Taranto, l’Ilva, la diossina e le pecore

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Dopo la segnalazione su Acerra, Peacelink pubblica un articolo intitolato Noi, ignoranti come le pecore. È firmato da Alessandro Marescotti, presidente dell’associazione, che scrive a proposto di un’inchiesta della Rai dopo che Peacelink ha fatto ampia informazione in tema:

Questo video vi colpirà. Vi chiederete perché in tutti questi anni la verità non è venuta a galla. Noi abbiamo mangiato diossina con la stessa incoscienza delle pecore. Sia le pecore sia noi abbiamo vissuto nella più completa ignoranza. E nessuno ci ha avvertito. Siamo andati a scuola, abbiamo fatto le traduzioni di latino, ci siamo cimentati con i polinomi, abbiamo fatto le nostre ossidoriduzioni come da programma ministeriale e… a tavola diossina, sempre diossina. Con lo stesso livello di informazione delle pecore.

La città di cui si parla è Taranto e più precisamente gli stabilimenti dell’Ilva. Inoltre c’è di mezzo una raccolta di firme promossa dall’AIL (Associazione Italiana contro le Leucemie), sede locale.

Cassazione: espulse le clandestine infibulate e in stato di “sudditanza”

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Pensavo di aver capito male quando, questa mattina, mi arriva la newsletter di Cassazione.net in cui si legge che vanno espulse le donne sottoposte a infibulazione nel loro paese. Forse qualche chance con le norme del 2007. Allora rileggo il testo dell’aggiornamento e dice effettivamente quanto segue:

Linea dura sull’immigrazione clandestina anche se a farne le spese sono i diritti umani. Vanno infatti espulse e non possono rifugiarsi in Italia le clandestine che, nel loro paese, sono soggette a una condizione di “sudditanza” e che vengono sottoposte ad infibulazione. Infatti, anche se questa condizione è “inaccettabile per la coscienza civile” non viene tutelata dalla Convenzione di Ginevra. Una chance di restare c’è solo per le donne espulse dopo le nuove norme, del 2007, ma i contorni della tutela non sono ancora chiari.

La sentenza 24906 del 10 ottobre 2008, a cui il testo di cui sopra fa riferimento, è scaricabile da qui in formato pdf.

2 agosto 1980, i familiari chiedono le motivazioni della condizionale

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A proposito di questa notizia, Riccardo Lenzi mi invia una nota dell’agenzia Dire con il commento di Paolo Bolognesi, presidente dell’associazione tra i familiari della strage del 2 agosto 1980.

Strage Bologna. Appello dei familiari a Napolitano e Alfano
Bolognesi: tribunale di sorveglianza ci notifichi motivazioni Mambro

(DIRE) Bologna, 8 ott. – Hanno gridato “vergogna” e ora vogliono capire. Vogliono sapere come e perché a Francesca Mambro, condannata per la strage alla stazione di Bologna, sia stata concessa la libertà condizionale. I parenti delle vittime causate dalla bomba messa alla stazione di Bologna il 2 agosto 1980, insomma, passano dall’indignazione alla controffensiva: “Scriveremo al Tribunale di Sorveglianza e chiederemo la motivazione della decisione che ha preso, dato che gli avvocati non ce la vogliono dare”, annuncia Paolo Bolognesi, presidente dell’associazione dei parenti delle vittime. Ma andranno a bussare anche più in alto: “Chiederemo al ministro della Giustizia e al Capo dello Stato che si facciano carico di capire perché è stata concessa questa cosa altamente immotivata”, aggiunge Bolognesi. Per ora, dopo la notizia della liberta’ condizionale concessa a Mambro, “non mi hanno chiamato dei Ministri, ma solo dei giornalisti per chiedere informazioni e degli amici per esprimermi solidarietà”, fa sapere Bolognesi smanioso di passare alle vie di fatto […].

La storia di cinque anarchici del sud

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Cinque anarchici del SudQuella dei cinque anarchici della Baracca è oggi una storia forse quasi dimenticata. Se ne accenna qua e là quando si parla della stagione delle stragi e non si può fare a meno di parlarne in coda ai moti di Reggio Calabria, quando tra il 1970 e il 1971 la città esplose contro la decisione di fare di Catanzaro il capoluogo di regione. L’epilogo della vicenda di quei giovani anarchici si consumò il 26 settembre 1970: Nixon era in visita a Roma, si annunciavano manifestazioni di protesta e i cinque ragazzi stavano viaggiando in automobile alla volta della capitale.

Ma non andavano ai cortei contro il presidente statunitense: in base a quanto dissero prima di partire, avevano con loro un dossier che dimostrava le responsabilità degli estremistri di destra e della criminalità organizzata nell’attentato al Treno del Sole Palermo-Torino avvenuto poche settimane prima, il 22 luglio, che fece sei vittime e 54 feriti. Ma gli anarchici della Baracca a Roma non ci arrivarono: mancavano pochi minuti alle undici e mezza di sera che, a meno di sessanta chilometri dalla meta, la Mini Morris su cui erano venne coinvolta in un incidente. In tre morirono sul colpo, un quarto passeggero non sopravvisse nemmeno il tempo di arrivare al pronto soccorso mentre l’agonia dell’unica ragazza presente durò ventun giorni.

Il libro Cinque anarchici del Sud. Una storia negata di Fabio Cuzzola ricostruisce la storia di questi giovani, che si chiamavano Gianni Aricò, Angelo Casile, Franco Scordo, Luigi Lo Celso e Annalise Borth, e lo fa con una delicatezza e una passione tangibili in ciascuna delle pagine del libro. Parte da un’esigenza, questo lavoro, resa efficacemente nella prefazione da Tonino Perna, che l’ambiente dell’anarchismo di quegli anni lo conosce bene perché ne faceva parte:
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Srebrenica: novanta minuti per ricostruire un crimine di massa

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A proposito di ciò che accadde a Srebrenica nel 1995 alla popolazione di religione musulmana, passata per le armi da militari e paramilitari serbo-bosniaci giudicati poi in quello che è diventato un libro intitolato Processo agli Scorpioni di Jasmina Tesanovic, Thirteen/Wnet New York ha realizzato un documentario. Si intitola Srebrenica: a cry from the grave (il video sopra è solo la prima parte), dura novanta minuti e racconta che:

In July 1995, the world’s first UN Safe Area became the site of Europe’s worst massacre since World War II. That month, the Bosnian Serb army staged a brutal takeover of the village of Srebrenica and its surrounding region, while a Dutch peacekeeping battalion of United Nations forces helplessly looked on. In the course of the destruction, Bosnian Serb soldiers separated Muslim families and systematically slaughtered more than 7,000 Muslim men in the fields and factories around the town.

As investigators continue to exhume the bodies from mass graves and the details of the tragedy continue to unfold, the killings lead us to urgent, fundamental questions. How can genocide occur, despite the presence of multiple diplomatic agencies intended to prevent such barbarity? How should the international justice system deal with this brutality? Can the horror of these despicable crimes ever be healed?

Osservatorio Balcani: morte di un testimone coraggioso

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La notizia è stata pubblicata per lo più da giornali elettronici che si occupano di Europa orientale. Quello che segue è comparso ieri sul sito Osservatorio Balcani e si intitola Morte di un testimone coraggioso. Lo ha scritto Marjola Rukaj.

A sei mesi dall’esplosione, l’incubo del deposito d’armi di Gerdec torna con la stessa intensità dello scorso 15 marzo. A risvegliarlo è stata la morte, avvenuta venerdì scorso, di Kosta Trebicka, testimone chiave della vicenda, che ha riportato in Albania un’atmosfera di paure sussurrate sottovoce, morti annunciate e retroscena da tacere.

La notizia della morte di Trebicka, avvenuta in circostanze che fanno discutere, ha riportato alla ribalta le accuse nei confronti del governo e del premier Sali Berisha, e ha sconvolto il mondo politico albanese. Facile prevedere che tutto questo avrà ripercussioni non indifferenti sulla scena politica del paese.

Trebicka, uomo d’affari albanese in possesso di passaporto statunitense, era a capo di una delle maggiori società nel settore dell’imballaggio in Albania, che per un certo periodo ha avuto in concessione questa attività all’interno del deposito di armi . La sua prima apparizione pubblica ha stupito tutti per il coraggio civico dimostrato nel voler testimoniare sulla vicenda di Gerdec, e in particolar modo sulla destinazione finale delle armi che vi erano depositate.
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Femminicidio: tre pubblicazioni d’oltreoceano

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A proposito di femminicidio, In Cold Blog pubblica un post che dà al fenomeno una prospettiva statunitense e segnala tre pubblicazioni:

La storia di Alceste Campanile – Seconda parte

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Alceste CampanileSuddivisa in due post, la storia di Alceste Campanile (qui la prima parte) è andata incrociandosi a quella di Carlo Saronio su cui si basa il prossimo libro in uscita a novembre, “Pentiti di niente” (più avanti ulteriori informazioni, al momento si è ancora in fase di impaginazione). Tangenziale alla vicenda dell’ingegnere milanese sequestrato a Milano nel 1975, vi si intreccia a causa delle parole di sedicenti collaboratori di giustizia, ma si scoprirà – almeno questo – che la fine del militante di Lotta Continua di Reggio Emilia con il caso Saronio davvero non c’entrava nulla.

Per avanzare nella ricostruzione dell’omicidio si devono anche ripercorrere le ultime ore di vita del ragazzo. Il giorno in cui Alceste muore era stato a Bologna dove doveva dare un esame, inglese, che supera brillantemente con il massimo dei voti. Una volta che il trenta viene trascritto sul libretto universitario, va alla stazione del capoluogo e prende un treno per tornare a Reggio Emilia, dove arriva intorno alle 17, e rientra a casa. Poco dopo le nove e mezza esce di nuovo. “Vado a fare un giro”, dice ai genitori, e diversi testimoni affermano di averlo visto intorno alle 22 in piazza Camillo Prampolini. Quella sera infatti si sono radunati alcuni ragazzi che si mettono a suonare e a cantare. Alceste gironzola, saluta, scherza, si ferma a chiacchierare con qualcuno e finisce per dare appuntamento a un gruppo di amici per mezzanotte: si vedranno allo Ziloc, un locale nel quale ogni tanto tiravano tardi. Ma sui movimenti del giovane c’è anche chi racconta un’altra storia: quella sera non era a Reggio, ma a Sant’Ilario, nei pressi di una pizzeria, e con lui c’erano persone sconosciute.
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“Questa corte condanna”: Spartacus, il processo ai casalesi

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Questa corte condannaPrima vennero Gomorra e il suo autore, Roberto Saviano, a concentrare l’attenzione del paese sul clan dei casalesi e sul processo Spartacus. Ora il più importante procedimento contro la camorra – e il secondo per rilevanza contro la criminalità organizzata dopo il maxi processo di Palermo del 1986-1987 – diventa un libro: la Regione Campania, infatti, investe bene il suo denaro questa volta e sostiene la pubblicazione del volume Questa corte condanna curato dai giornalisti Marcello Anselmo e Maurizio Bracci.

I quali prendono le tremilacinquecento pagine della sentenza di primo grado – confermata in appello – e la trasformano in una cronaca che entra nel dettaglio e spiega i meccanismi delle infiltrazioni camorristiche nell’economia legale, traccia profili dei capi cosca, illustra i capi di imputazione e ripercorre le strade seguite di magistrati che hanno lavorato al caso. Come Raffaello Magi, il giudice che ha scritto le motivazioni della sentenza e la cui intervista apre il volume. Il tutto passa attraverso stralci di interrogatori, intercettazioni e documenti originali che trasformano un dibattimento che era percepito – quando era percepito – come lontano e marginale. E non un momento nodale della lotta contro le mafie.
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