Peacelink, Alessio Di Florio: negazione di ogni possibile democrazia

Standard

Alessio Di Florio, dalle colonne virtuali di Peacelink, traccia i contorni di un golpe criminale [che] si aggira per l’Italia. Senza bisogno di artiglieria e liste, senza bisogno di presidiare manu militari il territorio, senza bisogno di alcun folklore da parata perché:

in realtà, e tutti ne sappiamo mandanti, esecutori e complici (anche perché, in larga parte, siamo tra loro) c’è un golpe silenzioso che non si è mai fermato. Un golpe fatto di menzogne, connivenze criminali, repressione violenta, omertà, corruzione, cancellazione di ogni dignità personale che ha conquistato il cuore dello Stato Italiano, e ha annullato ogni possibilità di democrazia.

Una retrospettiva sulla situazione delle indagini mafia-stato in Sicilia, sulla politica abruzzese, sull’occupazione e su caso come quello di Aldo Branzino, Federico Aldrovrandi o Ramesh. Altro post interessante è quello pubblicato sul caso di Carmelo Canale, collegato da vicino a quello di cui è già parlato di Antonino Lombardo: qui siamo sempre in Sicilia e sempre di lotta (se così si può chiamare) alla mafia si parla.

Fotografi, non terroristi. Una campagna in Gran Bretagna

Standard

I'm a photographer, not a terroristAccade in Gran Bretagna (dove qualche tempo fa era nato il movimento Fit Watch di cui s’era parlato) che se qualcuno viene sorpreso con una macchina fotografica venga scambiato per un malintenzionato. In senso terroristico. Per seguire via via gli aggiornamenti si possono seguire gli account su Twitter o Facebook dove vengono pubblicati i fatti di questo genere. E ancor prima nasce la campagna I’m a photographer, not a terrorist per ribadire che nel limbo dei sospetti ci finiscono “amatori o professionisti”, senza distinzione tra chi “ritrae paesaggi, forme architettoniche o strade urbane”. Dunque:

[questa situazione] non solo corrode la libertà di stampa, ma spegne anche la creazione di una storia visiva collettiva del nostro paese attraverso norme anti-terrorismo create per proteggere un patrimonio che ci viene impedito di ritrarre. Questa campagna è destinata a chiunque abbia a cuore i simboli visivi, non solo ai fotografi, è portata avanti da una serie di singoli e non deve nulla a una singola organizzazione. Dobbiamo lavorare insieme per fermare [questa tendenza] prima che la fotografia diventi parte della storia invece rimanere un modo per registrarla.

Sul sito sono stati pubblicati molti autoritratti di coloro che sostengono la campagna (qui le istruzioni per inviare il proprio) e qui invece le grafiche con cui creare magliette o materiale a supporto.

(Via BoingBoing)

Vendetta: la storia di una guerra clandestina senza vincitori

Standard

VendettaC’è un amico che può essere un personaggio senz’altro discutibile sotto diversi punti di vista, ma quando questo personaggio dà un consiglio di lettura c’è di che fidarsi. Lo dimostra – ultimo di una serie – anche il libro Vendetta. La vera storia della caccia ai terroristi delle Olimpiadi di Monaco 1972 dello scrittore d’origine ungherese George Jonas, il romanzo da cui è stato tratto il film di Steven Spielberg Munich. Per primo ho visto il film (fornito dallo stesso personaggio) e l’ho trovato notevole. Così sempre lui mi ha portato il volume: oltre quattrocento pagine per una storia che sui giornali non viene mai raccontata.

È quella di una caccia. Della caccia di un gruppo di sicari che si muove per l’Europa occidentale alla ricerca di undici capi del terrorismo palestinese da eliminare per infliggere – almeno nelle intenzioni – una battuta d’arresto agli attentati che all’inizio degli anni settenta si sono abbattuti contro obiettivi israeliani. Il gruppo però non è un’organizzazione di giustizieri sciolti, ma una squadra messa insieme dal Mossad con il beneplacito del primo ministro Golda Meir. I componenti, prima di partire per due anni e mezzo di corse per il vecchio continente, firmano una lettera di dimissioni dal servizio segreto israeliano in modo da non essere direttamente riconducibili a esso. E poi rincorrono le notizie che passa loro una rete di informatori che va da ambienti vicino alla banda Baader-Meinhof a mercenari che non si sa bene per chi lavorino e perché, come il parigino Le Group. Alla fine della missione, che si conclude con l’assassinio di nove terroristi (o presunti tali) ricorrendo ai sistemi più vari (dalle rivoltellate di calibro 22 a ingegnosi ordigni progettati per esplodere colpendo solo gli obiettivi e limitando le “vittime collaterali”, anche se non sempre ci si riesce), c’è qualcuno che ne esce – per coloro che ne escono vivi – allucinato. O consapevole.

È l’agente Avner, la sedicente gola profonda di Jonas, che gli racconta quanto fece con i suoi quattro colleghi. Senza voler redimersi né dimostrare pentimento per le eliminazioni a cui ha collaborato, Avner vuole che si sappia cos’è accaduto dietro le quinte della guerra fredda e dello scontro tra Israele e Palestina. Uno scontro che è andato ben oltre la guerra dei sei giorni o quella dello Yom Kippur. Una guerra caldissima che vedeva contrapposto un sentimento di conservazione reso ancora bruciante dalla recente Shoa a una difesa dei propri territori ben oltre le armi della diplomazia, della politica e del confronto tra stati. Chi ne esce vincitore, da questo conflitto, non si sa. Il terrorismo non si arresta così come non si arrestano gli scontri tra eserciti regolari. E a un certo punto, nel romanzo di Jonas, si legge:

Il fatto di essere richiamati in patria senza aver ultimato la missione, anche se nessuno li avrebbe rimproverati, significava un fallimento. Su questo erano tutti d’accordo: non ci fu bisogno di discuterne. Esser costretti a lasciare un incarico a metà, e soprattutto dover tornare senza aver beccato Salameh, per tutti loro equivaleva a una sconfitta. Non rientrava nelle tradizioni di Israele. Era preferibile la morte, o persino disobbedire a un preciso ordine di ripiegamento, anche se ciò sarebbe stato difficile se il Mossad tagliava loro i viveri […]. In seguito, Avner avrebbe ammesso che, almeno in questo senso, erano in tutto e per tutto fanatici come i mechablim [terroristi].

Breakshot: educazione di una canaglia versione XXI secolo

Standard

Breakshot: A Life in the 21st Century American MafiaIn cold blog, nelle cui pagine il true crime è l’argomento principe, ha pubblicato nei giorni scorsi un lungo post dedicato a un libro appena uscito per Phoenix Books: si tratta di Breakshot: A Life in the 21st Century American Mafia di Kenny Gallo (o Kenji, se si usa uno dei vari pseudonimi con cui è conosciuto, quello che gli deriva dalle sue origini asiatiche) e del giornalista investigativo di New Orleans Matthew Randazzo V. Il primo è un gangster, tale è stato per vent’anni riuscendo a sopravvivere a una vita di violenza iniziata in giovanissima età e di pseudonimo ne ha un altro: Breakshot, appunto. Tuttavia a chiamarlo così non sono i suoi complici, ma sono i federali che a lungo gli hanno dato la caccia. E di sé spiega:

Sono cresciuto a Irvine, in California, quando là c’erano pochi asiatici. Era uno dei posti più bianchi del pianeta, almeno dal punto di vista culturale se non razziale. La mia famiglia non ha colpa per la mia vita precedente: non ho subito abusi né sono stato trascinato sulla strada del crimine. Ero solo un ragazzo annoiato che è diventato un ragazzo cattivo che a sua volta à diventato un criminale cinico. In me esisteva un istinto predatorio. Irvine era conosciuta come la città più sicura al mondo, una sfida insomma a diventare un delinquente che vincesse la sua noia. Era una città che non permetteva, nei suoi piani urbanistici, a giovani tediati di inserirsi.

Così gli anni dell’adolescenza di Kenji si sono trasformati nella ricerca spasmodica di qualcosa di eccitante: dagli eccessi con un gruppo di amici sballati ai primi arresti per qualche furtarello fino alla scuola militare che – racconta – al posto della disciplina gli ha inculcato “un disprezzo patologico per l’autorità”. Quasi si trattasse di una nuova versione di Educazione di una canaglia di Edward Bunker, Kenny Gallo ricostruisce come si è avvicinato alla criminalità organizzata, di come quella gente gli ispirasse più sarcastiche battute che paura e di quanto non avesse problemi a superare in crudeltà gli psicopatici dei cartelli colombiani della droga.

È un assaggio, il post di In cold blog, di ciò che si trova nel libro. Ma un assaggio anche di un altro sito, The Breakshot Blog, che accompagna il volume e me aggiunge (e aggiorna) alcuni passaggi, come nel caso di Life with a wire.

L’Opus Dei diventa un gioco di società e provoca qualche irritazione

Standard

Opus-Dei: Existence After ReligionFederico “Edo” Granata segnala su Friendfeed un articolo e un gioco di società. L’articolo si intitola “Opus dei – l’esistenza dopo la religione”: il gioco da tavolo che fa arrabbiare la Chiesa di Stefano Marucci mentre il gioco è proprio l’originale Opus-Dei: Existence After Religion™:

Mark Rees-Andersen e Allan Schaufuss Laursen partono dal presupposto che è onere di chi crede, e non dell’ateo, provare che un dio esista o meno. E il loro gioco da tavola cerca di promuovere l’idea che il mondo sarebbe migliore senza un dio: “Opus Dei significa semplicemente ‘prodotto di Dio’, e quindi la nostra interpretazione di ‘Opus Dei – l’esistenza dopo la religione’ implica che un’esistenza senza religione potrebbe davvero essere il progetto di un Dio benevolo (se mai esistesse) poiché ogni religione organizzata ha interessi personali e metodi discutibili, e non sembrano essere in grado di aiutare lo sviluppo dell’umanità, quello che oseremmo chiamare evoluzione”. Insomma i filosofi (gli scienziati, i politici e gli inventori) sono i punti cardinali dell’umanità, e il gioco vuole rendere omaggio alle loro menti eccelse, che hanno sfidato i dogmi religiosi permettendo all’umanità di aprirsi al futuro.

Dalle sfere religiose non sembrano averla presa bene. Però le loro ritorsioni legali – finora poco efficaci – non avrebbero fatto altro che portare notorietà alla piccola casa di produzione del gioco (intanto si prosegue sui binario della violazione di marchi e magari sarà interessante vedere come andrà a finire). I fondatori, dal canto loro, vai a sapere se per autentica ingenuità o per malizia, avrebbero ammesso che, senza il film “Il codice Da Vinci” tratto dal romanzo di Dan Brown, manco avrebbero saputo dell’esistenza dell’Opus Dei: credevano fosse un’organizzazione partorita della mente dello scrittore statunitense, tanto sembrava a loro poco plausibile.

Addio a Oscar Marchisio, grande visionario della cultura italiana

Standard

Oscar MarchisioDavvero una pessima notizia. La notte scorsa, infatti, è morto Oscar Marchisio, una delle persone più attive e piene di vita che conoscessi. Al momento le notizie sono frammentarie, se ne può leggere qualcosa qui. Oscar l’avevo incontrato poco tempo fa: si parlava di un nuovo libro, dopo questo (di cui aveva scritto la prefazione e ancora prima avuto l’idea volendolo fortemente), si stava impostando l’idea di riprendere un suo romanzo, Meta-stanza. Memorie dal futuro, per scrivere a quattro mani un seguito, voleva mettere in piedi una web radio per riempirla di contenuti liberi che spaziassero dalla politica alla geografia politica, e continuava con i suoi progetti di cooperazione con l’Africa mediterranea. La sua casa editrice, Socialmente, era piccola, ma una vera perla per i temi che affrontava e per come li affrontava. Insomma, un’autentica perdita, quella di Oscar Marchisio, e ancor prima che intellettuale è una perdita umana per l’energia, la passione e la lungimiranza che sapeva trasmettere.

Dossier di Osservatorio Balcani a un anno dal conflitto Georgia-Russia

Standard

Un anno fa il conflitto tra Georgia e Russia. Osservatorio Balcani ripropone in un unico dossier servizi e reportage realizzati in quei giorni:

Il Caucaso dopo il 7 agosto: la crisi umanitaria, il nuovo scenario regionale e internazionale e il rischio di un confronto Russia-Stati Uniti. In questa sezione tutti i nostri articoli, interviste e analisi sul conflitto insieme alle traduzioni con il punto di vista della stampa della regione.

Riccardo Bocca: sangue e ipocrisia sulla strage di Bologna

Standard

Tutta un'altra strage di Riccardo BoccaRiccardo Bocca, autore del libro Tutta un’altra strage di cui si è parlato un annetto fa, sul 2 agosto 1980 qualcosa da dire ce l’ha. Nonostante sul suo blog, Gli antennati, parli poco di ciò che fa e più spesso intervenga con post graffianti su altre notizie, un paio di giorni fa ha preso la tastiera per dire la sua a proposito di sangue e ipocrisia sulla strage di Bologna scrivendo:

Un paio di anni fa ho scritto un libro sulla strage di Bologna.
Un mucchietto di pagine dove documentavo come Fioravanti e Mambro avessero costruito una realtà virtuale per discolparsi dalla celeberrima bomba.
Raccoglievo anche la testimonianza di una signora che ha riconosciuto, nelle foto indicate dagli investigatori, Francesca Mambro come la ragazza presente davanti alla stazione di Bologna il 2 agosto.
Eccetera eccetera.

Insomma: esce il libro e i programmucci mi vogliono in televisione.
Per buttarla in caciara, perché le polemiche piacciono, perché l’ufficio stampa fa il suo mestiere.

Poi passano i giorni, le settimane, un anno, due anni, e la televisione ogni due agosto è costretta a ricordare gli 85 morti.
Ma come lo fa?
Continuando a dire che bisogna trovare la verità.
Perché la verità non c’è, porca miseria, non c’è.

Faticosamente, molto faticosamente,
e raramente, invece,
si ricorda che cinque gradi di giudizio hanno costruito una sentenza credibile e scrupolosa (leggere per credere le 600 mila pagine di atti, miei cari pigroni).
Una fotografia che gronda sangue, e ancora sangue, e violenza infinita.

Quello che manca, piuttosto, sono i mandanti.
Cioè: non mancano: ci sono i mandanti.
Manca il dito per indicarli alla pubblica piazza.