Beppe Lopez: “La scordanza”, storia a cavallo di tre decenni

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La scordanzaUn anno fa circa Beppe Lopez era uscito con un libro che aveva fatto parlare di sé non poco, La casta dei giornali. In questi giorni esce invece il suo nuovo lavoro, La scordanza. Questa volta si tratta di un corposo romanzo, è ambientato a cavallo di tre decenni fondamentali ed è giocato tra la Puglia e Roma. Più ne dettaglio:

Niudd’ vive lo spartiacque della fine degli anni Settanta – simboleggiato dall’assassinio di Moro – come una brutale, indebita, devastante interruzione di un “processo di democratizzazione” nel quale si era totalmente identificato. Doppiamente sconfitto e ferito – dal crollo del suo mondo di valori e di rapporti, e da una tragedia personale, la più grande che possa capitare a un uomo, che non vuole accettare – Niudd’ torna nel 2000 nella sua città, a sopravvivere proprio nella casa in cui era vissuto da ragazzo, in attesa e con la convinzione di poter rivedere sua figlia. Il romanzo è diviso nettamente in due parti. Nella prima, «Andata», quella dell’emancipazione, della speranza, delle utopie e infine della “liberazione”, Niudd’ ricostruisce la sua storia famigliare e personale. Nella seconda parte, «Ritorno», quella della delusione, della sconfitta e del dolore, prevale un registro più “ragionante”, insieme più toccante e ossessivamente ideologico. Qui Niudd’ fa i conti col proprio passato e col proprio insostenibile, inammissibile presente: l’assenza di sua figlia Saverin’, dell’unica ragione di vita che gli è rimasta su questa terra. Almeno così crede…

Jasmina Tesanovic: nazione, nazionalità e nazionalismo nei Balcani

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Si intitola Three halves ed è l’intervento che Jasmina Tesanovic (qui il suo blog, in serbo) ha tenuto poco tempo fa alla LIFT Asia Conference. L’ha pubblicato Luigi Milani sul suo blog, False Percezioni, un lungo racconto (in inglese, questa volta) sul concetto di nazionalità, nazione e nazionalismo nella ex Jugoslavia e in particolare in Serbia. E scrive l’autrice e attivista belgradese:

The bigger entity of whatever nationality always battered the smaller entity of whatever identity. The majority would always bully and oppress the minority, no matter who the minority was. That smaller entity would batter the yet smaller entity within different identity inside it’s own territorial claims. Somebody was always in a minority, so somebody was always being victimized. Nobody ever felt whole and safe in the Balkans — there was always some leftover part, a third half, that was being painfully crushed. So war crimes were committed. The biggest crimes were committed by the biggest group, because the biggest groups had the best resources. If there had been more guns and money in the war, there would have been more crimes, but Yugoslavia was not rich and the war exhausted it and destroyed its wealth. Now the globalization of Balkanization is happening on vast scale.

Copyleft Festival: ospite Licio Gelli (ma per fantasia e a fumetti)

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KaizenologyAncora a proposito del Copyleft Festival, è stato messo online il racconto scritto dall’ensemble narrativo Kai Zen intitolato Notturno Villa Wanda (qui il pdf del testo rilasciato con licenza Creative Commons). Villa Wanda, come si sa, è l’abitazione di Licio Gelli, venerabile maestro della P2, e qui vennero ritrovati gli elenchi degli iscritti alla loggia. Va precisato però che il racconto di Kaizen è frutto di fantasia, anche se il personaggio di Licio Gelli è più che reale, e dalle parole passerà ai fumetti attraverso l’intervento dei disegnatori Scuola Internazionale di Comics.

Sempre dalle penne digitali degli autori del romanzo La strategia dell’Ariete, inoltre, da segnalare sul blog Kaizenology, il post S.I.A.E ◊ M.A.F.I.A in cui ne raccontano un altro, di episodio. Questo però è reale non solo nei personaggi, ma anche negli eventi:

La SIAE ci chiede il pizzo. Il comune di Negrar (VR) deve sborsare ben 300 euro per aver portato in scena (gratuitamente) lo spettacolo della Compagnia Fantasma “I Sentieri di Seth” tratto dal nostro libro La strategia dell’Ariete. Due funzionari SIAE […] hanno assistito alla pièce per poi palesarsi con tanto di distintivo per “difendere” gli interessi degli autori, cioè noi. Noi eravamo presenti. Abbiamo sottolineato che la licenza creative commons di cui ci avvaliamo consente a chiunque di riprodurre, modificare ecc. ecc. (senza scopo di lucro) la nostra opera. Ora, a qualche mese di distanza, la SIAE multa il comune perché dice che La strategia dell’Ariete non è in creative commons e che noi andiamo protetti. Insomma pretendono il pizzo sulle nostre produzioni, che da sempre sono libere di circolare.

Le idee e chi le possiede: un dibattito radiofonico

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Who Owns IdeasChi possiede le idee? Sull’interrogativo discutono gli scrittori Eric Flint e Cory Doctorow, il musicista Steven Page e i docenti universitari James Boyle, Siva Vaidhyanathan, Jane Ginsburg e Michael Geist ai microfoni canadesi della CBS (qui l’mp3 della trasmissione). Questi i punti di partenza della discussione:

The challenges to intellectual property rights have expanded as well. While in the past the tools of copyright infringement were industrial – printing presses or record-pressing facilities, today they’re available on every desktop. Writing, music, movies, television, indeed every form of communication and expression can be digitized, and perfect copies distributed without limit. As a result the digital revolution has been perceived as a nightmare to the owners of creative property.

This might seem to clearly justify an expansion of IP law and its enforcement, but many critics of the direction IP law has taken disagree. They suggest that the opportunities that digital technologies present, and the abilities they give to ordinary people to make use of cultural material creatively is too valuable to be sacrificed.

Per ciò che riguarda l’Italia in argomento, invece, il prossimo week end ad Arezzo sarà di scena il Copyleft Festival.

Un appello a sostegno di Carlo Ruta e di AccadeInSicilia

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Io sostengo Carlo RutaRiprendo dal blog di Bernardo Parrella il post intitolato Liberi di comunicare… o forse no? che rilancia un’iniziativa di Giornalismi.info:

Un appello per “impedire che si consumi in Italia il rogo della libera espressione” è stato lanciato, in una lettera aperta, da Carlo Ruta, lo storico condannato da un tribunale siciliano per il reato di stampa clandestina per l’attività del suo blog AccadeInSicilia, oscurato dal Tribunale di Modica l’8 maggio scorso. Ruta sollecita la mobilitazione generale perché è in gioco “la democrazia, nella sua frontiera più avanzata e aperta, rappresentata dalla libera espressione in rete, dalla comunicazione che irrompe e prorompe in senso orizzontale, che rende i cittadini protagonisti in modo nuovo”. Le motivazioni della sentenza, recentemente depositate, confermano l’allarme: lo storico è stato condannato “per avere intrapreso la pubblicazione del giornale di informazione civile denominato ‘Accade in Sicilia’ e diffuso sul sito internet www.accadeinsicilia.net senza che fosse stata eseguita la registrazione presso la cancelleria del Tribunale di Modica, competente per territorio”. Non mancano certo le reazioni indignate, mentre emerge un quadro ben più grave – lo rivela uno stralcio del comunicato diffuso in questi giorni: “Tale fatto giudiziario viene da un contesto difficile. Come testimoniano numerosi eventi, alcuni poteri forti della Sicilia, sottoposti a critica, stanno facendo il possibile per far tacere Carlo Ruta, reo solo di credere nel proprio lavoro di ricerca e documentazione. Basti dire che solo negli ultimi mesi sono state inflitte allo storico ben quattro condanne, a pene pecuniarie e risarcimenti ingentissimi, per complessivi 97 mila euro, presso tre tribunali della regione”.

Body art: “Quando ero piccola mi mangiavo le formiche”

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È uno dei tatuaggi di Alice Banfi, che non disegna solo sul suo corpo. Un personaggio da scoprire, oltre che un’ottima scrittrice, che di sé dice:

Quando ero piccola mi mangiavo le formiche. Ho sempre in borsa le bolle di sapone: primo perché sono belle secondo ma non meno importante, perché se mi dovessero legare ad un letto sono molto utili, spalmandosele sulle caviglie e talloni, il piede esce abbastanza facilmente dalla fascetta di contenzione.

“Shooting War”: fumetti di guerra in un libro e online

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Shooting WarEra nato come un fumetto per il web ed è finito per guadagnarsi una nomination all’Eisner Award. Si chiama Shooting War che è diventato un libro a fumetti pubblicato dalla Grand Central Publishing. La vicenda, scritta e illustrata da Anthony Lappé e Dan Goldman, è ambientata nel 2011 quando la guerra al terrore è sfuggita al controllo, l’economia statunitense è precipitata in un baratro e il presidente americano è farmaco-dipendente. Un videoblogger, Jimmy Burns, casualmente riprende un attacco suicida contro lo Starbucks di Brooklyn e un’emittente televisiva (Global News, “Your home for 24-hour terror coverage”) lo trasforma in una star. Il libro si compone di 192 pagine a colori con la storia a cui si aggiungono pagine aggiuntive con materiale che riguarda l’ideazione e la realizzazione della storia. Inoltre online si possono trovare i capitoli del libro (ne sono stati pubblicati dieci al momento).

La storia di Alceste Campanile – Seconda parte

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Alceste CampanileSuddivisa in due post, la storia di Alceste Campanile (qui la prima parte) è andata incrociandosi a quella di Carlo Saronio su cui si basa il prossimo libro in uscita a novembre, “Pentiti di niente” (più avanti ulteriori informazioni, al momento si è ancora in fase di impaginazione). Tangenziale alla vicenda dell’ingegnere milanese sequestrato a Milano nel 1975, vi si intreccia a causa delle parole di sedicenti collaboratori di giustizia, ma si scoprirà – almeno questo – che la fine del militante di Lotta Continua di Reggio Emilia con il caso Saronio davvero non c’entrava nulla.

Per avanzare nella ricostruzione dell’omicidio si devono anche ripercorrere le ultime ore di vita del ragazzo. Il giorno in cui Alceste muore era stato a Bologna dove doveva dare un esame, inglese, che supera brillantemente con il massimo dei voti. Una volta che il trenta viene trascritto sul libretto universitario, va alla stazione del capoluogo e prende un treno per tornare a Reggio Emilia, dove arriva intorno alle 17, e rientra a casa. Poco dopo le nove e mezza esce di nuovo. “Vado a fare un giro”, dice ai genitori, e diversi testimoni affermano di averlo visto intorno alle 22 in piazza Camillo Prampolini. Quella sera infatti si sono radunati alcuni ragazzi che si mettono a suonare e a cantare. Alceste gironzola, saluta, scherza, si ferma a chiacchierare con qualcuno e finisce per dare appuntamento a un gruppo di amici per mezzanotte: si vedranno allo Ziloc, un locale nel quale ogni tanto tiravano tardi. Ma sui movimenti del giovane c’è anche chi racconta un’altra storia: quella sera non era a Reggio, ma a Sant’Ilario, nei pressi di una pizzeria, e con lui c’erano persone sconosciute.
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“Questa corte condanna”: Spartacus, il processo ai casalesi

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Questa corte condannaPrima vennero Gomorra e il suo autore, Roberto Saviano, a concentrare l’attenzione del paese sul clan dei casalesi e sul processo Spartacus. Ora il più importante procedimento contro la camorra – e il secondo per rilevanza contro la criminalità organizzata dopo il maxi processo di Palermo del 1986-1987 – diventa un libro: la Regione Campania, infatti, investe bene il suo denaro questa volta e sostiene la pubblicazione del volume Questa corte condanna curato dai giornalisti Marcello Anselmo e Maurizio Bracci.

I quali prendono le tremilacinquecento pagine della sentenza di primo grado – confermata in appello – e la trasformano in una cronaca che entra nel dettaglio e spiega i meccanismi delle infiltrazioni camorristiche nell’economia legale, traccia profili dei capi cosca, illustra i capi di imputazione e ripercorre le strade seguite di magistrati che hanno lavorato al caso. Come Raffaello Magi, il giudice che ha scritto le motivazioni della sentenza e la cui intervista apre il volume. Il tutto passa attraverso stralci di interrogatori, intercettazioni e documenti originali che trasformano un dibattimento che era percepito – quando era percepito – come lontano e marginale. E non un momento nodale della lotta contro le mafie.
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“L’Italia chiamò”: quattro storie di uranio impoverito

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Malgrado l’inconsistenza di ciò che ha formulato nel marzo scorso la commissione parlamentare d’inchiesta sull’uranio impoverito non arrivando a concludere niente che potesse far capire come mai tanti militari inviati all’estero si sono ammalati, c’è chi non resta in silenzio. Tra questi ci sono Matteo Scanni, Leonardo Brogioni, Angelo Miotto, i tre autori di un documentario che si intitola L’Italia chiamò. La sinossi del film racconta che:

Quattro militari italiani che hanno partecipato alle missioni di pace in Bosnia, Kosovo e Iraq cercano un difficile ritorno alla vita dopo essersi ammalati di tumore dormendo nelle caserme bombardate con proiettili all’uranio impoverito. Luca, Emerico, Angelo, Salvatore: quattro storie di solitudine e dignità, intrecciate in un destino che accomuna 2500 soldati colpiti dalla Sindrome dei Balcani, un male che ha già ucciso 164 giovani partiti per servire la divisa. Diario intimo di una generazione che rischia l’estinzione.

Il documentario sarà presentato il prossimo 8 settembre a Bologna (qui la locandina) e interveranno gli autori che dicono:

Sono migliaia. Contaminati, malati, alcuni già morti. Giovani militari, in divisa. Chi per passione, chi per necessità economica, mandati a combattere senza le necessarie precauzioni, anche se ministri e generali conoscevano i rischi. Il nemico invisibile è la radiazione, la polvere sprigionata dai proiettili all’uranio impoverito, caduti a pioggia su Bosnia, Kosovo, Irak. O esplosi nei poligoni di tiro italiani.