righe iniziali, infatti, sottolinea il differente approccio all’economia del suo libro perché in esso “si trovano modelli ed equazioni, non fotografie di economisti” che riempirebbero molti altri manuali di “fuffa” e non di “strumenti concettuali”. Ma non finisce qui: McAfee spiega le ragioni della virata verso la libertà di utilizzo del libro.

    Perché open source? Gli accademici producono una notevole quantità di lavoro editoriale e ora gli editori hanno rescisso un contratto implicito con gli accademici in cui noi mettevamo il nostro tempo e loro non si dimostravano troppo avidi. Alcuni articoli da scaricare costano 20 dollari e i libri vengono venduti a oltre 100. Fanno uscire frequenti nuove edizioni per uccidere il mercato dell’usato e la rapidità con cui escono le nuove edizione contribuisce a errori e grossolanità. Inoltre i libri di testo sono stato “snelliti” e qualche scattante editore cerca di soddisfare quegli studenti che preferiscono non imparare nulla. Molti manuali sono stati “snelliti” (semplificati) al punto da essere semplicemente scorretti. E vogliono anche 100 dollari? Questo è un tentativo di presentare agli studenti l’economia e come funziona oggi? Perché non proviamo a spiegare agli studenti di più invece che di meno?

In merito poi alla scelta di una licenza Creative Commons, si legge:

    Il copyright conferisce un monopolio per un periodo presumibilmente limitato di tempo. Dunque la Disney Corporation detiene i diritti su Mickey Mouse. Diritti che, per legge, dovrebbero scadere, ma che sono stati estesi dal Congresso ogni volta che stavano per esaurirsi. Il copyright crea monopoli sulla musica così come sui personaggi dei cartoni animati e Paul McCartney detiene i diritti sulla canzone “Happy Birthday to You” ricevendo royalty ogni volta che viene passata in radio o utilizzata in qualsiasi altro ambito commerciale. Questo libro è rilasciato in termini che vietano espresamente un uso commerciale, ma che permette molte altre forme di utilizzo.

Infine una (buona) notizia italiana. Il 16 dicembre verrà infatti presentato a Roma il progetto LiberMusica durante il convegno Liberiamo la musica. Ideata da LiberLiber, che da anni diffonde versioni digitali di opere i cui diritti sono scaduti, l’iniziativa ha lo scopo di «distribuire gratuitamente l’immenso patrimonio di musica classica, jazz, popolare libera da copyright» riunendo incisioni precedenti al 1954.

Mamma li pirati

Ma che c’entrano l’una con l’altra la legge per la prescrizione dei reati in Italia (conosciuta come ex Cirielli o anche salva-Previti) e l’industria cinematografica hollywoodiana? Lo chiarisce un titolo di Repubblica, A rischio i processi sulla pirateria, per parlare di una lettera della Motion Picture Association of America (MPAA) datata 22 novembre (di cui non si trova traccia in rete) e inviata all’ambasciatore italiano negli Stati Uniti, Giovanni Castellaneta. La missiva, che sarebbe stata firmata anche da produttori di software ed editori, rappresenta – in base agli stralci riportati dal quotidiano – una minaccia per i procedimenti pendenti contro i pirati a cui sarebbe garantita l’immunità totale incoraggiando così la delinquenza singola e l’associazione a delinquere. Calcando poi la mano sulla situazione italiana, vengono riportati numeri relativi ai danni che la pirateria provocherebbe all’economia tricolore: meno un miliardo e mezzo di profitti per il software, 180 milioni per l’audiovisivo e 150 per la musica. A titolo di fonte per questi dati, viene citata una ricerca del 2003 di Kpmg.

Storie già sentite

Tra i firmatari della lettera, Dan Glickman, presidente della MPAA che riunisce produttori e distributori come Walt Disney-Buena Vista, Sony, Metro-Goldwyn-Mayer, Paramount, Twentieth Century Fox di Murdoch e Warner Bros. Inoltre sigla anche David Israelite, a capo di NMPA, che rappresenta 800 case discografiche e che fa proprio vanto il risultato della guerra contro Napster, Mitch Bainwol (RIAA) e BSA, AAP, IFTA ed ESA. Acronimi di per sé poco significativi che stanno però a indicare le associazioni di categoria di major musicali, del software, dell’editoria e dello spettacolo.

Insomma, sempre il solito e ritrito discorso tecno-belligerante alla Jack Valenti e alla Janet Reno. Malgrado le rassicurazioni di John Malcom, vicepresidente di MPAA, torna il leit motif secondo cui la rete è un covo di potenziali nemici pubblici contro cui va condotta una «personale guerra al terrorismo» perché «alcune organizzazioni criminali sembrano utilizzare i profitti realizzati con il commercio di prodotti contraffatti per favorire diverse attività, come il traffico d’armi, di droga e la pornografia». E questa cancrena sarebbe imputabile a «internet [che] rende più facile rubare, produrre e distribuire merci come software, musica, film, libri e videogiochi» (The threat of digital theft, incluso in The Industry Standard, dicembre 2000.)

Sempre Repubblica informa anche di due casi che hanno avuto per protagonisti Madonna e gli U2. La prima «per contrastare la diffusione di musica pirata, disseminò il web di files con i titoli delle proprie canzoni. Ma era una trappola: una volta aperti si ascoltava l’insulto della cantante rivolto all’ascoltatore: “Ma che c… credi di fare?”». I componenti della band irlandese, invece, «dopo essersi visti trafugare il master con i brani del loro disco How to dismantle an atomic bomb, firmarono un accordo con la Apple per mettere in vendita degli iPod (una speciale versione nera) contenente le canzoni dell’album».

Tutti colpevoli

Se il secondo caso è un ricorso a strumenti che possano ovviare a un danno pre-esistente, nel primo invece la colpa al solito viene addossata alle nuove tecnologie. Esattamente come accadde quando vent’anni e rotti fa vennero messi in commercio i primi videoregistratori. Al tempo uno studio di Cap Gemini Ernst & Young dimostrò come «la ‘crisi’ [...] non era causata da chi registrava le cassette – la cui attività non si fermò [dopo l'arrivo di MTV, che mise in ulteriore allarme le major, NdR] – ma in larga parte derivava dalla stagnazione nell’innovazione musicale delle maggiori etichette discografiche». E poi forse i grandi produttori hollywoodiani dimenticano di essere stati proprio loro i primi pirati: a partire dal 1909, infatti, furono molte le nascenti realtà cinematografiche (tra cui la Fox) che fuggirono dalla East Coast e si rifugiarono sul litorale pacifico per sfuggire ai brevetti di Thomas Edison, fondatore della Motion Pictures Patents Company (MPPC). In California, infatti, avrebbero avuto modo di scansare più agevolmente i controlli del trust di Edison senza dovere nulla a nessuno.

E poi chi è un pirata? Per i colossali difensori della proprietà intellettuale, chiunque utilizzi Internet o le reti P2P per scaricare contenuti digitali di qualsiasi genere. E questi utenti sono così invisi da assumere ormai anche in Europa la fisionomia del malfattore tout cour. Senza mai distinguere tra categorie di “scaricatori”. Lawrence Lessig, in Free Culture, ne distingue invece quattro: 1) chi usa la rete per sostituire l’acquisto, cioè l’utente potenzialmente più dannoso; 2) chi ascolta e poi effettua scelte prima dell’acquisto un po’ come avviene con le cuffiette messe a disposizione da Ricordi MediaStore; 3) chi condivide materiale ancora coperto da diritto d’autore ma non più in commercio perché l’editore non lo ritiene più economicamente redditizio (e in questo caso chi è il danneggiato?); e 4) chi condivide unicamente materiale che si può liberamente distribuire. Di fatto, l’unica categoria veramente dannosa per gli introiti di chi fa profitto con i contenuti è solo la prima. Dunque, perché continuare a colpire tutti? Meglio continuare a terrorizzare invece di educare a un uso consapevole del diritto d’autore e alle distinzioni contenute nelle licenze d’uso?

Sul buon uso della pirateria

Sul buon uso della pirateria è un libro scritto da un giornalista francese che lavora per Libération, Florent Latrive. Rilasciato con licenza Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate, è stato pubblicato lo scorso anno dall’editore parigino Exils Editeurs e in Italia da DeriveApprodi, pur essendo disponibile in rete. Il sottotitolo di questo volume – 139 pagine che scorrono velocemente malgrado il tecnicismo degli argomenti affrontati – è «proprietà intellettuale e libero accesso nell’ecosistema della conoscenza» e spiega in modo piuttosto chiaro le tematiche che vengono affrontate. Partendo dalla domanda cos’è un pirata?, inizia una panoramica dettagliata dal punto di vista storico e giuridico di quanto l’espressione «pirata» sia errata e fuorviante. Inoltre, pur nella sua definizione imposta da BSA e major musicali e discografiche, viene dimostrato anche quanto sia aleatoria, mutevole in base a legislazioni nazionali, intenzioni e utilizzi. Insomma, si spiega quanto sia sbagliato il concetto. Inoltre, sempre da diversi punti di vista, sono presentati i diversi ambiti che l’espressione proprietà intellettuale riunisce illustrando come diritto d’autore, tecnologia o brevetti sui farmaci non siano attualmente una tutela se non per i produttori/editori. Infine, tra software libero, Creative Commons e altre modalità alternative al full copyright, l’autore presenta anche un vivace mondo che, in un fermento progressivo e ininterrotto, fornisce risposte sia alle esigenze degli autori che degli utenti. Un’opera partigiana pro libertà di cultura? Sicuramente. Ma nelle sue affermazioni, Latrive porta sempre esempi, motivazioni, dettagli socio-culturali e politici.

Gladio a chi? – 1

È dei giorni scorsi la notizia secondo cui nei paesi dell’Europa occidentale e del Patto di Varsavia sarebbero esistite carcere segrete della Cia. Ne è seguita qualche reazione (seppur, come per le armi al fosforo bianco su Fallujah, non si sia poi così tanto approfondito sui giornali) per lo più improntata alla sorpresa, alla richiesta di indagini accurate e così via in un balletto di dichiarazioni che, anche in questo caso, sembrano ricalcare un galateo politico predefinito. Eppure non è la prima volta che si parla di realtà del genere in Europa. Il riferimento deve fare un salto indietro di quindici anni quando, per una serie di rivelazioni, dichiarazioni ufficiali e dossier, si venne a sapere dell’esistenza delle strutture stay behind, organizzazioni di promanazione statunitense che, per il tramite della Nato, hanno attecchito in tutto il vecchio continente, compresi paesi neutrali come Austria, Svizzera, Svezia e Finlandia che avrebbero così violato anche i trattati di pace firmati alla fine della seconda guerra mondiale.
Questa struttura si è chiamata, sia in Italia che altrove, Gladio ed ha assunto denominazioni differenti alcuni stati: Absalon in Danimarca, ROC in Norvegia, SDRA8 di Belgio. E la possibilità che i suoi uomini – o uomini a loro collegati – siano responsabili di attività esplicitamente illegali è stata adombrata da personaggi di rilievo come Giuseppe De Lutiis, storico che ha studiato a lungo i servizi segreti, Libero Gualtieri, presidente della commissione stragi che ricevette per primo da Giulio Andreotti il dossier relativo a Gladio, Daniele Ganser, ricercatore del centro per gli studi sulla sicurezza dell’istituto federale svizzero di tecnologia di Zurigo, e dal giornalista Ugo Tassinari. Un esempio, seppure non esista una verità incontroverbile e provata, può essere l’attività criminale che la banda del Bradante portò avanti dal 1982 al 1985 in Belgio: 16 incursioni, 28 morti e 25 feriti provocati – si seppe – da agenti delle forze dell’ordine che si trasformavano fuori servizio in rapinatori disinteressati al bottino. Non si dimentichi che anche in Italia, tra il 1987 e il 1994, accadde qualcosa di analogo con la banda della Uno Bianca il cui curriculum criminale (o sarebbe meglio chiamarlo terroristico?) fu molto più nutrito: 103 azioni, 24 morti, 102 feriti. Come si diceva, prove non ce ne sono, solo collegamenti e intuizioni. Sta di fatto però che il parlamento belga, per bocca del presidente della commissione che indagò sui colpi del Brabante, disse che gli attacchi sarebbero «opera di governi stranieri e di servizi servizi segreti che lavoravano per gli stranieri, un terrorismo svolto a destabilizzare una società democratica». Del resto, da qualche parte si è già sentito il motto (e il moto) «destabilizzare per stabilizzare».
Sorpresa? Non si dovrebbe se si pensa che all’articolo 11 dei Basic principles and minimum standards of security è riportato che «le persone che sono senza dubbio a rischio per la sicurezza, come coloro che sono membri di organizzazioni sovversive, o coloro sulla cui lealtà e affidabilità vi sia un ragionevole dubbio, devono essere escluse o rimosse da posizioni nelle quali potrebbero rappresentare un pericolo per la sicurezza nazionale». Siamo all’inizio degli Anni Cinquanta e nel verbale del consiglio dei ministri dell’8 gennaio 1951 sta scritto che «è necessario allontanare i comunisti dai posti d’importanza e di responsabilità, mettendoli nei posti nei quali non possono nuocere». Una lettura interessante, a questo proposito, sono gli atti del convegno della Fondazione Istituto Gramsci “Doppia lealtà e doppio Stato nella storia della Repubblica”.
Questo è solo un piccolo assaggio di ricostruzioni secondo cui l’Europa occidentale tutta visse in uno stato di subalternità agli alleati d’oltre oceano. E se l’Italia non è stata la prima nazione a essere colonizzata dagli Stati Uniti, è stata sicuramente quella che ha più sofferto di una posizione subordinata a iniziare dalle frontiere orientali con la Jugoslavia dove organizzazioni paramilitari anticomuniste come l’Associazione Partigiani Italiani, Fratelli d’Italia, Stella Alpina e la Osoppo hanno subito progressive trasformazioni per convogliare, almeno in quest’ultimo caso, in un “organismo militare segreto”, l’Organizzazione O. Vennero anche la Rosa del Venti, Pace e Libertà, Difesa Civile, nata nel 1950 per «provvedere alla difesa passiva del territorio in caso di eventi bellici o connessi alla guerra» (Mario Scelba), e nel 1956 Gladio che risulta un perfezionamento di realtà pre-esistenti.
Un’ultima osservazione prima di chiudere questa entry rimandando a successivi interventi approfondimenti del caso. Dell’esistenza di Gladio si venne a sapere nell’agosto 1990 quando, in relazione a indagini su fatti di terrorismo in Italia (tra cui l’inchiesta sulla strage di Peteano condotta da Felice Casson e quella del giudice Giovanni Tamburino sulla Rosa dei Venti), Giulio Andreotti parlò esplicitamente per la prima volta di un servizio non ortodosso attivato dall’Alleanza Atlantica e voluto da CIA (USA) e MI-6 (Gran Bretagna) per combattere il comunismo a ovest della cortina di ferro. Della sua esistenza erano informati i primi ministri e i ministri degli interni e/o della difesa e coordinati da strutture sovranazionali. Armi, riceventi e trasmittenti ad ampio spettro, flussi economici hanno girato per il continente fino alla caduta del blocco sovietico. E mentre si attendeva un’invasione sovietica che non venne mai, gli uomini della rete Gladio lavorarono per reclutare neofascisti (anche in Italia e in Germania) per attuare attentati terroristici attribuiti poi a forze politiche avverse per screditarle e toglierle di mezzo.
Recentemente, nel corso di uno dei dibattiti tenuti all’interno della manifestazione Politicamente Scorretto, Libero Mancuso ha sostenuto che «le stragi in Italia sono state volute dallo Stato», cioè da chi avrebbe dovuto tutelare i cittadini e invece ne ha ammazzati (per parlare solo negli Anni di Piombo) oltre 400. È quello stesso stato che ha lavorato con un’entità più grande, che ha usato maggiore eleganza rispetto al Sudamerica per togliere di mezzo personaggi e intellettuali come Cesare Battisti e Adriano Sofri (per citare solo i più noti), che sapeva dell’esistenza delle carceri segrete in giro per il continente e che ha prestato un pezzo del suo territorio (la Sardegna) per fare un quartier generale stay behind dove sono stati addestrati molti del gladiatori.

Parole in libertà

Da lunedì prossimo Radiolinux, quindicinale trasmissione radiofonica sul software libero ideata e condotta da Vasco Maria Cleri in onda sulle frequenze di MEP Radio Organizzazione oltre che disponibile in streaming, si arricchisce di una nuova rubrica, Parole in libertà. Si tratta di uno spazio tra i cinque e gli otto minuti dedicato all’editoria libera e, nello specifico, a saggi, paper, fumetti, romanzi e quant’altro rilasciati con una licenza che ne permetta quanto meno la ridistribuzione. Se per le prime puntate è stata effettuata una prima selezione del materiale disponibile in rete, il desiderio sarebbe quello che gli autori segnalino i propri lavori in modo che si crei un filo diretto con gli ascoltatori. La segnalazione può avvenire inviando una mail all’indirizzo redazione[at]radiolinux.info.
Per la trasmissione del 7 novembre, l’inaugurazione di Parole in libertà avviene con il libro Il sapere liberato – Il movimento dell’open source e la ricerca scientifica di cui si è già parlato qui. La pubblicazione, uscita quest’anno per i tipi di Feltrinelli, è stata realizzata dal collettivo Laser, esperienza nata durante le contestazioni studentesche degli Anni Novanta all’università La Sapienza di Roma e dall’autogestione dei centri sociali. Il quadro che ne esce – focalizzato su privatizzazione delle idee, circolazione della conoscenza, brevetti copyleft in ambito scientifico e innovazione tecnologica – non rimane però cristalizzato nel momento in cui il libro è andato in stampa, ma prosegue sul server di Ippolita, comunità di scriventi che ha curato, tra gli altri progetti, il libro Open non è free (Eleuthera, 2005).

Creative Commons, istruzioni per l’uso

Qual è il funzionamento delle licenze Creative Commons? In quali particolari si differenziano rispetto ai sistemi full copyright? Esistono davvero minacce nel rilasciare in questi termini le proprie opere? Sul sito Libera Cultura è stata pubblicata la traduzione integrale (curata dal giornalista Bernardo Parrella con il supporto di Juan Carlos De Martin, public lead Creative Commons Italia) dell’articolo Does Creative Commons free your content?. Il pezzo, scritto da Tom Merritt di CNET.com, cerca di rispondere ai quesiti di cui sopra e ne scaturisce un’interessante lettura per comprendere meglio pregi e difetto dell’impianto su cui si basano queste licenze. Sempre in argomento CC, poi, è stato reso pubblico il programma definitivo dell’evento Creative Commons Italia 2005, fissato per il prossimo 19 novembre. Solo una considerazione a fronte della quantità di materiale che si produce con queste modalità: le letture sulla comprensione dei meccanismi “tecnici” iniziano a essere fitte e diventa così più agevole comprendere gli aspetti legali, ma manca ancora la possibilità di poterla viverla, questa produzione culturale. Continuano a essere poche le occasioni per assistere alla presentazione di un libro o e a un concerto di musica rilasciati sotto Creative Commons. E anche quando si cerca in Rete, ci si può affidare solo ai motori di ricerca, a qualche esperienza più o meno nota o poco altro senza che esista un repository specifico da cui poter attingere. Magari, in futuro…

La definizione che il dizionario libero Wiktionary dà del neologismo blook comprende tre significati: un libro seriale pubblicato attraverso una piattaforma per blog, un libro sul blogging e un libro cartaceo che contiene quanto pubblicato all’interno di un blog. Non si tratta di un fenomeno recentissimo, quello del blook, perché già diversi siti si stanno muovendo in questo senso. È il caso di Hackoff.com di Tom Evslin, giallo ambientato all’interno dell’omonima azienda che si apre con la morte violenta del suo presidente, Larry Lazard. Ma anche di iniziative italiane come quelle comparse su Carmilla On Line, che ha pubblicato a episodi diversi racconti lunghi e romanzi più o meno brevi tra cui «Le Cronache di Bassavilla» di Danilo Arona, «Playmaker» di Antonio Nucci, «Il Coccige Da Vinci» di Lorenzo Valla. Ora si compie un passo un più e a farlo è l’iniziativa di Bob Young, Lulu.com, che bandisce il Lulu Blooker Prize 2006, il primo concorso dedicato ai blook. Fiction, saggistica e fumetti le sezioni previste dal bando di concorso mentre, per iscriversi, è stato predisposto un form a cui fare riferimento. Per recensioni, segnalazioni e domande è stato approntato, neanche a dirlo, un blog ad hoc.

Eventi, blog e rapporti

Peccato che le date siano così vicine al Linux Day da essere, per una delle due giornate, coincidenti. Ciò non toglie che la nona edizione del Meeting Etichette Indipendenti, che si terrà a Faenza il 26 e il 27 novembre (con la presentazione dell’evento il 25), è una manifestazione che meriterebbe di essere seguita. Uno spazio poi viene dedicato, nel corso del pomeriggio del 27 novembre, al copyleft in ambito artistico e alle licenze Creative Commons con un dibattito organizzato da ForArt e Anomalo, realtà che hanno come scopo la libera della diffusione della musica in rete, e che vedrà la partecipazione di Gianluigi Chiodaroli della Società consortile fonografici.

Infine due segnalazioni. La prima riguarda l’incontro Creative Commons Italia 2005 che si terrà a Torino il 19 novembre, organizzato in collaborazione con l’Associazione Documentaristi Italiani doc.it. Audiovideo, editoria e musica i tre cardini della manifestazione. La seconda segnalazione, invece, è per l’Handbook for bloggers and cyber-dissidents, analisi curata da Reporters sans Frontières e che prende in considerazione il ruolo dei blog nel mondo dell’informazione elettronica. La pubblicazione, disponibile in inglese, francese, cinese e arabo, contempla anche le testimonianze raccolte da blogger che vivono in Germania, nel Bahreïn, negli Stati Uniti, a Hong Kong, in Iran e in Nepal. Strumenti, etica, anonimato e censura gli argomenti cardine del rapporto.

Back to basics

È un rock acustico e fluido, quello dei brani contenuti nell’album Back To Basics di Marcello Cosenza, chitarrista italiano che ha riunito qui dieci pezzi scritti durante gli ultimi suoi due anni di permanenza a Los Angeles. E fin qui si può dire che è una bella raccolta scandita da una chitarra calda e intensa, di quelle giuste per quando si scrive cercando magari un po’ di ispirazione per andare avanti e riempire una pagina. Ma la particolarità del lavoro del musicista, del quale in rete si possono trovare informazioni sui trascorsi artistici che comprendono anche una collaborazione con il Banco del Mutuo Soccorso, sta (anche) altrove e, nello specifico, nella licenza di rilascio, la Creative Commons Attribuzione Non commerciale Non opere derivate 2.5 in modo che quest’opera possa circolare liberamente. MP3 e Ogg Vorbis i formati da poter scaricare.

Incubi romagnoli

Inizia domani il Ravenna Nightmare Film Festival, alla sua terza edizione, per concludersi il 9 ottobre.

Wikileaks affair


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