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Xaaraan – Il blog di Antonella Beccaria

Non credo nelle otto del mattino. Però esistono. Le otto del mattino
sono l'incontrovertibile prova della presenza del male nel mondo
Gli ultimi giorni, Andrew Masterson


Archiviato per ‘liberta’ di cultura’ Categoria

Reporter Senza Frontiere

Contro i bavagli e gli stop imposti all’informazione online laddove i lacci digitali di chi sta al potere sono stringenti, Reporter Senza Frontiere lancia un’iniziativa di mirror per siti a rischio o gli sotto boicottaggio:

Per far sì che i siti d’informazione indipendenti oggetto di cyber-attacchi e blocchi governativi possano continuare a pubblicare le informazioni online, Reporter senza frontiere ha lanciato una nuova iniziativa e ha dato inizio alla duplicazione dei siti, creando dei siti speculari (mirror sites) a quelli originali. I primi siti duplicati sono quelli della rivista ceca Dosh e del quotidiano dello Sri Lanka Lanka e-news. Rsf lancia inoltre un appello agli utenti di Internet di tutto il mondo, affinché si mostrino solidali con questa iniziativa e si moltiplichino le duplicazioni dei siti interessati.

Se un cyber-attacco dovesse rendere nuovamente inaccessibile Doshdu.ru, ad esempio com’è successo lo scorso dicembre durante le elezioni parlamentari in Russia, gli utenti delle Rete saranno in grado di accedere ad una copia identica del sito, creata da Reporter senza frontiere: http://dosh.rsf.org. Questo sito specchio sarà regolarmente e automaticamente aggiornato.

I siti specchio (mirror sites, in inglese) possono anche essere utilizzati per eludere i blocchi governativi. Per esempio, il sito srilankese http://lankaenews.com, nello Sri Lanka è bloccato dall’ottobre 2011 (attraverso il blocco del dominio del sito o dell’indirizzo IP del server ospitante), ma gli utenti Internet nello Sri Lanka saranno in grado di accedere al sito specchio http://lankaenews.rsf.org, ospitato su un altro server e con un altro dominio.

Istruzioni per supportare l’iniziativa sono pubblicate qui e qui invece la versione dell’appello in inglese.

Valerio, non un nome su una via ma su tutte le piazze e su tutte le vie

Dal 1980 al 2011. È la mostra dei manifesti che, nel corso degli anni, sono stati realizzati per ricordare la morte di Valerio Verbano, militante di sinistra ucciso a Roma il 22 febbraio 1980. Si intitola Valerio, non un nome su una via ma su tutte le piazze e su tutte le vie, è stata curata da Marco Capoccetti Boccia, Paolo Ciccarelli e Alessandro Pullara mentre la riproduzione fotografica dei manifesti è opera di Cecilia Fabiano. Le immagini sono copyleft. Scrivono gli autori della mostra e della sua trasposizione su web:

Anni mancanti: 1989, 1991, 1994, 1996, 2004. Se qualcuna-o possiede una copia di questi manifesti è pregato di contattarci, grazie. Email: spazialtri[at]autoproduzioni.net

Il manifesto riportato in alto risale a sabato 22 febbraio 1986 e si trova presso il presso il centro di documentazione anarchica della libreria Anomalia di Roma.

Abandoned eternit factory - Foto di Lars K. ChristensenDodici morti di cancro perché venuti a contatto con sostanze tumorali nella raffineria degli scandali sui petroli. È quello che si vuole dimostrare alla ex Sarom di Ravenna e se già un censimento di malati e deceduti è in corso, servono altri dati. E forse neanche gli operatori dell’Aea, l’Associazione esposti amianto e rischi per la salute, se l’aspettavamo. Ma al loro appello, lanciato un paio di settimane fa, è giunta nel giro di qualche giorno una prima risposta.

Quella di una ravennate che lavorò alla Sarom e che ora intende mettere a disposizione la sua storia clinica per due motivi. Il primo: andare a nutrire un’anagrafe ufficiale (sul modello di quella costituita già nel 2001 in Friuli Venezia Giulia, a oggi ne esiste una “autogestita” dal 2010). Il secondo: contribuire ad azioni legali collettive contro i datori di lavoro e ottenere i risarcimenti dall’Inail.

La raffineria degli scandali petroli dove non si guardò ai lavoratori. La Sarom di Ravenna era una società di raffinazione fondata nel 1950 da Attilio Monti, imprenditore ravennate le cui attività ebbero notevoli echi nazionali per il suo coinvolgimento nel primo scandalo dei petroli e in quelli che seguirono. Ma se all’industriale la raffineria servì per lanciarsi in scalate nel mondo dell’oro nero sia in Italia che all’estero, nella città costiera avrebbe dovuto creare occupazione.

E così fu fino al 1973, quando una serie di acquisizioni dalla British Petroleum (gli impianti veneziani di Porto Marghera e quelli piemontesi di Volpano, oltre a una catena di distributori) iniziò a far registrare difficoltà alla società di Ravenna. La storia dell’azienda, che nel frattempo si era estesa anche a Milazzo e a Gaeta e che aveva accumulato oltre 500 miliardi di debiti, si concluse con la cessione per una lira all’Eni.
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Globaleaks

Ecco che arriva GlobaLeaks, piattaforma libera per fare whistleblowing, presentata domenica scorsa all’End Summer Camp di Venezia (seminario #1110). È destinata a media, organizzazioni non profit, attivisti, corporation e agenzie pubbliche e viene lanciato un appello agli sviluppatori per trovare contributi all’evoluzione del framework. Per seguire gli aggiornamenti, è stato attivato anche un account Twitter.

(Grazie a Claudio per la segnalazione)

Debtocracy

Per la prima volta in Grecia un documentario prodotto dal pubblico. ‘Debtocracy’ va alla ricerca delle cause che hanno generato la crisi legata al debito e propone le soluzioni, nascoste dal governo e dai media dominanti. Il documentario viene distribuito liberamente dalla fine di marzo senza ricorrere a diritti d’uso e verrà diffuso e sottotitolato almeno in tre lingue.

Di fatto, a oggi, Debtocracy, rilasciato con licenza Creative Commons, è già disponibile in ben più di tre lingue (oltre all’originaria greca, ci sono anche inglese, francese, tedesca, italiana, spagnola e portoghese). E vuole raccontare una storia molto raccontata – quella dell’incubo del crack pubblico che dalla penisola illenica si è diffuso per tutto il continente – da un punto di vista diverso rispetto a quello letto e riletto un po’ ovunque. Perché – sostengono coloro che lo hanno realizzato – c’è un’altra versione, taciuta ai cittadini, che merita di essere quanto più sviscerata.

Domani di Maurizio ChiericiL’idea della produzione del basso (che ha un suo corrispettivo anche italiano) ha poi funzionato per coprire i costi, anche se si chiede a chi visionerà il documentario una donazione. Ha funzionato così bene che si avverte sul sito del progetto video si legge:

A causa dell’ampia partecipazione, siamo alle prese con qualche difficoltà nell’elaborazione della lista finale dei produttori che desiderano veder pubblicato il loro nome. Vogliamo essere quanto più possibile accusati ben consapevoli che una pubblicazione sbagliata potrebbe causare problemi. La lista sarà presto disponibile e ovviamente verrà inserita nei titoli del documentario.

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La notte della ReteLa notte della Rete, per opporsi al bavaglio che si vuole imporre via Agcom, è oggi (dalle 17.30 alle 21 alla Domus Talenti a Roma). Di seguito ecco quanto si scriveva (anche su Domani) un po’ di tempo fa in proposito: Vogliono censurare Internet in nome della tutela degli autori? Sono dei bugiardi.

Ci risiamo. L’Autorità per le comunicazioni (Agcom) questa settimana dovrebbe votare un provvedimento per poter oscurare a piacimento i siti che si ritiene violino il diritto d’autore. La piattaforma di file sharing Youtube è la prima vittima che viene in mente, ma giusto per andar sul sicuro, nella proposta ci finisce dentro anche Wikileaks.

Del resto, i cablogrammi diplomatici e i video militari girati dagli elicotteri Apache mentre si accoppano civili avranno in termini giuridici un “padre morale” che li ha realizzati, no? Ci saranno degli autori a cui va riconosciuta la titolarità dell’opera e il diritto di sfruttamento economico più o meno esclusivo? E allora – devono aver pensato i furbacchioni dell’Agcom – usiamo il copyright, sinonimo improprio per parlare di diritto d’autore (il primo, di matrice anglosassone, tutela maggiormente i soggetti industriali mentre il secondo, più squisitamente europeo, pone in rilevanza gli autori in quanto creatori di un contenuto originale).
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Ustica, la posizione degli aerei

Il trentunesimo anniversario della strage di Ustica ha portato un nuovo testimone che già nei prossimi giorni potrebbe essere sentito dal pubblico ministero della procura della Repubblica di Roma Erminio Amelio, titolare insieme Maria Monteleone della nuova inchiesta sui fatti del 27 giugno 1980.

A scovarlo è stato il giornalista Fabrizio Colarieti, che da anni si occupa della vicenda, e il racconto dell’uomo – un imprenditore di origine calabrese che vive in toscana e di cui al momento non è stata svelata l’identità – è stato pubblicato sul sito Notte Criminale, nato un anno fa per ricostruire la vicenda della banda della Magliana in vista del lancio della fiction di Sky e poi allargatosi ad altri nodi irrisolti della prima e della seconda Repubblica.

“Ero in Calabria, ho visto strani fuochi d’artificio e degli aerei da guerra”

Il testimone, mai entrato fino a oggi nelle indagini ufficiali, quella sera era sul terrazzo dell’hotel in cui alloggiava a Sellia Marina, provincia di Catanzaro, in vacanza con la moglie. “Guardavamo le montagne della Sila, erano circa le 21.05, massimo le 21.10″, ha rievocato. L’aereo di Ustica era scomparso dai radar da pochi minuti e nessuno sapeva ancora cos’era accaduto lungo l’aerovia che collegava l’aeroporto Marconi di Bologna a quello palermitano di Punta Raisi.
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The Power of Open

The Power of Open è un libro che racconta questa storia:

Più di 400 milioni di opere rilasciate in rete con licenze Creative Commons, dalla musica alle fotografie, dai risultati di ricerche a interi corsi scolastici. Creative Commons ha creato l’infrastruttura tecnica e legale che consente un’effettiva condivisione della conoscenza, dell’arte e dei dati messi a disposizione da singole persone, organizzazioni e governi. Ancora più importante è che milioni di creatori traggono vantaggio da questa infrastruttura che arricchisce i beni comuni globali a disposizione di tutta l’umanità.

“The Power of Open” colleziona le storie di quei creatori. Alcuni sono come ProPublica, l’organizzazione di giornalismo investigativo che ha vinto il Premio Pulitzer e che usa CC mentre stringe partnership con le principali società di media del mondo. Altri riguardano filmmaker nomadi, come Vincent Moon che ricorre alle licenze CC perché elemento essenziale di uno stile di vita volto all’apertura. L’ampiezza di questi usi è grande tanto quanto la creatività [di tutti coloro] che scelgono di aprire i loro contenuti, le loro espressioni artistiche e le loro idee al resto del mondo.

Il libro, introdotto da testi di Catherine Casserly e Joi Ito (rispettivamente ceo e presidente di Creative Commons), è disponibile in varie lingue e la sua promozione è prevista in diversi continenti.

(Via BoingBoing)

YouTube powered by Creative Commons

Tutte le volte che mi è capitato di spiegare come cercare materiale rilasciato con licenze Creative Commons, per quanto riguarda i video caricati su Youtube il discorso era complicato. Ora finalmente sarà possibile usare il supporto che CC mette a disposizione della piattaforma di video sharing più nota. Se ne legge sul blog di Creative Commons e anche su quello di Stefano Maffulli.

Referendum 2011Sul sito del Fatto Quotidiano si racconta che ci sono stati dal divorzio all’acqua pubblica, 62 referendum abrogativi dal ’74 ad oggi. Ecco di seguito nel pezzo integrale quali sono. Utile promemoria in vista del 12 e 13 giugno.

Dal divorzio alla modifica della parte II della Costituzione. Dal 12 maggio del 1974 al 25 giugno 2006. In mezzo, 62 referendum abrogativi sui quali gli italiani sono stati chiamati a esprimere un parere. Al centro le grandi battaglie sui diritti civili come la legalizzazione di divorzio e aborto, l’obiezione di coscienza, il voto ai diciottenni, lo stop alle centrali nucleari, la riforma del sistema elettorale in senso maggioritario, la depenalizzazione dell’uso personale di droghe leggere, l’abolizione del finanziamento pubblico ai partiti, la chiusura dei manicomi e l’affermazione dei diritti dei transessuali. Il quorum viene raggiunto 35 volte, il “no” vince 16 volte, il “sì” 19.

Il divorzio. Previsto dall’articolo 75 della Costituzione con soli tre casi di inammissibilità, l’istituto referendario è stato introdotto in Italia solo nel 1970 su richiesta del Vaticano che spingeva per abolire la legge sul divorzio (la Fortuna-Baslini) approvata grazie alla campagna dei radicali. Il 12 e 13 maggio 1974 quasi 38 milioni di italiani sono chiamati a votare. Votano “no” il 59,1 per cento degli italiani. Il risultato è dirompente. L’Unità titola: “Grande vittoria della libertà: il popolo italiano fa prevalere la ragione, il diritto, la civiltà”. L’editoriale affidato al segretario del Pci Enrico Berlinguer saluta “un’Italia che è cambiata e che vuole e può andare avanti”. Non la vittoria di un singolo partito, ma il contributo di “un larghissimo schieramento di forze politiche, sociali, culturali diverse” hanno portato il no alla vittoria.

La ragione del successo sta nel rifiuto di gran parte dell’elettorato Dc di seguire l’indicazione di voto e la linea politica della segreteria dello Scudo crociato. Insomma, milioni di elettori cattolici avevano voltato le spalle ai Gabrio Lombardi e ai Fanfani schierandosi per il “no”.
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La P2 nei diari segreti di Tina AnselmiHa più i connotati del documento storico che quelli della ricostruzione il libro uscito poche settimane fa per i tipi di Chiarelettere. Si tratta del volume La P2 nei diari segreti di Tina Anselmi, curato dalla saggista e scrittrice Anna Vinci, 576 pagine in cui si cerca di rispondere a una domanda che formulò Giuliano Turone, il magistrato che il 17 marzo 1981 scoprì insieme a Gherardo Colombo gli elenchi della loggia massonica di Licio Gelli: «Perché questa volontà pertinace di sottovalutare, di ignorare, persino di scacciare dalla mente il fenomeno P2 e tutte le allarmanti vicende connesse che sono emerse negli ultimi trent’anni?»

Il libro curato da Vinci riunisce più di tre anni e mezzo di appunti presi dal dicembre 1981 al luglio del 1984 dalla presidentessa della commissione parlamentare che indagò sulla P2. Fogli, in alcuni casi, pagine più organiche in altri, per tenere a mente informazioni che riguardano moltissime delle persone che, per un motivo o per un altro, erano entrati in contatto con il sistema gelliano. Tra queste Flavio Carboni, grande “protagonista” di quegli anni e attualmente sotto indagine per la cosiddetta P3, Roberto Calvi, Fabrizio Cicchitto, Giulio Andreotti, Giancarlo Elia Valori. In coda al libro, poi, ci sono lettere scritte da Francesco Cossiga, Michele Sindona e dallo stesso Gelli.
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WikiLeaks and the Age of TransparencyBoingBoing segnala l’uscita del libro WikiLeaks and the Age of Transparency scritto dall’analista politico Micah Sifry. Potenzialità e limiti di un’era, al centro del volume.

Wikileaks non è tutto: è un sintomo, un indicatore della continua lotta tra generazioni e filosofie di sistemi contrapposti. Da un lato quelli più vecchi e più chiusi e dall’altro la nuova cultura aperta di Internet. Malgrado l’arresto di Assange, la pubblicazione dei documenti non si interrompe. [Infatti] “quando si coniugano insieme la possibilità di connettersi e la trasparenza e quando una molteplicità di persone può vedere, condividere e interpretare ciò che ha intorno, allora si arriva a un risultato basato su un’enorme energia sociale da utilizzare in molte direzioni”.

In uscita tra un paio di giorni il nuovo libro di Pino Casamassima. Dopo la pubblicazione di Armi in pugno – La storia del Nord Est tra politica, terrorismo e criminalità, sempre per la collana Senza Finzione di Stampa Alternativa, si aggiunge adesso I sovversivi, storia di coloro che sono “morti impugnando un’arma”. Questa la presentazione del volume:

Quattro storie di ordinaria violenza: sono quelle riportate in questo nuovo libro di un autore che da anni si occupa di un periodo passato alla storia come “anni di piombo”. I protagonisti sono accomunati dallo stesso destino, quello di perdere la vita: una possibilità più che concreta. «Bene che ti vada», veniva detto agli aspiranti brigatisti, «finisci in galera». Nonostante ciò furono in tanti a credere che non ci fosse alternativa.

Una convinzione che costò la vita a Margherita (Mara) Cagol che con Renato Curcio, sposato in una chiesetta di un’alba trentina, aveva dato vita alle Brigate Rosse. Walter Alasia aveva 20 anni quando morì in una livida mattina a pochi giorni da Natale in quella Sesto San Giovanni all’epoca chiamata la Stalingrado d’Italia per la sua forte componente operaia e comunista.

Barbara Azzaroni era una militante di Prima Linea: fu uccisa a Torino nel bar dell’Angelo insieme con Matteo Caggegi, un giovane operaio della Fiat. Lorenzo Betassa, Riccardo Dura, Annamaria Ludmann e Piero Panciarelli stavano dormendo in un appartamento di Genova quando furono giustiziati dai carabinieri di Dalla Chiesa.

Fra le testimonianze inedite, quelle di Renato Curcio su Mara Cagol, di Oscar Alasia su suo fratello Walter, di Maurice Bignami sulla sua compagna, Barbara Azzaroni.

Qui invece gli altri titoli della collana diretta insieme a Simona Mammano.

Prendo ancora da Roberto Laghi il suo post Armi italiane nel mondo: Antonio Mazzeo ne parla su Micromega

In un articolo pubblicato qualche giorno fa su Micromega, il giornalista Antonio Mazzeo fa il punto sul mercato dell’industria italiana degli armamenti. Un settore che non ha conosciuto crisi, perché tra il 2008 e il 2009 “l’export di armamenti è cresciuto del 74%”.

Mazzeo indica anche la lista dei principali Paesi destinatari della produzione bellica made in Italy, il cui marchio è presente su ogni tipo di strumento di guerra, compresi quelli per la tortura (del resto il reato di tortura non è presente nel nostro codice penale):

al primo posto c’è la petromonarchia dell’Arabia Saudita (commesse per 1.100 milioni di euro), poi il Qatar (317), l’India (242), gli Emirati Arabi Uniti (176), il Marocco (112), la Libia (59), la Nigeria (50), la Colombia (44), l’Oman (37).

Sì, tra i destinatari c’è anche la Libia, in cui attualmente si sta combattendo una guerra di cui probabilmente non sappiamo abbastanza. E gli accordi con la Libia riguardano anche il controllo e la repressione dei movimenti dei migranti.

Affari che spesso si muovono in zone grigie, anche nel tentativo di aggirare la legge 185 del 1990 che regola la vendita di armi (in particolare, con il divieto di vendita agli Stati belligeranti), ma che portano enormi guadagni nelle casse delle industrie coinvolte, come Finmeccanica, recentemente al centro di inchieste di cui si è anche occupata Milena Gabanelli a Report.

Sempre a proposito di armi, segnalo l’intervista che ho fatto a Francesco Vignarca per Micromega sul libro Il caro armato, che racconta quanto costano (e quanto sprecano) le forze armate italiane.

E aggiungo in conclusione che Antonio Mazzeo racconta su Domani di quando i profughi diventano un affare, come sta accadendo in Sicilia.

FOIA ProjectA proposito di trasparenza sugli atti pubblici dall’altra parte dell’oceano Atlantico, Lsdi racconta di un nuovo sito web Usa [che] rilancia il movimento:

Si tratta del sito FOIA Project, che punta in particolare ad “accrescere la trasparenza del processo con cui il governo Usa nega determinate informazioni”. Il progetto – riporta Businessjournalism.org – è stato sviluppato dal Transactional Records Access Clearinghouse (TRAC) con il sostegno della Syracuse University e un finanziamento del CS Fund/Warsh-Mott Legacy.

Il sito spiega che “scopo finale del progetto è denunciare tutti coloro che violano la legge creando un nuovo tipo di sanzioni: una ampia e continua denuncia pubblica per eliminare la cortina di segretezza di fatto dietro cui si nascondono coloro che negano illegalmente la diffusione di informazioni”.

Inizialmente, il sito renderà pubblici i vari casi di ricorso contro il governo nelle varie corti distrettuali cercando di provvedere nei modi possibili alla raccolta e diffusione dei documenti al centro delle controversie. Dal sito è possibile accedere al database che contiene i vari casi, Stato per Stato, ma è stata realizzata anche una mappa.

Per ulteriori informazioni sul freedom of information act, si veda il materiale informativo pubblicato sul sito del dipartimento di Stato americano.

Wikileaks affair


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