Alberto Muraro: la vittima preventiva della strage di Piazza Fontana

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Alberto Muraro

Erano le 7 del mattino del 13 settembre 1969. L’estate stava perdendo mordente, la morsa dell’afa padana abbandonava Padova. Ma quell’estate non era stata torrida solo per ragioni climatiche. Alberto Muraro, carabiniere in congedo che faceva il portinaio in uno stabile di piazza Insurrezione, doveva pensare a questo e alla deposizione che due giorni dopo avrebbe dovuto rendere di fronte al procuratore Aldo Fais.

Poi la moglie l’aveva perso di vista, non sentiva più nessuno dei rumori che Alberto produceva mentre faceva le pulizie nel condominio. Così era andata a cercarlo e aveva trovato il corpo del marito a terra, immobile. Allora aveva guardato verso l’alto, verso il terzo piano, scorgendo il secchio con l’acqua e il sapone che si era portato dietro per lavare a terra.
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Omicidio Mormile, “Umberto ucciso dalla ‘ndrangheta con il nulla osta dei servizi segreti”

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Stefano e Nunzia Mormile con Nino Di Matteo

“Mormile, nonostante sia stato infangato come corrotto, venne ucciso perché rifiutò di fare una relazione compiacente a Domenico Papalia”. A parlare è Vittorio Foschini, ‘ndranghetista pentito che il 26 aprile 2015 ha detto anche altro: Mormile sapeva di un patto tra criminalità organizzata calabrese e servizi segreti. L’educatore carcerario lo disse chiaramente: “Io non sono dei servizi”, quando gli venne chiesto un favore per il boss Domenico Papalia, e per questo – anche per questo – morì. “Questa allusione sui rapporti servizi-Papalia, oltre che al rifiuto di fare il favore, fu fatale al Mormile”, spiega infatti Foschini.

Vediamo di capire meglio. Umberto Mormile, 37 anni, era un educatore in servizio nel carcere di Opera dopo essere stato a Parma. Fu ammazzato l’11 aprile 1990 a Carpiano, nel milanese, mentre andava al lavoro. Gli furono sparati sei colpi di 38 special esplosi da un’Honda 600 che aveva affiancato la sua Alfa 33. L’omicidio venne rivendicato dalla Falange Armata – Falange Armata Carceraria, per la precisione – sigla che esordì proprio con questo delitto (e sul punto torneremo).

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Palermo, 38 anni fa l’omicidio di Boris Giuliano: la mafia decise di eliminare un investigatore troppo pericoloso

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Boris GiulianoGli hanno sparato alle spalle sette proiettili 7.65. A essere puntata contro Giorgio Boris Giuliano, 49 anni, capo della squadra mobile di Palermo, è una Beretta semiautomatica che si trova da almeno venticinque o trenta centimetri da lui. È una mattina di pieno luglio, il 21 per la precisione, e malgrado la stagione estiva sia nel pieno, il vicequestore aggiunto esce dall’appartamento preso in affitto in via Alfieri a fine 1963 e varca la soglia del bar Lux di via De Blasi, a Palermo.

Chi lo incrocia quel mattino, se ne stupisce quasi perché Giuliano di solito ci andava quando accompagnava i figli a scuola, approfittando di quel caffè per comprare loro le merende. Invece il 21 luglio 1979 si ferma lì. Ordina un espresso e sul momento nessuno, nemmeno il titolare del locale, Giovanni Siragusa, che solo il 20 luglio precedente aveva ricevuto una lettera anonima su cui c’era scritto con timbri a inchiostro «Morirai tu e Contrada», sembra notare un uomo che entra appena dopo.

È sui 35 anni, alto approssimativamente poco meno di un metro e 70, robusto e con braccia poderose, fitti capelli castano scuri su un volto senza barba né baffi. Elementi che lì per lì non sembrano poter condurre in tempi rapidi a dare un nome al killer. Ma l’identikit elaborato nelle ore successive al delitto porta a Giacomo Bentivenga. Identità confermata nel giro di breve anche da una confidenza.
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Giorgio Ambrosoli: il “caso Sindona” visto da Silvio Novembre, il maresciallo che fu a fianco dell’avvocato

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Silvio Novembre - Lucarelli racconta, Gli uomini dello Stato

I funerali dell’avvocato Giorgio Ambrosoli vengono celebrati il 14 luglio 1979 a Milano, nella chiesa di San Vittore al Corpo. Tra chi vi prende parte, non c’è nessun rappresentante ufficiale delle istituzioni. Quelle istituzioni che pure l'”unico commissario liquidatore” dell’impero finanziario di Michele Sindona aveva servito a dispetto della mole di lavoro, delle pressioni, dei poteri forti coinvolti. E a dispetto delle minacce, diventate reali tre giorni prima di quelle esequie, l’11 luglio.

Tra chi partecipa, però, ci sono i collaboratori dell’avvocato. Coloro con cui, dal 27 settembre 1974, giorno della nomina da parte del ministero del Tesoro e dell’allora governatore della Banca d’Italia, Guido Carli (sostituito l’anno successivo, dopo le sue dimissioni, da Paolo Baffi, altro personaggio che pagherà con accuse ingiuste e un periodo di carcere insieme al vicedirettore generale Mario Sarcinelli l’essersi opposto ai potenti della finanza italiana), aveva condiviso anni di lavoro. Di fronte al feretro ci sono Baffi, i giudici Guido Viola e Ovilio Urbisci. E poi c’è un uomo che appartiene alla guardia di finanza e che non stacca gli occhi dalla bara. La fissa intensamente, senza battere ciglio, rigido. Si chiama Silvio Novembre ed è un maresciallo della guardia di finanza, entrato nelle fiamme gialle quasi per caso e diventato a sua volta un fedele servitore dello Stato. O almeno così credeva.
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Piazza della Loggia: le coperture istituzionali, la P2 e i rischi per la democrazia

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Strage di piazza della Loggia

“Ci sono stati uomini dello Stato che hanno agito contro l’ordine democratico di questo Paese e l’analisi del passato oggi può aprire nuove prospettive di conoscenza”. Lo ha detto ai microfoni di Radio Popolare Manlio Milani, presidente Associazione tra i familiari dei caduti di Piazza della Loggia, nella mattinata del 21 giugno scorso, il giorno dopo la conferma da parte della prima sezione della Cassazione degli ergastoli a Maurizio Tramonte e Carlo Maria Maggi per la strage di Brescia del 28 maggio 1974. Non solo gruppi neofascisti, dunque, che – per dirla con le parole di Vincenzo Vinciguerra – “giudicati nel loro insieme o separatamente […], appaiono incapaci di costruire una minaccia politica”. Per l’autore della strage di Peteano del 31 maggio 1972, queste realtà sono nate “quali formazioni fiancheggiatrici di forze capaci per potenza di giungere a una soluzione del caso italiano, le forze armate”.

Con quale risultato? Secondo Vinciguerra, i “servizi, appoggiati e coadiuvati da ufficiali dei carabinieri e da funzionari di polizia, selezionano e reclutano gli uomini che per caratteristiche appaiono più idonei a trasformarsi in loro collaboratori permanenti, ai quali affidare il compito di creare gruppi d’azione, proporre attentati, svolgere attività informativa”. A fare affermazioni del genere non c’è solo il neofascista all’ergastolo per l’autobomba di Peteano, pur ritenuto attendibile in molteplici procedimenti, da quello per la strage alla questura di Milano alle indagini del giudice istruttore Guido Salvini, secondo cui sull’Italia sono spirati “gelidi venti di golpe”.

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Monte Sole e altri crimini nazifascisti: le responsabilita’ italiane nel ‘dimenticatoio della memoria’

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Marzabotto

“Volle e fece eseguire dai tedeschi la distruzione di Marzabotto qualificandolo nido di partigiani, e premurando a tale opera fino al 22 settembre 1944“. Era l’accusa riportata in una sentenza pronunciata il 17 ottobre 1945 dalla corte d’Assise di Brescia. Imputato era Lorenzo Mingardi, esponente delle autorità fasciste del piccolo centro sulle alture bolognesi conosciuto anche come il “ducetto di Marzabotto”, e a processo ci finì con Armando Quadri per l’eccidio di Monte Sole, 770 vittime tra il 29 settembre e il 5 ottobre 1944.

Le carte della magistratura che raccontano la loro vicenda personale, politica e giudiziaria sono rimaste sepolte dalla polvere per decenni, se si esclude la visita, nel 1964, di due ricercatori milanesi dell’Istituto storico della Resistenza, Paolo Pascetti e Adolfo Scapelli. A recuperarle insieme a un’altra ventina di storie da sette archivi di Stato (Bologna, Bergamo, Firenze, Modena, Perugia e Ravenna) è stato di recente Alberto Mandreoli, classe 1974, insegnante di lettere e storia nelle scuole superiori, che ha scritto il libro “Il fascismo della repubblica sociale a processo – Sentenze e amnistia (Bologna 1945-1950)“, edizioni Il pozzo di Giacobbe, 2017, introduzione di Mimmo Franzinelli.

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Brescia, le indagini su Piazza della Loggia perdono un tassello fondamentale

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Le indagini sulla stagione stragista degli anni Settanta non se la passano tanto bene. A Bologna, per la bomba che il 2 agosto 1980 uccise 85 persone e ne ferì oltre 200, si indagava sui mandanti e la procura nei giorni scorsi ha richiesto l’archiviazione del filone (si va avanti invece sull’ex nero Gilberto Cavallini, accusato di concorso in strage e destinatario di un avviso di fine indagine). Se l’Associazione tra i familiari delle vittime ha presentato opposizione, al momento per la procura “nulla di concreto è emerso”.

Invece a Brescia – dove cresce l’attesa in vista del prossimo 20 giugno, quando la Cassazione si pronuncerà sugli ergastoli inflitti a Maurizio Tramonte e Carlo Maria Maggi nel secondo processo d’appello – le indagini sui mandanti proseguono. Peccato che in questo caso si sia perso un pubblico ministero di valore, Francesco Piantoni, che dal 1993 lavorava sulla strage di Piazza della Loggia del 28 maggio 1974. Arrivato alla procura generale di Roma lo scorso autunno dopo trentatré anni di servizio a Brescia, per lui era stata inoltrata richiesta di applicazione al Consiglio superiore della Magistratura. In altre parole, era stato chiesto che Piantoni, colui che conosce meglio le carte, potesse dedicare al Brescia quater una parte della sua settimana lavorativa. Esito negativo. Il Csm ha rigettato la richiesta.

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Ilaria Alpi: “Un omicidio al cuore del giornalismo”

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Ci fu depistaggio, lo scrivono i giudici. Non solo non sono stati trovati esecutori materiali e mandati degli omicidi di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, uccisi a Mogadiscio il 20 marzo 1994, ma chi doveva assicurare giustizia, e onorare la memoria dei due giornalisti del Tg3, ha invece creato un falso colpevole, Hashi Omar Hassan, oggi libero dopo aver scontato 16 anni di carcere in forza di una condanna per omicidio diventa definitiva. Lo hanno fatto per coprire i veri assassini?

Non si sa, ma ci fu certamente un depistaggio delle indagini da parte di uomini dello Stato – anche se non si può applicare la legge che introduce il reato, fortemente voluta da Paolo Bolognesi, approvata solo lo scorso 2 agosto. È certo che sono corrosive le motivazioni con cui la Corte di Appello di Perugia ha stabilito l’innocenza di Hashi, ma solo dopo che una giornalista, Chiara Cazzaniga di “Chi l’ha visto” è andata in Inghilterra a trovare l’accusatore Ahmed Alì Rage, più noto come Gelle, il quale, davanti al suo microfono, ha ritrattato tutto.

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Spuntano le cassette registrate tra Falcone e l’ex estremista Volo

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Ci sono diverse cassette audio delle conversazioni che Giovanni Falcone ebbe con Alberto Stefano Volo, l’ex neofascista che amava definirsi “agente al servizio dello Stato”. Volo, siciliano, oggi in precarie condizioni di salute e indisponibile a qualsiasi tipo di colloquio, rivelò al magistrato ucciso a Capaci il 23 maggio 1992 di aver fatto parte, dal 1967 al 1980, di un’organizzazione segreta che si chiamava Universal Legion, forse un “grappolo” di Gladio. Peraltro Volo parlò di qualcosa di molto simili all’organizzazione militare clandestina, nata ufficialmente per contrastare un’invasione da Est, prima che lo facesse il 24 ottobre 1990 l’allora presidente del consiglio, Giulio Andreotti.

La dichiarazione è nota da tempo, ma solo di recente sono saltate fuori le cassette nell’ambito delle indagini della Procura di Palermo. Si tratterebbe di un pozzo di informazioni, anche se non è possibile per il momento conoscerne il contenuto. Volo suggerì a Falcone una pista? Oppure il magistrato aveva già messo le mani su informazioni preziose e di assoluta novità al tempo? Vedremo.

Intanto bene ha fatto l’avvocato Fabio Repici a opporsi all’archiviazione delle indagini sull’omicidio dell’agente del commissariato San Lorenzo Antonino Agostino, ucciso a Villagrazia di Carini il 5 agosto 1989 insieme alla moglie, Ida Castelluccio, sposata un mese prima e incinta di cinque mesi. Il legale, che rappresenta Augusta e Vincenzo Agostino, i genitori e i suoceri delle vittime, si sta battendo perché non si chiuda il capitolo delle indagini che chiama in causa i boss Nino Madonia e Gaetano Scotto e l’ex poliziotto Giovanni Aiello, più noto come “faccia di mostro”. Motivo: esistono “acquisizioni sulla sinergia tra [gli indagati] e un blocco criminale individuato tra polizia e servizi segreti”.

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Il giorno in cui un pezzo d’Italia perse l’innocenza: 47 anni fa la strage di piazza Fontana

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Banca nazionale dell'agricoltura, piazza Fontana, Milano

Si era ancora innocenti, all’ora di pranzo del 12 dicembre 1969, quando il telegiornale delle 13.30 aveva raccontato agli italiani che la Grecia dei colonnelli si era ritirata dal consiglio d’Europa dove si discuteva della sua sospensione. E aveva raccontato anche che la vertenza sindacale dei lavoratori dell’editoria sembrava mettersi al bene mentre nulla cambiava per i metalmeccanici, che restavano in stato di agitazione. Intanto – proseguiva la catena delle notizie – a Palermo non si arrestavano le indagini per la strage di viale Lazio, uno dei momenti più feroci della prima guerra di mafia. Ma in mezzo a tutti quegli scorci di vita e fatti, l’edizione del notiziario si concludeva con un soffio dell’innocenza tramontante degli anni Sessanta.

Lucio Battisti, snobbato dalla sinistra perché poco o per nulla impegnato, un fascistoide per qualcuno, come tutti quelli che non si schieravano, continuava a respirare a pieni polmoni la consacrazione del suo successo dopo ostacoli e delusioni. Era stato un anno fortunato, per lui, il migliore di tutti, iniziato in febbraio con il successo al festival di Sanremo dove aveva cantato Un’avventura e proseguito in estate con Acqua azzurra, acqua chiara, pezzo del trionfo al Festivalbar e al Cantagiro. Con una cadenza burina a rivendicare la sua estrazione sabina, e mentre confessava con una punta di imbarazzo al microfono di Lello Bersani che non aveva mai studiato musica, mescolava la timidezza dello sguardo alla caparbietà del suo percorso artistico.
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