Xaaraan – Il blog di Antonella Beccaria

Non credo nelle otto del mattino. Però esistono. Le otto del mattino
sono l'incontrovertibile prova della presenza del male nel mondo
Gli ultimi giorni, Andrew Masterson


Archiviato per ‘storie nere’ Categoria

Stragi, Renzi rispetti le promesse

Le parole sotto le scrive Paolo Bolognesi, deputato e presidente dell’Associazione tra i familiari delle vittime della bomba alla stazione di Bologna del 2 agosto 1980 lanciando la petizione indirizzata a Matteo Renzi perché mantenga le sue promesse sui fatti di strage e terrorismo. Ma non si muove solo in questo ruolo, aderiscono all’iniziativa anche le associazioni delle stragi di Piazza Fontana, Piazza della Loggia, treno Italicus, Rapido 904, via dei Georgofili:

Credevamo di assistere alla svolta di un parlamento, di un governo che dopo decenni si era accorto della sua storia, fatta di centinaia di morti per terrorismo e stragi e di famiglie a cui è stata stravolta la vita e sospeso il diritto alla verità e alla giustizia. Credevamo di essere testimoni del fatto che i “tempi fossero maturi” per cambiare, per invertire il senso di questo perverso e inquietante sistema che nega alle vittime pure i risarcimenti. Ma un cambiamento a metà, non è un cambiamento, bensì un modo per continuare – da parte di chi ne ha interesse – a conservare il vecchio sistema con metodi diversi. Paolo Bolognesi, deputato e presidente dell’Vi chiediamo solo di mantenere le vostre promesse: risarcimento e indennizzo per le vittime, introduzione nel codice penale del reato di depistaggio, e la reale declassificazione delle carte sulle stragi da parte di ministeri e servizi segreti.

Questo è il link per firmare la petizione.

Ce n’è da scrivere e se ne scriverà. Intanto l’Ansa sugli ergastoli a Carlo Maria Maggi e Maurizio Tramonte per la strage di Piazza della Loggia, avvenuta a Brescia il 28 maggio 1974.

MILANO – I giudici della Corte di assise di appello di Milano hanno condannato all’ergastolo Carlo Maria Maggi e Maurizio Tramonte per la strage di piazza della Loggia a Brescia.

Strage Brescia: 41 anni di indagini e processi – Erano le 10.12 del 28 maggio 1974 quando in Piazza della Loggia, a Brescia, cuore del dibattito politico della città, durante una manifestazione antifascista dei sindacati una bomba provocò la morte di otto persone e il ferimento di altre 100. Da quel giorno, i magistrati bresciani non hanno mai smesso di indagare per individuare la mano che pose l’ordigno e l’ultimo processo, scaturito dalla terza inchiesta, riguarda un gruppo di ex ordinovisti veneti, già coinvolti ma poi usciti di scena nei procedimenti sulle stragi milanesi di piazza Fontana e della Questura, e il generale Francesco Delfino, il primo a indagare sull’eccidio quando era a capo del Nucleo operativo dei carabinieri. Fu proprio Delfino a indirizzare le prime indagini su un gruppo di neofascisti e di balordi bresciani imputati nel primo processo. Queste le tappe giudiziarie.

2 giugno 1979 – I giudici della Corte d’assise di Brescia condannano all’ergastolo Ermanno Buzzi e a dieci anni Angelino Papa mentre assolvono gran parte delle 16 persone incriminate dal pm Francesco Trovato e dal giudice istruttore Domenico Vino o li condannano a pene inferiori ma per detenzione di esplosivi o per altri attentati.
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Webdocumentario “Il lato oscuro”. Due sorelle, una storia degli anni di piombo, su Repubblica:

Elena, ex terrorista nera, e Mariella, giornalista di sinistra, si ritrovano 35 anni dopo un arresto che sconvolse la famiglia. L’occasione è il libro che Elena ha appena scritto “Non mi abbracciare” (Wingsbert House). Un confronto drammatico sulla giovinezza, il rapporto col padre, Renato Venditti (famoso giornalista comunista), la politica: dal tormento per gli errori fatti fino alla riconciliazione. “Quando uno mette piede nel suo lato oscuro tutto sembra possibile”

di Concetto Vecchio
Riprese di Sonny Anzellotti, Paolo Saracino e Maurizio Stanzione
Montaggio di Paolo Saracino

Su Radio Radicale il dibattito Valpreda innocente. Pinelli assassinato – Ricordo a tredici anni dalla morte di Pietro Valpreda. L’ha organizzato il Circolo Anarchico Ponte della Ghisolfa di Milano:

Partecipano Piero Scaramucci (giornalista e scrittore), Mauro Decortes (amico e compagno di Valpreda, attivista del Ponte), Claudia e Silvia Pinelli (figlie di Pino Pinelli), Saverio Ferrari (dell’Osservatorio Democratico Sulle Nuove Destre), Andrea Di Stefano (economista e direttore del mensile “Valori”), Pia Valpreda (moglie di Pietro). Nel corso dell’incontro vengono proiettate alcune scene del film “Faccia da spia” in cui Pietro Valpreda interpretava se stesso. Il film racconta una serie di operazioni compiute dalla Cia nel mondo, con una parte dedicata alla strage di piazza Fontana (subito dopo l’uscita del film nelle sale, la casa produttrice decise di tagliare quella parte, comprese le scene con Valpreda)

Strage del Rapido 904

Il dubbio che ha portato all’assoluzione di Totò Riina ai sensi, come si dice in termini tecnici, dell’articolo 530 comma secondo (la vecchia insufficienza di prove), permane: non c’è la prova provata che il boss dei corleonesi sia il mandante della strage di Natale, quella che fece 16 morti e 260 feriti con la bomba esplosa il 23 dicembre 1984 sul Rapido 904 Napoli-Milano. La procura della Repubblica di Firenze, rappresentata dal pm Angela Pietroiusti e che in requisitoria aveva chiesto l’ergastolo, non concorda con la sentenza pronunciata lo scorso 15 aprile, e annuncia ricorso in appello. Ma dalle motivazioni della corte presieduta dal giudice Ettore Nicotra e rese note oggi emerge che “l’attentato al Rapido 904 indubbiamente giovava alla mafia” e che “tramite [Pippo Calò, il cosiddetto cassiere di Cosa nostra, ndr] abbia trovato coagulo in coacervo di interessi convergenti di diversa natura”.

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OTTOPUNTI – Un documentario di Danilo Monte, Vimeo:

Timothy Ormezzano e il regista Danilo Monte ripercorrono le strade di Genova undici anni dopo il G8 del 2001. Timothy fu ingiustamente picchiato e incarcerato, una cicatrice sul volto glielo ricorda ancora ogni giorno. Da buon reporter trovò la forza di scrivere in un diario la kafkiana situazione vissuta in quei giorni, che oggi diventa una lucida testimonianza molto più efficace di tante immagini.

Danilo, anche lui a Genova come manifestante e amico di Timothy dai tempi dell’università, non subì violenze ma considera Genova uno spartiacque psicologico ancora vivido come una cicatrice in volto. Insieme ad altri protagonisti di quelle vicende, Don Gallo, Giuliano e Haidi Giuliani, e in particolare il padre di Timothy, Giampaolo Ormezzano, i due ragazzi compiono un percorso di memoria e di speranza. Un dialogo sincero e diretto tra due amici e tra padre e figlio, per dare un senso alla delusione di una generazione intera.

Il film, supportato dalla piattaforma di crowdfunding Distribuzioni dal basso, è disponibile in DVD e in download. E se ne può organizzare una presentazione. Tutte le informazioni qui.

Per maggiori informazioni si veda qui.

Roberto Losurdo era già intervenuto su questo blog. Lo aveva fatto raccontando di quando conobbe l’avvocato Giorgio Ambrosoli, che lo difese anni prima di essere ucciso per ordine di Michele Sindona. Nel 1985, poi, Losurdo si trovò allo stadio Heysel dove il 29 maggio 1985 si doveva disputare – e così è stato – la finale di Coppa dei Campioni di calcio tra Juventus e Liverpool. E finì in tragedia. Oggi, a trent’anni di distanza, ricorda i fatti che lo condussero lì e cosa visse in Belgio.

Sono granata da sempre, come tutti i masochisti. Quasi tutti i bimbetti, nel 1949, tifavano Torino. La Juve, manco esisteva o quasi. Poi il sogno finì a Superga. Nel 1983, la Juve ad Atene, perse la finale della Coppa dei campioni (così si chiamava allora). Mi colpì non tanto la sconfitta, quanto il fatto che ben 5 mila tifosi bianconeri rimasero fuori dallo stadio in quanto sprovvisti di biglietto. Così, quando all’inizio del 1985, si cominciò a riparlare di una possibile finale della Juve a Bruxelles, serpeggiò quel “fiuto” dell’affare già utilizzato in altre occasioni.

La mia amica Antonella Squillaci, responsabile dell’Ufficio Turistico Belga a Milano, mi consigliò di contattare la Signora Puttaert, direttrice dell’Ufficio Turistico di Bruxelles alla Grand Place. In risposta alla mia balbettante lettera in francese, giunse una risposta in perfetto italiano. La signora in questione era in pratica era nativa della Svizzera francese con marito italiano.
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Un’intervista del 12 gennaio 1992, pochi mesi prima della strage di Capaci.

NarcoguerraCon prefazione di Pino Cacucci, è in uscita per Odoya il libro del giornalista Fabrizio Lorusso intitolato Narcoguerra – Cronache dal Messico dei cartelli della droga:

Dal settembre 2014, 43 studenti della scuola normale di Iguala risultano desaparecidos. Da quando al governo c’è Enrique Peña Nieto, nello stato del Guerrero sono state trovate almeno 246 fosse comuni. “Desaparecido vuol dire che uno o più apparati dello stato, conniventi con bande criminali o gruppi paramilitari, per omissione o per partecipazione attiva, sono coinvolti nel sequestro di persone e nella loro eliminazione” spiega nel volume Fabrizio Lorusso, insegnante italiano che vive in Messico da tredici anni e collabora con numerose testate italiane. Gli studenti che provenivano da una scuola a 120 km da Iguala, avevano la sola colpa di far parte dei movimenti di protesta studenteschi in una zona in cui l’istruzione dei figli dei contadini (la normale di Iguala è una scuola pubblica) è vista come fumo negli occhi da parte dei cartelli dei trafficanti.

Questa una tessera del complesso mosaico dell’attuale situazione in Messico: la cocaina triplo zero (quella trattata da Saviano nel suo ultimo libro) è la farina con cui è impastato il Paese, ma anche i laboratori di meth (la droga di Breaking Bad) stanno spuntando come funghi. Felipe Calderón, presidente conservatore del partito PAN (predecessore di Peña Nieto) nel dicembre 2006 dichiarò guerra al narcotraffico. Da allora a oggi la narcoguerra ha prodotto una cifra stimabile intorno ai centomila morti.

Giorgiana MasiQuesto brano è contenuto nel libro Piccone di Stato – Francesco Cossiga e i segreti della Repubblica (Nutrimenti, 2010).

Proviamo a ripercorrerla la vicenda che ha portato alla morte – anzi, all’omicidio – di Giorgiana Masi. Era il 12 maggio 1977 e il Partito radicale aveva indetto una manifestazione per celebrare il terzo anniversario del referendum sul divorzio e raccogliere firme per l’abrogazione delle leggi sull’ordine pubblico. Dal 21 aprile precedente, dopo gli scontri e una sparatoria che al termine di una manifestazione portò alla morte dell’agente Settimio Passamonti, ventitré anni, nel Lazio era vietato radunarsi in piazza.

Lo aveva deciso il ministro dell’Interno Francesco Cossiga con il supporto del Partito comunista, e quando i Radicali annunciarono la loro intenzione di scendere per strada il 12 maggio gli si fece notare che esisteva un’unica eccezione prevista dal decreto del Viminale: appartenere all’arco costituzionale. A quel punto si innescò un braccio di ferro per impedire il sit-in e vennero distribuiti sul territorio della capitale circa cinquemila agenti tra polizia e carabinieri. Fu un crescendo di tensione e infine, tra le 19 e le 20, si iniziò a sparare. A restare feriti furono un carabiniere e una ragazza, mentre dalle parti di ponte Garibaldi venne uccisa Giorgiana Masi, che avrebbe compiuto diciannove anni il successivo 6 agosto.
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I carnefici di Daniele BiacchessiIl giornalista e scrittore Daniele Biacchessi torna in libreria con I carnefici – Sono un sopravvissuto. Uno che ha visto l’orrore. Uno che non vuole dimenticare (Sperling & Kupfer):

In una tiepida sera di fine estate, nel cortile di una cascina a Monte Sole, un vecchio mostra al nipote un tesoro fatto di vecchie fotografie, mappe militari ingiallite, cartine geografiche, carte processuali segnate dall’uso. Testimonianze e ricordi di una storia avvenuta settant’anni fa, di cui il nonno, nella sua comunità, è diventato il custode. È la storia di una lunga estate di sangue, quella del 1944: per contrastare l’avanzata delle truppe alleate, i tedeschi rinforzano le difese lungo la linea Gotica e intanto pianificano una persecuzione spietata delle brigate partigiane. Il compito è assegnato a una divisione speciale delle SS combattenti, che viene lanciata contro i «banditi» come su un fronte di guerra: i borghi in cui si nascondono i ribelli devono essere rasi al suolo, la popolazione eliminata come complice. Nei piccoli paesi dell’Appenino fra Toscana ed Emilia – Sant’Anna di Stazzema, Bardine, Vinca, Casaglia, Marzabotto – il beffardo suono di un organetto annuncia l’arrivo dei militari della divisione assassina e dà inizio al martirio di centinaia di vecchi, donne e bambini. Il nonno ha ancora negli occhi l’orrore conosciuto nella sua infanzia, ma il suo racconto ha la lucidità di chi per decenni si è dedicato a ricostruire i fatti e individuare le responsabilità dei singoli, a seguire i processi e denunciare i silenzi e le omissioni di giudici e politici. Daniele Biacchessi, impegnato da anni a portare in libreria e in teatro le pagine più drammatiche, oscure e controverse della storia italiana, offre, in questo libro, una narrazione delle stragi naziste che rende la memoria pulsante e viva.

Per saperne di più si veda qui.

Mappe di memoria

È stato presentato lunedì scorso il sito Mappe di memoria – I luoghi delle stragi, del terrorismo, della violenza politica, progetto di documentazione e divulgazione realizzato dalla sinergia di diverse realtà. E qui si è iniziato a mettere insieme materiale sull’Italicus (4 agosto 1980), sulla stazione di Bologna (2 agosto 1980) e sul Rapido 904 (23 dicembre 1984).

L'Aquila 2009, Casa dello studente

Questo testo è un estratto del capitolo “Immobili, opere pubbliche e altri disastri” contenuto nel libro scritto con Gigi Marcucci Italia. La fabbrica degli scandali (Newton Compton). L’esito processuale per i fondi stanziati dopo il sisma in Campania e Basilicata non impedì invece di continuare a parlare di Irpiniagate. Un caso che Daniele Martini raccontava così:

Solo il 50 per cento dei fondi è andato dove doveva andare, il resto è stato dissipato. Il dopo terremoto è stata una cuccagna sulla quale hanno mangiato tutti: il 20 per cento del denaro è finito in tasca ai politici, un altro 20 per cento è andato ai tecnici della ricostruzione. Camorra, imprese del nord e imprenditori locali si sono mangiati il resto». Una giornalista inglese, Anne Webber, commentò a inizio anni Novanta: «È il più grosso scandalo che si sia mai visto in Europa». Aveva ragione, la cronista anglosassone, ma di certo non fu l’unico perché, oltre che di Irpiniagate, più avanti si sarebbe iniziato a parlare anche di «professionisti delle macerie.

Italia. La fabbrica degli scandaliCorreva l’anno 2010 e si stava indagando sugli interessi nati intorno a un altro terremoto: quello dell’Aquila del 6 aprile 2009, 309 morti, 1600 feriti e 80 mila sfollati. La scossa principale, registrata alle 3.32 di notte, aveva raso al suolo tutto, compresa la città vecchia, edificata nel xiii secolo sul modello di Gerusalemme. Si sbriciolarono chiese e fontane mentre alcuni dei 55 comuni coinvolti furono polverizzati. L’immensa forza distruttiva del sisma provocò danni per 10 miliardi di euro. Ma per qualcuno scarso margine andava concesso al cordoglio e alla commozione, anche nelle primissime fasi della catastrofe.

Nel corso di una conversazione intercettata dopo le prime scosse un costruttore era stato sentito dire al cognato: «Qui bisogna partire in quarta subito. Non è che c’è un terremoto al giorno». Spaventosa la risposta: «Io ridevo stamattina alle tre e mezzo dentro il letto». Insomma, bisognava speculare su vite e città cancellate da una sciagura, non c’era un attimo da perdere. Il moto di agghiacciante allegria ascoltato dagli investigatori era stato innescato dal pensiero del denaro che si sarebbe incassato ricostruendo i centri danneggiati dal sisma. Discorso vecchio, questo, come ha scritto Sergio Rizzo:
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