2 agosto 1980: quando c’è certezza solo per le vittime

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Soccorsi del 2 agosto 1980Paolo Bolognesi, presidente dell’Associazione tra i familiari vittime della strage alla stazione, ha ragione quando dice che la certezza della pena esiste solo per chi un evento del genere l’ha subito. E non solo quando a ribadirla sono gli ambienti giudiziari. Di seguito, infatti, il passaggio pubblicato da Osservatorio sulla legalità a proposito dello sconcerto per sospensione pensioni alle vittime nel pezzo della sua presidentessa Rita Guma:

L’Osservatorio sulla legalità e sui diritti Onlus, che ogni anno ai primi di agosto ricorda le vittime della strage del 2 agosto 1980 alla stazione di Bologna, esprime sconcerto per la decisione dell’Inpdap di revocare con una circolare una sua precedente decisione “rendendo provvisorie le pensioni definitive erogate dal 2006” alle famiglie delle vittime della strage come stabiliva una legge che era stata votata dall’intero parlamento.

L’Osservatorio rappresenta anche indignazione per la decisione del governo di chiedere un parere al Consiglio di Stato per l’esatta interpretrazione della norma che prevede l’erogazione ai feriti con invalidità pari o superiore all’80%, della pensione pari all’ultimo stipendio percepito, con il chiaro intento di mettere in dubbio il diritto delle vittime di percepire l’indennita’.

L’Osservatorio esprime infine solidarietà all’associazione dei famigliari delle vittime ed al suo presidente, Paolo Bolognesi, per il fatto di dover subire – fra l’altro in prossimità della celebrazione in ricordo di quei fatti dolorosi – una scelta vergognosa per un Paese in cui si decidono tante spese inutili ed i cui i governanti fanno dichiarazioni roboanti in favore delle vittime nelle varie giornate del ricordo delle stragi.

Per quanto riguarda invece un’eventuale nuova indagine dopo le dichiarazioni di Ilich Ramírez Sánchez, noto con il nome di Carlos, su presunte responsabilità statunitensi e israeliane nella strage del 2 agosto 1980, Paolo ha ragione quando dice che:

La Procura – ha detto Bolognesi – fa solo il suo mestiere. Non siamo contrari alla riapertura del processo purché emergano nuovi elementi

Chi sostiene (anche pretestuosamente) a detrimento dei familiari delle vittime che si non vuole sentire una versione diversa rispetto a quella sancita in tribunale sbaglia o dice il falso: tutto ciò che chiedono le famiglie e i superstiti è che si dica qualcosa di fondato, suffragato dai fatti, e non buttato lì, soprattutto se per superficialità o per scopi politici. E infine, per chi volesse dare il proprio contributo al di là delle celebrazioni previste per il 2 agosto prossimo, c’è un concorso, un modo per ricordare una madre e una figlia, Angela e Maria Fresu, 24 e 3 anni, uccise da quella bomba.

Vosotros, The Years: musica libera per un pomeriggio duro

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Vosotros presents: The YearsNel tentativo di continuare a lavorare in un pomeriggio in cui occorre sopravvivere un po’ a tutto, ho trovato un album musicale che coadiuvasse la lotta. Si intitola The Years, è rilasciato con una licenza Creative Commons (dunque si può scaricare e riprodurre, nel caso specifico, per scopi non commerciali mantenendo la stessa licenza; oppure si può acquistare) ed è una raccolta di brani ispirata alle sonorità degli Anni Cinquanta con accenni di elettronica. L’etichetta che sta dietro a questo album si chiama Vosotros – il cui sito funziona un po’ anche da blog sul mondo della musica libera – e prende questo nome perché i due ideatori si sono conosciuti a lezione di spagnolo. Anche se la loro storia non è ancora lunga (nascono infatti come etichetta nel 2006), stanno poi sfruttando bene il mondo della rete per promuovere le proprio produzioni.

Una lunga intervista a John Gillilan, uno dei fondatori di Vosotros, è stata pubblicata sul blog di CreativeCommons.org. Infine un tour su altri lavori si può fare su Last.fm.

Censura preventiva: il caso di Victor Marchetti e del suo libro

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Cia - Culto e mistica del servizio segretoNei giorni scorsi mi hanno prestato questo libro, Cia – Culto e mistica del servizio segreto, volume pubblicato da Garzanti nel 1975 che proponeva in italiano l’originale The CIA and the Cult of Intelligence uscito l’anno precedente per le edizioni Alfred A. Knopf. Finora ho letto un terzo di questo libro, che risulta utile a capire meglio i retroscena di eventi come il golpe in Cile, la caduta di Mohammad Mossadeq in Iran, lo sbarco nella Baia dei Porci o gli interventi sub-politici in Indocina, Vietnam e Corea. Ma questo libro merita una nota prima della fine per la storia che precede la sua uscita.

Gli autori, Victor Marchetti e John D. Marks, sono degli insider dei servizi informazioni: il primo, esperto in materia di aiuti militari sovietici ai paesi del terzo mondo, è stato fino al 1969 nel team del direttore della Cia ricoprendo vari incarichi; il secondo invece fu prima consigliere civile per il programma di pacificazione in Vietnam e poi assegnato dal dipartimento di stato statunitense all’ufficio informazioni e ricerca. Quando all’inizio degli anni Settanta entrambi si sono congedati, ormai in rotta con i propri apparati di appartenenza, decidono (prima ognuno per sé usando anche la fiction, poi inizieranno a collaborare) di raccontare cosa significa lavorare come agenti dell’intelligence, conoscono il fenomeno della censura preventiva. Scrive in proposito Marchetti:

La Cia e il governo si sono battuti a lungo con grande decisione e con metodi non sempre corretti, prima per scoraggiare la stesura del libro, poi per impedirne la pubblicazione. Appellandosi a cavilli legali di ogni genere e agitando lo spettro di presunte violazioni alla “sicurezza nazionale”, le autorità sono riuscite a impormi limitazioni senza precedenti all’esercizio della libertà di parola […] ottenendo che la magistratura emettesse nei miei confronti un’incredibile “ingiunzione permanente”, che riconosce alla Cia il diritto di sottoporre preventivamente a censura qualsiasi cosa io scriva o dica, in forma espositiva, narrativa o di altro genere, sui servizi informazioni.

Di fatto Marchetti non ha intenzione di sottostare e si rivolge a Melvin Wulf, direttore legale dell’American Civil Liberties Union, che ingaggia una battaglia legale che porterà i vertici di Langley per tre volte davanti a un giudice. I risultati saranno alterni e alla fine non negativi: a fronte dei 339 tagli effettuati a questo libro in una prima fase, una corte passerà a comprovarne 168 e alla fine ne sopravviveranno solo 27: non altri – e non ulteriori – sono i passaggi “classificati” che non sarebbe il caso di divulgare. E commenta Wulf:
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Considerazioni su un operaio suicidato

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Barricata di Francesco De VincenziIncidente a Massa nelle prove in Ungheria, la foto sequenza e i soccorsi, la TAC è positiva. Massa sta bene. Vince Hamilton, Raikkonen secondo. Primo, Luca Disarò, suicidato impiccandosi il 22 luglio 2009. Per te non ci sono parole. “Manca l’aria. Manca un grido, manca un Dio” da Il ghetto, di Alberto Radius, 1977.

Tra questa merda che ci inonda la vita, dove le congiunzioni parademocratiche ci indicano la strada, ti abbiamo perduto di vista per un attimo. Noi, già dispersi ma ignari, credevamo averti al nostro fianco. Manca l’aria di quegli anni. Manca un grido di lotta. Dio c’è. Invece. Dio c’è sempre. A rakkogliere i nostri morti, la nostra morte. Non chiedere cosa faremo per te. Noi non faremo niente. La TAC è positiva. Non chiedere cosa diremo a tuo padre. Vince Hamilton. Per te non ci sono parole. Non chiedere come sopravviverà tua madre. Le porteremo la foto sequenza e i soccorsi. La tua korsa è terminata. Non chiederci dove andremo domani a lavorare.

Torneremo alla Chloride. Dove le Ronde chiedevano a te di andartene via. Dove le Ronde chiedevano a te quello che domani chiederanno a noi. Dove le Ronde pregano Dio. Dio non manca mai. Per te non ci sono parole. Questa è una situazione che non possiamo combattere. Dio è forte. Loro sono figli di Dio. Figli di puttana. Ma se un giorno troveremo barrikate davanti ai nostri kancelli, sapremo che Dio è morto. Allora combatteremo ad armi pari. Allora sì. Allora sì, che faremo qualcosa per te. E non sarai più il ragazzo che si è suicidato. Allora sì che faremo qualcosa per tutti quelli come te. Taglieremo forse in ritardo la corda che ti ha ucciso. Ma la taglieremo.

Torneremo ancora alla Chloride. Ma sarà solo per combattere una battaglia. Faremo qualcosa per te. Io non andrò da tuo padre. Non andrò da tua madre. Ma andrò a combattere ciò che avrei dovuto fare prima della tua morte. Noi tutti dovremo andare nelle piazze a chiederti perdono. Io non andrò da tuo padre. Non potrei guardarlo. E non inseguirò la mia colpa cercando tua madre. Perché avrò vergogna. Voglio dirtelo. Queste cose devo dirtele. Ma tu dovrai dirmi che mi hai perdonato. E solo così potrò vincere il loro Dio. Non andrò nella tua casa. Io forse non arriverò mai primo. Forse non vincerò mai. Forse non avrò mai soccorsi e fotosequenze. Ma forse mi ricorderai, quando avrò tra le mani quella corsa che avresti dovuto correre insieme a me. Ma non potrò mai andare nella tua casa. In questo maledetto paese, dove i padri seppelliscono i figli.

Botte e risposte in giro per la rete

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Mi servivano alcune informazioni, oggi, e finisco, come spesso accade, su una pagina di Wikipedia: è quella che dovrebbe dirmi chi è, almeno a grandi linee, Gaetano Saya (quello delle ronde, per intendersi, anche se lui le chiama in altro modo). Ma anche se non c’è alcuna informazione biografica né professionale né politica, un testo che comunque consente di farsi un’idea di chi sia la persona, c’è comunque. Infatti si trova scritto:

Attenzione: questa pagina è stata oscurata e bloccata a scopo cautelativo a seguito di minaccia di azioni legali contro i redattori della voce e/o Wikimedia. Verrà eventualmente ripristinata alla fine della vicenda che la riguarda.

Forse non sa chi ha avanzato già da un po’ “minacce di azioni legali” che, laddove ravvisasse imprecisioni, errori o distorsioni, può iscriversi a Wikipedia e correggere. Così come lo può fare un qualunque altro utente.

Infine una segnalazione: sulla scia di recenti dichiarazioni istituzionali, nasce il sito Non sono un santo dove trovano spazio non solo le parole dell’ormai ex unto dal Signore, ma anche quello di altri personaggi. Da ricaricare la pagina del sito per leggere le varie affermazioni riportate.

C’erano bei cani ma molto seri, la storia di Giovanni Spampinato

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C'erano bei cani ma molto seriGiovanni Spampinato, quando venne assassinato, il 27 ottobre 1972, non aveva ancora venticinque anni, ma il giornalista per L’Ora di Palermo lo faceva già da un po’ e in quel periodo stava seguendo due storie: la prima riguardava Angelo Tumino, un imprenditore ammazzato qualche mese prima, e la seconda si focalizzava sull’eversione nera in Sicilia. A un certo punto le due storie iniziarono ad avere i primi punti di contatto e si fusero arrivando a comprendere mafia e istituzioni. Poco più di un mese fa, è uscito per la casa editrice Ponte delle Grazie il libro C’erano bei cani ma molto seri, scritto dal fratello di Giovanni, Alberto Spampinato, che ripercorre sia dal punto di vista personale che professionale la vita del cronista ucciso:

“C’era un campo di girasoli, e mangiavamo i semi ancora verdi. C’erano le mucche, e la sera facevano la ricotta… Il padrone di casa, o un suo figlio, era cacciatore. C’erano bei cani, ma molto seri. Un giorno legarono un cane in cortile, e stette lì forse per due giorni. Il cane ululava, si lamentava, era straziante. Ci dissero di non avvicinarci, aveva la rabbia. Poi lo abbatterono a fucilate. Ricordo l’odore della terra bagnata dagli acquazzoni estivi. Quell’odore mi inebriava”. Così, ricordando la propria infanzia, scriveva nel 1971 il giovane giornalista ragusano Giovanni Spampinato, in una tragica e involontaria profezia: fu ucciso poco tempo dopo in circostanze ancora non chiarite. Come corrispondente dell'”Ora” di Palermo indagava su un omicidio e aveva cominciato a rivelare un perverso intreccio fra mafia, eversione nera e servizi segreti. Il fratello minore Alberto, anche lui giornalista, affida oggi a queste pagine un toccante e inquieto ritratto della sua famiglia di origine e un’inchiesta sulle vere cause della morte di Giovanni; ma al contempo vi raccoglie un’indagine personale e profonda sulla storia culturale e sociale della sua terra, la Sicilia, e del nostro Paese: dalla seconda guerra mondiale all’impegno del padre per l’ideale comunista, dal regno incontrastato della cultura contadina alle nuove stagioni dell’industrializzazione e della contestazione, fino all’emergere dei poteri oscuri della reazione e della criminalità.

Una lunga recensione del libro è stata pubblicata da AprileOnline con il titolo di Alle volte le inchieste giornalistiche possono uccidere. Un articolo che tocca i vari punti narrati da Alberto Spampinato: dall’omicidio dell’imprenditore siciliano alla comparsa sullo scenario di Stefano delle Chiaie. Ma a proposito di suo fratello, dice a Leo Sansone, autore della recensione:

Io avrei dovuto fare l’ingegnere, ma dopo l’omicidio di mio fratello rimasi scosso. Lasciai gli studi di ingegneria e decisi di fare il giornalista per continuare il suo lavoro […]. Sento il bisogno di parlare della morte di mio fratello con la stessa forza con cui, fino a qualche tempo fa, non riuscivo assolutamente a parlarne.

Quando la crisi cambia le rotte delle migrazioni

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La crisi, i migranti e vecchie rotte verso il continente americano. Questa storia la racconta Sara Chiodaroli su Peacereporter. Le carrette dell’oceano atlantico puntano sia a nord che a sud e i viaggi – che si interrompono e che vengono pagati dai 2.500 ai 7 mila dollari – generano bilanci drammatici.

Dal mese di marzo a oggi sono state intercettate cinque imbarcazioni che portavano a bordo migranti provenienti da Eritrea, Etiopia, Ghana, Somalia, Nigeria, Cina, Bangladesh e Nepal, successivamente messi in stato di detenzione in attesa di rimpatrio o di richiesta di asilo. Il 13 marzo cinquanta migranti sono stati soccorsi dal Servizio Marittimo al largo delle coste del Nicaragua, dopo essere stati abbandonati in alto mare dai ‘coyotes’ colombiani che li avevano condotti a bordo di un peschereccio salpato dalle coste della Colombia, promettendo di lasciarli in Honduras. Tuttavia il viaggio via mare era cominciato ben quaranta giorni prima, dalle coste africane, dopo aver pagato circa 2.500 dollari ai trafficanti locali. Secondo i dati statistici della Direzione Generale per l’Immigrazione del Nicaragua, negli ultimi quattro anni erano stati rimpatriati dal paese centro americano solo nove cittadini di origine africana; questo sbarco ha rappresento quindi un evento straordinario, considerando anche le difficoltà diplomatiche con i rispettivi consolati, per lo più assenti sul territorio nicaraguense per disporre le operazioni di rimpatrio.

E questa è solo una delle storie raccontate nel reportage di Sara Chiodaroli.

Una risata è l’arma segreta di Stalin: il diorama di Terminator

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Laughter is Stalin’s Secret WeaponSconfiggere l’esercito nazista costruendo un soldato-macchina come Terminator. Se l’è immaginato un modellista russo che ha calato la fantascientifica arma protagonista del film di James Cameron in un contesto inusuale. E dall’immaginazione è passato ai fatti costruendo un diorama: l’ambientazione è quella di un campo militare dell’Armata Rossa, l’arco temporale quello dell’invasione dell’Unione Sovietica e Neatorama, che riporta il link alle immagini riprendendolo da Metafilter, dice che il lavoro si chiama “Laughter is Stalin’s Secret Weapon” (la pagina in cui sono pubblicate le fotografie del diorama è scritta in cirillico). Un lavoro davvero ben divertente e curato nei particolari: dalle uniformi ai dettagli, come il cibo dei soldati sul tavolo e gli attrezzi usati per costruire il terminator contro Hitler.