Alceste CampanileSuddivisa in due post, la storia di Alceste Campanile è andata incrociandosi a quella di Carlo Saronio su cui si basa il prossimo libro in uscita a novembre, “Pentiti di niente” (più avanti ulteriori informazioni, al momento si è ancora in fase di impaginazione). Tangenziale alla vicenda dell’ingegnere milanese sequestrato a Milano nel 1975, vi si intreccia a causa delle parole di sedicenti collaboratori di giustizia, ma si scoprirà – almeno questo – che la fine del militante di Lotta Continua di Reggio Emilia con il caso Saronio davvero non c’entrava nulla.

L’omicidio di Alceste Campanile, avvenuto il 12 giugno 1975, è rimasto per quasi venticinque anni un mistero che a un certo punto si è innestato sul caso del sequestro e dell’assassinio di Carlo Saronio. Oggi è un mistero che, a meno di risultanze processuali che cambino le carte in tavola in appello e in cassazione, sembra essere stato chiarito e non c’entrare nulla con la sorte dell’ingegnere milanese. Anche se sulla vicenda specifica rimangono dubbi. Dubbi sulla matrice dell’omicidio: per la giustizia, frutto di un litigio improvviso con un reo confesso che se n’è addossato la responsabilità; per la famiglia, che sottolinea una serie di lacune nell’indagine, originato e consumatosi negli ambienti dell’estrema sinistra reggiana.

Ma come accade che i due casi a un certo punto si incrocino? Per capirlo occorre ripercorrere la vicenda dall’inizio. Siamo nel cuore dell’Emilia Romagna, provincia di Reggio, sono le undici di sera, l’estate è ormai incombente, e una coppia sta percorrendo in auto la strada provinciale che da Montecchio porta a Sant’Ilario. Lei a un certo punto chiede al marito di fermarsi, non si sente bene e meglio che scenda e faccia quattro passi. Ma appena la donna mette piede nel campo a lato della carreggiata, si imbatte in una specie di fagotto: è il corpo di un uomo, un giovane, che giace supino ed è sdraiato sopra il braccio destro ritorto dietro la schiena. Sopra la camicia indossa un giubbotto di tela leggera e su di esso è chiaramente visibile una macchia di sangue provocata da un proiettile che gli si è piantato in un polmone. Porta anche un paio di occhiali da sole che si sono spostati sulla fronte: sotto di essi c’è un secondo foro, largo, un foro d’uscita perché qualcuno gli ha sparato alla nuca.

Addosso al corpo non viene trovato alcun documento che aiuti a identificarlo e così, una volta che sono stati compiuti i primi accertamenti sul posto, viene portato all’obitorio di Montecchio, dove il giorno dopo verrà riconosciuto: è Alceste Campanile, nato a Reggio Emilia il 21 luglio 1953, studente universitario a Bologna, ed è il figlio maggiore di Vittorio e Lucrezia Fazio. Suo fratello, Domenico, ma più conosciuto con il diminutivo di Mimmo, ha un anno meno di lui.

Alceste in città è noto per essere estroverso, avere un sacco di amici e, grazie al suo bell’aspetto, uno stuolo di ragazze che spasimano per lui. Ma è noto anche come attivista politico: da qualche anno infatti è entrato nelle fila di Lotta Continua ed è diventato il leader del Circolo Ottobre a cui fanno capo organizzazioni culturali che ruotano nell’orbita di Lc. Le modalità della sua morte, che sembrano richiamare un’esecuzione a sangue freddo (il giovane non aveva ferite da difesa né aveva tentato di reagire ai suoi aggressori) vengono subito messe in relazione alla sua militanza. L’omicidio assume così i connotati politici e ad avvalorarle ci sarebbero due contingenze che vengono immediatamente prese in considerazione dagli investigatori.

Innanzitutto la tornata elettorale per il rinnovo delle amministrazioni locali in molte città italiane, Reggio Emilia compresa: si voterà infatti la domenica successiva, il 15 giugno. In secondo luogo, Alceste muore proprio a metà di quel 1975, anno in cui si sta compiendo – laddove non era ancora accaduto – il passaggio alla fase più violenta degli anni di piombo. Dunque per i militanti della sinistra più o meno estrema questi fatti devono essere per forza collegati tra loro. Tanto che ai funerali del giovane, fissati per sabato 14 giugno, i comitati antifascisti si danno appuntamento da tutta Italia a Reggio Emilia: rendere l’estremo saluto al ragazzo significa ribadire il proprio impegno di lotta contro il neofascismo e l’eversione.

A dare poi maggior consistenza alla pista nera – quella che sarà ribattezzata la “prima pista nera” – c’è anche una rivendicazione. Cinque giorni dopo l’omicidio, il 17 giugno, viene infatti diffuso un volantino che porta la firma di Legione Europa. È una sigla di estrema destra di relativamente recente costituzione che aveva già firmato un paio di attentati tra la Lombardia e la Toscana. Il più grave è quello che avviene il 13 gennaio 1975: un ordigno esplosivo viene piazzato nel seminterrato del palazzo di giustizia di Milano, ma quando scoppia nessuno rimane ferito pur essendo ingenti i danni che la detonazione provoca.

Ma c’era già stato un precedente volantino che attaccava politicamente il giovane di Reggio Emilia: il Fronte della Gioventù aveva infatti diffuso nel febbraio 1975 un testo che si intitolava “Da «fascista» a comunista – viltà o convenienza”1 e che recitava testualmente: “Attenti compagni! Chi ha tradito una volta può tradire ancora! Il motto di queste banderuole è uno solo: «W l’aria che tira». Questa è la scheda di iscrizione alla «Giovane Italia» di Alceste Campanile”. Una campagna d’odio premeditata, per gli antifascisti, contro il ragazzo che effettivamente un passato nelle file giovanili del Movimento Sociale Italiano ce l’aveva avuto: nel 1968, a quindici anni, si era tesserato, ma l’esperienza era durata un mese e Alceste, una volta uscitone, si era progressivamente avvicinato agli ambienti politicamente contrapposti. Del resto, provenendo da una famiglia ostile alla sinistra e iscritto a un liceo reggiano, lo scientifico Spallanzani, in quel periodo frequentato da giovanissimi simpatizzanti per formazioni conservatrici se non dichiaratamente reazionarie, non doveva destare particolare sorpresa questa prima e limitatissima esperienza politica di Alceste.

Le indagini sulla rivendicazione di Legione Europa portano a un militante di Parma, Donatello Ballabeni, che viene fermato il 18 giugno. Ballabeni è uno già noto all’ufficio politico della questura emiliana perché il suo nome era già saltato fuori in un’altra inchiesta per l’omicidio di ragazzo della sinistra extraparlamentare: era il 25 agosto 1972 e Mario Lupi venne aggredito da un gruppo di neofascisti e ammazzato a coltellate. Ad acquistare le armi utilizzate in quell’occasione – si stabilì – era stato proprio Ballabeni. Per il caso Campanile, oltre a lui, vengono fermati anche altri due camerati, Roberto Occhi e Bruno Spotti. Ma per il giudice istruttore, Giancarlo Tarquini, le dichiarazioni rese dai tre non sono convincenti e anzi fanno pensare che con l’omicidio di Alceste Campanile non c’entrino nulla. La rivendicazione la avrebbero scritta infatti per millantare in preda a una sorta di mitomania e per loro le accuse sono solo di apologia di reato.

Giunti al settembre 1975 però accade qualcosa di nuovo: Vittorio Campanile, il padre del militante di Lotta Continua, decide di prendere parte attiva nell’accertamento della verità sulla morte del figlio. La sua prima azione è un manifesto che fa stampare a spese proprie e che diffonde: su di esso sono riportati solo i nomi di battesimo di coloro che ritiene essere gli assassini del ragazzo, suoi amici, compagni di Lotta Continua o di altre organizzazioni di estrema sinistra. E si apre un’indagine – questa volta ribattezzata dalla stampa la “prima pista rossa” – ma i carabinieri, che a lungo scandaglieranno gli ambienti che Alceste frequentava, cercando di far emergere nemici, motivi di tensione, proposito di vendetta, non trovano nulla. Anche questa, come la prima pista nera, è un vicolo cieco.

Ancora una volta occorre ripartire da zero e per farlo si decide di riprendere dalle modalità dell’omicidio. Due colpi, si diceva, uno alla testa, sparato alle spalle con traiettoria dell’alto verso il basso, e uno al torace, esploso da qualcuno che stava di fronte alla vittima. Già da questi elementi si ipotizza che a sparare potrebbero essere state due persone: la prima che fa inginocchiare il ragazzo, lo tiene fermo torcendogli li braccio destro dietro la schiena e a distanza ravvicinata gli esplode contro il primo colpo, ritrovato conficcato nel suolo a un paio di metri dal corpo. La ricostruzione combacia con le macchie di terreno ed erba che ci sono sui suoi pantaloni. Il secondo è probabile invece che fosse partito quando Alceste era già crollato: entrato da davanti, il proiettile sarà rinvenuto sotto la schiena del giovane. Va aggiunto che il secondo colpo non era necessario: il ragazzo muore già con il primo, fulminato da quello sparo che gli devasta il cervello.

A far pensare agli investigatori che quella sera con Alceste Campanile fossero in due c’è anche un altro elemento. Entrambi i proiettili sono di calibro 7.65 ma mentre uno è ancora intonso il secondo è deformato. Forse è stato deformato da un sasso che lo ha deviato, ma le perizie balistiche stabiliscono che parte del suo stato deriva da una pistola diversa dalla prima.